martedì 30 marzo 2010

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Milano

Domenica era una bellissima giornata a Milano. C'era il sole. Sono arrivata col volo delle 12.20 proveniente da Francoforte. Mi ero alzata prestissimo perche’ l’aereo da Budapest partiva alle 7.15. Purtroppo quando viaggio non riesco ad appisolarmi e gia’ durante il tragitto in treno dalla mia piccola citta’ fino a Budapest avevo iniziato a leggere per la seconda volta il best seller di Stieg Larrson. In aereo avevo proseguito con la lettura, restando sempre piu’ affascinata dalla figura di Mikael Blomkvist, il giornalista protagonista del libro. Che uomo…

Mikael non e’ “perfetto”. Ha una morale che molti definirebbero assai bizzarra. Infatti, all’inizio della storia lo troviamo impegnato in una relazione che potrebbe essere definita un menage a trois. Non e’ un supermacho ed e’ pieno di contraddizioni, ma possiede qualcosa dentro che nessuno potra’ mai scalfire, perche’ e’ un uomo che odia profondamente la disonesta’. E’ la sua natura. Non se la impone, non si sforza di essere onesto, e’ semplicemente cosi’; una figura ideale creata per affascinare una lettrice come me, per suscitarmi un’idea “erotica” di uomo diversa dalla banalita’ del solito “eroe invincibile” del quale, onestamente, non se ne puo’ davvero piu’. Un po’ come, per l’immaginario maschile, credo sia la figura di Lisbeth Salander, che fra l’altro affascina molto anche chi ha gusti sessuali a trecentosessanta gradi come la sottoscritta.

Larrson, in un capitolo del libro, descrive il giornalista in questo modo: “Mikael era convinto che non esistesse un solo direttore di banca o noto dirigente d’azienda che non fosse anche un farabutto. Mikael non aveva mai sentito parlare di Lisbeth Salander ed era felicemente ignaro su quanto aveva riferito su di lui quella stessa giornata, ma se avesse potuto ascoltare avrebbe annuito di approvazione quando lei aveva affermato che il suo dichiarato disprezzo per i faccendieri non era espressione di alcun radicalismo politico di sinistra. Mikael non era disinteressato alla politica, ma guardava tutti gli –ismi politici con grande sospetto. […] La scarsa stima di Mikael per i giornalisti economici dipendeva da qualcosa di cosi’ sciocco, ai suoi stessi occhi, come la morale. L’equazione era semplice. Un direttore di banca che perde cento milioni in speculazioni insensate non dovrebbe mantenere il proprio posto. Un dirigente d’azienda che maneggia societa’ fittizie deve finire in galera. Un proprietario di immobili che costringe dei giovani a pagare in nero un monolocale con cesso deve essere messo alla gogna. Secondo Mikael Blomkvist, era compito del giornalista economico studiare e smascherare gli squali della finanza che creano le crisi economiche e mandano in fumo il capitale di piccoli risparmiatori in folli speculazioni. Riteneva che il giornalista economico dovesse controllare i dirigenti delle imprese con lo stesso zelo impietoso con cui i reporter politici sorvegliano il minimo passo falso di ministri e parlamentari.”

“Illuso” ricordo di aver pensato. “Forse non ha mai conosciuto alcuni giornalisti italiani.” Ma ammetto che il mio pensiero fosse in quel momento condizionato da una certa idea dell’Italia e da cio’ che stavo venendo a fare: votare alle elezioni.
Ho preso il taxi dall’aeroporto a casa. Non avevo voglia di prendere l’autobus. Anche se con me non avevo un bagaglio pesante, ero molto stanca per il viaggio e non vedevo l’ora di sdraiarmi sul letto. Come sempre, per la corsa ho pagato di piu’ rispetto alla volta precedente, ovviamente senza ricevuta ma ero troppo stanca per mettermi a questionare. In ogni caso credo, visto il costo dei taxi a Milano, che arrivera’ un giorno in cui mi converra’ accordarmi col taxista per un pagamento in natura.

Riaprire le finestre di una casa dopo tanto tempo che non la si abita, da’ sempre una sensazione di liberta’. E’ come se si lasciasse uscire l’aria, piu’ che farla entrare. Dalla mia finestra, posta ad un piano alto, si vedono i tetti. C’era il sole e cio’ rendeva la vista ancor piu’ piacevole; in quel momento tutto rappresentava benissimo la sensazione che provavo dentro: la speranza.
Oggi invece la giornata e’ assai grigia. Piove. La stessa scena dalla finestra e’ diversa, assume una tonalita’ di triste malinconia, o anche di rassegnazione. Domani assicurano che migliorera’, ma non ho questa certezza.

Amo questa casa, mi piace. L’ho ristrutturata ed arredata bene. Conservo ancora mobili ed oggetti che risalgono al glorioso periodo della mia avventura, quando i soldi non erano un problema e chi vi entrasse non immaginerebbe mai che vi abita saltuariamente una contadina tzigana. Pero’, se mi affaccio alla finestra, oggi vedo una citta’ grigia, persone grigie. Ed anche le speranze le vedo grigie. Dentro di me provo una gran voglia di andarmene, di tornarmene fra la mia gente, lontana da qui. Forse la mia casa laggiu’ non sara’ cosi’ bella, non sara’ cosi’ comoda, non avro’ l’idromassaggio, la finestra che da’ sui tetti, un armadio pieno di vestiti griffati, ma la’ io so che ci sono i colori, la musica, e forse persone come Lisbeth e Mikael.

So che questo mio malessere e’ frutto degli avvenimenti di ieri, fin da quando sono stata svegliata dalla notizia delle bombe nella metropolitana di Mosca ed ho telefonato a tutte le persone a me care che vivono in quella citta’ per rassicurarmi che stessero bene - fortunatamente e’ stato cosi’ - a quando, nella serata, ho avuto la delusione per l’esito del voto che onestamente mi attendevo diverso.
Ero partita credendo di venir a dare il mio piccolo contributo. Sapevo dentro di me che sarebbe stato inutile, che sarebbe stata in ogni caso una “battaglia di Alamo”, ma mi sarei aspettata di vedere almeno qualche David Crockett, qualche Jim Bowie, qualcuno che almeno si sforzasse di fermare l'assalto del Generale Santa Anna. Ed invece mi sono accorta che David e Jim hanno preferito passare la loro domenica al mare. Del resto era una bella giornata, calda, come si puo’ dar loro torto? Tanto – avranno pensato – a votare ci sarebbero andati gli altri.

E cosi’ mi sono resa conto che il problema, se di problema si tratta, in questo paese privo di colori e di speranze non e’ il Generale Santa Anna. No. Qui nessuno toglie la liberta’, non esiste alcun dittatore infido, non esiste alcun conflitto d’interessi, non esiste alcuna crisi economica e soprattutto non esiste alcun bisogno che una contadina tzigana venga a votare. Perche’ gli abitanti di Alamo stanno bene cosi’. A loro va bene cosi’. Criticano chi non rispetta le regole, ma poi sono essi stessi che non indossano il casco in moto oppure evitano di allacciare la cintura in auto. Sbraitano contro gli evasori fiscali, ma se possono “rubare” pochi spiccioli di IVA sono i primi a farlo. Ho capito quindi che per un popolo cosi’ nessun leader puo’ essere piu’ adatto di quello che gia’ hanno. Percio' se lo tengano; io vivro’ bene lo stesso.

E’ un popolo strano quello italico. Ho capito di non conoscerlo abbastanza. E’ un popolo che ama tanto lamentarsi, ma in fondo gode nel farsi fare i soprusi. Un popolo che sempre piu’ spesso avrei voglia di definire in un certo modo. Tanto non e’ che una semplice ingiuria. Quindi, non mi resta altro che ammettere tutti i miei errori di valutazione, prendere la mia roba e tornarmene da dove sono venuta. A Budapest qualcuno mi attende. Ho voglia di colori, di musica di equilibrio, di logica, di onesta’. Ho voglia di Lisbeth e di Mikael. E badate bene, non voglio con questo dire che mi reputo migliore o peggiore. Sono semplicemente diversa e desidero stare con chi mi e’ simile.

lunedì 29 marzo 2010

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Gentaglia

Ieri sera sono rimasta in casa a guardare la tv. C'era il programma della Gabanelli. E' stato molto istruttivo; non mi capita spesso nel mio paese di assistere ad un giornalismo d'inchiesta cosi' ben fatto. L'argomento era l'inosservanza delle regole di sicurezza che riguardano il codice della strada, come ad esempio non allacciare la cintura in auto, parlare o inviare messaggini col cellulare mentre si e' alla guida, non indossare il casco in moto, guidare con un tasso alcolico nel sangue superiore a quello consentito e tante altre belle cosine...

Cio' per cui sono rimasta seriamente sconvolta e' stato vedere come i genitori, i primi ad infrangere le regole, abituino i figli fin da piccoli a questi comportamenti, dando loro il messaggio che solo gli sciocchi seguono le regole, mentre i furbi se ne fregano. Ma il servizio della Gabbanelli mi ha fatto capire assai di piu'. Ha indicato come la propensione degli italiani a sbattersene della legge sia diffuso ovunque, in ogni strato della popolazione e non quindi limitato solo ad alcuni meno informati oppure con particolari pulsioni delinquenziali. Anzi, la gente tende addirittura ad infastidirsi, ad offendersi se qualcuno le fa notare che e' completamente fuori dalla norma. Ed e' proprio l'inosservanza di dette regole che causa il 40% delle morti e delle invalidita' in Italia. La percentuale piu' alta in Europa ed una fra le piu' alte nel mondo, che per lo Stato rappresenta un costo sociale altissimo.

Pare che le persone siano talmente ignoranti da non capire che le regole esistono non per vessare, ma per salvaguardare la collettivita', quindi anche la loro stessa esistenza. Pero', pur di non rinunciare a delle piccole, insulse abitudini, pur di continuare a fare i propri porci comodi, pur di continuare a parlare al cellulare mentre guidano, pur di sentirsi furbe a discapito degli altri sono pronte a rischiare anche la pelle. La loro e quella dei loro figli. E questi cerebrolesi sono anche coloro che poi sono andati a mettere la crocetta sulla scheda elettorale indicando il candidato piu' giusto a governarli. C'e' da domandarsi se non sia questo il vero motivo per cui un certo nano riscuote tanto successo...

A questo punto, qualora le cose fossero davvero cosi', credo che non resti altro che sedersi sulla riva del fiume ad attendere che la selezione naturale faccia il suo corso. Prima o poi tutta questa gentaglia si autoeliminera' da sola. Una cintura o un casco slacciati qua, una distrazione per un messaggino sms la', un bicchiere di vino di troppo prima di un viaggio in auto ed opla'! Chi su una sedia a rotelle, chi sotto tre metri di terra, un po' alla volta togliera' il disturbo.

C'e' solo un problema da non sottovalutare: oltre a mettere a repentaglio la propria vita, della quale onestamente non frega una beneamata mazza a nessuno, anzi sarebbe auspicabile che si togliessero di mezzo il piu' velocemente possibile, questa personcine di merda rischiano di coinvolgere anche chi con il loro messaggini sms del cazzo non c'entra assolutamente niente. Ed e' pensando a questo che oggi sono andata a votare.

domenica 28 marzo 2010

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Un tuffo nel vuoto

Ultimamente io e lui ci sentiamo sempre piu’ spesso. Passiamo molto tempo al telefono e credo di non essergli stata mai cosi’ vicina come in questo momento. Parliamo un po' di tutto, di politica, di libri, di quella che e' la mia vita adesso, ma soprattutto a lui piace ricordare di quando ero bambina, di quando avevo ancora occhi innocenti che guardavano il mondo con fiducia e gioia. Un mondo bello, tutto da scoprire, prima che iniziassi a rendermi conto quanto un po’ meno bello fosse, arrivando a capire molto presto di quanta cattiveria e stupidita’ fosse intriso. Ma in tutto cio’ lui non c’entra.

Di lui e di me bambina ho oggi un ricordo sbiadito, nebuloso, come se appartenesse ad un sogno, ma in mezzo riesco a vedere qualcosa di nitido che ricordo bene come se fosse avvenuto ieri: quella volta che mi porto’ in vacanza al mare. Era estate. Stavo in piedi sopra una roccia e sotto di me c’era il mare. Quel sasso mi pareva altissimo, ed avevo paura di cadere giu’, nell’acqua, dove lui galleggiava placidamente e mi faceva cenno di buttarmi. Ma io non volevo. Ero terrorizzata.

Tutte le cose da bambini appaiono enormi, spropositate. Anche le emozioni. Avevo paura del vuoto e dell’acqua che, ero certa, mi avrebbe ingoiata portandomi giu’ a fondo. Ma lui insisteva. “Vieni” mi invitava. “Buttati, non ti accade niente, ci sono io”. Ma io restavo aggrappata a quello scoglio incapace di fare un solo passo. Poi mi minaccio': disse che se ne sarebbe andato lasciandomi li’, da sola, ed inizio’ a nuotare via, allontanandosi. Il terrore dell’abbandono fu piu’ grande della paura del vuoto e in un istante presi la decisione: inalai tutta l’aria possibile, mi tappai il naso e feci quel salto. Il volo mi parve infinito, ma alla fine mi ritrovai in acqua e con mio grande stupore, invece di andare a fondo, vidi che galleggiavo. Trattenendo l’aria nei polmoni iniziai ad annaspare e fu quello il giorno in cui imparai a nuotare.

Oggi so che fu la sua mano a sorreggermi in quell’avventura, e so anche che se non fossi stata costretta, se non fossi stata colta dal timore di essere abbandonata, forse quel tuffo non lo avrei mai fatto e ora non sarei qui a raccontare questo episodio per me indimenticabile e magico. Di emozioni cosi’ nella vita ne ho avute altre, ma posso dire con certezza che quella e’ stata la prima volta in cui mi sono messa alla prova, ed ho imparato molto. Ho imparato che l’ignoto non e’ poi cosi’ terrificante, che solo con la volonta' si riesce a restare a galla, e che sono quelle dove non abbiamo scelta le esperienze piu’ importanti che ci fanno davvero maturare. Tutto il resto l’ho imparato da me, ma queste tre cose, oltre a saper nuotare e alla vita, le devo a lui.

giovedì 25 marzo 2010

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A chi non piace il viola

Allora…
Scusatemi se adesso mi viene da sorridere, ma ci sono amici ed amiche che quando hanno voglia di prendermi in giro evidenziano alcuni atteggiamenti che, secondo loro, sono ricorrenti nei miei modi di fare. Ad esempio dicono che quando voglio iniziare un discorso serio, la mia prima parola e’: “Allora…” Mi capita anche in chat, ed i puntini di sospensione hanno il significato di quell’attimo di silenzio che nella realta’ sempre precede il discorso che voglio fare, come se mi stessi preparando a dire chissa’ cosa, come: “Adesso statemi ad ascoltare seriamente perche’ cio’ che ho da dirvi e’ importante”. Non so se esagerino oppure se lo facciano solo per canzonarmi, ma da quando me lo hanno fatto notare sto sempre molto attenta a come inizio qualsiasi discorso. Pero’ “allora…” mi viene spontaneo, naturale. Non so cosa farci. Prendetemi cosi’, abbiate pazienza.

Allora…
Ecco che come al solito mi sono persa… sono andata completamente fuori strada rispetto al discorso. Comunque, cio’ di cui volevo parlare sono i colori, quelli che nonostante il daltonismo riesco a vedere. Uno di questi e’ sicuramente il ROSSO, poi c’e’ TURCHESE, e negli ultimi tempi come ben sapete anche il VIOLA. Fra l’altro c’e’ chi dice che per chi come me ha gli occhi azzurri e i capelli neri tali colori siano perfetti, ma su questo punto, ahime’, non posso giudicare. E’ gia’ molto che riesca ad individuare queste poche tonalita’ cromatiche; non chiedetemi quindi di fare anche accostamenti di colore che’ proprio fin li’ non ci arrivo.

Pero’ una cosa l’ho ben chiara perche’ l’ho potuta sperimentare nel tempo e con l’esperienza. Esiste una corrispondenza fra simpatia e gradimento personale, e condividere il medesimo gusto per gli stessi colori. Voglio dire che mi sono sempre trovata bene con chi aveva piu’ o meno i miei stessi gusti, non solo cromatici ma anche in fatto di sapori, di odori, di suoni. Quindi nell’interpretazione “sensuale” di cio’ che ci circonda. Sono sincera; credo veramente che una similitudine in cio’ che ci trasmettono i sensi, sia alla base di un buon rapporto fra due persone, persino sessuale. Ad esempio, ascoltare la stessa musica e provare le stesse emozioni, porta due persone a condividere intensamente un momento. Stessa cosa avviene per ogni stimolo, olfattivo, papillare e quindi anche visivo. Per cui la completezza di un momento trascorso insieme si ha quando entrambi proviamo piu’ o meno le medesime sensazioni.

Qualcuno si chiedera’ il motivo per cui ho fatto tutto questo panegirico che puo’ sembrare assurdo e sconclusionato, ma adesso vi spiego. Da quando ho il blog continuo a ricevere numerose richieste. Il tipo di richieste potete benissimo immaginarlo; vanno da semplici inviti a incontrarmi per… come dicono di solito? Ah si’… “per un aperitivo”, a richieste piu’ esplicite. Questo fenomeno e’ esponenziale ed e’ aumentato quando, qualche giorno fa, ho pubblicato il racconto ‘Mi piace”.

Chissa’ per quale motivo c’e’ chi pensa che ogni racconto che scrivo rappresenti esattamente il mio stile di vita e che io davvero usi il blog per farmi rimorchiare da persone sconosciute. Vi assicuro che non e’ cosi’, ma comunque c’e’ chi ci crede ed io non posso farci niente. Ovviamente non ho il tempo ne’ la voglia di rispondere a ciascuna di queste persone singolarmente, pero’ voglio dire loro una cosa importante, per rendere chiaro quale e’ il mio rapporto con il mondo virtuale: qualsiasi sia la mia abitudine, qualsiasi siano le mie scelte, qualsiasi siano i miei criteri con i quali stabilisco d’incontrare o non incontrare qualcuno o qualcuna (perche’ ci sono anche diverse ragazze, sedicenti o reali), non vorrei mai perdere il mio tempo con chi non ha con me una corrispondenza “sensuale”. In definitiva, qualora davvero le cose si svolgessero come descritte nel post “Mi piace”, preferirei incontrarmi con chi vede nel viola un bel colore piuttosto che con chi, invece, non lo gradisce.

Sono sempre stata molto pratica, e a parte alcuni errori di gioventu’ dovuti all’inesperienza, da molto tempo mi affido alla concretezza dei fatti anziche’ all’inconsistenza dei discorsi. Purtroppo, solo pochi riescono a comprendere pienamente questa mia filosofia e troppe volte mi sono trovata in situazioni imbarazzanti in cui chi avevo di fronte si attendeva da me cio’ che non potevo o non volevo dargli. Per me una persona non puo’ essere “interessante” o “appetibile” se i colori che a me piacciono a lei fanno schifo. E se devo scegliere con chi passare il mio tempo o avventurarmi in un “aperitivo”, e’ logico che preferisca chi ama i colori che amo anche io.

Non so quanto questo mio messaggio giunga chiaro a chi, magari, potrebbe aver voglia di conoscermi oltre il blog. Non lo dico per cattiveria. E’ proprio che non sopporterei di dover sprecare sol anche cinque minuti del mio tempo con chi non ha una sensualita’ compatibile con la mia. E dato che fortunatamente le occasioni d’incontro non mi mancano, avendo la possibilita’ di scegliere preferisco dedicare il mio tempo a chi, se mi vesto di viola, non ha alcunche’ da ridire. Anzi, mi riempie d’ammirazione.

Ed ora, per concludere, due piccole segnalazioni per gli amanti del viola. La prima riguarda l’evento mediatico di questa sera: “Rai per una notte”. Anche se molti sono gia’ al corrente, volendo dare anch’io il mio piccolo contributo, inserisco il LINK per accedere al sito web in cui e’ possibile avere indicazioni su quale sia la tv alla quale collegarsi per assistere al programma.

La seconda segnalazione riguarda l’iniziativa “E la nave va” di alcune persone socialmente impegnate che, alla loro maniera e secondo me in modo assai efficace ed originale, hanno intenzione di mettere in campo contro un determinato sistema che esiste in Italia e che, vi assicuro, non e’ invidiato in alcuna parte del mondo.

mercoledì 24 marzo 2010

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Tatuaggi

L’avvocato Nils Bjurman soffriva. I suoi muscoli erano inservibili. Il corpo era come paralizzato. Non era sicuro di aver perso conoscenza, ma era disorientato e non ricordava esattamente che cosa fosse accaduto. Quando riprese lentamente il controllo del proprio corpo, scopri’ di essere steso supino sul suo letto, nudo, con i polsi bloccati dalle manette e le gambe dolorosamente divaricate. Aveva segni di bruciature che dolevano nei punti in cui gli elettrodi erano venuti a contatto con la pelle.
Lisbeth Salander aveva portato la poltroncina di vimini accanto al letto e aspettava paziente, con gli stivali appoggiati sulle coperte, fumando una sigaretta. Quando Bjurman cerco’ di parlare si rese conto di avere la bocca sigillata con un largo nastro adesivo. Giro’ la testa. La ragazza aveva tirato fuori i cassetti rovesciandone il contenuto.
“Ho trovato i tuoi gingilli” disse. Sollevo’ un frustino e indico’ la collezione di falli, morsi e maschere di gomma sul pavimento. “A cosa dovrebbe servire questo aggeggio?” Mostro’ un grosso fallo anale. “No, non cercare di parlare – in ogni caso non ti sentirei. E’ questo che hai usato su di me la scorsa settimana? E’ sufficiente che annuisci.” Si chino’ speranzosa su di lui.
Nils Bjurman si senti’ invadere da un’ondata improvvisa di gelido terrore e perse la testa. Comincio’ a strattonare le catene che gli bloccavano le mani. Lei aveva preso il controllo. Impossibile. Non pote’ fare nulla quando Lisbeth Salander si piego’ in avanti e piazzo’ il fallo fra le sue natiche. “Dunque sei un sadico” constato’ lei. “Ti piace infilare roba nella gente, eh?” Lo fisso’. Il suo viso era una maschera senza espressione. “Senza lubrificante, eh?”
Bjurman strillo’ attraverso il nastro adesivo quando Lisbeth Salander gli allargo’ brutalmente le natiche e applico’ il fallo dove andava applicato.
“Piantala di frignare” disse Lisbeth Salander, imitando la sua voce. “Se fai storie, ti dovro’ punire.”
Si alzo’ e giro’ intorno al letto. Lui la segui’ con la disperazione nello sguardo… che cavolo… Lisbeth Salander aveva trasportato li’ il suo televisore da trentadue pollici dal soggiorno. Sul pavimento aveva sistemato il suo lettore. La ragazza lo guardo’, ancora con in mano la frusta.
“Ho tutta la tua attenzione?” domando’. “Non cercare di parlare – e’ sufficiente se annuisci. Senti quello che dico?” Lui annui’.
“Bene.” Si chino’ e raccolse da terra il suo zainetto. “Lo riconosci?” Lui annui’. “E’ lo zaino che avevo quando sono venuta qui la settimana scorsa. Oggetto pratico. L’ho preso in prestito dalla Milton Security.” Apri’ una cerniera lampo sul bordo inferiore. “Questa e’ una videocamera digitale. Guardi mai Insider alla tv? E’ uno zainetto cosi’ che certi schifosi reporter usano quando vogliono filmare qualcosa di nascosto.” Chiuse di nuovo la cerniera lampo.
E l’obiettivo?, ti domanderai. E’ proprio li’ la finezza. Grandangolo con fibre ottiche. L’occhio somiglia a un bottone e sta nascosto nella fibbia della tracolla. Forse ricordi che piazzai lo zaino qui sul tavolino prima che tu cominciassi a palpeggiarmi. Feci molta attenzione che l’obiettivo fosse puntato sul letto.”
Tiro’ fuori un cd e lo infilo’ nel lettore. Quindi sistemo’ la poltroncina in modo da poter vedere lo schermo della tv. Si accese un’altra sigaretta e premette un pulsante. Del telecomando. L’avvocato Bjurman vide se stesso aprire la porta a Lisbeth Salander.
Non hai nemmeno imparato a leggere l’ora? saluto’ arcigno.
Gli fece vedere tutto il nastro. Il film termino’ dopo novanta minuti, nel bel mezzo di una scena in cui un Bjurman nudo era seduto sul letto a bere un bicchiere di vino mentre osservava Lisbeth Salander che giaceva rannicchiata con le mani incatenate dietro la schiena.
Lei spense la tv e rimase seduta in silenzio per quasi dieci minuti senza guardarlo. Bjurman non osava muoversi nemmeno di un millimetro. Poi lei si alzo’ e ando’ in bagno. Quando fece ritorno si risedette sulla poltroncina di vimini. La sua voce era come carta vetrata.
“Ho fatto un errore, la settimana scorsa” disse. “Credevo che sarei stata costretta a succhiartelo di nuovo, il che nel tuo caso e’ maledettamente disgustoso, ma non fino al punto di impedirmi di farlo. Credevo che senza troppa fatica avrei potuto procurarmi una documentazione sufficiente per dimostrare che sei un vecchio porco schifoso. Avevo sbagliato a giudicarti. Non avevo capito quanto tu sia profondamente malato.”
“Ti parlero’ chiaro” continuo’. “Questo film mostra come tu violenti una minorata mentale venticinquenne della quale sei stato nominato tutore. E non t’immagini quanto mentalmente minorata io possa essere all’occorrenza. Qualsiasi persona che vedra’ questo nastro scoprira’ che non solo sei un verme, ma anche un sadico folle. Questa e’ la seconda e spero anche ultima volta che guardo questo film. E’ molto istruttivo, vero? La mia supposizione e’ che sei tu e non io a rischiare di essere istituzionalizzato. Sei d’accordo?”
Rimase in attesa. Lui non reagiva, ma lei poteva vedere che stava tremando. Afferro’ la frusta e gli sferzo’ in pieno i genitali.
“Sei d’accordo?” ripete’ a voce molto piu’ alta. Lui annui’.
“Bene. Allora questo punto l’abbiamo sistemato.”
Avvicino’ la poltroncina di vimini e si sedette in modo da poterlo guardare negli occhi.
“Allora, cosa pensi che dobbiamo fare adesso?” Lui non pote’ rispondere. “Hai qualche buona idea?” Visto che lui non reagiva, lei tese la mano e gli afferro’ lo scroto e tiro’ finche il suo volto non si deformo’ dal dolore. “Hai qualche buona idea?” ripete’. Lui scosse la testa.
“Bene. Infatti finiro’ per irritarmi moltissimo con te se mai ti verra’ qualche idea in futuro.”
Si lascio’ andare contro lo schienale e si accese un’altra sigaretta. “Ora ti spiego che cosa succedera’. La prossima settimana, non appena sarai riuscito a espellere quel tappo di gomma ipertrofico dal culo, darai istruzioni alla mia banca che io – e io soltanto – abbia accesso al mio conto. Capisci quello che sto dicendo?” L’avvocato Bjurman annui’.
“Bravo. Tu non prenderai mai piu’ contatto con me. In futuro ci incontreremo soltanto se e quando saro’ io a volerlo. Dunque ti e’ stato imposto il divieto di visita.” Lui assenti’ ripetutamente e tiro’ il fiato. Non ha intenzione di uccidermi.
“Se mai dovessi prendere di nuovo contatto con me, copie di questo finiranno in ogni singola redazione di giornale di Stoccolma. Capito?”
Lui annui’ piu’ volte. Devo mettere le mani su quel filmato.
“Una volta all’anno consegnerai la tua relazione sul mio status all’ufficio tutorio. Riferirai che conduco un’esistenza assolutamente normale, che ho un lavoro fisso, che bado a me stessa e che ritieni che non ci sia nulla di anormale nel mio comportamento. Okay?”
Lui assenti’.
“Ogni mese redigerai un rapporto fasullo sui tuoi incontri con me. Racconterai diffusamente quanto io sia positiva e quanto mi sappia ben gestire. Mi invierai copia del rapporto tramite posta. Capito?” Lui annui’ di nuovo. Lisbeth Salander noto’ distrattamente le gocce di sudore che gli avevano imperlato la fronte.
“Fra qualche anno, diciamo un paio, presenterai richiesta al tribunale perche’ la mia dichiarazione di incapacita’ giuridica sia annullata. A supporto, userai i tuoi rapporti fasulli dei nostri incontri mensili. Dovrai procurarti uno psichiatra che dichiari sotto giuramento che io sono perfettamente normale. Dovrai metterci molto impegno. Farai tutto, ma proprio tutto cio’ che e’ in tuo potere perche’ io diventi legalmente capace.” Lui assenti’.
“Sai perche’ farai del tuo meglio? Perche’ hai un motivo maledettamente buono. Se fallirai, io infatti rendero’ pubblico questo video.”
Lui ascoltava con attenzione ogni singola sillaba pronunciata da Lisbeth Salander. D’un tratto i suoi occhi lampeggiarono d’odio. Decise che la ragazza stava facendo un errore, a lasciarlo vivo. Tutto questo te lo faro’ ingoiare, brutta troia. Prima o poi. Ti schiaccero’. Ma continuo’ ad annuire con entusiasmo in risposta a ogni sua domanda.
“Lo stesso dicasi se prenderai contatto con me.” Si passo' la mano sulla gola. “Addio a questo appartamento e ai tuoi bei titoli e ai tuoi milioni su quel conto all’estero.”
Gli occhi di lui si dilatarono quando senti’ menzionare il denaro. Come cazzo faceva a sapere…
Lei sorrise e tiro’ una boccata profonda di fumo. Poi spense la sigaretta lasciandola cadere sulla moquette e schiacciandola sotto il tacco.
“Voglio le tue chiavi di riserva sia di qui sia del tuo ufficio.” Lui aggrotto’ le sopracciglia. Lei si chino’ in avanti e fece un sorriso beato.
“D’ora in avanti avro’ il controllo della tua vita. Quando meno te lo aspetti, magari mentre sei a letto a dormire, potrei materializzarmi qui nella tua stanza con questa in mano.” Sollevo’ la pistola elettrica. “Ti terro’ sotto controllo. Se mai dovessi trovarti di nuovo in compagnia di una ragazza – e a prescindere dal fatto che lei sia consenziente oppure no -, se mai dovessi trovarti in compagnia di una donna in generale…” Lisbeth Salander si passo’ di nuovo la mano di traverso alla gola.
“Se io dovessi morire… se mi dovesse succedere un incidente, tipo essere investita da una macchina o altro… copie del video verranno inviate per posta a tutti i giornali. Piu' una storia dettagliata dove racconto com’e’ avere te per tutore.”
“Ancora una cosa” continuo’. Si chino’ in avanti in modo che il suo volto fosse solo a qualche centimetro da quello di lui. “Se mai dovessi sfiorarmi di nuovo, ti ammazzo. Credimi sulla parola.”
L’avvocato Bjurman non ebbe nessuna difficolta’ a crederle. Non c’era spazio per nessun bluff, in quegli occhi.
“Ricordati che sono pazza.”
Lui annui’. Lei lo guardo’ con aria pensierosa.
“Non credo che tu e io diventeremo buoni amici” disse Lisbeth Salander con voce grave. “In questo preciso momento tu ti stai congratulando con te stesso perche’ sono abbastanza pazza da lasciarti vivere. Pensi di avere il controllo, nonostante tu sia mio prigioniero, perche’ sei convinto che l’unica cosa posso fare se non ti uccido e’ lasciarti andare. Percio’ sei pieno di speranza di poter presto riacquistare il tuo potere su di me. O sbaglio?”
Lui scosse la testa, colto improvvisamente da cattivi presentimenti.
“Riceverai un regalo da me, in modo che ti ricordi del nostro accordo.”
La ragazza fece un sorriso storto e si arrampico’ sul letto mettendosi in ginocchio fra le sue gambe. L’avvocato Bjurman non capiva che cosa avesse voluto dire, ma d’un tratto provo’ un terrore acuto.
Poi vide l’ago nella sua mano.
Sbatte’ la testa di qua e di la’ e cerco’ di contorcersi finche’ lei non gli piazzo’ il ginocchio contro l’inguine e premette in un gesto di avvertimento.
“Sta’ fermo. E’ la prima volta che uso questo aggeggio.”
Lavoro’ concentrata per due ore. Quando ebbe terminato, lui aveva smesso di lamentarsi. Sembrava quasi piombato in uno stato di apatia.
Lei scese dal letto, piego’ la testa di lato e osservo’ la sua opera con occhio critico. Il suo talento artistico era piuttosto limitato. Le lettere tremolavano e il tutto aveva un che di impressionista. Aveva utilizzato il rosso e il blu per tatuare il messaggio, che era scritto in maiuscolo su cinque righe che gli coprivano tutto l’addome, dai capezzoli fin giu’, appena sopra i genitali: IO SONO UN SADICO PORCO, UN VERME E UNO STUPRATORE.
Lei raduno’ gli aghi e ripose le cartucce dei colori nello zaino. Poi ando’ in bagno a lavarsi le mani. Quando torno’ in camera da letto, scopri’ di sentirsi decisamente meglio.
“Buona notte” disse.
Apri’ una delle manette e gli sistemo’ la chiave sul ventre. Quindi si porto’ via il suo film e il mazzo di chiavi dell’avvocato.

(Uomini che odiano le donne - Stieg Larsson - Titolo in inglese: The girl with the dragon tattoo)


Perche’ ho riportato questo capitolo tratto dalla trilogia di Stieg Larrson della quale ho scritto anche QUI?
Per tre ragioni. La prima e’ che lo ritengo uno dei momenti piu’ appassionanti che abbia mai letto in una storia. Chi conosce l’antefatto che conduce Lisbeth Salander a vendicarsi del proprio tutore che l’ha costretta a subire le cose piu’ ignobili, difficilmente riesce a non considerarlo il capitolo piu’ esaltante in cui, dentro di noi, si prova tutta la soddisfazione tipica di certi momenti di riscatto assoluto in cui l’odio per il fetente avvocato Bjurman, diventa l’elemento che accomuna la protagonista ai lettori. Un odio, quello di Lisbeth, in cui la componente principale e’ la vendetta, ma e’ anche la consapevolezza di una donna che sa di essere “superiore” a qualsiasi maschio. Maschio che pero’ va temuto, tenuto a distanza perche’ la sua pericolosita’ (almeno nella visione di Lisbeth) e’ insita proprio nell’appartenenza al suo stesso genere.
La seconda ragione e’ perche’ facendo una ricerca con Google - in quanto lo avrei copia incollato volentieri piuttosto che ricopiarlo dal libro - ho notato che nonostante sia un best seller e che mezzo mondo della Rete dichiari di averlo letto, non esiste alcuna pagina web in Italiano che ne riporti un solo brano, neppure piccolo, se non il riassuntino di presentazione che poi troviamo scritto sul retro della copertina del libro e che serve per la pubblicita’ per poterlo vendere online. Per cui ho creduto che un passaggio cosi’ avvincente di una storia non potesse restare completamente assente dal Web. Spero che questo piccolo assaggio induca chi e’ incuriosito a comprarsi il malloppo di 676 paginozze che aggiunto agli altri due tomi che compongono la trilogia, “La ragazza che giocava con il fuoco” (754 pagine) e “La regina dei castelli di carta” (857 pagine), fa di questa storia una delle piu’ lunghe che abbia letto senza essere colta dalla noia .
La terza ragione e’ che le sensazioni che mi ha suscitato Lisbeth Salander che si vendica del suo stupratore, anche se in un diverso contesto, sono state risvegliate ieri quando, fra le tante notizie che riguardano il civilissimo paese italico, ho scovato QUESTA. Ebbene, devo sinceramente dire che a certa gente vorrei anche io come Lisbeth tatuare sul loro culo: IO SONO UN FETENTE RAZZISTA E UNO STRONZO CHE NON HA UN BRICIOLO DI UMANITA’.

Lisbeth Salander era stesa sulla pancia, con un braccio sopra di lui. Guardo' il drago che le correva lungo tutta la schiena, dalla scapola destra fino alla natica. Conto' i suoi tatuaggi. A parte il drago sulla schiena e la vespa sul collo, aveva una serpentina intorno a una caviglia, un'altra intorno al bicipite del braccio sinistro, un segno cinese sul fianco e una rosa sulla coscia. A eccezione del drago, i tatuaggi erano piccoli e discreti.

lunedì 22 marzo 2010

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Mi piace

Vuoi sapere che cosa mi piace? Mi piace moltissimo conoscere ed incontrare persone nuove, interessanti, non banali, che possano donarmi qualcosa di diverso. Scoprirle come fossero terre inesplorate e farmi scoprire da loro allo stesso modo. Mi piace iniziare da un foglio bianco e scriverci sopra una storia: una piccola, breve storia. Ho molto successo, sai? Riesco a conquistare un sacco di persone. Pero’, devo essere sincera, mi sono sempre chiesta cosa abbia di cosi’ speciale da piacere in questo modo. Non mi giudico bellissima, non l’ho mai fatto anche perche’, ipercritica soprattutto nei confronti di me stessa, sono sempre stata consapevole dei miei piccoli difetti che con abilita’ so nascondere molto bene. Ma anche oggi che sono ben oltre i trenta, piaccio ancora ad un gran numero di uomini. Mi ronzano intorno, mi riempiono di complimenti. Avviene regolarmente che mi fermino per strada, oppure attacchino discorso se mi trovo da sola in un qualsiasi luogo: in un bar, su un treno, in una hall di un hotel, oppure su una spiaggia. Mi invitano a cena o anche altro… e quando qualcuno mi piace, accetto.

Insomma, mi eccitano le situazioni impreviste, inaspettate, non prestabilite. Anche nel Web mi e’ capitato e mi capita ancor di piu’ da quando ho il blog, di essere contattata, corteggiata, invitata, e se qualcuno mi interessa davvero, e’ ovvio che accetto d’incontrarlo. Non chiedermi su cosa si basa il mio criterio di scelta, quali sono gli elementi che mi fanno dire di si’, non te lo saprei spiegare, ma una cosa e’ certa: e’ essenziale che siano dei perfetti sconosciuti e che di me sappiano poco o niente. Non voglio mettere a rischio la mia vita privata che deve restare fuori da tutto, al sicuro da queste mie piccole e non molto innocenti avventure.

Te lo confesso, sono tantissime le occasioni in cui sono andata a letto con qualcuno per pura trasgressione, senza nessuna implicazione sentimentale, senza dirgli il mio nome e senza chiedere neppure il suo. In questi casi meno si dice e meglio e’, perche’ un rischio esiste e non e’ da sottovalutare: quello di essere poi perseguitata da chi, dopo, per qualche ragione non accetta di rispettare la mia volonta’ di non incontrarlo piu’. Deve essere una volta soltanto, comprendi?… “Einmal ist keinmal”: una volta e’ nessuna volta. Ma c’e’ purtroppo chi questo non lo capisce, o non lo vuol capire...

Ti chiedi perche’ mi espongo al rischio d’incontrare chi non conosco affatto, sconosciuti che potrebbero essere pericolosi o comunque crearmi problemi? Ebbene, quello del mistero e’ un gioco che da sempre mi affascina e se una persona m’interessa, se sento che c’e’ qualcosa da scoprire, che puo’ darmi qualcosa di nuovo, di diverso, che con lei posso scrivere una piccola storia partendo dal foglio bianco, mi e’ difficile resistere e non m’importa di rischiare. Anzi, il rischio forse aggiunge interesse e adrenalina.

In ogni caso, la domanda che mi sono sempre posta non e’ perche’ gli uomini facciano tutti questi tentativi d’abbordaggio, e’ normale, si comportano cosi’ un po’ con tutte, e so che per loro questo modo di fare e’ naturale, istintivo. Quello che mi chiedo, invece, e’ cosa percepiscano in me di tanto interessante. Non lo so… sono curiosa. Forse tu saprai dirmelo. Non penso dipenda solo da qualcosa di fisico. Anche se non dimostro i miei anni, e questo e’ sicuramente un elemento positivo, per il resto credo di essere come tante altre donne. Forse sara’ per via del mio carattere cangiante, mutevole, capriccioso che stuzzica quel senso di competizione di fronte al quale molti non sanno tirarsi indietro, oppure e’ perche’ vedono che non provo vergogna, mi credono disinibita, di facili costumi. Forse questo successo e’ dovuto proprio ai miei comportamenti un po’ sopra le righe, di certo non comuni, ed e’ assai probabile che questo giudizio derivi anche dalla professione che ho esercitato, e che di sicuro stimola fantasie erotiche. Indubbiamente, non lo nego, mi diletto a far sesso con chiunque mi piaccia, uomo o donna che sia; di questo non ne ho mai fatto un mistero, e forse per questo motivo do anche l’impressione d’essere ninfomane, ma non e’ vero. Sono solo una donna libera, senza legami, aperta, senza pregiudizi ed amo vivere la vita cercando di coglierne il gusto piu’ intenso, ricercando le situazioni piu’ stimolanti possibili. Non ci vedo niente di male.

Ricordo uno che ho incontrato di recente. Era in ritardo ed io ho sempre detestato i ritardi. Li considero un insulto alle tacite regole che si stabiliscono quando si decide d’incontrarsi in questo modo. La prima regola e’ la puntualita’ e non rispettarla rappresenta per me l’unica vera trasgressione che considero davvero intollerabile. Decisi pero’ di mettere in secondo piano il mio sentimento negativo, perche’ se mi ci fossi soffermata troppo mi avrebbe mal disposta pregiudicando in partenza l’incontro e la gioia che avrei raggiunto soltanto mantenendo la mente sgombra. Cercai dunque di liberarmi di quella sensazione che mi rendeva insofferente e nervosa.

Lui e’ arrivato dopo dieci minuti. Ha iniziato a scusarsi ed io non sono riuscita a nascondergli una smorfia di disappunto, perche’ la seconda regola e’ non scusarsi mai. Se ci pensi le scuse sono la cosa piu’ inutile ed ipocrita del mondo. Parole su parole che non servono a niente perche’ non aggiustano niente. Non ho mai gradito troppo le parole. L’unico modo per risolvere la situazione quando si capisce di aver sbagliato e’ l’agire, non il parlare. Pero’, ricordo il suo bacio. Non fu male. Anche se aveva infranto le mie regole, quell’uomo possedeva una notevole stima di se stesso. Lo capii subito da come mi teneva la testa. Aveva la mano ferma, il suo abbraccio era caldo, forte, ma non soffocante. Anche in questo l’esperienza e l’abitudine a certe cose mi hanno dato una particolare capacita’ di giudicare la personalita’ di chi incontro, e quell’uomo era forte, deciso, ma era anche prudente.

Mi piacque ed all’inizio mi feci vedere passiva, quasi indifesa. Poi iniziai a giocare alla mia maniera. Lo misi di fronte, con insospettabile audacia, all’intraprendenza delle mie azioni. Confondendolo. Le mie mani da candide ed innocenti divennero rapaci, spregiudicate, abili come quelle di una ladra che scassina una cassaforte. E mi aprii la strada verso il suo sesso. Lo aveva turgido. Mi piaceva massaggiarlo mentre mi baciava. Sfioravo con dita quella superficie liscia, soda, rotonda e gia’ la immaginavo mentre entrava in me. Qualcosa che sarebbe avvenuto, certamente, ma non subito, non prima che mi fossi tolta le mie soddisfazioni.

Molti uomini, quando sono eccitati, concludono quasi subito. Il contatto con il mio corpo e le mie mani che stuzzicano il loro sesso… beh, se assecondati non resistono a lungo. Anche se tentano di trattenersi, arrivano velocemente all’orgasmo. Invece a me piace prolungare, procrastinare, far diventare il tutto infinito. Mi piace osservare fin dove arriva la loro resistenza. Divengo crudele ed inizio a giocare in modo provocatorio: se avverto che stanno per venire mi fermo, mi raffreddo, inizio a parlare d’altro. E poi scambio sguardi in cui non mi faccio vedere sottomessa, ma anzi sono io che faccio capir loro quali sono le mie regole.

Avviene talvolta che ad alcuni il mio comportamento non piaccia e che il pene, pur rimanendo turgido, gli si faccia piu’ piccolo, ed io comprendo la pochezza del loro essere uomini. Cosi’ mi ritraggo, inizio a schernirli, facendo sentir loro evidente l’abissale inferiorita’ rispetto a cio’ che pretendono di essere; perche’ mancano di modestia, di umilta’, di realismo. E li respingo, li invito ad andarsene senza che dopo abbiano il coraggio di ripresentarsi di fronte a me. Invece, con lui non accadde… il suo sesso, invece di farsi piu’ piccolo, s’inturgidi’ ancor di piu’ ed i suoi occhi sostennero il mio sguardo fino in fondo, osando una sfrontatezza che considerai una sfida. Una sfida irrinunciabile alla quale, credimi, non seppi resistere. E questo mi piacque.

C’era un tempo in cui non ero cosi’ esigente e selettiva, ma sono arrivata ad un certo punto in cui ho sentito di meritarmi un minimo di lusso, qualcosa di speciale, non certo quello potevo ricevere dal primo che passava. Uomo o donna, per me non fa differenza, ma questo gia’ lo sai. Anzi, una donna riesce a donare maggior dolcezza, cosa che secondo il momento non mi dispiace, ma c’e’ anche altro, cioe’ se una donna giunge fino a qui, se arriva ad accettare il mio gioco vuol dire che e’ uguale a me. E’ come se mi guardassi in uno specchio e non c’e’ niente di piu’ eccitante che rispecchiarmi in qualcuno quando faccio sesso.

Una donna vera, quindi, perche’ una donna non vera non arriverebbe mai a fare un passo del genere. A meno che non sia in qualche modo convinta da qualcuno che tramite lei vuol arrivare fino a me. Pero’ l’esperienza mi ha resa abbastanza diffidente, e so individuare quando sono presenti elementi estranei, ospiti nascosti che vogliono solo curiosare. Una donna e’ per me un libro aperto. Sono sufficienti pochi gesti: l’esitazione, la freddezza dei comportamenti, la gestualita’ priva di passione, lo sguardo sfuggente che tenta di eludere il mio, sono dettagli evidenti che mi rivelano che non e’ sincera, che finge, ed allora, come il gatto col topo, mi comporto con lei cercando il modo piu’ perfido per smascherarla. La psicologia femminile e’ piu’ complicata di quella maschile, ma e’ soggetta a maggiori tabu’ ed una volta individuato il punto debole di una donna, e’ facile farle assaggiare il gusto amaro dell’umiliazione. Anche senza dire una sola parola. Te l’ho spiegato: cio’ che conta sono le azioni, non serve parlare. I tanti discorsi creano solo equivoci e le parole sono tentativi ingenui per dire quello che troppe volte non pensiamo. E’ il linguaggio del corpo, invece, quello realmente sincero, l’unico che non puo’ mentire, e solo la pratica dei sensi e’ la chiave per varcare certe porte, e chiuderne altre.

Sono contorta, lo so, ma non saprei spiegarti in altro modo. E’ per questo motivo mi piacciono gli incontri occasionali con gli sconosciuti. Perche’ amo il rischio, l’avventura, certo, ma anche mi piace scoprire e farmi scoprire, cosi’, senza troppe parole, in silenzio, solo con il linguaggio del corpo. Mi piace l’incontro con l’ignoto, mi piace l’infinita attesa di cio’ che non conosco, ignara di quello che giungera’ ma che spero sempre possa sorprendermi. E non faccio distinzioni, chiunque arrivi, chiunque ponga termine alla mia interminabile attesa, che in fondo e’ per me la metafora dell’esistenza, e’ benvenuto perche’ quando giungera’, nella forma di un uomo o di una donna, l’assaporero’ nel suo gusto inebriante oppure lo sputero’ disgustata per il suo sapore insipido. Ed e’ in questo modo che vivo, amo, soffro in un eterno girovagare, da vera zingara, senza fermarmi mai.

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“… senza… fermarmi… mai.”
Klára scandi’ le ultime parole sottovoce, digitandole sulla tastiera. Lo faceva sempre quando arrivava alla fine di qualcosa che scriveva. Era il suo modo di rompere la concentrazione, un’abitudine bizzarra mantenuta fin da bambina, quando era impegnata nei compiti che le assegnavano a scuola.
E cosi’ l’articolo era terminato. Raggiungere quella donna e farsi concedere l’intervista non era stato semplice. Aveva dovuto contattarla, entrarci in confidenza e poi far si’ che lei si fidasse al punto di accordarle un appuntamento. Cosa che non era frequente. Fortunatamente conosceva la psicologia femminile ed aveva saputo giocare bene le sue carte. C’erano volute settimane, ma da quelle confidenze ne aveva ricavato un ottimo articolo sul narcisismo.
Quella donna era davvero convinta di essere “unica al mondo”, straordinaria, eccelsa, perfetta. Parlava dei suoi successi e delle sue capacita’ solo per far notare come fossero speciali i suoi problemi e la sua vita. Una continua esibizione di se stessa alla ricerca ossessiva di attenzione e ammirazione da parte di chi aveva la fortuna, o la sfortuna di relazionare con lei. Una donna che non avrebbe sopportato ne’ indifferenza ne’ critiche, ed alle quali avrebbe reagito con altrettanta indifferenza se non, addirittura, con manifestazioni di rabbia. Perche’ a lei non importava niente di nessuno. Gli altri erano li’ solo per essere sfruttati, utilizzati, oppure come anonimi spettatori di fronte ai quali avrebbe potuto esibirsi e farsi vedere importante.
Forse era anche per quell’accentuato narcisismo, che lei non negava e di cui a tratti si compiaceva, che da giovane aveva scelto di fare la prostituta. Una prostituta d’alto bordo, sia chiaro. Non cessava mai di rimarcarlo. E quella sua regola, poi, “einmal ist keinmal”, era solo un meccanismo per evitare di restare incastrata in una contraddizione: innamorarsi di qualcun altro al di fuori di se stessa. Anche se in realta’ chi e’ narcisista non si ama affatto. Anzi, chi e’ narcisista ha un bassissimo concetto di se’, per questo ricerca ossessivamente l’approvazione altrui. La personalita’ magnifica, matura, disponibile verso i sentimenti che viene mostrata, non e’ altro che un bluff, una finzione, perche’ narcisismo vuol dire immaturita’, non saper amare nessuno, neppure se stessi.
Klára si rendeva conto di non essere dissimile da quella donna, sapeva che con lei aveva molto comune. Lo aveva saputo ancor prima d’incontrarla, ma questo non glielo aveva detto, come non le aveva detto moltissime altre cose. In certi casi il parlare non ha alcun valore. Vale solo l’agire.
Spense il lap top, chiuse il coperchio e lo ripose. Piu’ tardi, avrebbe dato una veloce rilettura all’articolo per correggerlo e lo avrebbe inviato in redazione. Poi, sorridendo a mezza bocca, ando’ in cucina a prepararsi un the.

domenica 21 marzo 2010

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Oggi

Oggi a Budapest c’e’ il sole. E’ una bellissima giornata e lo e’ anche il mio umore. Nonostante fuori ci sia la primavera, non ho voglia di uscire. Non mi e’ rimasto molto da scoprire in una citta’ che forse conosco piu’ di ogni altra. Il mio vero desiderio e’ di restarmene qui, in questo tiepido guscio, nel tepore delle coccole, felice.

Erano settimane che lo desideravo. Neppure indossero’ i vestiti. Me ne staro’ comoda e pigra a girovagare seminuda dal letto al computer. Magari con qualche incursione in cucina per preparare il the. E se mi verra’ fame saccheggero’ quel che e’ rimasto nel frigo, perche’ oggi tutto il tempo lo dedichero’ a me stessa e a chi mi sta vicino. Ed avro’ voglia di scrivere, di leggere, di parlare, di ascoltare, di ridere, di piangere… e di fare l’amore.

sabato 20 marzo 2010

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Quattro gatti o pappagalli?

Ovviamente non ero a Roma, ma ci sarei andata volentieri. Dicono che le comparse siano state ricompensate con cento euro ciascuna, e nel mio paese di poveracci questi soldi rappresentano la paga di una settimana di lavoro in fabbrica. Pero', oltre a cio' credo che mi sarei divertita sol anche a vedere la faccia di Silvio mentre dal palco guardava la sua piazza: una piazza come QUESTA. Ma anche per ascoltare dal vivo i quattro gatti pagati per rispondere a comando, come pappagalli, alle sue domande retoriche delle quali, sono certa, in fondo in fondo non fregava una beata fava a nessuno.

Non c'e' molto da dire, le foto parlano da sole. Ho guardato il servizio trasmesso su RaiNews24 (anche qui esiste il satellite) ed ho notato che mai una volta le telecamere hanno inquadrato l'interezza della piazza. Credo sia una situazione penosa quella in cui si trova il premier italico; un delirio viola nel quale, poveretto, e' imprigionato e rischia di perderci la testa. Comunque, non so se ve ne siate accorti, ma il viola e' un colore che inizia a piacermi moltissimo.

* La ragazza con la maglietta viola nella foto non sono io.

giovedì 18 marzo 2010

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Ma la "munnizza" non era sparita?

Non hanno speso nulla per creare il set per il servizio fotografico. E' stata l'immondizia per le strade di Palermo, nel sud Italia, a servire da sfondo per le loro foto, ed e' in questo modo che la fotografa Matilde Incorpora, la stilista Francesca Catania e la top model Matilde Caruso, hanno realizzato il reportage fotografico "Aziza Munniza" per denunciare i problemi ambientali di Palermo e di altre citta' italiane. "Aziza" e' il nome dato dagli arabi a Palermo nel 827 d.C. e "munnizza" significa spazzatura in dialetto siciliano. Nel paese guidato dalla coalizione di centro-destra guidata da Silvio Berlusconi, uno degli uomini piu' ricchi del mondo, magnate delle televisioni private e presidente della squadra di calcio Milan, fra pochi giorni i cittadini saranno chiamati alle urne per eleggere i governi regionali, ma il voto assumera' quasi sicuramente una forte valenza politica che potrebbe condizionare anche le sorti del governo nazionale.

Questo articolo e' apparso su Népszabadság, un prestigioso quotidiano ungherese, e presumo non sia la sola testata in Europa che ne abbia parlato. Mi chiedo: ma la "munnizza" non era sparita? Non era, quello di Berlusconi, il "governo del fare"? Bertolaso non aveva risolto tutto? Ma non era anche sulla "munnizza" che era caduto il governo Prodi? Forse e' per questo motivo che i nano desidera che alla TV non si parli dei veri problemi italici, e che quindi ai programmi d'informazione venga messo il bavaglio.

mercoledì 17 marzo 2010

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Nővérek

- Ragazze! Dopodomani dovremo andar via da qui e sparpagliarci in mille direzioni! Questi tre anni della nostra vita rimarranno qui, moriranno: non li recupereremo mai piu'. Ma riuscite a pensarci, ragazze?... Qui siamo state giovani.


L’ampia camicia da notte ricamata le scivolo' al di sopra del gomito. Riusciva a vedere soltanto il bianco perlaceo del suo braccio e il barlume di alcuni oggetti chiari sparsi nei posti ultra abituali della stanza. “Accadeva nelle notti d’inverno quando la brace della stufa a carbone illuminava i sopramobili di porcellana e le camicette gettate sopra le sedie, colorandoli di rosa, la serranda era chiusa, ciascuna delle ragazze aveva le coperte tirate fin sulle orecchie, e Klári con la sua lunga sciarpa grigia di cotone avvolta al collo ci preparava il the. Ssst! Anche in questo c’era l’eccitazione del proibito, il prendersi gioco delle regole, e cosa che ci piaceva un mondo, il tutto avveniva in modo assolutamente infantile. E Mária bisbigliava a mezza voce alcuni versi in inglese dal Ragazzo del roseto...”


“Com’era carino e simpatico tutto questo” penso' commuovendosi fino alle lacrime e le vennero alla mente un’infinita' di cose: “Dove sei stato per cosi' lungo tempo, ragazzo del roseto? Stavo nella stalla, mamma, tu anima triste! M’aspetti ancora per la sera, ma io non faccio ritorno!...” oppure i discorsi sconnessi e affannati, i pianti profondi e intensi che in modo inconsapevole, involontario ed immotivato singhiozzavano li' durante le grandiose sere di primavera, quando la luna piena brillava sopra il giardino spoglio e profumavano ancora infreddoliti i germogli sugli alberi, e sbocciavano i fiori di lilla' e dei tigli.


– Ve lo ricordate, ragazze? Una volta ce ne stavamo proprio qui, sara' stato aprile dell’anno scorso, e Mária venne in mezzo a noi che era pallida da morire, se ne stava immobile sotto il fascio di luce della luna, e tremava. “Ero in sala pianoforte – ci disse – seduta alla finestra e stavo pensando in modo molto intenso, ad occhi chiusi, a qualcosa. Ad un certo punto ho sentito uno sparo, era molto vicino, e giu' nella piazzetta, proprio sotto di me, un po’ più dalla parte interna, un uomo e' caduto riverso su una panchina.


Ho visto... il sangue che gli sgorgava dalla tempia... Aveva indosso un vestito elegante, le braccia gli penzolavano per terra. Sbucando dalla strada un poliziotto si e' precipitato sul posto, si e' chinato sull’uomo e l’ha osservato, e ha preso a soffiare a lungo nel fischietto per chiamare il collega...” Vi ricordate? Mária ci disse che proprio in quell’attimo stava pensando a qualcosa, era un pensiero meraviglioso, forte, stupendo, e che una cosa cosi' non la si poteva dimenticare...


– Dio mio! Certo, ora la pensiamo cosi'. Ma quante cose ci dovranno ancora accadere!


– Non so, Klári, credo che queste cose rimangano comunque importanti: le piu' importanti. Proprio perche' ancora noi ne siamo fuori...


– Ehi, tutta la nostra vita qua “dentro” non era che un gioco!... come tutto il resto. Ora ve lo posso dire: in segreto tutto questo molte volte lo sentivo. Giocavamo con le cose, con le esperienze, coi sospiri, con la tristezza: minuscole storielle inventate da noi. Se qualcosa di vero c’era dietro di esse, forse era di quel tipo di cui non ne avremmo mai parlato. Io per qualche attimo, da dentro, talvolta ne ridevo. Bambinate...


– Ma dai, piantala! Non mi stare a fare la persona di buon senso, Klári! Tanto ne avremo tempo per tutta la vita! Piuttosto, magari ci riuscisse un giorno di piangere ancora cosi' tutte insieme! Dopodomani, alla fine delle lezioni, la campanella suonera' per noi ancora una volta, per l’ultima volta... drin!... e allora comincera' la realta'.

(Margit Kaffka - Mária évei)

Da leggere assolutamente! Lo trovate QUI


Margit Kaffka (1880-1918), nata a Nagykároly (Carei, oggi in Romania), e' la piu' importante scrittrice ungherese del primo Novecento, vissuta a cavallo fra il XIX e il XX secolo. A dispetto delle sue origini sociali “tradizionaliste” (era figlia di un procuratore generale del regno d’Ungheria e di una nobildonna discendente da un’antica famiglia nobiliare magiara), Margit Kaffka fu fortemente anticonformista rispetto ai tempi e antesignana del movimento di emancipazione della donna in Ungheria, a cui prese parte attivamente, combattendo anche con la penna le battaglie femministe, come testimoniano i suoi romanzi, i suoi racconti e le sue liriche. Dopo aver lasciato la città di Miskolc, annoiata dalla vita provinciale, che le stava troppo stretta, nel 1907 si trasferì a Budapest, dove, dopo il fallimento del primo matrimonio, si risposò nel 1914 con Ervin Bauer, noto biologo e giornalista, un uomo di scienza dalle grandi capacità intellettuali (fratello del più noto, anche a livello internazionale, Béla Balázs, fondatore dell’estetica del cinema), che ne seppe apprezzare e condividere le inclinazioni letterarie e che la scrittrice amo' intensamente fino alla propria precoce morte. Margit Kaffka frequento' gli ambienti intellettuali più avanzati e progressisti della Budapest d’inizio Novecento, un’epoca d’oro per la cultura e, in particolare, per la letteratura ungherese e fu di casa nella cerchia degli scrittori di rilievo ruotanti intorno all’importante rivista letteraria Nyugat (Occidente), fondata nel 1908, rompighiaccio e punto di passaggio fondamentale dalla vecchia, stantia e conservatrice letteratura ungherese di fine Ottocento verso la moderna cultura occidentale europea. Il suo piu' grande estimatore fu il notissimo poeta e pubblicista Endre Ady, al quale fu legata da un’affettuosa amicizia. Oltre all’attivita' di scrittrice, Margit Kaffka, non smise mai di svolgere quella di insegnante, realizzando anche importanti testi scolastici e di pedagogia, rivendicando sempre il diritto delle donne a svolgere, con il lavoro, un ruolo nella societa' civile.

lunedì 15 marzo 2010

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Alice e il the

Il the e’ il mio modo per ritrovare una dimensione di pace e di tranquillita’, soprattutto dopo un diverbio, uno screzio, una discussione animata. E’ molto difficile che io mi agiti. In passato, quando ero molto piu’ giovane (adesso sono vecchissima), ero maggiormente propensa ad affrontare le questioni estremizzando i comportamenti: odiavo o amavo totalmente, con tutta me stessa. Ma sono cose che accadono, appunto, quando siamo ragazzine e forse anche un po’ piu’ in la’ con l’eta’, ma ad un certo punto la vita ci insegna che certi estremi non fanno piu’ parte di noi, sono anacronistici e completamente estranei al nostro sentire.

E’ quello che e’ accaduto anche a me. Non ricordo esattamente quando abbia iniziato a mutare e se oltre all’eta’ abbia avuto la sua influenza anche qualche relazione importante con chi, con il giusto modo, ha saputo farmi capire alla fine che la calma era davvero la virtu’ dei forti; pero’ adesso non riesco piu’ ad arrabbiarmi come una volta. Sempre piu’ spesso sulle labbra mi compare la smorfia dell’ironia. Peccato che nel Web tutto cio’ non sia visibile.

Ma a volte mi capita di trovarmi in situazioni in cui posso avere uno scontro con chi, dall’altra parte, per responsabilita’ mia oppure sua questo non ha importanza, alla fine mi detesta, ed anche io per corrispondenza di non amorosi sensi, considero antipatica. Ed e’ qui che entra in ballo il the. E’ inutile ricordare a chi gia’ un po’ mi conosce che di the ne bevo una quantita’ inimmaginabile. Si puo’ dire che mi disseti esclusivamente con il the, e di questo, secondo i momenti della giornata, ne preparo vari tipi. Ma quello che preferisco piu’ di tutti e’ una miscela composta per meta’ di Dejoo e per meta’ di Raidang, che sono due tipi di Assam. Ovviamente, nel piccolo paese dove abito non riesco a trovarli, ma ogni qual volta mi reco in una grande citta’ ne faccio rifornimento. Ho una mappa sempre aggiornata su dove si trovano i negozi di the piu’ specializzati.

Dicevamo?
Ah si’… il the. Ecco, credo che abbia delle incredibili proprieta’ riconcilianti. Offrire una tazza di the per me ha un significato di “offerta di pace e di dialogo”, mentre dall’altra parte accettarla significa accogliere quell’offerta. E’ ovvio che non e’ l’unico significato che ha. Molto spesso lo offro agli amici e alle amiche cosi’, per accompagnare la conversazione e, perche’ no, anche per sentirmi piu’ in sintonia con qualche amante, occasionale o meno, quando capita. Mi e' accaduto piu’ di una volta di convincere, chi proprio del the non ne voleva sapere assolutamente nulla, di provare a berlo e devo dire che non c’e’ una volta in cui non sia riuscita nello scopo, creando piu’ di un estimatore di tale bevanda.

Se si pensa al the non si puo’ fare a meno di pensare al Cappellaio Matto, uno dei personaggi piu’ affascinanti di Lewis Carroll. Un po’ squilibrato, ossessionato dal Tempo e dal the, dapprima scaccia Alice e poi cerca di farla conversare punzecchiandola con osservazioni personali e domande trabocchetto. E con questa affermazione mi sono definitivamente giocata l’immagine di persona pacata e responsabile che ho cercato di dare fin dall’inizio del post. Ma forse non sono sempre e soltanto “Cappellaio”. A volte e’ possibile che sia anche Alice.

venerdì 12 marzo 2010

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Blog, ultima frontiera

Oggi qui nevica e fa freddo. In fondo non mi dispiace. Sono rintanata in casa, al calduccio, con il mio the e tutto quanto l'occorrente per sopravvivere davanti allo schermo, volendo, fino alla fine dell'inverno ed anche oltre. Posso quindi permettermi di andare in giro per Internet e leggere i vari blog che, di volta in volta, mi vengono segnalati dagli amici e dalle amiche che scrivono anche qui, nel mio.

Eccovi dunque i viaggi di Chiara di Notte durante la sua missione saltuaria nel mare del Web, diretta all'esplorazione di nuovi blog, alla ricerca di altre forme di pensiero, fino ad arrivare la' dove nessuna blogger e' mai giunta prima.

E' cosi' che riesco ad individuare delle autentiche perle. Oggi vorrei segnalare il blog di Agnese. Leggetelo attentamente in ogni sua parte, post e commenti compresi (e' abbastanza nuovo e non ci sono molti post, per cui lo farete velocemente) e ditemi cosa ne pensate. Soprattuto vi consiglio di mettere a fuoco quello che scrive Harry Haller, la persona che, anonimamente e disgiuntamente dalla proprietaria del blog (pare), collabora alla stesura di alcuni racconti e piccoli pezzi di poesia. Io trovo il tutto interessantissimo.

giovedì 11 marzo 2010

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Primo amore

Ti detestavo. Ti detestavo allo stesso modo in cui ti avevo voluto bene. Intensamente. Eri stato il mio primo ragazzo. Il mio primo amore. Mi ero illusa… mi avevi illusa, oppure mi ero lasciata illudere. Sapevo che era tutta colpa mia, maledizione, lo sapevo Si puo’ dire che fossi giovane, ingenua, e tu un bugiardo, il piu’ bugiardo di tutti, uno che riusciva ad incantare le ragazze con i discorsi, ma quella cosa non ero mai riuscita a perdonarmela. Caderci come una cretina… e soffrire.

Ricordo bene quella sera in cui ti vidi con un’altra. Tu sempre il solito, bello, strafottente, sicuro di te e dei tuoi privilegi. Tuo padre occupava una posizione di rilievo nel Partito e poteva permettersi di darti tutto il meglio che in quel momento era consentito: buoni studi, una vita agiata, un po’ di soldi ed un appartamento per portarci le ragazze…

Si’, le ragazze, e quella sera ne esibivi una nuova, come avevi esibito anche me. Era una biondina con un corpo che non passava inosservato, ma insignificante; un’oca giuliva che ti guardava con occhi estasiati. Un tipo talmente diverso da me che mi chiesi come potesse piacerti. In seguito avrei capito che per chi nasce fortunato, la varieta’ e’ qualcosa di pregiato e ricercato. La biondina, pero’, ancora non sapeva la fine che avrebbe fatto, quasi di sicuro simile alla mia, mentre io, scema, ancora m’illudevo…

- Chi e’ quella? - ti chiesi, e tu con l’aria di chi sa prendere in giro rispondesti - E' mia cugina.

Tua cugina... ti vidi stare con lei tutta la sera e poi, quando ve ne andaste insieme, avesti anche la compiacenza di avvertirmi che quella notte ci avresti dormito con “tua cugina”. Il cinismo era il valore aggiunto alla cattiveria che dava il sapore alle tue avventure. Ti nutrivi di esso e quella sera me ne resi conto. Poi, a casa, mi ubriacai. Non lo avevo mai fatto prima. Mi scolai un’intera bottiglia di whisky fino a star male, fino a vomitare l’anima, e da quella volta di quel liquore non ne ho piu’ potuto sentire neppure l’odore. Un odore di lacrime miste di alcol e di vomito che mi rimase appiccicato addosso per giorni, per settimane, per mesi. E forse non me ne sono mai liberata del tutto. Un odore che risentii pungente nel naso dopo anni, quando ormai il mondo in cui ero cresciuta si era sgretolato insieme a quel muro a Berlino, quando ormai i privilegi si erano dissolti, sciolti nell’acido delle certezze infrante e delle utopie mai realizzate, quando ormai le uniche cose che davvero contavano erano la spregiudicatezza, i soldi e la consapevolezza di poterne guadagnare abbastanza da permettermi tutto cio’ che non avevo mai avuto. Quando ti rividi…

Non eri con tua cugina. La tipa con te era una mediocre ragazza, neanche tanto bella, vestita in modo dimesso, truccata male, con i capelli di un colore improbabile e cotonati come andava di moda per chi, ovviamente, non poteva permettersi di piu’. Stavate entrambi seduti ad un tavolo nel posto piu’ brutto di tutto il ristorante; uno di quei tavoli che di solito venivano dati ormai solo ai figli degli ex burocrati del Partito che ancora, saltuariamente, potevano permettersi di invitare qualche ragazza mediocre a cena: vicino all’entrata, appena sotto alle scale che portavano al salone superiore, quello riservato ai clienti importanti.

Anche tu mi vedesti. I tuoi occhi brillarono di una strana luce quando ti passai accanto lasciandomi dietro la brezza di un profumo da cento dollari, ed il cameriere piegato con fare ossequioso ci accompagnava, me ed il cliente con cui ero, su per le scale, al miglior tavolo. La ragazza con i capelli cotonati non si accorse di niente, anche lei intenta a guardarmi, mentre con quel corto tubino di lame’ che mi fasciava, facevo voltare gli sguardi di tutto il locale.

Il cliente lo conoscevo da tempo. Era un uomo d’affari, generoso e neppure tanto male fisicamente che quando arrivava in citta’ chiedeva che gli riservassi tutto il mio tempo. Di solito ci passavo due o tre giorni in cui mi riempiva di regali e di attenzioni. Per quell’occasione mi aveva comprato quel vestito ed aveva anche pagato per la preparazione: capelli, unghie, pulizia del viso, trucco. Avevo trascorso tutto il pomeriggio dall’estetista, cosi’ da apparire bellissima come lui desiderava. Non ero la sola quella sera insieme ad un uomo che pagava per avere compagnia, ed il mio cliente era particolarmente orgoglioso di avere sia il tavolo migliore che la ragazza piu’ ammirata.

Quando mi recai in bagno, sapevo che sarei passata di nuovo davanti a te, e lo feci con un leggero sadismo, mostrandoti il cigno in cui mi ero trasformata. Ormai ero abituata ad attirare gli sguardi degli uomini. Avevo imparato bene come muovermi, camminare, atteggiare la postura e lo sguardo in modo che fosse difficile non notarmi. Cio’ che non mi attendevo, invece, era di trovarti di fronte quando uscii dal bagno. Mi sbarrasti il passo con aria spavalda.

- Chi e’ quell'uomo? –
mi chiedesti bruscamente - Che cosa ti sei messa a fare?

Il solito atteggiamento di chi era sempre stato abituato a possedere tutto, anche cio’ che non era suo, e che non aveva ancora capito che quei tempi erano finiti. Per un attimo ebbi l’impulso di evitarti, ignorandoti, ma non seppi resistere. Ti guardai con occhi freddi e risposi con aria beffarda.

- E’ mio cugino!


Sentii l’adrenalina fluirmi dentro. Capii che era stato il destino a portarmi in quel luogo quella sera. Ero riuscita a dirti quello che per anni avevo tenuto dentro, compresso, e che avevo condensato in tre parole. Una resa dei conti come nella migliore tradizione dei romanzi, un epilogo che non mi sarei mai attesa di poter vivere. Feci per aggirarti, soddisfatta ed appagata, ma mi bloccasti afferrandomi per un braccio. Avrei voluto affondarti la faccia in tutto quel vomito di quella notte, ma non mi divincolai.

- Lasciami andare - sibilai fulminandoti con lo sguardo - lasciami se non vuoi che chiami aiuto. - Ma non mi ascoltasti, e tenendomi stretta mi strattonasti in disparte.

- Ti sei messa a fare la puttana? - parlavi sottovoce ma avresti voluto gridare - La puttana per loro? Ti fai comprare dai loro soldi? Arrivano qui e ci comprano tutto?

I tuoi occhi fiammeggiavano di rabbia. Non ti rendevi conto che il mondo non era piu’ come lo avevi conosciuto. Tutto era cambiato, e non c’era piu’ nulla da vendere perche’ ormai tutto era gia’ stato venduto. Anche se eri uno stronzo, eri rimasto un idealista dentro… o forse eri solo dilaniato dalla gelosia. Oppure eri semplicemente un idealista stronzo e geloso.

- Ho detto di lasciarmi, mi fai male!


Mi divincolai con forza costringendoti a mollare la presa, e tu rimanesti li’, ad attendere che dicessi qualcosa per rassicurarti, che inventassi anche una bugia piuttosto che confermarti quello che era palese. Invece, continuai a sfidarti; sapevo che in quel momento ero io la piu’ forte e tenevo la tua anima saldamente stretta dentro il mio pugno.

- La ragazza chi e’? E’ tua moglie? - il sorriso sulla mia faccia divenne una smorfia di scherno - Carina… insomma… certo che quei capelli potrebbe tenerli meglio…
- E’ un’amica, e lei certamente non si vende…
- E’ chiaro che non si vende. Chi la comprerebbe mai? Le hai regalato tu quel vestito? Lo hai preso dal guardaroba di tua madre?
- Sei solo una troia… quando ti ho conosciuta credevo fossi una ragazza onesta, ma i soldi hanno corrotto anche te. Mi fai pena.
- Invece a me fai pena tu… mi fate pena voi due, guardatevi… in un sottoscala. Che effetto ti fa osservare il mondo dal basso? Dimmelo! Non e’ una sensazione piacevole, vero? E dimmi... -
incalzai - sei certo di non avere niente di cui vergognarti? Sei certo di essere cosi’ onesto e puro?

La tua espressione muto'. Divenne triste, rassegnata. Non provasti neppure a farfugliare qualcosa. Semplicemente tacesti.

- Devo andare adesso - conclusi assaggiando il sapore di quella vittoria, amaro, ma sentendomi finalmente libera dal disgusto che per troppo tempo mi aveva intrappolata - se mi vengono a cercare e ci vedono cosi’, dovro’ dire che mi stavi importunando e non farai una bella figura. Tornatene da miss capelli di fata che sara’ in ansia per la tua prolungata assenza. La ragazza onesta che conoscevi, se mai lo e’ stata, e’ morta. Dimenticala.

Pero’ non mi dimenticasti. Qualche giorno dopo il telefono squillo’. Quando sentii la tua voce riattaccai. Forse avevi tenuto il mio numero, forse lo avevi rintracciato in qualche modo. Da quel momento non risposi piu’. Per giorni il telefono continuo’ a squillare, invano. Sapevo che eri tu. Poi partii, per sempre, cercando di dimenticare. Ma il primo amore e’ impossibile da dimenticare.

mercoledì 10 marzo 2010

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Certi sintomi bisogna saperli riconoscere

Ma qualcuno ci sta seriamente pensando a prendersi cura di lui, oppure lo si vuol lasciare in balia di se stesso? Guardate che le cose potrebbero diventare preoccupanti, e non mi si venga a dire un domani che non vi avevo avvertiti. E poi, lo ha detto anche chi lo ha conosciuto intimamente per circa vent'anni: quell'uomo e' malato, non sta bene. E si vede, aggiungo io.

Scusate se qui mi azzardo a dare la mia umile impressione. Sono solo una contadina magiara, nella vita non ho avuto modo di istruirmi, ma certi sintomi so riconoscerli. Guardate i video, osservate con attenzione lo sguardo, l'espressione del volto, il modo che ha di scandire le frasi, le smorfie labiali, il gesticolare delle mani. Ma non c'e' qualcuno del mestiere? Un medico, uno psicologo, uno psichiatra che conosce quali possono essere i sintomi rivelatori di una nevrosi, se non addirittura di una psicosi dovuta al crollo dei sondaggi? Non sarebbe il caso di provvedere a fare dei seri accertamenti clinici? Prima che sia troppo tardi che' secondo me la situazione rischia davvero di diventare brutta.

Immaginatevi per un attimo se su un aereo, mentre e' in volo e con un motore che sta prendendo fuoco, il comandante uscisse dalla cabina di pilotaggio e con quella faccia iniziasse a guardare i passeggeri in modo strano, usando quei modi... e farneticasse indicando tutti i passeggeri seduti nelle file di sinistra come pericolosi terroristi che vogliono far esplodere l'aereo, invitando percio' i passeggeri seduti nelle file di destra ad intervenire per immobilizzarli.

Non so, ma con un pilota di tal genere io tanto tranquilla non sarei. Comunque, su quell'aereo ci siete voi, ed e' un aereo che a quanto pare vi piace perche' ogni tanto volete salirci sopra...
Buon volo!

lunedì 8 marzo 2010

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Международный Женский День

L’8 marzo e’ la Giornata internazionale della donna. Nemzetközi nőnap in lingua magiara. Ma se quasi dappertutto e’ considerata una semplice ricorrenza, in Russia ed in ogni altra Repubblica ex sovietica, esclusa la sola Georgia mi pare, oggi e’ invece festa nazionale.

Sebbene per i russi la primavera inizi ai primi di marzo, a Mosca, generalmente, in questo periodo c’e’ ancora la neve e niente fa pensare al gradevole tepore al quale sono abituati i popoli mediterranei. Eppure, nonostante il clima rigido, l’8 marzo in Russia ha un fascino tutto particolare. In nessun altro posto al mondo potete vedere cosi’ tanti uomini sbucare da ogni angolo con in mano un piccolo regalo o un mazzo di fiori per le loro donne, siano esse madri, sorelle, figlie, mogli, nonne, fidanzate, colleghe; ed i fiori e i regali vengono offerti loro come segno di sincera gratitudine per tutto cio' che esse rappresentano.

Tutto cio’ ha origine nel secolo scorso a San Pietroburgo, quando nel 1917, l’8 marzo appunto (era il 23 febbraio secondo il calendario giuliano allora in vigore in Russia), le donne guidarono una grande manifestazione di protesta per rivendicare la fine della guerra. Una manifestazione cui ne seguirono altre che portarono poi alle rivolte ed al crollo dello Zar. E’ per questo motivo che l’8 marzo e’ rimasto nella Storia: perche’ indica l’inizio della Rivoluzione di febbraio. Nel 1921 tale data fu fissata dal Partito come Giornata internazionale dell'operaia, ed in seguito fu citata da Lenin in un suo articolo come Giornata internazionale della donna, in quanto parte attiva importante nelle lotte sociali e nel rovesciamento dello zarismo. E’ dunque cosi’ che e nato l’8 marzo e non, come afferma la versione occidentale frutto degli anni della guerra fredda, a causa della morte di centinaia di operaie in un rogo di una fabbrica a New York. Episodio che avvenne, certo, ma non l’8 marzo, bensi’ il 25 marzo del 1911.

Anche se oggi appartiene a tutti, l’8 marzo e’ principalmente una festa della Russia sovietica dedicata all’emancipazione della donna ed al riconoscimento di una sua pari dignita’ rispetto a quella dell’uomo. Ed e’ Anna Louise Strong, scrittrice e giornalista americana animata dagli stessi principi dei suoi connazionali John Reed e Edgar Snow che con bellissime parole, nel suo libro “L’era di Stalin”, ci offre uno spaccato di una realta’ che oggi, a molti potrebbe apparire persino utopistica, ma che rende chiara l’idea del perche’ sono da sempre convinta che una societa’ collettivista in cui non esistono differenze fra uomo e donna, tanto piu’ si addice alla condizione femminile, tanto piu’ sara’ osteggiata da chi, chiuso nel suo gretto egoismo e nell’ignoranza, ritiene che le donne debbano essere solo merce di scambio, uteri per procreare, oppure oggetti dedicati alla sola soddisfazione sessuale dell’uomo.

In tutte le parti dell’Unione Sovietica il mutamento della condizione della donna fu uno dei cambiamenti piu’ importanti della vita sociale. La rivoluzione diede alla donna l’eguaglianza legale e politica: a questa l’industrializzazione forni’ la base economica nell’eguaglianza del salario. Ma in ogni villaggio erano ancora vive le abitudini durate per secoli, e le donne dovettero lottare contro il loro potere. Di un villaggio siberiano, ad esempio, si seppe che, dopo che le fattorie collettive ebbero dato alle donne un salario indipendente, le spose "scioperarono" contro il venerando costume patriarcale di picchiare le mogli e lo spezzarono in una settimana.

"La prima donna eletta dal Soviet del nostro villaggio si prese gli scherni di tutti gli uomini - mi raccontava una presidente contadina. - Ma all’elezione successiva eleggemmo sei donne e adesso tocca a noi ridere". In Siberia, nel 1928, incontrai venti di queste donne presidenti di Soviet sul treno per Mosca, dove andavano a partecipare a un congresso femminile: la maggior parte di esse viaggiava in treno per la prima volta, e una sola era gia’ stata fuori dalla Siberia nella vita. Erano state invitate a Mosca a "consigliare il Governo" sulle esigenze delle donne: i loro direttivi le avevano elette, e adesso andavano.

La lotta piu’ dura per la liberta’ della donna fu quella che si svolse nell’Asia centrale. Qui, le donne erano semplici oggetti di proprieta’: vendute giovanissime per il matrimonio, non apparivano piu’ in pubblico, da quel momento, senza l’orribile paranja, un lungo velo nero tessuto di crine di cavallo, che copriva tutto il volto ostacolando la vista e la respirazione. Per tradizione i mariti avevano il diritto di uccidere la moglie che si fosse tolta il velo e i mullah - i preti musulmani - sostenevano questa tradizione con l’aiuto della religione. Donne russe portarono un primo messaggio di liberta’ in queste tenebre: nei nidi d’infanzia le donne indigene impararono a togliersi il velo in presenza l’una dell’altra e a discutere i diritti delle donne e i mali del velo. Il partito comunista fece pressione sui suoi membri perche’ permettessero alle loro mogli di togliere il velo.

Quando visitai Tashkent per la prima volta, nel 1928, una Conferenza di donne comuniste annuncio’: "Nei villaggi arretrati delle campagne la nostre compagne vengono violentate, torturate e uccise. Ma questo sara’ un anno storico per i nostri paesi: l’anno in cui la faranno finita con l’orribile velo". Questa risoluzione veniva lanciata proprio mentre alcuni eventi tragici ne sottolineavano la portata. Il corpo di una ragazza, studentessa a Tashkent, che aveva voluto dedicare le sue vacanze al lavoro di agitazione per i diritti delle donne nel suo villaggio natio, fu rimandato a pezzi alla scuola, su un vecchio carro recante la scritta: "Questo e’ per la vostra liberta’ delle donne". Un’altra donna, che aveva rifiutato le attenzioni di un proprietario terriero e sposato un contadino comunista, fu assalita da una banda di diciotto uomini sobillati dal signorotto: la violentarono, mentre era all’ottavo mese di gravidanza, e gettarono il suo corpo nel fiume.

Vi furono poesie, scritte dalle donne, che esprimevano la loro battaglia. Per Zulfia Kahan, una combattente per la liberta’ delle donne che fu arsa viva da un mullah, le donne del suo villaggio composero un canto di dolore:

O donna, la tua lotta per la liberta’ non sara’
dimenticata in questo mondo.
Il tuo fuoco: non pensino che ti abbia consumata!
La fiamma in cui ti hanno arsa
e’ una fiaccola nelle nostre mani.

Buchara, la "città santa", era la citta’ di questa ortodossia d’oppressione. Qui, nella "città santa" fu organizzata una drammatica azione collettiva di getto del velo. Verso l’8 marzo, giornata internazionale della donna, corse voce che "qualcosa di spettacolare sarebbe accaduto": in quel giorno, comizi di massa di donne furono tenuti in diversi luoghi della citta’ e le oratrici chiesero all’uditorio che "si levassero il velo tutte insieme". Allora le donne passarono davanti al palco: giunte davanti al podio, gettarono il velo e poi, tutte insieme, andarono a sfilare per le strade. Erano state erette delle tribune per i dirigenti e i membri del Governo, che salutavano la sfilata. Alcune donne uscirono dalle loro case, si unirono alla sfilata e gettarono il velo davanti alle tribune. Cosi’ fu rotta la tradizione del velo nella citta’ santa di Buchara.

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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