mercoledì 30 dicembre 2009

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Bisessuale e’ bella

Angelina, Charlize, Megan, tre donne che oltre ad essere bellissime attrici, hanno in comune una cosa: dicono di sentirsi attratte sia dagli uomini che dalle donne. Angelina Jolie, ad esempio, nonostante sia la moglie di quel figaccione di Brad Pitt, nel passato ha avuto una relazione con la modella giapponese Jenny Shimizu, la quale raccontando di lei ha dichiarato: "Angelina e’ una fantastica amante. Tra noi non e’ mai finita. E non finira’ mai. Il nostro rapporto va oltre il sesso. Per lei il corpo femminile e’ come una droga”.


Poi c’e’ Charlize Theron che, per raccogliere fondi in beneficenza, ha “venduto” un suo bacio ad una donna che lo ha pagato ben 140.000 dollari e che invece di farlo durare solo 7 secondi, com’era stabilito, e’ rimasta a farsi baciare con gusto per circa mezzo minuto, ed alla fine ha detto: “Il mio ragazzo non e’ qui stasera e allora…”


Per non parlare di Megan Fox che, manifestando piu’ volte di essere bisessuale, ha dichiarato: “Penso che le persone siano nate tutte bisex e che scelgano nel loro subconscio basandosi sulle pressioni che ricevono dalla societa’. Non ho nessuna domanda nella mia mente riguardo al fatto di essere bisessuale, e’ cosi’ e basta. Posso pensare senza problemi di avere una relazione con una ragazza”. Fra l’altro sta diventando un cult la scena del bacio saffico nel suo nuovo film, “Jennifer’s Body”, in cui e’ il regista stesso a confermare che la Fox in quel momento non stava affatto recitando.


Sono modi diversi di vivere la bisessualita'. Per chi e’ bisessuale, infatti, il livello di attrazione nei confronti di soggetti di sesso maschile o femminile puo’ non essere esattamente lo stesso, cioe’ potrebbe essere sbilanciato verso l’una o l’altra parte, anche a seconda del periodo vissuto e degli incontri avuti, perche' ci si sente attratte/i dalle persone in quanto tali, a prescindere dal genere sessuale cui esse appartengono. Anche se non e’ detto che poi nella realta’ si vadano effettivamente a stabilire delle relazioni.

Puo’ infatti accadere che molte persone, anche se provano attrazione e sentono di avere fantasie erotiche nei confronti di entrambi i sessi, non passino mai all’atto, e rimangano fedeli alla scelta fatta, eterosessuale o omosessuale. Allo stesso modo, c’e’ anche chi, pur avendo rapporti con soggetti di entrambi i sessi, non si considera bisessuale.

Io credo sinceramente che l’orientamento sessuale, cosi’ come lo e’ la vita stessa, sia qualcosa di dinamico, che si modifica nel corso del tempo, per cui un periodo di bisessualita’ potrebbe rappresentare una fase di confusione e d’incertezza che si risolve definitivamente nel breve periodo, oppure potrebbe rappresentare un momento di cambiamento importante nella vita di una persona o, addirittura, in alcuni casi, un periodo di transizione che porta definitivamente verso l’omosessualita’ .

Ma bisessuali si nasce o si diventa? Su questo tema il dibattito e’ accesissimo e non credo di essere io quella in grado di poterlo stabilire. Almeno non oggi. Oggi prendo solo atto che le attrici bisessuali e omosessuali sono anche quelle che, come rivela un’analisi effettuata dall'universita’ di Maryland sulle cento attrici piu’ pagate di Hollywood, ricevono compensi piu' alti rispetto alle loro colleghe eterosessuali. In cima alla classifica c’e’ Angelina Jolie, seguita dall'ex signora Pitt Jennifer Aniston. E questo la dice lunga anche su come Brad abbia una discreta predisposizione per un certo tipo di donna.

Adesso pero' facciamo un gioco: se credete di conoscermi un po’, vediamo se riuscite ad individuare a quale delle tre, Angelina, Charlize o Megan, farei volentieri le coccole la notte dell’ultimo dell’anno. E voi a chi le fareste?

domenica 27 dicembre 2009

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Il seminatore

In questo periodo in cui si discute tanto di “seme dell’odio” e di chi lo genera, facendo una ricerca nel web ho scovato questo libro che parla di ingiustizia, di odio, di vendetta e di zingari. Vi pare dunque possibile che una come me potesse mai farselo sfuggire? Ho deciso quindi di regalarmelo; mi e’ arrivato in tre giorni ed in due l’ho divorato. Adesso avrei desiderio che anche le mie sorelle lo leggessero, ma a parte Karolin ed altre due ragazze che lo parlano un po', qui l’italiano non e’ che sia molto conosciuto. Pertanto, secondo l’abitudine che abbiamo, nelle serate in cui ci riuniremo davanti ad una buona torta e ad un bicchiere di aszu', tocchera’ a me raccontare la drammatica storia di Lubo.

"Gli zingari sono sempre stati un problema. Ma siccome Lubo Reinhardt era uno zingaro, a lui interessavano poco i problemi degli altri. Aveva i suoi, di problemi. E gli davano fastidio. A Lubo piaceva suonare la chitarra, stare con gli amici e i parenti, spostarsi spesso col suo carro. Gli piacevano la moglie e i figli. Gli dava gusto anche lavorare, perche’ no, battere il rame col suo martello: vedere le bacinelle o le casseruole prendere piano piano la forma giusta tra le sue mani era un piacere come suonare. Tutti calderai e musicisti, nella sua famiglia, da secoli. Imparavano fin da piccoli, senza sforzo, con divertimento. Solo i maschi pero’. Le femmine no, le femmine dovevano servire gli uomini, allevare i bambini, andare a vendere il rame, procurare e cucinare il cibo, parlare e trattare con i gage’. Gli uomini se potevano evitavano di parlare con i gage’. Non era una razza simpatica. Era dai gage’ che arrivavano i problemi di Lubo e della sua gente. S’impicciavano dei fatti loro, volevano insegnare a vivere".

E’ in questo modo che inizia “Il seminatore”, il romanzo di Mario Cavatore che narra la storia di un uomo vittima e artefice al tempo stesso del proprio destino. Lubo Reinhardt e’ uno zingaro naturalizzato svizzero. Non ha mai capito bene perche’ suo nonno abbia preso la cittadinanza. Certo ha il vantaggio di non essere espulso, e tutto sommato ha anche imparato a leggere e scrivere, ma deve fare anche il servizio militare obbligatorio, ed e’ proprio mentre porta la divisa che accade il fatto che gli sconvolge la vita: i suoi bambini vengono presi dalla polizia e sua moglie, che tenta invano ad opporsi, viene uccisa. Nel 1939, anno in cui inizia la storia, tutto cio’ in Svizzera avviene nel segno della piu’ completa legalita’. Kinder der Landstrasse, Bambini della Strada, e’ un'organizzazione che si definisce umanitaria, ma usa mezzi tutt'altro che umanitari per debellare il nomadismo, portando via i bambini zingari ai loro genitori con l’intento di salvarli da un’educazione antisociale e antigienica.

Lubo e’ straziato dalla brutale prevaricazione ammantata di legalita’. Freddamente pianifica la sua terribile vendetta, istintiva, viscerale ma a suo modo coerente, rigorosa, epica e che racchiude un involontario significato politico. Molto bello, con un aspetto che puo’ farlo sembrare indiano, Lubo finge di essere quello che non e’: si impadronisce di una nuova identita’ e diventa un Don Giovanni. Il suo piano e’ quello di sedurre ed ingravidare il maggior numero possibile di donne svizzere, mescolando beffardamente il suo sangue zingaro con quello che pretenderebbe la purezza, rispondendo cosi’ alla violenza subita con un gesto uguale e contrario d'immensa portata simbolica: vogliono eliminare gli zingari? La Svizzera gli ha tolto due figli? Ne avra’ in cambio duecento con sangue misto. Ma dal seme di quel sopruso germina altra violenza: una violenza che dura nel tempo, tenace ed oscura, che arriva a sconvolgere il futuro anche di una famiglia di immigrati italiani a Lugano.

E’ un libro che fa riflettere sul male che puo’ nascere dall’ingiustizia, e dalla vendetta generata dal risentimento prodotto da quell’ingiustizia che, a sua volta, ha un’unica origine: la paura. La paura che i gage’ hanno degli zingari, forse perche’ li vedono diversi, con quell'aspetto un po’ selvaggio, forse perche’ credono che vivano al di fuori di ogni comunita’ sociale, senza una dimora fissa… e con tutti quei bambini, poi, che potrebbero anche essere rubati. Ma se fosse tutto il contrario? Se fossero invece i gage’, i non zingari, che avanzando pretesti di legalita’, cercano da sempre di sottrarre i bambini zingari per cancellare la loro identita', per integrarli in un sistema in cui possano essere controllabili cosi' che poi, da grandi, non facciano piu' paura?

Adesso, come al mio solito, esprimero' una banalita', lo so, ma la societa' nella quale viviamo e' cosi' piena di contraddizioni che inevitabilmente si creano contrasti insanabili: da una parte c'e' la volonta' di uniformare tutti ad un unico modello, quello di chi comanda, di chi stabilisce le leggi, i costumi, lo stile di vita, i valori, mentre dall'altra le persone vengono separate in caste, in chi occupa una posizione di privilegio al di sopra di tutti e di tutto, addirittura al di sopra delle leggi che egli stesso ha stabilito e chi, invece, deve ringraziare persino di essere tollerato. Ma e' una societa' giusta quella in cui un essere umano deve dire "grazie" ad un altro?

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La confraternita dell'odio ed il fascismo che non c'e'

Gaetano Quagliarello ha scritto: Questo e’ lo sbocco di una campagna d'odio che si e’ protratta per mesi e mesi. Se ci sono giornali-partito che mandano in stampa numeri monografici infarciti di menzogne; se ci sono trasmissioni televisive che mettono in scena processi mediatici in prima serata; se c'e’ addirittura chi come Di Pietro in un momento del genere giunge ad additare Berlusconi come l'istigatore, c'e’ poco da stupirsi e anzi c'e’ da ringraziare che non sia accaduto di peggio. Per mesi abbiamo segnalato inascoltati a quale deriva si stesse andando incontro: nessuno ha voluto prendere le distanze da tutto questo, e addirittura si sono immaginate 'union sacrée' in nome dell'antiberlusconismo. Le responsabilita’ sono chiare, e non basteranno ipocrite parole di solidarieta’ a posteriori a farle venire meno. Il corpo elettorale, al momento opportuno, sapra’ giudicare.

Fabrizio Cicchitto ha detto: A condurre questa campagna e’ un network composto dal gruppo editoriale Repubblica-L'Espresso, dal quel mattinale delle Procure che e’ il Fatto, da una trasmissione di Santoro e da un terrorista mediatico di nome Travaglio, oltre che da alcuni pubblici ministeri, che hanno nelle mani alcuni processi, tra i piu’ delicati sul terreno del rapporto mafia politica e che vanno in tv a demonizzare Berlusconi.

Luciano Canfora ha detto: Ricordo che nei primi anni ‘90 Berlusconi e Fini tracciarono un bilancio positivo del fascismo fino alle leggi razziali del ‘38. E' una frase buffa, perche' il fascismo sin dal ‘19 proclamo' di essere razzista. Un dato che non puo' essere camuffato.

Silvio Berlusconi ha detto: Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino.

Marcello Veneziani ha scritto: D’ora in poi chiunque definisce regime fascista il governo Berlusconi si assume la responsabilita’ politica e civile di mandante morale delle aggressioni subite da Berlusconi e di ogni altro eventuale attentato.

Furio Colombo ha scritto: La descrizione di Veneziani e’ piuttosto sorprendente. Destra o non destra, il vanto dell’autore e’ di essere persona libera da precetti e regole di partito. In generale credo che sia vero. Ma qui siamo di fronte a una brusca sterzata logica. Basta applicare la regola Veneziani a qualunque altro argomento politico o extra politico e chiunque diventa responsabile di cio’ che critica, respinge e condanna. E’ vero, circolano idee logicamente improbabili, anche di fonti autorevoli, tipo “un legame d’amore fra due persone dello stesso sesso e’ una minaccia per la famiglia tradizionale”. Ma non e’ una ragione per estendere argomentazioni ovviamente prive di fondamento logico ma anche estranee al percorso della democrazia. Ma se Veneziani avesse ragione, gia’ adesso si potrebbero incriminare come mandanti del gesto di Milano innumerevoli uomini e donne di cultura, almeno un premio Nobel, alcuni scrittori tra i piu’ tradotti nel mondo, quasi tutti i comici italiani, l’intero staff del settimanale finanziario inglese The Economist. Ma il vero problema che Veneziani ci propone e’: non possiamo dare del fascista a Berlusconi per rispetto del fascismo o per rispetto di Berlusconi? La domanda e’ importante in un saggio o in una tavola rotonda. Nella vera vita fascisti con tutti gli ornamenti del caso sono gia’ attivi nella parte del mondo che ha scelto Berlusconi come leader. E Berlusconi ha gia’ detto che il fascismo trattava bene i suoi avversari e invece di farli licenziare (come fa Berlusconi) li mandava in villeggiatura (i falsari della Storia dicono “confino politico”). Viviamo in un tetro momento della storia italiana gremita di fascismo di ritorno. Non risulta che Berlusconi abbia mai fatto un minimo gesto di repulsa specialmente sotto elezioni. Allora? Allora se proprio Veneziani ci tiene a non parlare di fascismo potrebbe usare, con buone risorse di cronaca e di storia, il riferimento ai nomi di Francisco Franco, di Salazar, di Fulgencio Batista, di Papa Doc, di Baby Doc, di Peron (nel nostro caso senza Evita). Il gioco potrebbe continuare, ma e’ importante restare al punto. Qualunque paese in cui dare la tua opinione su un governo vuol dire essere mandante di un azione contro quel governo, non e’ un paese libero.

George Orwell ha scritto: Il programma dei Due Minuti d'Odio cambiava ogni giorno, ma Goldstein ne era sempre l'interprete principale. Era il traditore per antonomasia, il primo ad aver contaminato la purezza del Partito. Tutti i crimini commessi successivamente contro il Partito, tutti i tradimenti, gli atti di sabotaggio, le eresie, le deviazioni, erano un'emanazione diretta del suo credo. Egli era tuttora vivo in qualche parte del mondo, a tramare le sue cospirazioni. Forse si trovava in qualche Paese al di la’ del mare, al soldo e sotto la protezione dei suoi padroni stranieri. Forse, cosi’ correva talvolta voce, se ne stava nascosto nella stessa Oceania.
Winston avverti’ una stretta al diaframma. Non riusciva a guardare la faccia di Goldstein senza provare un miscuglio di emozioni che gli dava sofferenza. Goldstein aveva uno scarno volto da ebreo, incorniciato da un'ampia e crespa aureola di capelli bianchi e da una barbetta caprina: un volto intelligente e pero’ in qualche modo spregevole, al quale il naso lungo e sottile, su cui poggiava un paio di occhiali, conferiva una certa aria di demenza senile. Sembrava la faccia di una pecora, e anche la voce somigliava a un belato. Ora Goldstein stava rivolgendo il solito attacco velenoso alle dottrine del Partito, un attacco cosi’ eccessivo e iniquo che non avrebbe tratto in inganno neanche un bambino e pur tuttavia plausibile quanto bastava a trasmettere l'allarmante sensazione che potesse far presa su persone sufficientemente credule e ingenue. Insultava il Grande Fratello, denunciava la dittatura del Partito, esigeva la rottura immediata della pace con l'Eurasia, chiedeva a gran voce liberta’ di espressione, liberta’ di stampa, liberta’ di associazione, liberta’ di pensiero, con toni isterici urlava che la Rivoluzione era stata tradita, parlando concitatamente ed esprimendosi in uno stile polisillabico che suonava come una parodia del modo di parlare tipico dei membri del Partito e nel quale non mancava, addirittura, qualche parola in neolingua. A dire il vero, ne conteneva piu’ di quante un membro del Partito ne avrebbe usate normalmente. Nel frattempo sul teleschermo alle sue spalle, per sciogliere ogni dubbio sui fini reconditi del suo capzioso sproloquio, marciavano le sterminate colonne dell'esercito eurasiatico: una fila dopo l'altra di uomini massicci, con inespressive facce asiatiche, che passavano a ondate sulla superficie dello schermo e poi sparivano, solo per essere subito sostituiti da altri uomini perfettamente uguali a loro. Il passo battuto dagli stivali dei soldati, monotono e ritmato, faceva da sfondo sonoro alla voce belante di Goldstein. […]
E pero’ era strano che, sebbene Goldstein fosse il bersaglio dell'odio e del disprezzo collettivo, sebbene ogni giorno e per migliaia di volte, dall'alto di un podio o da un teleschermo, in libri o giornali, le sue teorie venissero confutate, fatte a pezzi, ridicolizzate ed esposte al pubblico ludibrio per quella spazzatura che erano, malgrado tutto cio’, la sua influenza non sembrava subire colpi. Vi erano sempre dei gonzi nuovi in attesa di essere sedotti da lui, ne’ passava giorno senza che la Psicopolizia smascherasse spie e sabotatori che agivano sotto le sue direttive. Era il comandante in capo di un enorme esercito ombra, di una rete sotterranea di cospiratori votati al sovvertimento dello Stato. Pare che si chiamasse la Confraternita.

venerdì 25 dicembre 2009

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Un regalo per voi

Il regalo che voglio farvi per questo Natale e' il romanzo che Orwell ha scritto nel 1948. Lo trovate qui. Se ancora non lo conoscete credo che lo troverete interessante, ma vorrei invitare a rileggerlo anche coloro che lo hanno gia’ letto. A volte una seconda lettura puo’ far individuare elementi e concetti che potrebbero essere sfuggiti alla prima. La storia e’ ambientata in quello che, nel momento in cui e' stata scritta, rappresentava un futuro preciso: il 1984. Una data per noi ormai superata da venticinque anni ma questo particolare non e’ assolutamente rilevante, poiche’ il mondo descritto da Orwell e’ oggi piu’ probabile che mai, anche se spietato, disgustoso, agghiacciante al punto tale da apparire insostenibile finanche al piu’ cinico degli esseri umani.

Sin dal primo capitolo l’autore c’introduce nel contesto politico, economico e sociale di una societa’ rigorosamente organizzata che ruota attorno alla figura mitica e carismatica del Grande Fratello, il fondatore e capo del partito unico (Ingsoc o Socing nella traduzione italiana) che regola interamente la vita del paese. Nessuno lo ha mai visto in carne ed ossa ma i suoi occhi affissi su tutti i muri della citta’, come monito della sua onnipresenza, che seguono ognuno con soffocante insistenza, mentre le locandine ripetono “Il Grande Fratello vi guarda”, pesano come macigni sui cittadini di questa ipotetica realta’.

La storia si svolge a Londra e, intenzionalmente, la vicenda non andra’ mai oltre i confini fisici ed ideologici di questa cellula territoriale. Nessun accenno specifico sulle caratteristiche degli altri paesi, Estasia ed Eurasia, che vengono definiti “nemici” o “alleati” e nulla piu’. Ma quasi per compensare la scarsita’ delle informazioni che ci fornisce sul resto del mondo, Orwell ci dice molto sulla struttura del Socing e sulle regole ed i riti che scandiscono le monotone giornate del protagonista: Winston.

Tutte le attivita’ vengono regolate da quattro ministeri: il Ministero della Verita’ il cui compito e’ quello di occultare o modificare tutti i documenti, dal meno importante al piu’ significativo, che potrebbero contraddire l’inoppugnabile politica del partito, il Ministero dell’Abbondanza che regola la disastrata economia del paese e che proclama un’inesistente benessere economico, il Ministero della Pace che si occupa della guerra ed infine il Ministero dell’Amore a cui spetta di far rispettare le leggi e punire i sovversivi.

Sulle facciate dei quattro ministeri troneggiano gli slogan che sintetizzano in poche parole gli obiettivi del partito: la guerra e’ pace, la liberta’ e’ schiavitu’, l’ignoranza e’ forza. Un’ignoranza facilitata anche dalla neolingua, un nuova lingua ideata per impoverire la ricchezza del linguaggio e rendere la comunicazione piu’ elementare al solo scopo di evitare la diffusione di idee sovversive e facilitare la strumentalizzazione del popolo.

Ogni cittadino e’ sotto il controllo incessante di teleschermi che non possono essere mai spenti, collocati anche all’interno delle abitazioni. Teleschermi che sono occhi che si lasciano guardare ma che invece guardano, bocche che parlano ma anche orecchie che ascoltano. Nessuno puo’ fare o dire niente senza che il partito lo sappia e Winston, dipendente del Ministero della Verita’, per poter scrivere un diario, e’ costretto a nascondersi in una rientranza del muro fuori dal campo visivo dello schermo che controlla la sua casa.

Il compito di controllare la popolazione attraverso i teleschermi e’ affidato a forze speciali di polizia, la Psicopolizia, che si occupa di snidare e “vaporizzare”, ossia cancellare ogni prova della sua esistenza eliminandola dalla Storia, qualsiasi persona covi dei “pensieri eterodossi”, cioe’ non conformi all’ideologia del partito.
In 1984 l’annullamento della liberta’ e del dissenso viene esasperato fino all’inverosimile: il controllo incalzante delle telecamere e la serratissima propaganda riescono ad uniformare il pensiero collettivo attorno all’amore per il Grande Fratello e all’odio per chiunque esprima una linea di pensiero alternativa, intento portato avanti assai efficacemente grazie soprattutto all’indottrinamento delle nuove generazioni: i piu’ piccoli che da creature innocenti diventano spie che denunciano i propri genitori alla Psicopolizia perche’ sospettati di idee eterodosse e di antipatia segreta nei confronti del partito.

In questo mondo orwelliano nemmeno la carta stampata offre alcuna possibilita’ di trovare una via alternativa. Infatti, ad eliminare ogni elemento che possa contraddire la tesi ufficiale sostenuta dal partito ci pensa il Ministero della Verita’, che cancella e riscrive la Storia ogni volta che la realta’ dei fatti viene a modificarsi, ad esempio sostenendo che l’Oceania e l’Eurasia sono in lotta da sempre quando Winston ricorda bene che sino a quattro anni prima era l’Estasia il nemico ufficiale dell’Oceania.

Ma non solo la stampa e le ideologie vengono uniformate agli standard imposti dal partito, anche i pensieri stessi sono modificati secondo le evenienze. Grazie alla pratica del “bipensiero”, tutti sono educati da sempre a dover credere che due proposizioni contraddittorie siano entrambe vere. Quindi le affermazioni l’Oceania e’ da sempre in lotta con l’Estasia o con l’Eurasia possono essere considerate entrambe vere a seconda che il partito scelga l’una o l’altra. Per chiunque il paradosso dell’informazione scompare se ad esprimerlo sono le labbra del Grande Fratello. Idee, gesti, Storia e pensieri sono completamente sotto il suo controllo.

Un sistema che per esistere pretende l’annichilimento totale della coscienza e della liberta’ degli individui, e la liberta’, qualsiasi liberta’, diventa il virus latente che puo’ distruggere la societa’ poiche’ la consapevolezza della propria miseria puo’ far insorgere forte il desiderio di soverchiare la realta’.

giovedì 24 dicembre 2009

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Da bambina

Ho gia’ scritto che in Ungheria Babbo Natale non arriva la notte del 25 dicembre, ma quella del 6. E’ in quella notte infatti che i bambini ricevono i regali. Pero’, dalle mie parti coesistono culture ed usi differenti, un po’ cristiani, un po’ pagani, un po’ magiari, un po’ slavi... un po’ tzigani. Una cosa che si crede e’ che gli animali parlino, ma solo nella notte di Natale.

Quando ero bambina Nagyanya mi raccontava che, se si fa abbastanza silenzio ed attenzione da non farci scorgere dagli animali nelle stalle, non e’ difficile sentirli far conversazione nel loro bizzarro linguaggio. Percio’, quando il tempo lo permette ed il clima e’ abbastanza mite, la vigilia di Natale c’e’ l’usanza per i bambini e per gli adulti di travestirsi da animali, come lupi, orsi e caprette per poi andare davanti alle case a cantar canzoni, per ricevere in regalo dolci, soldi e frutta secca.

Ricordo che anche io lo facevo. A mezzanotte ci si recava tutti in chiesa, ed alla fine il sacerdote ci benediceva cospargendoci la fronte prima con l'acqua santa, poi con l'incenso ed infine il miele. Poi andavamo in giro con i carri con le ruote in legno trainati dai cavalli, e si continuava cosi’ per tutta la notte. Era un gran divertimento e per l’occasione in famiglia si preparavano dolci a base di frutta secca, oppure torte con crema e frutta. E poi il vino cotto con lo zucchero ed i chiodi di garofano.

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Buon Natale

Che noia… ogni anno dover riscrivere del Natale. Ogni anno dover rifare gli stessi auguri; alle persone care certamente, e questo e’ senz’altro un piacere, ma dato che e’ obbligatorio essere buoni, perche’ altrimenti si viene inseriti in quella lista di proscrizione degli appartenenti al partito dell’odio, dell’astio e dell’invidia, allora dobbiamo mettere via i motivi d’incomprensione che per tutto il resto dell’anno ci hanno divisi, e che come avviene ogni volta ci divideranno ancora non appena finito di mangiare il panettone, e per un giorno sentirci vicini anche a coloro che ci stanno garbatamente sulle gonadi. Anche a coloro che sono cosi’ diversi da noi e cosi’ in contrasto con tutto cio’ che noi pensiamo sia giusto che, se potessimo, eviteremmo d’incontrare e persino di guardare in faccia se solo non ci asfissiassero di continuo con la loro fastidiosa e non gradita presenza.

A Natale, quindi, secondo i dettami del bipensiero emergente e’ obbligatorio amare il prossimo sempre e comunque, lo sapete? Non solo chi decidiamo noi, chi secondo noi merita di essere amato, chi ci provoca dentro quel senso di tenerezza, o anche di compassione legato ad un’ingiustizia che ogni giorno subisce a causa dell’egoismo e dell’avidita’ di quelli che, invece, in ogni istante della loro esistenza, pensano solo al proprio esclusivo interesse: ai soldi, ai privilegi, al potere e, naturalmente, al proprio egotismo. Ma dobbiamo amare anche chi detestiamo; coloro che se ne fregano bellamente della gente che soffre perche’ (dicono mentre si bevono un daiquiri ghiacciato seduti da qualche parte, su qualche spiaggia del mar delle Antille) non sono affari loro, e non e’ compito loro (sigh!) risolvere gli innumerevoli problemi che affliggono il mondo.

Pero’ oggi, sappiatelo, e’ nostro dovere amare anche costoro, persino se sono bugiardi, pusillanimi, violenti, prevaricatori e fanno della fetenzia, globalizzata o “ad personam”, una dottrina, motivando il loro comportamento con la dura legge del mercato oppure con il machiavellico fine che giustifica i mezzi, o ancor piu’ banalmente con lo scontato “homo homini lupus”.

Quindi, per non apparire una disturbata mentale, rosa dall'odio e dall'invidia, sovversiva, antisociale, facinorosa, maleducata e cattiva, mi debbo rassegnare e, non senza un pizzico d’ipocrisia, come m’insegnano quelli che sanno come fare nel modo giusto gli auguri di Natale, auguro tante belle cose anche a chi, esattamente un anno fa, massacrava centinaia di bambini palestinesi. Si’ buon Natale anche a loro e a chi li giustificava per quelle azioni cariche d’umanita’. E buon Natale anche ai tutti i dittatori del mondo, a tutti i razzisti del mondo, a tutti i mafiosi del mondo... e a tutti gli stronzi del mondo. Anche loro poverini, oggi, si meritano un po’ d’amore.

mercoledì 23 dicembre 2009

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Ogni riferimento a persone o fatti e’ puramente casuale

Era una luminosa e fredda giornata d’aprile, e gli orologi battevano tredici colpi. Winston Smith, tentando di evitare le terribili raffiche di vento col mento affondato nel petto, scivolo' in fretta dietro le porte di vetro degli Appartamenti Vittoria: non cosi' in fretta, tuttavia, da impedire che una folata di polvere sabbiosa entrasse con lui.
L’ingresso emanava un lezzo di cavolo bollito e di vecchi e logori stoini. A una delle estremita' era attaccato un manifesto a colori, troppo grande per poter essere messo all’interno. Vi era raffigurato solo un volto enorme, grande piu' di un metro, il volto di un uomo di circa quarantacinque anni, con folti baffi neri e lineamenti severi ma belli. Winston si diresse verso le scale. Tentare con l’ascensore, infatti, era inutile. Perfino nei giorni migliori funzionava raramente e al momento, in ossequio alla campagna economica in preparazione della Settimana dell’Odio, durante le ore diurne l’erogazione della corrente elettrica veniva interrotta. L’appartamento era al settimo piano e Winston, che aveva trentanove anni e un’ulcera varicosa alla caviglia destra, procedeva lentamente, fermandosi di tanto in tanto a riprendere fiato. Su ogni pianerottolo, di fronte al pozzo dell’ascensore, il manifesto con quel volto enorme guardava dalla parete. Era uno di quei ritratti fatti in modo che, quando vi muovete, gli occhi vi seguono. IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA, diceva la scritta in basso.

All’interno dell’appartamento una voce pastosa leggeva un elenco di cifre che avevano qualcosa a che fare con la produzione di ghisa grezza. La voce proveniva da una placca di metallo oblunga, simile a uno specchio oscurato, incastrata nella parete di destra. Winston giro' un interruttore e la voce si abbasso' notevolmente, anche se le parole si potevano ancora distingue­re. Il volume dell’apparecchio (si chiamava teleschermo) poteva essere abbassato, ma non vi era modo di spegnerlo. Winston si avvicino' alla finestra: era una figura minuscola, fragile, la magrezza del corpo appena accentuata dalla tuta azzurra che costituiva l’uniforme del Partito. Aveva i capelli biondi, il colorito del volto naturalmente sanguigno, la pelle resa ruvida dal sapone grezzo, dalle lamette smussate e dal freddo dell’inverno appena trascorso.

Fuori il mondo appariva freddo, perfino attraverso i vetri chiusi della finestra. Giu' in strada piccoli mulinelli di vento facevano roteare spirali di polvere e di carta straccia e, sebbene splendesse il sole e il cielo fosse di un azzurro vivo, sembrava che non vi fosse colore nelle cose, se si eccettuavano i manifesti incollati per ogni dove. Il volto dai baffi neri guardava fisso da ogni cantone. Ve ne era uno proprio sulla facciata della casa di fronte, il grande fratello vi guarda, diceva la scritta, mentre gli occhi scuri guardavano in fondo a quelli di Winston. Piu' giu', a livello di strada, un altro manifesto, strappato a uno degli angoli, sbatteva al vento con ritmo irregolare, coprendo e scoprendo un’unica parola: so-cing. In lontananza un elicottero volava a bassa quota sui tetti, si librava un istante come un moscone, poi sfrecciava via disegnando una curva. Era la pattuglia della polizia, che spiava nelle finestre della gente. Ma le pattuglie non avevano molta importanza. Solo la Psicopolizia contava.
Alle spalle di Winston, la voce proveniente dal teleschermo continuava a farfugliare qualcosa a proposito della ghisa grezza e della realizzazione piu' che completa del Nono Piano Triennale. Il teleschermo riceveva e trasmetteva contemporaneamente. Se Winston avesse emesso un suono anche appena appena piu' forte di un bisbiglio, il teleschermo lo avrebbe captato; inoltre, finche' fosse rimasto nel campo visivo controllato dalla placca metallica, avrebbe potuto essere sia visto che sentito. Naturalmente, non era possibile sapere se e quando si era sotto osservazione. Con quale frequenza, o con quali sistemi, la Psicopolizia si inserisse sui cavi dei singoli apparecchi era oggetto di congettura. Si poteva persino presumere che osservasse tutti continuamente. Comunque fosse, si poteva collegare al vostro apparecchio quando voleva. Dovevate vivere (e di fatto vivevate, in virtu' di quell’abitudine che diventa istinto) presupponendo che qualsiasi rumore da voi prodotto venisse ascoltato e qualsiasi movimento - che non fosse fatto al buio - attentamente scrutato.

Winston dava le spalle al teleschermo. Era piu' sicuro, anche se sapeva bene che perfino una schiena puo' essere rivelatrice. A un chilometro di distanza, immenso e bianco nel sudicio panorama, si ergeva il Ministero della Verita', il luogo dove lui lavorava. E questa, penso' con un senso di vaga ripugnanza, questa era Londra, la principale citta' di Pista Uno, a sua volta la terza provincia piu' popolosa dell’Oceania. Si sforzo' di cavare dalla memoria qualche ricordo dell’infanzia che gli dicesse se Londra era sempre stata cosi'. C’erano sempre state queste distese di case ottocentesche fatiscenti, con i fianchi sorretti da travi di legno, le finestre rattoppate col cartone, i tetti ricoperti da fogli di lamiera ondulata, i muri dei giardini che pericolavano, inclinandosi da tutte le parti? E le aree colpite dalle bombe, dove la polvere d’intonaco mulinava nell’aria e le erbacce crescevano disordinatamente sui mucchi delle macerie, e i posti dove le bombe avevano creato spazi piu' ampi, lasciando spuntare colonie di case di legno simili a tanti pollai? Ma era inutile, non riusciva a ricordare. Della sua infanzia non restava che una serie di quadri ben distinti, ma per la gran parte incomprensibili e privi di uno sfondo contro cui stagliarsi.
Il Ministero della Verita' (Miniver, in neolingua) differiva in maniera sorprendente da qualsiasi altro oggetto che la vista potesse discernere. Era un’enorme struttura piramidale di cemento bianco e abbagliante che s’innalzava, terrazza dopo terrazza, fino all’altezza di trecento metri. Da dove si trovava Winston era possibile leggere, ben stampati sulla bianca facciata in eleganti caratteri, i tre slogan del Partito:

LA GUERRA E' PACE
LA LIBERTA’ E' SCHIAVITU’
L’IGNORANZA E' FORZA

Si diceva che il Ministero della Verita' contenesse tremila Stanze al di sopra del livello stradale e altrettante ramificazioni al di sotto. Sparsi qua e la' per Londra vi erano altri tre edifici di aspetto e dimensioni simili. Facevano apparire talmente minuscoli i fabbricati circostanti, che dal tetto degli Appartamenti Vittoria li si poteva vedere tutti e quattro simultaneamente. Erano le sedi dei quattro Ministeri fra i quali era distribuito l’intero apparato governativo: il Ministero della Verita', che si occupava dell’informazione, dei divertimenti, dell’istruzione e delle belle arti; il Ministero della Pace, che si occupava della guerra; il Ministero dell’Amore, che manteneva la legge e l’ordine pubblico; e il Ministero dell’Abbondanza, responsabile per gli affari economici. In neolingua i loro nomi erano i seguenti: Miniver, Minipax, Miniamore Miniabb. Fra tutti, il Ministero dell’Amore incuteva un autentico terrore. Era assolutamente privo di finestre. Winston non vi era mai entrato, anzi non vi si era mai accostato a una distanza inferiore al mezzo chilometro.
Accedervi era impossibile, se non per motivi ufficiali, e anche allora solo dopo aver attraversato grovigli di filo spinato, porte d’acciaio e nidi di mitragliatrici ben occultati. Anche le strade che conducevano ai recinti esterni erano pattugliate da guardie con facce da gorilla, in uniforme nera e armate di lunghi manganelli.
Winston si giro' di scatto. Il suo volto aveva assunto quell’espressione di sereno ottimismo che era consigliabile mostrare quando ci si trovava davanti al teleschermo. Attraverso' la stanza ed entro' nella minuscola cucina. Uscendo a quell’ora dal Ministero, non aveva potuto mangiare alla mensa e sapeva bene che in cucina c’era solo un pezzo di pane nero destinato alla prima colazione del giorno dopo. Tiro' giù dalla mensola una bottiglia di liquido incolore con una semplice etichetta bianca: GIN VITTORIA. Emanava un odore nauseante, oleoso, che ricordava l’alcol di riso cinese. Winston si verso' il corrispondente di una mezza tazza da te', si preparo' al colpo, poi l’ingoio' come se si trattasse di una medicina.
La faccia gli si fece subito rossa, mentre gocce d’acqua gli uscivano dagli occhi. Quella roba sapeva di acido nitrico. Quando la si ingoiava, era come se qualcuno vi colpisse alle spalle con uno sfollagente. In ogni caso, un attimo dopo il bruciore nel ventre di Winston si calmo' e il mondo comincio' a sembrargli meno tetro. Prese una sigaretta da un pacchetto sgualcito con la scritta SIGARETTE VITTORIA e la tenne incautamente verticale, al che tutto il tabacco cadde per terra. Ando' meglio con la successiva. Ritorno' nel soggiorno e si sedette a un tavolino collocato alla sinistra del teleschermo. Tiro' fuori dal cassetto un portapenne, una boccetta d’inchiostro e uno spesso quaderno di grosso formato, ancora intonso, con la costa rossa e la copertina marmorizzata. Per un qualche misterioso motivo, nel soggiorno il teleschermo si trovava in una posizione insolita: invece che nella parete di fondo, com’era la norma, da dove avrebbe potuto controllare tutta la stanza, era stato messo sulla parete piu' lunga, di fronte alla finestra. A uno dei suoi lati vi era una specie di rientranza poco profonda, nella quale era seduto Winston. Nelle intenzioni di chi aveva a suo tempo costruito gli appartamenti, doveva forse servire a contenere scaffalature per libri. Sedendo in questa rientranza con le spalle ben addossate al muro, Winston poteva restare fuori del raggio visivo del teleschermo. Poteva essere udito, naturalmente, ma finche' non mutava posizione, non era possibile vederlo e, forse, proprio la particolare conformazione della stanza gli aveva suggerito cio' che ora stava per fare.
Gliel’aveva suggerito anche il quaderno che aveva appena preso dal cassetto. Era un quaderno di rara bellezza, con la carta liscia e vellutata, appena ingiallita dal tempo, di un tipo che non si produceva da almeno quarantanni. Winston poteva facilmente capire, tuttavia, che il quaderno era anche piu' antico.
L’aveva visto nella vetrina di una sudicia bottega di rigattiere in un miserabile quartiere della citta', di cui aveva scordato il nome, ed era stato immediatamente assalito dall’insopprimibile desiderio di possederlo. A rigor di termini, i membri del Partito non potevano entrare nei negozi normali (un’azione del genere veniva definita “fare acquisti al libero mercato”), ma il divieto non veniva rispettato in senso stretto, perche' vi erano diverse cose, come le stringhe per le scarpe e le lamette da barba, che non ci si poteva procacciare altrimenti. Winston aveva gettato una rapida occhiata a entrambi i lati della strada, poi era entrato di soppiatto nella bottega e aveva comprato il quaderno, pagandolo due dollari e cinquanta centesimi. In quel momento non sapeva neanche per quale motivo particolare lo desiderasse tanto. L’aveva messo nella cartella e se l’era portato a casa avvertendo un certo senso di colpa: anche se non vi era scritto niente, era un oggetto compromettente.
Cio' che ora stava per fare era iniziare un diario, un atto non illegale di per se' (nulla era illegale, dal momento che non esistevano piu' leggi), ma si poteva ragionevolmente presumere che, se lo avessero scoperto, l’avrebbero punito con la morte o, nella migliore delle ipotesi, con venticinque anni di lavori forzati. Winston inseri' un pennino nella cannuccia, poi lo succhio' per rimuovere la sporcizia. Questo tipo di penna era uno strumento antiquato che non si usava quasi piu', nemmeno per firmare, ed egli era riuscito a procurarsene una, clandestinamente e non senza difficolta', solo perché sentiva che quella bella carta vellutata meritava che ci si scrivesse sopra con un pennino vero, e non di essere graffiata da una penna qualsiasi. In effetti, non era abituato a scrivere a mano. Eccezzion fatta per appunti brevissimi, dettava tutto al parlascrivi, che non poteva certo utilizzare in quella circostanza. Intinse la penna nell’inchiostro, poi ebbe un attimo di esitazione. Tremava fin nelle viscere. Segnare quella carta era un atto definitivo, cruciale. A lettere piccole e goffe scrisse:

4 aprile 1984.

(George Orwell - 1984)

lunedì 21 dicembre 2009

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Grafomania

Purtroppo esiste un piccolo difetto che e' comune a molti di coloro che hanno un blog: quello della grafomania. Non che sia qualcosa di tremendo, ma c'e' questa tendenza a scrivere troppo, ogni giorno, non soffermandosi mai accuratamente su alcunche' di specifico e trattando ogni argomento precedente come qualcosa di gia' esaurito, su cui non c'e' piu' nulla da dire, da discutere, in quanto lo scopo di cio' che viene scritto e' molte volte solo quello di compiacersi esclusivamente per il fatto di essere riusciti ad esprimere un pensiero.

E' un atteggiamento assai comune che, mi sono accorta, anch'io avevo i primi tempi, quando le cose che avevo da dire erano molte, troppe, ed uscivano impetuose come un fiume in piena che fuoriesce dagli argini. Scrivevo persino due, tre post ogni giorno, ed una volta scritto l'ultimo pensavo gia' a cio' che avrei scritto dopo. Ma in tal modo non mi soffermavo mai a riflettere oppure, cosa non meno importante, non davo mai a nessuno la possibilita' di fornirmi gli argomenti per ricredermi, per ammorbidire le mie posizioni, smussando gli angoli, o tuttalpiu' trovando almeno un compromesso per mettere al loro posto le incoerenze che si agitavano dentro di me.

E cosi' da un po' di tempo ho deciso di avere meno irruenza. Sono piu' pacata, diluisco maggiormente i pensieri e non ho piu' tutta quella smania di scrivere troppe cose tutte insieme, perche' alla fine ho capito che quello che si genera quando gli argomenti sono troppi e si accavallano, e' solo una grande confusione. Ed essendo incapace di seguire troppe cose contemporaneamente, non avendo una personalita' multimediale perche' la cosa piu' complessa che sono in grado di fare senza andare nel panico e' quella di camminare masticando la gomma, nella confusione non riesco piu a sentire le note di quella musica che, invece, almeno qui vorrei ascoltare.

Forse adesso saro' meno grafomane di quanto lo fossi una volta, ma in questo modo posso soffermarmi sugli argomenti, e nei commenti sviscerarli come piace a me, con calma, approfondendoli dopo aver ascoltato anche l'opinione di chi per amicizia, abitudine o solo perche' capita qui di passaggio, dona un po' del suo tempo per dialogare con me attraverso questo stupendo strumento che mi permette di conoscere quello che, altrimenti, non conoscerei mai.

venerdì 18 dicembre 2009

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L’amore vince sempre sull’odio

Daniela, tu per me sei molto piu’ di una scrittrice. A leggerti avverto sempre un brivido malinconico e struggente. Nella tua pagina Facebook ti descrivi cosi’: “..meta’ zingara e "di vento" da parte di madre, greca, meta’ granitica e "di terra" grazie a mio padre, friulano. Mia nonna era turca e mio nonno slavo, percio’ in me abitano culture e mondi differenti, che convivono in caotica armonia... Il mio spirito nomade e le vicissitudini spesso dolorose della vita mi hanno portato a cambiamenti continui e a dovermi reinventare tante volte, ma non ho mai perso la voglia di sorridere e di amare.”

Bellissime parole, come tutte quelle che hai scritto e che, sono certa, ancora scriverai. Anche se gli elementi che predominano in noi sono diversi, in te l’aria e la terra, in me l’acqua ed il fuoco, esiste qualcosa dentro di te che mi appartiene, che sento anche mia, qualcosa di profondamente radicata che mi fa sentire molto vicina alle cose che esprimi.

Sul nostro popolo, cara sorella, e’ stato riversato tutto l’odio del mondo ma, nonostante cio’, c’e’ ancora chi come te riesce a donare amore. Vorrei che tutti ti conoscessero ed imparassero ad apprezzarti, perche' le tue poesie, i tuoi scritti ed i tuoi pensieri, tutti, trasudano d’amore. E’ l’amore, il tuo, di chi conosce bene cosa sia l’odio, di chi per l’odio ha sofferto e di chi non ha avuto altro che l’amore per sconfiggerlo. Ed e' raccontando del Porrajimos e di come le donne Rom venissero sottoposte ad ogni forma di sevizia dagli aguzzini del nazismo che, in questo eterno contrapporsi dell'amore all'odio, descrivi con sublimi versi l’universalita’ della vita, della morte e della liberta’.

Calavano come sipari
sui templi consacrati agli dei
e la regola scuciva il lenzuolo
dei fantasmi abbigliati a festa...


Insito è il male nella natura
la libertà è un vizio capitale
la fantasia, il vagabondaggio
ledono i perni del sistema.

Siamo zingari e abbiamo le ali
scorre la vita nei nostri capelli
brucia l’inferno sotto la terra
l’inverno gela nel vostro cuore.


Di bastardi non ne vogliamo
la razza va salvaguardata
cuciamo la morte sull’uniforme
abbiamo ghiacciai al posto degli occhi.

E allora dimmi, soldato, dimmi
perchè sollevi la mia sottana?
Perchè mi frughi tra i vestiti
spingendo la lama dentro ai miei sogni?


Insito è il male nella natura
la fantasia è un reato grave
leccami il seme con la lingua
potrai cantare ancora alle stelle.

Ma dal tuo ventre, dalla tua bocca
non usciranno più suoni né vita
mi pregherai in ginocchio di prenderti
e allora forse ti lascerò andare.

Noi siamo zingari con le ali
l’anima non puoi portarcela via
scioglierà il sangue la ferita
correrà il pianto sulla tua cintura.

E figlia mia sarà la notte
avrò il tuo destino legato alle trecce
sputerò a terra i nostri peccati
e da lontano maledirò il tuo nome.

Nella foto: Daniela Cattani Rusich

martedì 15 dicembre 2009

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Il clima dell'odio

Chi non si accorge del clima autoritario che si respira in Italia, chi non vuol ammettere che l'aggressione al presidente del consiglio, e quello che sta avvenendo nelle ultime ore, non sono altro che le conseguenze di un "red baiting" continuo, costante, tipico del peggior McCarthyismo attraverso l'utilizzo della disinformazione e di un potere mediatico che non ha precedenti, chi addirittura crede ad articoli come questo su Il Giornale che soffiano scientemente sul fuoco allo scopo di infiammare ulteriormente gli animi, non concedendo mai la tregua necessaria a riportare il tutto sul piano del dialogo civile, abbandonando per un attimo l’eterna contrapposizione che in ogni epoca ha sempre trovato le sue fazioni pronte a scannarsi, significa che e' stupido oppure in malafede.

Si parla tanto di odio, ma l'unico vero odio che in questo momento percepisco, quello che chi e' stupido o in malafede addebita agli avversari nel tentativo di annichilirli utilizzando metodi meschini, strumentalizzando l'accaduto per poter concretamente ed in maniera definitiva imbavagliare chi si oppone ad una certa politica, io lo vedo solo da una parte, ed in qualche modo tocca anche me.

Qui potrei riportare alcuni commenti, che coloro che nei miei confronti non nutrono un sentimento benevolo solo perche' le mie opinioni sono diverse dalle loro, oppure semplicemente perche' il loro narcisismo e' ferito dal sapere che da me non avranno mai alcuna considerazione, hanno pensato di farmi leggere nella speranza forse di ferirmi. Commenti in cui ci sono chiare allusioni riguardo al mio essere zingara e dell'Est ed altri aspetti dai quali emerge il loro reale fine. Potrei riportarli, certo, ma non lo faro'.

Non lo faro’ poiche’ certe parole mi convincono sempre di piu' che sono scritte da persone malate, invidiose, rabbiose, frustrate perche' consapevoli di non essere piu' in grado di poter nascondere al mio sguardo e a quello degli altri la loro inettitudine morale, intellettuale ed esistenziale. E non lo faro' anche perche' chi crede che debba prevalere il senso della misura, un sentimento di giustizia, e quell’empatia tipica di chi ha comunemente l'attitudine a mettere da parte le preoccupazioni ed i pensieri personali concentrandosi solo sulla comprensione dei sentimenti ed i bisogni fondamentali degli altri, in questo momento in cui tutti sbraitano e fanno emergere i sentimenti piu’ negativi tenuti a lungo repressi, tace e riflette.

La cultura, quella vera, la conoscenza dei fatti estrapolati dal contesto ideologico e squadrista, e la luce della ragione che da sempre illumina la strada nei momenti in cui la Storia percorre il tunnel dell'imbarbarimento civile, sono gli unici strumenti, le uniche armi in grado di rendere inoffensivo chi, accecato dal risentimento e dall'odio, tenta di rendere l'universo mondo uguale a quello che lui stesso porta dentro.

(La foto mostra la prima pagina de Il Giornale del 15 ottobre scorso)

lunedì 14 dicembre 2009

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La vera storia di Anteo Zamboni

Fra tutti gli attentati che subi’ Benito Mussolini, la vicenda di Anteo Zamboni segno’ il momento in cui la tensione tra il fascismo, nato dal consenso popolare, ed i comunisti invidiosi, appoggiati dai gruppi di potere editoriali stranieri e dagli oscuri settori della magistratura desiderosa da sempre di sovvertire lo Stato democratico sostituendosi al potere legislativo ed esecutivo, raggiunse il punto di massimo livello.

Di quello che avvenne a Bologna il 31 ottobre del 1926, se ne e’ voluta perdere giustamente traccia poiche’ il fatto rappresenta per l’intera nazione un momento del quale gli anti italiani, che ancor oggi criticano quel periodo prospero che ha illuminato la storia italiana dagli anni ’20 agli anni ’40 del secolo ventesimo, dovrebbero vergognarsi.

Dopo il gesto ignobile l’aggressore venne, per fortuna, immediatamente immobilizzato, grazie anche al pronto intervento delle gloriose camicie nere che si occupavano del servizio d’ordine le quali pero’ non seppero sottrarlo al motivato risentimento popolare che porto’ l’efferato assassino ad essere sommariamente giustiziato come meritava. Comunque, quel colpo di pistola vigliaccamente esploso dal quindicenne Zamboni, che con il suo gesto mise in pericolo la vita del secondo miglior presidente del consiglio degli ultimi 350 anni, anche se per fortuna non colpi’ il Duce, in nome della sicurezza e per evitare che si verificassero ancora episodi di tale gravita’ e violenza, innesco' un processo che porto' ad una efficace riforma della giustizia.

Infatti, furono finalmente approvate le "Leggi per la difesa dello Stato" e cosi' circa 120 deputati dell'opposizione facinorosa furono giustamente dichiarati decaduti, fu istituito il Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato (con il compito di colpire in modo efficace i misfatti ed i crimini compiuti contro chi, col consenso del popolo, aveva il diritto di governare), fu approvata l'istituzione della pena di morte e furono sospese tutte le pubblicazioni ostili.

In ogni caso, di questo adolescente psicolabile sappiamo ben poco se non cio’ che, in modo mistificatorio, e’ stato scritto di lui durante il periodo dell’oscurantismo comunista (1945 - 1994) in cui e’ stato fatto passare quasi per un eroe, ed al quale erano state addirittura dedicate lapidi oggi finalmente demolite. Ma poiche’ si ritenne assai improbabile che il “patata”, come era soprannominato lo Zamboni, non certo per la sua spiccata sagacia, avesse agito da solo, il tribunale speciale, dimostrando inequivocabilmente il complotto, erogo’ la giusta prigione ed il confino per tutta la sua famiglia.

Ma anche se molta documentazione e’ stata distrutta e manipolata durante l’oscurantismo comunista, non c’e’ alcun dubbio su chi fossero in realta’ i veri mandanti dell’attentato terrorista, che oggi vengono individuati in quei settori della magistratura da sempre dedita al complotto che, come ha giustamente affermato in un celebre discorso il nostro Presidente del Consiglio, e’ notoriamente formata da individui affetti da gravi turbe psichiche.

Non dunque l'azione adolescenziale solitaria di un ragazzo malato di mente che desiderava entrare nel mondo dei grandi attraverso un gesto eclatante, magari ispirato dalla mitologia anarchica annusata in casa attraverso il padre tipografo, come e’ stato raccontato con calunnie e menzogne dagli usurpatori comunisti che per decenni sono stati al potere in Italia prima che il popolo si risvegliasse dal torpore e, riappropriatosi del suo innato orgoglio patriottico, tornasse finalmente a votare per una vera democrazia come quella che ci contraddistingue e che ci e’ invidiata in tutto il mondo.

(Tratto da: "La vera Storia" - Editrice Delle Liberta' - Anno CCXV dell'Era Democratica Presidenziale)

domenica 13 dicembre 2009

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Il mondo delle mele

Non sono molto intelligente, e neppure abbastanza esperta per trattare argomenti che parlino di economia, di politica oppure di sociale. Di sicuro c’e’ chi, su tutto cio', ne sa assai piu' di me e che potrebbe insegnarmi un sacco di cose. Pero’, purtroppo, ho strane idee strampalate che non stanno ne’ in cielo ne’ in terra, e cosi' radicate che, anche se volessi, non mi ci potrei mai sottrarre. La colpa di tutto e’ di mia nonna; anche lei poco intelligente e con idee piuttosto bislacche. Oltre a questo, essendo tzigana ed ignorante, mi spiegava le cose in modo molto semplice, facendomi degli esempi talmente banali che persino io da bambina riuscivo a comprenderli. Uno dei argomenti che usava per insegnarmi qualcosa della vita e dei valori che le persone dovrebbero imparare, conservare e trasmettere, era quello del mondo delle mele.

Il mondo delle mele e’ uno strano mondo. Adesso che sono adulta comprendo che un luogo del genere non puo' esistere se non nella nostra immaginazione, ma mia nonna utilizzava questo metodo con me e sono certa che anche voi, se vi concentrerete, se espanderete la vostra fantasia, se tornerete per un attimo bambini, riuscirete a vederlo ed anche a comprendere il bizzarro comportamento dei suoi abitanti.

Nel mondo delle mele l'unico bene esistente era la mela. Non esisteva altro che quella. La si produceva, la si scambiava (ad esempio una mela rossa per una mela gialla) e la si mangiava, ma la si poteva anche usare come orpello decorativo o per ostentare la propria disponibilita' economica. Infatti, il livello di ricchezza e d’importanza di ciascuno, veniva misurato esclusivamente in base alla quantita’ di mele possedute.

In questo mondo ipotetico e stravagante c’era dunque chi, ricchissimo, aveva talmente tanti alberi di mele che con il raccolto poteva riempirci interi silos in cui capitava spesso che le mele in eccesso, immancabilmente, marcissero, e c’era chi, invece, non possedendo neppure un misero alberello, per nutrirsi doveva affidarsi allo spirito caritatevole altrui attendendo che qualcuno gli donasse almeno una mezza mela finanche marcia. Pertanto i governanti del mondo delle mele proposero di trovare una soluzione al problema, poiche' coloro che non possedevano neppure una mela erano tanti, molti piu’ dei pochi che, invece, potevano permettersi di far marcire le mele nei silos. Cosi’ fu presa una decisione: chiunque era in possesso di mele ne doveva mettere alcune in un recipiente comune in modo che queste, poi, potessero essere distribuite a chi non ne possedeva neppure una.

All'inizio, soprattutto fra coloro che avevano i silos pieni di mele, ci fu chi propose che ognuno mettesse nel recipiente una sola mela, ma ovviamente chi ne possedeva soltanto una obietto' dicendo che, se l’avesse donata, sarebbe stato lui a restare senza mela, e questo sarebbe stato alquanto ingiusto. Quindi ci fu chi propose un metodo diverso, cioe’ che ciascuno si tenesse una sola mela e mettesse tutte le altre nel recipiente, ma questo trovo’, ovviamente, l’obiezione di quelli che di mele ne possedevano molte.

Ne seguirono liti furibonde ma, alla fine, dopo tanto discutere fu stabilito che nessuno poteva accumulare una quantita’ di mele tale che fosse superiore a cento volte quella posseduta da chi ne aveva di meno. Cosicche’ se il piu’ povero avesse posseduto una sola mela, il piu’ ricco non avrebbe potuto accumularne piu’ di cento a meno che il povero non fosse stato in grado di averne almeno due; fatto vantaggioso anche per il ricco che, in tal caso, avrebbe potuto accumularne duecento. Ma se per sfortuna fosse capitato che il primo non avesse avuto alcuna mela, anche il secondo sarebbe rimasto senza, perche’ cento volte zero come risultato da’ sempre zero.

Nel mondo delle mele l’accordo fu trovato e da allora tutti vissero felici e contenti, sia i piu’ poveri che i piu’ ricchi. Chissa’ se qualcosa di simile potra’ mai avvenire anche in altri mondi e se, stabilendo dei limiti oltre i quali nessuno potra’ piu’ accumulare, si anteporra’ il senso di appartenza all'invidia, e l'altruismo solidale all’avidita’, che e’ poi quella che, da chi possiede i silos pieni di mele, viene spacciata ad arte come motore che muove il progresso.

venerdì 11 dicembre 2009

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Il lancio del nano

Il lancio del nano (dwarf tossing) e’ un passatempo nato in Australia. Lo scopo e’ quello di lanciare il nano il piu’ lontano possibile. Perche’ la misura sia omologata occorre che il nano sia consenziente e quantomeno che non emetta alcun suono durante il volo e al momento dell'impatto. Di questa disciplina esistono diverse varianti: il lancio attraverso la vetrata, il lancio attraverso il cerchio di fuoco, il lancio del nano saponato ed altre ancora. Il record finora stabilito appartiene a Jimmy Leonard, che ha lanciato Lenny the Giant alla ragguardevole distanza di 9 metri e 15 centimetri. E’ tuttora comunque in corso un contenzioso sulla conformita’ di tale pratica alla Dichiarazione Internazionale dei Diritti dell'Uomo. Il Consiglio di Stato francese ha infatti deciso di proibirla, come e’ anche proibita in alcuni Stati americani.

Una disciplina barbara ma sofisticata, dunque, che ha creato un vespaio di polemiche: da una parte chi la ritiene ignobile perche’ lesiva alla dignita’ umana e dall’altra chi invece pensa di avere il diritto di lanciare i nani come quando gli pare, purche’ siano consenzienti. In Italia non e’ ancora diffusa, ma si pensa che, fra non molto, sara’ possibile praticarla anche con i nani non consenzienti ma che facciano di tutto per farsi lanciare. In tal caso abbinandola al lancio dello sterco di mucca assai popolare in Irlanda.

mercoledì 9 dicembre 2009

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L’ultima ruota del carro

Io vivo in un paese piccolo, ignorante, non certo emancipato e civile come il vostro. Qui non abbiamo tutte le belle cose che avete voi in Italia. Siamo persone semplici, umili, abbiamo meno pretese, ci accontentiamo di poco e ci rendiamo conto benissimo che non saremo mai al vostro livello. Anche se i colori delle nostre bandiere sono gli stessi, e’ la loro differente posizione che indica quanto si sia diseguali: i vostri, in verticale, con la loro snellezza denotano classe, eleganza, raffinatezza tipica di chi ha un innato gusto estetico. Tutt’altra cosa rispetto ai nostri che, con la loro orizzontalita', testimoniano invece un appiattimento, come ad espandersi, spiaccicandosi mollemente invece che ad ergersi in verticale, indicazione simbolica di quanto a noi manchi quella visione elitaria tipica di chi e' abituato a guardare le cose dall'alto verso il basso e che e' consapevole di avere il sangue blu nelle vene. Anzi, azzurro.

Noi non abbiamo il sole il mare, il Papa, il Milan, Gigi D’Alessio, Via Montenapoleone, il Parmigiano Reggiano, la “Carmen” a La Scala, Dolce & Gabbana, la Carfagna, le rosse di Maranello, e ci mancano pure lo scudo fiscale, il processo breve, il lodo Alfano e tante altre bellissime cose. Persino la Mafia, qualora esistesse, non sarebbe nostra, ma importata da voi, oppure russa o turca o moldava. Il vostro rapporto debito/Pil e’ irraggiungibile per chi come noi non potra’ mai ambire alla conquista della Coppa del default economico come invece voi, occupando gia’ un’ottima posizione in classifica, secondi solo alla Grecia, potete sperare di vincere. E poi, quantunque i nostri razzisti siano piu’ cattivi dei vostri, non siamo ancora riusciti a mandarli al governo, sebbene di zingari, qui, ce ne siano assai di piu', anche se non cosi’ ladri e puzzolenti come descrivete quelli che vivono li' da voi.

Si’, lo sappiamo, abbiamo il gulasch, i violini tzigani, il tokaji, le attrici porno, il Danubio, ma vogliamo forse paragonare queste cose con la pizza, i mandolini, il chianti, le veline ed il Canal Grande? Non c’e’ paragone! Insomma, non abbiamo un sacco di cose che invece voi avete e per questo talvolta, anzi spesso vi invidiamo.

Ora, non crediate che io voglia dare a questo sfogo una valenza sarcastica, non e’ mia intenzione. Cio’ che voglio dirvi in tutta sincerita’ e’ che a volte mi sento depressa perche’ so benissimo di vivere in un luogo sfigato, arretrato, senza prospettive e destinato a restare sempre l'ultima ruota del carro. E quando sono depressa accendo la tivu’ e mi metto a guardare qualche vostro programma, magari sperando che cio’ mi faccia sognare di vivere nel vostro paese che e’ sicuramente migliore di quello in cui vivo io.

Non la guardo spesso la tivu’; di solito preferisco passare il mio tempo libero a scrivere cazzate, come questa che state leggendo adesso, oppure mi dedico a qualche libro, consunto, con le pagine unte e mezze strappate che, ovviamente, leggo alla debole e tremula luce di una candela poiche’ di piu’, in questo carrozzone zingaro dove vivo, non posso permettermi. Pero’, anche se mi mancano un sacco di cose, ho il satellite e posso ogni tanto, raramente, rifarmi gli occhi dando uno sguardo a qualche vostra trasmissione piena di bella gente, elegante, che parla in modo forbito e che esprime concetti decisamente di alto livello.

Ieri, ad esempio, mi e’ capitato di vedere Ballaro’ su Rai3. Ne sono davvero rimasta colpita. C’erano Rutelli, La Russa, Marino, la Brambilla ed altri personaggi, sindacalisti, magistrati, intellettuali che discutevano di cose delle quali, onestamente, non ho capito un granche’ in quanto mi manca la preparazione necessaria per comprendere a pieno la complessita' della politica e dell'economia del vostro paese. All'inizio credevo che tutte quelle persone facessero parte di schieramenti diversi, invece alla fine mi e’ parso di capire che fossero tutte d’accordo; specialmente sul fatto che in Italia ci sarebbero quasi otto milioni di persone che vivono nell’indigenza. Allora ho pensato: “Cavolo! Sono tanti quanto l’intera popolazione ungherese!”. E mi sono depressa ancor di piu’ di fronte al fatto che ci battereste persino nei dati che riguardano la poverta’.

Poi ho visto la Brambilla che, muovendo le mani nel discutere, come fate di solito voi italici, esibiva uno stupendo anello diamantato che poteva valere non meno di un appartamento nel centro di Milano, ed a quel punto ho tirato un sospiro di sollievo. “Insomma”, ho detto, “almeno la poverta’, tanta quanta ne abbiamo noi, gli italici non devono averla se le ministre vanno in televisione ad ostentare certi gioielli, perche’ se la gente in Italia stesse davvero cosi’ male come tentano di spacciare in questa trasmissione, se ci fossero davvero otto milioni d’indigenti, certe persone non potrebbero spudoratamente esibire in televisione la loro privilegiata condizione economica, altrimenti, il giorno dopo, sarebbero additate dalla stampa come schiaffeggiatrici della miseria altrui e perderebbero i consensi”.

Quando poi ho sentito dire che, nella nuova finanziaria, e’ stato persino previsto un prelievo di oltre tre miliardi di euro dai soldi dei lavoratori accantonati e custoditi nelle casse dell’istituto di previdenza sociale, per finanziare le cosiddette spese correnti, quindi anche i quattrini che si portano a casa i quasi mille parlamentari italici, che hanno gli stipendi piu’ alti di tutta Europa, ho capito che noi sfigati ungheresi non potremo mai permetterci una roba del genere: ne’ come numero di parlamentari, ne’ come entita’ dei loro emolumenti, ne’ avanzare una proposta simile senza rischiare la rivoluzione.

Quindi meno male: almeno per quanto riguarda la poverta’ possiamo considerarci davanti all’Italia, perche’ se davvero foste piu’ poveri di noi, almeno i compensi o alcuni privilegi i vostri politici se li ridurrebbero, sol anche per fare un gesto simbolico, solidale con chi e’ indigente, come normalmente avverrebbe in un qualsiasi banale paese non dotato della fantasia creativa italica. Invece, mi e’ parso che a chi governa, all’opposizione, alla destra, alla sinistra, ai giornalisti, ai magistrati, ai sindacalisti ed agli intellettuali presenti nello studio televisivo, cio’ non interessasse affatto. Anzi pareva quasi che tutti stessero ben attenti a non avvicinarsi troppo all’argomento.

Mi sono dunque rasserenata, consapevole che, almeno in una cosa, potevo non sentirmi l’ultima ruota del carro. Pero’ devo ammettere che e’ proprio vero: siete davvero unici, non c’e’ storia, e’ inutile tentare di starvi alla pari perche’ nessuno al mondo potra’ mai avere il vostro estro, la vostra creativita', la vostra incredibile capacita' di riuscire sempre ad essere quasi imbattibili in tutto.

martedì 8 dicembre 2009

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Il silenzio dei non innocenti

E’ accaduto a Milano. Una signora nera americana, che era in compagnia della sua bambina, davanti alla scuola della piccola, e’ stata colpita in faccia da un pugno di un ragazzo italiano, spalleggiato e difeso da sua madre che intanto diceva "sporca negra di merda devi morire". Cio' che colpisce non e' tanto una storia che ormai fa parte della quotidianita' italica. Cio' che davvero riempie di stupore e disgusto e' il silenzio. Il silenzio dei presenti che hanno assistito al fatto, il silenzio di tutti. Furio Colombo, su "Il Fatto Quotidiano", descrive l'episodio in un articolo che condivido parola per parola.

«Ho provato un grande stupore prima ancora che rivolta, indignazione, umiliazione. Che la signora Priscilla Wikes, colpita dal pugno, sia una cittadina americana che lavora in Italia rende piu’ clamoroso il fatto per la capacita’ della vittima di narrare e spiegare senza l’ombra di un lamento e con vero stupore: l’odio razziale di un ragazzo italiano nel silenzio passivo e consenziente di tutti i presenti. Ha detto la donna americana: “Sapevo fin da bambina che nel mio paese poteva succedere. Ma mi avevano sempre detto: no, in Italia no, in Italia e’ impossibile”. Accanto a lei, nell’inquadratura dell’unico TG che ha riportato la notizia, c’e’ la sua bambina, forse di dieci anni, che dice solo questa frase, in un italiano ancor piu’ perfetto del buon italiano professionale di sua madre: “Non e’ una bella cosa da vedere”. Intende dire che per lei una brutta, odiosa Italia le si e’ rivelata tale per sempre.
Se fossi Hillary Clinton chiederei spiegazioni di questo episodio accaduto in pubblico, in queste ore, nel centro di Milano, molto prima di verificare il processo di Amanda Knox. In quel processo puo’ esserci il rischio di un’inchiesta sbagliata. In cio’ che e’ accaduto, per la centesima volta a Milano, c’e’ il rischio di un intero paese spinto sul percorso disumano e razzista del Ku Klux Klan. Dico alla signora Clinton: che l’Italia mandi o non mandi soldati in Afghanistan, questo alleato e’ affetto dal peggior male che l’America di Obama vuole sradicare nel mondo: il razzismo. Questa infezione nasce dal basso, nell’odio predicato e diffuso con lavoro capillare dal partito della Lega nord, che attacca con violenza il cardinale di Milano Tettamanzi quando racconta con coraggio il suo orrore di uomo prima ancora di pastore della Chiesa. Questa infezione viene dall’alto, da un governo - l’unico in Europa - di cui fanno parte ministri apertamente xenofobi, potenti e meticolosi organizzatori di persecuzione razziale, che tentano di spingere burocrazia e polizia italiana sulla strada della peggiore discriminazione.
“Quando e’ arrivata la polizia, non parlavano con me, mi zittivano, si rivolgevano agli italiani presenti, che non hanno detto niente” ha dichiarato la cittadina americana Priscilla dopo essere stata dimessa dal pronto soccorso dell’ospedale Fate Bene Fratelli. L’ascolti e ti tendi conto che e’ sola. Ma e’ solo anche il cardinale Tettamanzi. Non una parola da parte di tutti quei credenti che vanno e vengono da un partito all’altro perche’ hanno orrore del testamento biologico. Mancano le voci che gli italiani, rimasti normali e civili, non sentono ne’ dal vertice della Chiesa ne’ dalle istituzioni che dovrebbero identificare e unire il paese. E’ un grave errore. Una pericolosa spinta politica di infima qualita’ morale tenta di dirottare per sempre l’Italia fuori dal mondo di un minimo di civilta’, un minimo di cristianesimo, un minimo di rispetto per la vita e la dignita’ delle persone.»

domenica 6 dicembre 2009

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Mafie

La mafia e' un'associazione criminale che fa del delitto un credo politico. Ogni mafia, indipendentemente da quale sia il contesto territoriale nel quale agisce e la cultura nella quale si esprime, usa la stessa strategia: desidera essere nelle grazie del potere politico dominante e vuole colludere con tale potere. Percio' ama il potere poroso, penetrabile, corruttibile, ricattabile perche' e' attraverso questa "porosita'" che fornisce favori e ne riceve in contraccambio. E quando si considera tradita si vendica: con le bombe, con l'accusa di correita' e col ricatto.

La Organisazija, la mafia russa, esisteva gia' prima della rivoluzione, ma fu sgominata negli anni '40 dal regime comunista. E' tornata in auge e si e' rafforzata moltissimo, dalla caduta del muro fino ai giorni nostri, grazie soprattutto alla connivenza con uomini politici che, dagli anni della grande svolta "democratica", hanno governato la Russia.

Nel 1994 Vladimir Podatev, un famoso "vor v zakone" con tre precedenti condanne per furto, rapina a mano armata e stupro, venne nominato membro della Commissione per i Diritti Umani. La sua candidatura venne scelta e controllata dal dipartimento del personale dell'amministrazione presidenziale di Boris Eltsin.

La storia di Podatev, detto "Poodle" (barboncino) e' poco nota. La sua figura appare subito dopo il tracollo dello stato sovietico quando la nuova fase permette l’emergere di quel mondo parallelo e sommerso, cresciuto all’ombra del potere politico, che ad un certo punto si presenta come reale alternativa organizzativa, morale ed economica al vecchio sistema. Puntando sullo scontento e sull'antagonismo con il passato regime comunista, Podatev trova l'appoggio della popolazione ed inizia la propria attivita' imprenditoriale fondando la societa' per azioni Svoboda, che come attivita' ha quella di vendere consulenze per risolvere controversie giuridiche, garantendo l’esecuzione del verdetto.

Nel 1993 compie un notevole salto di qualita' fondando la societa' Edinstvo con filiali in Usa, Canada e Spagna. L’ascesa economica, l’appoggio della popolazione e i risultati ottenuti nella sicurezza pubblica e sociale, permettono a Podatev di accattivarsi la simpatia delle istituzioni fino all’ingresso ufficiale nelle stanze del potere statale, appunto, nel 1994.

In qualita' di membro della Commissione per i Diritti Umani, Podatev puo' dunque contattare i rappresentanti ONU direttamente a Ginevra. E negli USA, con queste credenziali, ha incontrato negli anni scorsi senatori e rappresentanti politici, nonche' Vyacheslav Ivankov, detto "Yaponchik" (giapponesino), ritenuto fino alla sua morte tra i massimi esponenti criminali e controllore di varie imprese, nella stessa Russia e negli Stati Uniti.


Nella foto: Vladimir Podatev con la divisa di Atamano Supremo della Societa' Mondiale dei Cosacchi.

sabato 5 dicembre 2009

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Il colore Viol@

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Legittimo impedimento

Circola la voce che, proprio in concomitanza dei giorni del summit Onu sul clima, nella capitale danese ci saranno anche i grandi saldi di stagione a prezzi imbattibili. La merce in vetrina, infatti, sara' offerta gratuitamente. A scatenare questa simpatica iniziativa e' stata una cartolina inviata dal sindaco della citta' ai centosessanta alberghi che ospiteranno i delegati che parteciperanno al summit.

"Siate ecosostenibili, non cercate sesso a pagamento" dice appunto il testo del biglietto per dissuadere gli ospiti dal contattare le squillo. "Cari proprietari degli alberghi, vi invitiamo a non fornire contatti o organizzare incontri con le prostitute". Ed e' stato per far capire al governo danese di non intromettersi nei loro affari, che le operatrici del settore piu' importante di Copenhagen, hanno ideato questa bizzarra promozione speciale: sesso gratis per chi presentera' una delle cartoline e mostrera' il tesserino della delegazione". Tutti quelli che forniranno la documentazione richiesta avranno quindi diritto ad una prestazione totalmente gratuita.

Sono piu' che convinta che un tizio di nostra conoscenza, qualora oltre alle cerimonie di inaugurazione dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria non bastassero neppure i Consigli dei Ministri straordinari, potrebbe benissimo recarsi al summit. Quale occasione migliore per scoprire le bellezze di una citta' come Copenaghen e, allo stesso tempo, dare un contributo indispensabile per risolvere i problemi in cui sta versando questo povero pianeta?

venerdì 4 dicembre 2009

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La Regina e la Giustizia

La crisi politica, sociale ed economica in Italia non accenna a placarsi. I rapporti di civile convivenza si stanno frantumando in una crescente radicalizzazione delle posizioni. Lo scontro s’inasprisce e conduce ad un'inevitabile separazione sempre piu’ netta fra il bene ed il male. Ci si divide in fazioni, squadre, eserciti schierati su sponde opposte di un fiume e si tende sempre piu’ a separare il mondo in buoni e cattivi, tollerando chi ci appare inoffensivo e respingendo con tutte le nostre forze chi, invece, puo’ nuocerci. Questo clima lo si avverte, e ci rende inquieti. E’ qualcosa che, come una spina conficcata dentro, non riusciamo a toglierci. Ci coinvolge nel profondo e tutti pretendiamo di essere dalla parte del giusto. Anch’io lo vorrei, ma tante volte non sono poi cosi’ sicura di esserlo.

La parola "giusto" porta, e' inevitabile, a pensare a Giustizia. Di questi tempi la si sente pronunciare sempre piu’ spesso. Volendo, con “Giustizia”, ci si potrebbe riempire la bocca tutto il giorno, sciorinando le opinioni piu' diverse allo scopo di portare piu' acqua possibile al nostro mulino ideologico oppure, semplicemente, per affermare teorie che mettono al riparo i nostri privilegi. Ma, in fondo, chi puo’ dire sinceramente cosa sia la Giustizia e, soprattutto, per me che significato ha?

Una bella poesia di Fabrizio Piazza recita:

le tue parole dolci sono come un parco giochi
e io sono un bambino che si e’ perduto
fra le tue parole incerte e le tue parole chiare
ma le tue parole adesso tagliano come coltelli

e io ascolto quello che dici anche se non sei sincera
e se la mia storia e’ un libro di pagine strappate
tu sei misteriosa piu’ delle mie mani
piu’ dell'altra faccia della luna

tu sei una zingara ma sei tu la mia regina
tu sei il mio uomo e la mia bambina

vorrei poterti dire che non m'importa niente
di vederti soltanto per vederti andare via
e ogni volta darti un bacio e poi vederti ripartire
ogni volta dirti ... ciao ...

o forse potrei dirti soltanto la verita’
quella verita’ che sai fa di me un sognatore
mi piace ricordarti con quell'aria da ragazzina
con la camicia di tuo padre che ti fa sembrare un uomo

tu sei una zingara ma sei tu la mia regina
tu sei il mio uomo e la mia bambina

le tue parole dolci sono come un parco giochi
e io sono un bambino che si e’ perduto
fra le tue parole incerte e le tue parole chiare
ma le tue parole adesso tagliano come coltelli

tu sei una zingara ma sei tu la mia regina
tu sei il mio uomo e la mia bambina

Questa poesia mi ha ricordato che alcuni anni fa c’era una donna a capo di una comunita’ tzigana che, per il suo ruolo, tutti consideravano la Regina. Di “regine tzigane” ce ne sono diverse; in ogni luogo ove siano presenti gli zingari se ne puo’ trovare una; ed anche piu’ di una. Sono donne speciali, intelligenti, animate da una grande forza d’animo, dotate di buon senso, di saggezza e di quel carisma che le rende ascoltate e rispettate da chi e' parte della comunita’. Donne che spesso hanno un sogno quasi sempre impossibile da realizzare ma al quale dedicano tutta la loro vita, e che si distinguono per il loro carattere filantropico e per la particolare attenzione che pongono ai problemi del popolo dei Rom.

Ebbene, questa anziana donna era molto ricca. Possedeva un conto bancario milionario e moltissimi investimenti che pero’ non utilizzava per se stessa, per fare una bella vita, ma teneva a disposizione per aiutare chi aveva necessita’, chi era malato o non aveva modo di portare avanti una esistenza minimamente dignitosa. Poco prima che morisse, un giornalista, intervistandola, le chiese come aveva fatto ad accumulare una tale ricchezza, e lei rispose: “Essendo giusta!” Il giornalista, sbigottito, non capi’ subito il significato di quelle parole e cosi’ insistendo ottenne la risposta che piu’ di ogni trattato di Diritto esprime il senso di cio’ che gli tzigani intendono per Giustizia: “Io giudico chi e’ colpevole, e chi arreca dei danni deve pagare per me e per le vittime”.

Deve essere a questo punto detto che per gli tzigani il furto perpetrato verso chi non e’ zingaro non e’ considerato un fatto cosi’ grave da doverne rispondere di fronte alla propria comunita', mentre e’ grave invece il furto commesso nei confronti di chi zingaro lo e’, e gravissimo e' quello compiuto verso chi fa parte della stessa Kumpania. Il giudizio di cui si parla, dunque, si riferisce esclusivamente a situazioni che si verificano all’interno e fra i membri della stessa comunita’ o tuttalpiu’ fra Rom in generale. In ogni caso esiste nella frase dell’anziana Regina un concetto che sta alla base della Giustizia cosi' come la intendono gli tzigani: chi commette un reato deve pagare non solo per i danni causati, ma anche per chi amministra la Giustizia.

Immaginiamo una Giustizia che non scarichi tutte le spese della sua amministrazione indifferentemente sui contribuenti, ma che le faccia pagare solo a coloro che vengono ritenuti colpevoli dei reati, ed immaginiamo cosa accadrebbe, ad esempio in Italia, con i mafiosi e i politici corrotti o corruttori che, quando ritenuti colpevoli, avessero anche l’obbligo di sostenere le spese dell’intero apparato giudiziario.

mercoledì 2 dicembre 2009

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C'e' qualcosa d'incomprensibile

Leggo QUI una notizia in cui il Presidente Obama annuncia l'intenzione di volersi ritirare dall'Afghanistan a luglio del 2011. Poi, subito dopo, leggo un'altra notizia QUI in cui il ministro Frattini, noto esperto di politica estera invidiato in tutto il mondo (almeno secondo quanto ha dichiarato il miglior presidente del consiglio degli ultimi 150 anni) dice che "Il 2013 per l'Italia è l'obiettivo massimo, non minimo per il disimpegno dall'Afghanistan".

Cio' che mi chiedo e': dal 2011 al 2013 cosa accadrebbe? L'esercito italico resterebbe impegnato in Afghanistan da solo? Doterebbero i soldati di arco e frecce in grado di abbattere gli elicotteri come quelle di Rambo? Verrebbe insegnato loro come rispondere all'occorrenza? Oppure ci penserebbe direttamente lui, l'unto del Signore, con i mezzi ai quali e' abituato, a staccare qualche assegno per corrompere i signori della guerra talebani?

I casi sono due: o il Presidente degli Stati Uniti d'America non ha pienamente colto la raffinatezza, particolare ed innovativa della strategia politico-militare che sta dietro alla dichiarazione del responsabile degli Esteri del Governo italico, e quindi anche Obama, trovandosi in disaccordo come Fini, e' fuori dalla linea del PDL oppure, piu' semplicemente, Frattini non ha capito una beneamata mazza dimostrandosi di essere cio' che la sua faccia palesemente esprime.

martedì 1 dicembre 2009

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Francesca

Dal 27 novembre anche in Italia e' possibile assistere alla proiezione di “Francesca”, il discusso film di Bobby Paunescu in cui Alessandra Mussolini e’ chiamata “troia”. La nipote del Duce aveva infatti chiesto di vietare che il film finisse nelle sale cinematografiche poiche’ non aveva proprio mandato giu’ che una delle protagoniste pronunciasse la frase: “La Mussolini, una troia che vuole ammazzare tutti i rumeni”. Nel film anche il sindaco di Verona Flavio Tosi viene apostrofato come “sindaco di merda”.

La storia racconta di una giovane maestra di asilo romena, interpretata da Monica Barladeanu, che sogna di emigrare in Italia. L’obiettivo della donna e’ quello di cambiare radicalmente la sua vita e Francesca partira’ per l’Italia in attesa che il suo fidanzato, Mita, dopo aver risolto un affare in grado di mettere a posto ogni problema economico, la raggiunga.

Dopo la presentazione del film a settembre al Festival di Venezia, la Mussolini aveva chiesto non solo il risarcimento danni ma anche il sequestro della pellicola, ed i responsabili del Circuito Cinema Comunali di Venezia avevano quindi deciso di sospenderne proiezioni. Il Tribunale civile di Roma ha pero’ recentemente dato il via libera alla diffusione della pellicola.

La questione era diventata addirittura un caso internazionale, tanto da interessare persino il premier romeno Emil Boc che, durante un incontro istituzionale con Silvio Berlusconi, parlando di “liberta’ di espressione e di creazione artistica” manifesto’ il suo dissenso per l’azione legale giudicandola un eccesso.

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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