domenica 29 novembre 2009

51
comments
Ladri!

Pare che in Italia migliaia di bambini Rom pratichino il borseggio, neanche tanto occasionale. Non posso negare questa affermazione, poiche' e' vera, e non voglio neppure addentrarmi nell'analisi delle motivazioni che spingono gli esseri umani a cercare di sopravvivere ad un'esistenza terribile alla quale sono obbligati. Un'esistenza fatta di emarginazione, disagio, poverta', sporcizia, malattia, rassegnazione, disperazione che, sono certa, nessuno di coloro che mi leggono in questo momento potrebbe mai tollerare. Ne' per se' ne' per i propri figli.

Si potra' dire che la colpa delle condizioni in cui vivono gli zingari non sia attribuibile agli attuali governanti italici, che le cause sono antiche e che anche altri in passato, con le loro politiche scellerate, abbiano pesanti responsabilita'. E si potra' dire anche che, in qualche modo, il problema debba essere risolto, anche drasticamente, altrimenti c'e' il rischio che la brava gente, derubata ogni giorno, alla lunga diventi razzista. E' per evitare che il razzismo dilaghi, dunque, che conviene prendere delle misure adeguate anche se queste possono risultare discutibili, dure, inumane, contrarie agli accordi internazionali; perche' quando c'e' da garantire la sicurezza dei cittadini e dei loro beni messi in pericolo di continuo da questa "marmaglia" che ha scelto l'Italia come luogo per rubare a piacimento, non si puo' certo andar troppo per il sottile.

Percio', ascoltando quello che viene detto in giro e le ragionevoli argomentazioni dei tanti, mi sono resa conto di come il problema sia davvero percepito in modo serio, e come l'emergenza Rom in Italia sia da considerarsi grave quasi al pari della crisi economica, e della progressiva precarizzazione, se non addirittura perdita dei posti di lavoro; problema non scollegato ed anch'esso attribuibile all'eccessiva presenza di extracomunitari. Ho quindi deciso d'indagare per mio conto fra le persone che conosco domandando se, in vita loro, avessero mai subito un furto da uno zingaro, oppure se avessero qualche parente o conoscente che ne fosse stato vittima. Ebbene, considerando quanto ho scritto sopra, credevo di ricevere una totalita' di si' ed invece, con mio grande stupore, ad eccezione di pochissimi, quasi tutti hanno risposto no. Ho poi fatto loro una diversa domanda ed ho chiesto se, invece, fossero stati derubati da banche o da istituti finanziari, oppure se avessero la sensazione di essere stati ingannati in modo fraudolento. E qui, quasi tutti, mi hanno risposto affermativamente.

Ora, puo' essere che la mia indagine sia in parte faziosa e che la domanda non sia stata posta nel modo corretto, ma consiglio a tutti di fare lo stesso esperimento con le persone conosciute. Ci si accorgera' che le cose sono leggermente diverse da quelle che vengono raccontate da chi, a questo punto, sembra abbia tutto l'interesse a fomentare l'odio verso determinate minoranze, e sono pronta a scommettere che alla fine si otterra' il mio identico risultato.

"Gli zingari sono uomini che fuggono, nomadi per forza, oggetto dell'incomprensione e dell'aggressivita' di molti, separati dai propri vicini da muri invalicabili" (Yoshka Barthélémy)

venerdì 27 novembre 2009

3
comments
L'uomo bianco e l'uomo di colore

Tutto cio’ puo’ indurci nel non trovare assurda l'ipotesi che un animale appartenente al tipo pitecoide siasi trasformato, sotto speciali circostanze, mano mano, in un uomo negro, giallo, semitico, bianco, a quel modo che sotto ai nostri occhi il Bianco si cangiava in Yanckee, il Semita in Europeo, a quel modo che il cignale divenne porco, il lupo divenne cane, o come l'ape solitaria, fabricatrice della informe cella, si trasformo' in quella meravigliosa architetta che e l'ape domestica.

Cosi' la storia dell'umanita’ rientra nell'immenso cerchio della creazione, da cui una sciocca vanita' la vorrebbe divelta. Se non che noi non possiamo ancora asserire queste origini pitecoidi e queste metamorfosi progressive, se non come un'ipotesi, appunto perche’ l'antropologia vuol essere una scienza esatta, e non puo’ concludere, a mo' degli antichi filosofi, su poche analogie e sui trampoli di pochi fatti e di arguti od imbrogliati sillogismi.

Quando avremo trovato, fossile o vivo, l'animale intermediario tra alcune specie di scimie e l'uomo, quando piu’ numerosi documenti ci avranno fissati i caratteri delle razze preistoriche, in ispecie dell'epoca miocenica e pliocenica, che ora tanto scarseggiano, allora soltanto la ipotesi cedera’ il posto all’assioma. Ma noi ci abbiamo messo innanzi un altro problema, da questo ben differente: se, cioe’, la razza umana sia identica dappertutto a se stessa, o se presenti delle ineguaglianze profonde.

Ora se al primo quesito la risposta deve farsi esitando dinanzi alle misure e alle riserve dell'antropologia, nessun dubio vi ha per il secondo. Potra’ discutersi se il cane derivi dal lupo, o il cavallo e l'asino dalla zebra; ma nessun naturalista puo’ dubitare che il cane ed il lupo, la tigre e il leone offrano fra loro profonde disuguaglianze, chiaminsi poi queste generi o specie. Sia che le varieta’ umane esistessero fino dalla origine, o che mano mano, come noi tentammo dimostrare, si ottenessero perche’ le negroidi, le piu’ imperfette, si trasformavano nelle piu’ perfette, le bianche, - lasciando nello spazio, monumento eterno della loro origine, bozzolo vivente, il loro tipo antico, - esse si presentano a noi con profonde, evidenti disuguaglianze.

Anatomicamente parlando, noi dobbiamo distinguere l’uomo dal cranio doligocefalo, a muso sporgente, a capello ricciuto, lanoso, a cute scura, a braccia lunghe, - il Negro, - dall'uomo prognato ed eurignato, dai capelli lanosi, raccolti a fascetti, e con frequente steatopigia,- l'Ottentotto, - dall'uomo a cute gialla, a muso largo, a pelo scarso, a cranio rotondo o piramidale e ad occhi obliqui, - il Giallo, - dall'uomo infine della cute rosea o bianca, dal cranio a diametri poco esaggerati, dalle forme tutte del corpo simmetriche, dalla fronte ampia ed eretta.

Se stiamo alle lingue, abbiamo le razze a lingue chiocchianti, polisintetiche, monosillabiche, agglutinative, a flessione.
Se stiamo alle arti, abbiamo le razze a strumenti di pietra e a strumenti di bronzo e di ferro, e le razze domatrici di animali, e le razze costruttrici di machine.
Se stiamo all'estetica abbiamo, nella pittura, le razze artistiche, quelle artistiche senza prospettiva, e le affatto inartistiche: e, nella musica, le razze co 'l la per nota fondamentale, e le razze co 'l fa e senza mezzo tono, e le razze con tre toni soltanto.
Se stiamo alla scrittura, abbiamo le razze a scrittura pittorica, ideografica, fono-ideografica ed alfabetica.
Se stiamo alle religioni, abbiamo le razze a religione feticia, sciamana, politeista, monoteista e le razze con poca o niuna credenza, le scettiche.
Se stiamo alta politica, abbiamo le razze a famiglie sparse, a tribu’, a impero dispotico e a impero piu’ o meno elettivo o temperato dal voto popolare.

Che se con una sola frase noi vogliamo riassumere quasi tutti questi caratteri, noi dobbiamo dire che vi sono due grandi razze: la Bianca e la Colorata. Noi soli Bianchi abbiamo toccato la piu’ perfetta simmetria nelle forme del corpo. Noi soli, con la scrittura alfabetica e con le lingue a flessioni, fornendo il pensiero di una piu’ ampia e commoda veste, potemmo difenderlo ed eternarlo nei monumenti, nei libri e nella stampa. Noi soli possediamo una vera arte musicale. Noi soli abbiamo, per bocca di Cristo e di Budda, proclamata la liberta’ dello schiavo, il diritto dell’uomo alla vita, il rispetto al vecchio, alla donna ed al debole, il perdono del nemico. Noi soli abbiamo, con Wasinghton, con Franklin, con Mirabeau, proclamato ed attuato il concetto vero della nazionalita’. Noi soli, infine, con Lutero e Galileo, Epicuro e Spinoza, Lucrezio e Voltaire, abbiamo procacciata la liberta’ del pensiero, di cui voi, gentili uditrici, offrite un esempio, assistendo, senza ribrezzo, allo svolgersi di temi si’ poco ortodossi.

Ed e degno di nota che nelle favole fanciullesche di molti popoli si dipinge il diavolo come un uomo nero, e si favoleggia di pigmei, di gnomi, di fauni piccoli, calvi, gialli, che cercano rubare i fanciulli, che lavorano meravigliosamente i metalli, perfidi, falsi, voraci, lascivi, bevoni, indovini.

(L’uomo bianco e l’uomo di colore. Letture su l’origine e la varieta’ delle razze umane – Cesare Lombroso,1892)

Sono nata sulle rive del Sindh
avevo lunghi capelli neri:
mia madre mi lavo’ nel fiume,
mio padre canto’ una canzone triste.

Sono nata che arrivava l’inverno,
le capanne erano fredde;
ho teso la mano -la mia voce non diceva-
i gage’ volgevano lo sguardo altrove.

Ho camminato a piedi scalzi
e ballato sotto la luce di chon;
mentre i violini piangevano in silenzio
ho fatto l’amore sulla terra nuda.

Discendo da Cam - sono nera come la notte-
i vecchi al campo recitano strane poesie,
io leggo il destino e l’anima negli occhi
poi riprendo in silenzio il mio cammino.

Sono una Rom -figlia del vento-
la mia strada e’ lunga e faticosa,
ma sono libera di essere quel che sono:
la vita e’ andare verso dove non sai.

(Canto Zingaro - Daniela Cattani Rusich)

giovedì 26 novembre 2009

23
comments
Papiminkia si nasce

Sinceramente ho sempre pensato che gli italici avessero una particolarita' che li contraddistingue dal resto del genere umano. Credo sia un fatto genetico, oppure hanno una sfiga cronica a seguito di chissa' quale peccato universale commesso nei confronti di una qualche Entita' Superiore che fa di tutto per punirli. La particolarita' di cui parlo e' la capacita' che gli italici hanno di trovare il rimedio ad un male che e' sempre e comunque peggiore del male che vogliono a guarire.

Per cui, in questo scenario fantapolitico in cui qualcuno paventa guerre civili, ipotizzo un bel governo di militari con la sospensione della Costituzione e delle liberta' civili fino a data ignota. E tutti a spaccare pietre.

Non so se, a questo punto, sia auspicabile oppure se sia meglio sperare che i papiminkia scarichino una volta per tutte il loro Messia e che finalmente (e' accaduto anche ad un altro che era un vero galantuomo 2000 anni fa), lo lascino andare al suo destino d’imputato e verso il suo Golgota. Anche perche' non credo che i papiminkia avrebbero molto di che preoccuparsi: dopo tre giorni, sono certa, egli sarebbe nuovamente fra loro e tutti quanti potrebbero di nuovo leccargli, oltre al culo, anche le stimmate.

Ma ahime', piu' volte l'ho detto, credo che dai papiminkia poco ci sia da attendersi. Anche questo e' un fatto genetico: papiminkia si nasce, mica si diventa.

mercoledì 25 novembre 2009

21
comments
2002

Ieri ho riletto i vecchi messaggi in un gruppo di discussione nel quale sono iscritta fin dal 2002, ed in particolare ho riletto i miei. E’ stato come fare un salto indietro nel tempo. Ho riscoperto cosi' una Chiara diversa, piu' ingenua, meno disillusa, piu' incline alla burla, alla battuta facile e, molto spesso, anche alla tolleranza ed al perdono. Si', chi oggi mi critica per come sono diventata dura nelle mie esternazioni ha ragione a farlo. Non sono piu' quella di una volta. Non sono piu' spensierata, a tratti frivola, quasi mai incavolata sul serio. Riconosco di essere sempre stata un po’ permalosa, come dice qualche amico, questo si', ma ultimamente tutte quante le mie reazioni sono piu’ acute, estreme e si percepisce il fastidio e l'intolleranza che provo nei confronti di certi comportamenti che, se devo essere sincera, mi feriscono molto piu' oggi di allora.

E' certamente un'involuzione, un peggioramento del mio carattere, della mia personalita', e vi s’intravede anche una minore forza, che era poi quella di usare l'ironia al posto del sarcasmo, e che rappresentava per me una corazza insuperabile.

E' una Chiara diversa quella di oggi e, devo ammetterlo, sicuramente non e' una Chiara migliore. Rileggendo me stessa di sette anni fa me ne sono accorta, ma accorgermene non basta. Ho bisogno di capire. Di capire perche' sia successo ed il motivo per cui oggi, dentro di me alberghi come una profonda amarezza che, vi giuro, non pensavo di possedere. Eppure e' cosi'.

Litigi, prepotenze, accuse, calunnie, ipocrisie, manifestazioni d’orgoglio, d’invidia e mille altre sfaccettature dell’umana natura sono i molteplici aspetti di cui si compongono i rapporti fra le persone, reali o virtuali che siano e “tolleranza” e’ sempre piu’ di frequente una vuota parola priva senso se ad essa non corrispondono azioni concrete. Perche’ cio’ che davvero conta e’ la capacita' empatica che possediamo e come questa, poi, si traduca nei fatti e nei comportamenti costanti d’ogni giorno, quelli che dovrebbero rendere felici le persone che amiamo. E non soltanto loro. Invece, troppo spesso, siamo solo impegnati a soddisfare il nostro ego dirompente che alla lunga prende il sopravvento.

Forse, non ho saputo gestire i miei sentimenti con equilibrio. Forse l’empatia che avrebbe dovuto farmi gioire per la felicita' altrui e soffrire insieme a chi soffre e' oggi schiacciata, ricoperta da uno spesso strato di amarezza, duro, compatto, come a proteggermi da qualsiasi cosa possa ferirmi. E la colpa e' mia, solo mia, anche se so che ci sono delle ragioni. Ma non diro' niente di piu' riguardo a questo fatto che e’ e deve restare privato. E poi non interesserebbe a nessuno se non, forse, agli amici, ai veri amici che, se lo desiderano, possono trovarmi anche fuori da qui.

venerdì 20 novembre 2009

41
comments
La fine della Democrazia

Altrove, parlando del processo breve, avevo paragonato la Giustizia italica ad una vecchia ambulanza un po' scassata che, per legge, sarebbe dovuta arrivare in due ore a soccorrere un paziente posto a mille chilometri di distanza. In caso contrario, il paziente sarebbe stato ucciso e la sua morte attribuita all’autista incapace di guidare. Questa mia metafora e’ stata giudicata del tutto fuorviante poiche’, secondo la tesi del mio interlocutore, la giustizia italiana non e’ una vecchia auto malandata, bensi’ un cavallo, e per essere piu’ precisi il cavallo Soldatino del film Febbre da Cavallo, che fra l'altro non ho visto.

L’interlocutore, pero', viene in mio soccorso e mi ricorda velocemente la trama: l'avvocato De Marchis e’ il proprietario in bolletta del cavallo Soldatino, un brocco che arriva sempre dopo i piazzati; dopo aver accumulato debiti su debiti (al punto di tentare il suicidio), subisce la ritorsione del suo stalliere che smette di dare biada al cavallo; all'improvviso pero', Soldatino comincia a vincere, dando la polvere ai velocisti piu’ quotati d'Europa. Il cavallo insomma aveva capito che per mangiare bisogna lavorare. Quindi, secondo questa diversa opinione, la magistratura italiana, sarebbe composta da persone che non lavorerebbero abbastanza ma che, se sottoposte a stress, renderebbero di piu’. Nessuna carota, dunque. Solo il bastone in questi tempi in cui di carote ne sono rimaste assai poche.

Oltre a cio’, mi si fa notare, i magistrati che lavorano di piu’ lo fanno per dedizione e senso del dovere oppure (notare l’oppure) sono al servizio del partito, o dell'Idea, per eliminare l'attuale premier. Ovviamente, ciascun fuorvia a suo modo. Chi lo fa con ambulanze scassate e chi con cavalli e stallieri. Anzi, e’ un consiglio che do ai berluscones, visto cio’ che e’ accaduto, sarebbe meglio che in questo momento non si parlasse di cavalli e stallieri. Sul fatto, poi, che esistano solo due tipi di magistrati modello, quelli che agiscono per dedizione e senso del dovere, oppure quelli che invece agiscono per odio viscerale contro il nano, ritengo che siano affermazioni dettate da un indottrinamento papiminkiesco piu’ che da un’analisi approfondita della questione. Perche', d’altro canto, se proprio si volesse dare un giudizio equilibrato, si dovrebbe considerare anche un’altra ipotesi ugualmente lecita e condivisibile, cioe’ che ai magistrati che si applicano con dedizione al loro lavoro, in un’Italia cosi’ corrotta da risultare addirittura peggiore della Turchia, capita si imbattano frequentemente in reati commessi da un certo homunculus e dai suoi lacche'.

In ogni caso, comunque vadano le cose, qualsiasi siano le opinioni contrastanti fra una Giustizia che fa il suo dovere garantendo l’intera comunita’ ed una Giustizia ad orologeria finalizzata solo alla distruzione di una singola persona, io credo sinceramente che lo scopo principale di questa ghedinata del processo breve, non sia altro che la tipica, mafiosa, richiesta del "pizzo": si minaccia la distruzione dello Stato di Diritto solo per intimidire ed estorcere al Parlamento una riforma costituzionale che introduca un lodo Alfano due, oppure un ritorno all’immunita' parlamentare cosi’ com’era quella esistente prima di Tangentopoli.

Solo che c'e' un fatto che molti tendono a non considerare e cioe' che non e' cosi’ semplice reintrodurre un articolo della Costituzione una volta che e' stato abrogato; neppure se tutto il Parlamento fosse d’accordo. Il problema e’ tecnico e pare che, almeno in questa fase dei proclami e dello scontro, esso non venga seriamente preso in considerazione. Qualsiasi siano gli accordi, gli inciuci bipartisan, le ghedinate, i ricatti e le richieste di “pizzo”, ci sara' sempre e comunque quel maledetto Art. 3 della Costituzione a garantire lo Stato contro una pericolosa deriva antidemocratica atta ad introdurre (o reintrodurre) norme che non rispettino l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla Legge.

In semplici parole, quando l'Art. 68 (quello relativo all’autorizzazione a procedere) fu introdotto in fase costituente non rappresento' un problema, ma una volta abrogato, dato che le parti che compongono la Costituzione hanno una loro priorita’, e i primi 12 articoli che riguardano i principi fondamentali della Repubblica Italiana sono prioritari rispetto agli articoli che compongono le parti successive, pare non sia piu' possibile reintrodurlo senza intaccare il principio d’eguaglianza inserito nell'Art. 3. Si dovrebbe quindi cambiare anche l'Art. 3, riscrivendolo magari enunciando a chiare lettere che "non tutti i cittadini sono uguali di fronte alla Legge"; cosa che ritengo assai ardua da farsi per qualsiasi parte politica che non voglia apparire golpista, soprattutto per il fatto che i principi fondamentali costituzionali, secondo la dottrina, sono non revisionabili. Chi e’ avveduto, quindi, capisce bene che riscrivere la Costituzione in tali termini, in un momento di grave crisi politica ed economica come questo, potrebbe condurre ad uno scontro sociale insostenibile e, forse, persino alla fine della Democrazia. Spero non sia questo cio' che auspicano coloro che, a tutti i costi, intendono assolvere il nano dalle sue acclarate illegalita’.

giovedì 19 novembre 2009

9
comments
Italici: popolo di grandi anal-isti

Ricordo i discorsi... le campagne elettorali, gli slogan e le anal-isi degli esperti commercialisti divenuti poi ministri dell'economia quando Visco, nelle vignette, veniva raffigurato come un vampiro che succhiava il sangue. Ricordo tutta la pantomima di chi diceva quanto fosse insostenibile una pressione fiscale oltre il 40%, e che era arrivato finalmente il momento che gli italici pagassero meno tasse, per merito anche di chi non avrebbe mai messo loro le mani in tasca... giurin giuretto!

Bla bla bla...

Ma di chi e' la colpa? Com'e' potuto accadere tutto cio'? Ve lo dico io di chi e' la colpa, e sappiate che, anche se sono certa che ci resterete male, questa e' la verita', credetemi: la colpa e' tutta dei comunisti! Non ve l'aspettavate, vero? Di Marx, di Lenin di Stalin, di Mao e, visto che lo spazio per scrivere non manca, ci infiliamo anche Fidel Castro e l'immarciscibile Prodi. Si', sempre lui... estratto dal cilindro ogni qual volta che occorre un capro espiatorio ed ormai destinato, sui libri di Storia, ad essere descritto come quel disastro che ha affossato la crescita, affamato le famiglie, distrutto le piccole imprese ed ha gettato l'Italia nel baratro.

Pero', dalla lista dei comunisti, si deve escludere Putin che e' un grande presidente che non ha mai fatto del male a nessuno. Anzi, e' generoso ed altruista, e regala all'utilizzatore finale persino dei bellissimi lettoni... che sono dei letti belli spaziosi e non dei nerboruti maschioni della Lettonia.

Come si fa a non sorridere un po' amaramente di fronte all'evidenza dei fatti che, in modo inequivocabile, dimostra quanto agli italici piaccia prenderlo nel culo?

“La nostra pressione fiscale e' la più alta d´Europa a causa del vampiro Visco e di quel disastro di Prodi che ha affossato la crescita, affamato le famiglie, distrutto le piccole imprese…” (Giulio Tremonti - Campagna elettorale del 2008)

martedì 17 novembre 2009

21
comments
La storia di Tündér e del coltellino magico

Era e non era, tanto tempo fa che se n’e’ perfino perso il ricordo, un ricco proprietario di terre che aveva al servizio due contadini tzigani, marito e moglie. Costoro erano anziani e non avevano figli, ma entrambi continuavano a sperare che prima o poi ne sarebbe arrivato uno… ma invano. Pero’, nonostante l’eta’, accadde che un giorno il loro desiderio fu esaudito e venne al mondo una bellissima bambina che chiamarono Tündér. Ed accadde anche che, nello stesso giorno, nella stessa ora, nello stesso minuto, anche la giovane moglie del padrone desse alla luce un bambino, al quale fu dato il nome Rezsö.

Si dice che quando un bimbo ed una bimba nascono nello stesso giorno, nella stessa ora e nello stesso minuto, la vita li abbia destinati l’uno all’altra. Fin quando furono piccoli Rezsö e Tündér giocarono insieme e quando furono piu’ grandi, Rezsö, che andava a scuola in carrozza, faceva salire tutti i giorni Tündér accanto a se’, e non contento di risparmiarle la strada, divideva con lei il pane ed i dolci che gli davano per la merenda. Un giorno, la padrona preoccupata disse a suo marito:

- Non capisco perche’ Rezsö mangi cosi’ tanto e non ingrassi.

Una domestica la senti’ ed intervenne.

- Come puo’ ingrassare se il suo cibo lo regala a Tündér? La fa salire ogni giorno in carrozza per andare a scuola, e poi le dona il pane ed i dolci che dovrebbero servirgli per la merenda.

Il padrone, nel sapere questo, si arrabbio’ moltissimo e proibi’ al figlio di vedere ancora la figlia del contadino tzigano. Alla fine dell’anno, i ragazzi portarono a casa le pagelle; Tündér aveva voti bellissimi, mentre Rezsö aveva preso appena la sufficienza. Il padrone, molto scontento, corse dal maestro.

- Perche’ la figlia del contadino ha voti migliori di quelli di mio figlio?
- Ultimamente - rispose il maestro - Rezsö non e’ piu’ lo stesso. Una volta imparava bene come Tündér, ma da quando gli e’ stato proibito di parlarle, Rezsö e’ diventato distratto e triste. Non c’e’ materia che gli piaccia e l’attiri.

Cosi’ il padrone fece chiamare il contadino.

- Non voglio che tua figlia stia nella stessa classe di mio figlio, ti ordino di toglierla subito dalla scuola.
- Ma dove vuoi che la mandi? Non ci sono altre scuole nei dintorni.
- Da quando in qua una tzigana ha bisogno di andare a scuola? - grido’ il padrone esasperato - Il lavoro nei miei campi procede lentamente, e intanto tua figlia spreca il suo tempo sui banchi di scuola! Da domani le farai portare le vacche al pascolo.

Quando lo tzigano informo’ la famiglia degli ordini del padrone, la madre di Tündér si mise a piangere, ma la ragazza la consolo’.

- Non fa niente! So gia’ leggere e scrivere ed ora posso anche portare le vacche al pascolo.

E la mattina dopo, invece di recarsi a scuola come tutti gli altri bambini del villaggio, Tündér porto’ a pascolare le vacche. Quando Rezsö pero’ seppe dov’era la sua amica, chiese al cocchiere di accompagnarlo da lei, le si sedette accanto sull’erba e disse:

- Poiche’ tu non hai diritto di venire a scuola con me, io verro’ a pascolare le vacche con te.
- No - rispose Tündér. - Tu devi andare a scuola, altrimenti tuo padre si arrabbiera’.

Ma non ci fu niente da fare. Rezsö rimase con Tündér fino a sera inoltrata e torno’ da lei il giorno dopo e quello seguente. Al quarto giorno pero’ il maestro, non vedendolo, si reco’ alla fattoria per chiedere sue notizie. Il padrone interrogo’ il cocchiere e per poco non si strozzo’ dalla rabbia quando venne a sapere che suo figlio aveva voluto, gia’ da tre giorni, essere condotto nei campi. Poi mando’ a chiamare il contadino e gli ordino’ di scacciare immediatamente la figlia oppure di lasciare la fattoria con tutta la famiglia. Quando a casa gli tzigani ebbero la notizia, la madre si mise a piangere, e Tündér prese una decisione.

- Non piangere, mamma. Nessuno vi scaccera’ di casa. Me ne vado io. Non temere, non mi perdero’ girando per il mondo.

Cosi’ la madre le preparo’ del cibo per il lungo viaggio, e Tündér se ne ando’. Per strada, prima di uscire dal villaggio, pero’, incrocio’ la carrozza con a bordo Rezsö che quando la vide grido’:

- Dove stai andando, Tünder?
- Vado in giro per il mondo perche’ tuo padre non vuole che resti qui. Addio, Rezsö.
- Ti attendero’! - grido’ il bambino - Quando saro’ grande non sposero’ nessuna all’infuori di te. Non dimenticarlo!

In quel momento il cocchiere, schioccando la frusta, fece partire la carrozza in una nuvola di polvere e Tündér riprese il viaggio. Dopo aver camminato per tutto il giorno, la ragazza giunse ad un ruscello attraversato da una passerella molto stretta. Stava quasi per salirvi sopra quando, dall’altra parte, vide una vecchietta che spingeva davanti a se’ un grande branco di oche.

- Aspetta che abbia fatto passare le mie oche! - grido’ la vecchia.

Tündér non aveva fretta e cosi’ si mise seduta per terra ad attendere pazientemente. La passerella era cosi’ stretta che le oche dovevano attraversarla una per una in fila indiana. Iniziava a far buio e le oche non erano ancora passate tutte. Tündér adagio’ la testa contro una pietra e si addormento’. Al suo risveglio era l’alba e le oche non avevano ancora finito di passare, percio’ la ragazza apri’ il fagotto preparato da sua madre e fece colazione. Poi, vedendo che le oche sull’altra riva continuavano a crescere, invece di diminuire, si distese sotto un albero e si riaddormento’. Quando si sveglio’ la passerella era finalmente libera, e la vecchietta era li’ accanto a lei.

- Le mie oche sono passate tutte. Ora tocca a te – disse la vecchietta - ma prima rispondimi sinceramente: ti sei innervosita per aver dovuto aspettare tutto questo tempo?
- Nemmeno un po’ - rispose Tündér con un sorriso - Vado in giro per il mondo senza una meta e non ho fretta.
- Sei saggia a non avere fretta, e sei anche gentile a non lamentarti - disse a quel punto la vecchia molto soddisfatta - Se ti fossi mostrata impaziente o se ti fossi lamentata, saresti stata punita. Ma siccome hai aspettato senza dir nulla, avrai una ricompensa.

Alzo’ cosi’ la bacchetta e colpi’ bruscamente Tündér sulle mani. La ragazza lancio’ un grido di dolore.

- Questo colpo ti portera’ fortuna - riprese la vecchia - e d’ora in poi tutto quello che farai nella vita, ti riuscira’ sempre bene.

E con queste parole, come per magia, scomparve. Tündér si guardo’ le mani doloranti e striate di rosso, se le stropiccio’ un po’ e non ci penso’ piu’. Poi attraverso’ il ruscello e riprese il viaggio. A sera giunse in una grande citta’. Girando senza sapere dove andare si trovo’ davanti ad una casa che portava l’insegna di una sartoria. “E se imparassi a fare la sarta?“ penso’. Quindi busso’ alla porta.

- Che cosa cerchi, ragazza?
- Vorrei imparare a fare la sarta.
- Perche’ no? - rispose la padrona della sartoria - Se il lavoro ti piace, imparerai un buon mestiere.

Fece entrare Tündér e le diede da mangiare. Poi l’accompagno’ in una cameretta per la notte. La mattina dopo la sveglio’ di buon ora e la condusse nel laboratorio dove stavano lavorando altre giovani apprendiste.

- Guarda che abiti fabbricano le mie allieve. Se ti piace lavorare e ci metterai passione, anche tu sarai capace di farne di cosi’ belli, e se ti applichi, fra tre o quattro mesi sarai brava come loro.

Poi la condusse nel proprio laboratorio.

- Io lavoro qui … ecco, guarda: questa e’ la mia ultima creazione - disse mostrandole con orgoglio uno stupendo vestito degno di un sovrano, tutto intessuto d’oro e d’argento - Il re in persona me l’ha ordinato. Nessun altra all’infuori di me, in questa citta’, e’ in grado di fare qualcosa di simile. Tu non ne saresti mai capace, neanche se vi consacrassi la vita intera.
- Come puoi dirlo? - disse Tündér con un sorriso – Tu fammi lavorare e questo vestito lo finiro’ io.
- Sei una spocchiosa, arrogante e vanitosa! - disse la sarta arrabbiandosi - Sarei quasi tentata di mandarti via … pero’, accetto la tua sfida. Ti chiudero’ qui dentro, e se il vestito non sara’ pronto per stasera e non sara’ fatto come deve essere fatto, ti mettero’ alla porta.

Chiuse Tündér nel laboratorio e se ne ando’. La ragazza esamino’ il vestito da finire, poi inizio’ a lavorare. Sentiva d’essere capace di fare quello che aveva promesso; senza che sapesse come o perche’, le sue mani sceglievano sempre l’arnese giusto, le forbici, l’ago, il filo ed usavano il tutto con grande maestria… e poco dopo l’opera era terminata. Quando, a sera, la sarta entro’ nel laboratorio, non pote’ quasi credere ai suoi occhi. Aveva calcolato di dover lavorare ancora alcune settimane a quel vestito, e ad un tratto lo vedeva finito… percio’ dovette ammettere che non sarebbe stata capace di fare altrettanto.

- Se sei riuscita a compiere questo capolavoro senza l’aiuto di nessuno sei una grande sarta - disse - Resta con me e divieni mia socia. Divideremo onestamente il denaro guadagnato.

Tündér accetto’ felice, ma quando il re pago’ per il vestito, la sarta le diede meno del dovuto. A Tündér pero’ il mestiere piaceva; metteva da parte il denaro che guadagnava ripromettendosi di tornare a casa un giorno con un bel gruzzolo per aiutare i genitori. Ma presto la ragazza si accorse che la maestra esagerava nel derubarla e decise di lasciarla.

Un giorno, mentre andava in giro per la citta’, passo’ davanti alla bottega di un intagliatore. “Potrei diventare intagliatrice“ disse fra se’ e se’, e busso’ alla porta. L’intagliatore accetto’ volentieri di accogliere Tündér come apprendista. Le fece prima di tutto visitare il laboratorio degli allievi e poi la introdusse nel suo. In mezzo alla stanza, Tündér vide un altare ancora incompiuto.

- Il re in persona mi ha ordinato questo altare per la nuova chiesa che sta facendo costruire. Suo figlio, il principe, e’ molto malato ed egli spera di salvarlo con questo dono. Non c’e’, in tutta la citta’, un intagliatore che sia piu’ abile di me. Tu non saresti mai capace di fare un lavoro come il mio nemmeno se vi dedicassi tutta la vita.
- Come puoi dirlo? - disse Tündér con un sorriso - Tu fammi lavorare e finiro’ io questo altare.

L’intagliatore si arrabbio’.

- Non sei nemmeno apprendista e pretendi di sapere gia’ quanto me? Ma per questa volta ti voglio prendere in parola: ti chiudero’ qui dentro fino a sera, e guai a te se non finirai l’altare e non ne farai un capolavoro.

Rinchiuse la ragazza e se ne ando’. Appena Tündér si trovo’ da sola nel laboratorio, si mise al lavoro con entusiasmo. Inizio’ ad intagliare angeli e santi cosi’ belli che sembravano vivi. Quando le sculture furono pronte, le rivesti’ di seta e di broccato, tagliando e cucendo le loro vesti con maestria come aveva imparato a fare nel laboratorio della sarta. Poi ricopri’ con la foglia d’oro le parti rimaste scoperte… e l’altare fu finito. Tündér smise di lavorare ed ammiro’ la sua opera con soddisfazione. Ad un tratto ebbe l’impressione che uno degli angeli avesse fatto un leggero movimento. Ed infatti l’angelo apri’ la bocca e disse:

- Davvero un bel lavoro, Tündér. Raramente qualcuno ha saputo fare di me un’immagine cosi bella e reale. Per questo ti ricompensero’: dammi il coltellino che hai usato per intagliarmi.

Tündér, senza parole per lo stupore, porse il coltellino all’angelo e lui lo tocco’ col suo dito dorato.

- D’ora in poi - disse restituendo il coltellino - ogni volta che con questo toccherai un oggetto morto, lo farai vivere.

E con queste parole, l’angelo torno ad essere un’immagine dorata intagliata nell’altare, immobile fra le altre statue. Quando, a sera, il maestro torno’ in laboratorio e vide l’altare terminato, quasi non pote’ credere ai propri occhi.

- Hai finito tu questo altare? - grido’.
- Si’ - disse la ragazza orgogliosa.

Ma siccome l’uomo continuava ad essere incredulo, Tündér prese con tranquillita’ un pezzo di legno e, sotto i suoi occhi, ne ricavo’ una magnifica testa di santo.

- Resta con me, ti prego, sarai mia socia - propose l’intagliatore - e divideremo onestamente i nostri guadagni.

Tündér accetto’. Il re, stupefatto dalla bellezza dell’altare, pago’ addirittura piu’ di quanto aveva pattuito all’intagliatore ma anche lui, come gia’ la sarta, tenne per se’ la maggiore parte di denaro. Pochi giorni dopo, pero’, il principe invece di guarire mori’ all’improvviso ed il re, che era superstizioso, penso’ che la colpa fosse di chi aveva costruito l’altare. E si convinse talmente di questo sospetto che fece chiamare l’intagliatore, e quando l’uomo si presento’, gli si scaglio’ contro.

- Sono sicuro che la mia preghiera non e’ stata esaudita perche’ tu sei cattivo ed il tuo lavoro ha contaminato la chiesa.

Il povero scultore ebbe cosi’ tanta paura che confesso’ di non essere stato lui ad eseguire il lavoro, ma la sua socia.

- E’ una tzigana - disse - e’ tutta colpa sua!

Il re ordino’, quindi, che Tündér fosse portata al suo cospetto.

- L’hai scolpito tu, l’altare?
- Si’ - rispose la ragazza.
- Tu e il tuo maestro siete malvagi, e credo che la cosa migliore sia farvi impiccare tutti e due.

Tündér allora supplico’ il re di lasciarle almeno vedere il principe morto. Il re acconsenti’ e fece condurre Tündér nella camera dove avevano esposto il principe. Cosi’, mentre il maestro con i ferri ai polsi attendeva nel corridoio, Tündér entro’ nella stanza dove era esposto il principe. Lo guardo’, sembrava addormentato e chiese che la lasciassero per un momento sola con lui. La guardia che l’accompagnava usci’ ed il maestro, vedendo che Tündér era restata sola, fu preso dalla curiosita’ e si avvicinò alla porta per spiare dal buco della serratura. Vide cosi’ la ragazza che estraeva dalle pieghe della gonna il coltellino e, avvicinatasi al principe, gli pungeva la mano. In quell’istante il fanciullo si alzo’ come se si risvegliasse da un lungo sonno.

- Ma… dove sono? – disse stupito guardando Tündér, e poi domando’ - Tu chi sei? Non ti ho mai vista.

Tündér, senza dire niente, lo prese per mano ed apri’ la porta, poi lo condusse da suo padre, ed il re, vedendo che il figlio era vivo e vegeto, pazzo di gioia, ricopri’ la ragazza di regali e dette l’ordine di liberarla insieme col maestro. L’intagliatore, pero’, non fece parola con nessuno di quel che aveva visto attraverso il buco della serratura.

Accadde che, poco dopo, anche la sorellina del principe fu colpita a sua volta da una malattia mortale e una sera, per tutta la citta’, si sentirono le campane suonare a morto. Allora L’intagliatore disse fra se’ e se’: “Stavolta tocca a me tentare la sorte!”. Si reco’ quindi dal sovrano e gli chiese il permesso di restare un istante solo con la bambina morta. Il re si ricordo’ che era stata la sua socia, dopo aver fatto la stessa richiesta, che aveva resuscitato il principe e cosi’ fece condurre l’intagliatore presso la principessina. Rimasto solo con lei, l’uomo tiro’ fuori dalla tasca un coltellino e punse la mano della bambina… ma non accadde nulla. Punse la mano un’altra volta, ma la principessa resto’ immobile. Preso dallo sgomento allora, lancio’ un grido che fece accorrere le guardie che, vedendolo con il coltellino in mano, gli legarono le braccia e le gambe e lo gettarono in prigione. E quando il re seppe quel che era successo, lo condanno’ a morte. L’esecuzione doveva aver luogo sulla pubblica piazza, ma nel momento in cui il boia si apprestava ad eseguire la sentenza, Tündér, uscendo dalla folla, ando’ a gettarsi ai piedi del re.

- Abbiate pieta’! – supplico’ - Quest’uomo e’ innocente. Concedetegli la vita ed io vi prometto di risuscitare la bambina.

Il re riconobbe la ragazza che aveva restituito la vita all’altro suo figlio e fece sospendere l’esecuzione, Condusse egli stesso Tündér presso la principessina, ma non volle lasciare la stanza. Tündér protesto’ e disse che se non fosse rimasta sola, la bambina non avrebbe mai ricuperato la vita e soltanto allora il re si decise a uscire, ma resto’ vicino alla porta pronto ad aprire all’improvviso per vedere che cosa succedeva. Pero’ non ne ebbe il tempo. Passo’ solo qualche secondo e Tündér tenendo per mano la principessa, usci’. L’avvenimento fu festeggiato in tutto il regno, ed il re ricopri’ Tündér di doni in tale quantita’ che la ragazza non poteva portarseli via da sola. Ed allora il re le offri’ anche una carrozza e due magnifici cavalli per poterli trasportare. Tündér carico’ la carrozza con tutte le sue ricchezze, ringrazio’ il re e, chiedendogli ancora la grazia per l’intagliatore, si mise in viaggio per tornare a casa dai suoi genitori. Ma non aveva quasi oltrepassato la porta della citta’, che lo scultore la raggiunse e le si getto’ davanti in ginocchio.

- Non andartene, ti prego! Resta con me e io ti trattero’ come una figlia. Tutto cio’ che posseggo ti appartiene, ormai, perche’ hai salvato la mia vita.
- Non posso restare con te - disse Tündér scuotendo la testa - devo tornare dai miei genitori che mi attendono da molto tempo. Ti ho visto che mi spiavi e che mi hai mentito, ma non voglio serbarti rancore, anzi, vorrei che ci lasciassimo da buoni amici.
- Resta almeno per un altro giorno cosicche’ possa dimostrarti tutta la mia riconoscenza - prego’ ancora l’uomo.

Tündér si fece convincere. Decise cosi’ di rimandare la partenza al giorno dopo e quella sera, l’intagliatore diede un magnifico banchetto, e si assicuro’ personalmente che la sua ospite mangiasse e bevesse a sazieta’ ripetendo continuamente che le doveva la vita, e dopo il banchetto l’accompagno’ personalmente nella sua camera. Ma Tündér, che non era ingenua, fiuto’ qualcosa di strano in quell’atteggiamento un po’ troppo ossequiante, e quando il socio l’ebbe lasciata sola, invece di coricarsi prese una coperta, le diede la forma di un corpo e l’infilo’ nel letto. Poi si nascose dietro la porta. Non passo’ molto tempo che, ad un tratto, la porta si apri’ lentamente e lo scultore, stringendo un lungo coltello, si getto sulla forma nel letto per pugnalarla. Allora, in quell’istante, Tündér balzo’ fuori dal nascondiglio, e grido’:

- E’ questo il modo con il quale volevi ricompensarmi della mia bonta’?

Quindi, afferrato in fretta e furia il suo bagaglio, usci’ dalla stanza, chiuse la porta a chiave e, salita sulla carrozza, parti’ con i cavalli al galoppo. Dopo qualche giorno di viaggio si trovo’ di fronte ad un paesaggio famigliare. Vide un ruscello attraversato da una stretta passerella e, ricordandosi di quel posto, capi’ di non essere lontana dal villaggio dove era nata. Monto sulla passerella e, sporgendosi un po’, vide la sua immagine riflessa nell’acqua. Com’era cambiata! Non era piu’ la piccola, povera tzigana scacciata di casa; era diventata una bella ragazza, alta e grazie ai regali ricevuti del re, era cosi’ elegante da sembrare una gran dama. “I miei genitori non mi riconosceranno” penso’ “e che cosa ne sara’ stato del mio piccolo amico Rezsö?” Immersa in questi pensieri, nel mentre che era intenta ad ammirarsi nel riflesso dell’acqua, le apparve all’improvviso, la vecchia che una volta le aveva impedito di attraversare per prima il ruscello. Stringeva sempre in pugno quella lunga bacchetta con cui le aveva colpito le mani, e sorrideva con la sua bocca sdentata.

- Vedo, ragazza, che hai avuto successo, nel mondo - disse - Hai l’aspetto di una gran dama, viaggi su una bella carrozza, hai due magnifici cavalli e … cosa altro hai in quei bauli?
- Oro, argento, e tutto quello che ho guadagnato col mio lavoro, ma anche grazie al tuo aiuto, nonnina - rispose Tündér - Te ne daro’ volentieri la meta’.
- Oh, no! Io non ho bisogno di ricchezze - rispose la vecchia sorridendo - ma sono felice di vedere che non sei ne’ avara ne’ ingrata. E’ davvero un peccato che a casa ti attendano cattive notizie.
- Quali notizie? - gridò Tündér preoccupata.
- Ritorni troppo tardi. I tuoi genitori sono morti da tanto tempo e neppure il tuo coltellino magico potra’ farli risuscitare. Ed il tuo amico Rezsö, al quale poco fa stavi pensando, e’ morto proprio ieri…
- Rezsö? … Che cosa gli e’ accaduto?
- I suoi genitori volevano che si sposasse, ma lui ha sempre rifiutato perche’ aspettava che tu tornassi. Suo padre, pero’, non la smetteva di tormentarlo perche’ sposasse un’altra donna e cosi’, per il dolore, e morto. Ma invece di seppellirlo, la sua famiglia ha voluto adagiarlo dentro una teca nella foresta… vieni, ti accompagno da lui…

E la vecchia accompagno’ Tündér nella foresta.

- Ecco, e’ qui dentro.
- Potrei toccarlo ancora una volta, nonnina?
- Si’, certo, in questo posso aiutarti - rispose la vecchia, e con la bacchetta colpi’ delicatamente la teca.

La teca si apri’. Dentro, Rezsö sembrava che dormisse. Tündér prese il coltellino magico, esitando un momento, e poi gli punse la mano. Il ragazzo apri’ gli occhi, la guardo’ stupito e chiese:

- Chi sei?
- Non mi riconosci?

Allora Rezsö, di colpo balzo’ in piedi ed esclamo’:

- Certo che ti riconosco, sei la mia Tündér! Sei tornata!

Poi, guardandosi intorno spaventato, chiese ancora:

- Che luogo e’ questo? Perche’ siamo qui?
- Vieni, ti spieghero tutto lungo la strada. Usciamo dalla foresta - rispose Tündér.

Lo prese quindi per mano e l’accompagno’ fuori della foresta. Quando furono alla passerella sul ruscello, Tündér si accorse di aver lasciato indietro il coltellino magico. Per un istante fu presa dalla voglia di tornare nella foresta a riprenderselo, poi penso’ che in fondo non era importante; l’essenziale era che Rezsö fosse vivo accanto a lei.

- Ora ricordo quello che mi e’ accaduto. Ma tu mi hai ritrovato e la gioia mi ha reso la vita.
- Si’. Ora andiamo da tuo padre a chiedergli la sua benedizione.
- Non ci permetterebbe mai di sposarci - disse Rezsö scuotendo la testa - ed io non desidero tornare a casa. I miei genitori mi credono morto, ormai … lasciamoli, fuggiamo in un paese dove nessuno possa trovarci.

In quel momento Tündér si ricordo’ della vecchia e si volto’ per ringraziarla, per dirle quanto fosse felice ancora per merito suo, ma la vecchia era scomparsa, come fosse stata assorbita dalla foresta, e la giovane capi’ che non avrebbe mai piu’ rivista. Fece cosi’ salire Rezsö sulla carrozza e, insieme, se ne andarono senza rimpianti, lontano, in un paese dove nessuno li conosceva e dove poterono vivere felici e contenti.

Tündér, vorrei portarti per il mondo
come fossi una regina.
Non altera e indifferente,
ma come una donna che sale scalza
l’arduo sentiero della vita.

Vorrei sentire il tuo canto,
e vivere la tua fantasia,
e mostrarti tutti quanti i colori,
e quelle cose che credevi inesistenti
per nutrire il tuo piccolo cuore.

Sei tu il pensiero impalpabile
che percorre la mia mente.
Non chiedi mai il permesso,
ma del tuo carrozzone alla guida
sei una zingara regale.

Dimmi, qual e’ il tuo mondo?
Silenziosa oltrepassi i miei pensieri
per poi sfumar lontana oltre le dune.
E negli occhi hai le nuvole e la polvere
che s’alza testimone al tuo passaggio.

lunedì 16 novembre 2009

43
comments
Me and "Belle"

«Belle de Jour» si rivela: sono una scienziata. «Non sono piu' anonima». Domenica 15 no­vembre, sei del mattino: «Belle de Jour», apre il suo sexy-blog, quello che ha fatto perdere la te­sta agli inglesi e racconta la veri­ta'. «Belle e la persona che ha scritto di Belle sono rimaste per troppo tempo separate, dovevo ricongiungerle». Sembra un gio­co di parole e non lo e'. Dietro a «Bella di Giorno», ex bellissima squillo che incon­tra gli uomini, che scrive un best-seller, dietro a questa Bel­le de Jour che si e' ispirata al film con Catherine Deneuve protagonista e Luis Bunuel regi­sta (1967), dietro a questa mi­steriosa firma dell’erotismo in­ternettiano c’e' un fior di scienziata. «Sono io Belle de Jour». Nome: dottoressa Brooke Ma­gnanti. Prima professione: escort, ragazza da accompagna­mento e da letto. «Quanti clien­ti? Alcune centinaia, trecento sterline a serata».

Seconda pro­fessione: narratrice che si e' pre­sa burla di critici letterari capa­ci di filosofeggiare e conclude­re che «Belle de Jour» era un uo­mo. Terza professione, la vera e ultima: ricercatrice impegnata sul fronte del cancro e degli ef­fetti che producono i pesticidi. In laboratorio al mattino: ovve­ro Brooke Magnanti, scienziata. Poi a casa davanti al computer: «Belle», ricordando il tempo che fu da escort, riportandolo all’oggi come se presenza e cor­po fossero ancora in vendita. Il mistero e' svelato. La ex pro­stituta che, ricorrendo allo pseudonimo, ha fatto da sogget­to alla serie televisiva trasmes­sa da Itv e da Sky, titolo italiano Diario di una squillo, l’inquie­tante Belle, colei che nessuno sapeva chi fosse, ha deciso che basta, era il momento di alzare il velo. Nemmeno la giornalista In­dia Knight del Sunday Times riusciva a credere che «Belle» fosse quella affascinante bion­da, davanti a lei per la confes­sione. Poi si e' arresa e ha steso il racconto per il giornale della domenica. E Belle all’alba, sem­pre della domenica, ha annun­ciato nel suo blog: «Ho sempre pensato che la parte della mia vita di cui ho scritto sarebbe un giorno evaporata. Che l’avrei cacciata in una scatola. Total­mente separata dal real me, dal mio essere reale».

Voleva tener­selo dentro, sotterrarlo, trasfor­marsi da Belle in dottoressa Ma­gnanti, passare da un’identita' all’altra uccidendo lentamente la prima. Impossibile. «Belle sa­ra' sempre una parte di me». Ed ecco, alla fine, lo scoop-rivela­zione. Come comincio'? Per noia, per provocazione, per soldi. Brava studentessa d’universita', ormai alla tesi, Brooke, di buo­na famiglia, voleva mantenersi. E allora contatto' l’agenzia Bar­barella, facile capire cio' in cui era specializzata. Un colloquio di lavoro. E lo riportiamo con l’avvertenza che e' un po’ sopra le righe, ma che persino il Sun­day Times non lo ha censurato. «Hai fatto gli A-levels? ». Per chi non lo sapesse gli A-levels , a grandi linee, sono gli esami conclusivi della scuola superio­re. «Oh certo, molti anni fa». So­spiro della «datrice di lavoro». La «A» stava per «anal». «Oh, giusto...». E cosi' nacque Belle che si laureava, si specializzava e la sera si accompagnava. Naturalmente la carriera da escort duro' per un po’, fino a che la dottoressa Magnanti arri­vo' al laboratorio, il Bristol Ini­ziative for Research of Child He­alth.

E li' la scienziata penso' che forse quel passato avrebbe po­tuto incuriosire chissa' quanti inglesi: allora via al blog, al li­bro, alla serie televisiva. In inco­gnito. Un caso editoriale. Con giornali e commentatori, esper­ti di letteratura erotica, a chie­dersi: chi e' mai? Ipotesi fanta­siose e deliranti. Un segreto che dal 2003 nessuno ha infranto. Forse negli ultimi giorni la mamma aveva intuito che nel­l’aria c’era una fiaba, una farsa, con una sexy-blogger e scien­ziata protagonista. La figlia le aveva sussurrato: «Sentirai par­lare di qualcosa di importan­te ». Alla giornalista del Sunday Times Belle ha parlato in una stanza d’albergo a Soho, distesa su un letto. Domenica, 15 no­vembre, ore 6. Sul suo blog si e' congedata con una parola: «Lo­ve».

Articolo di Fabio Cavalera - Corriere.it


Mi e' stato chiesto un commento su questa "importantissima" notizia che sta facendo il giro di tutte le agenzie del mondo (ne parla persino il Sole 24ore), molto piu' di quella relativa al fatto che oggi moriranno di fame piu' di 17 mila bambini e che poco faranno per risolvere il problema coloro che oggi, riuniti a Roma per il vertice FAO, si ritroveranno probabilmente a cena nei migliori ristoranti della Capitale.

Essi', perche' questa "rivelazione" pare essere davvero qualcosa di epocale e, sono sicura, mettera' in pace alcuni lettori di Belle de Jour da anni affetti da compulsione masturbatoria che, nella tristezza del loro post coitum pipparolo (Post coitum omne animal triste est), probabilmente si ponevano dei dubbi sul fatto che a scrivere, invece di una stragnocca (a giudicare dalle foto neppure cosi' tanto - ndr), poteva esserci un peloso ragioniere londinese. Meno male! Adesso costoro potranno finalmente guardare in faccia i loro figli con orgoglio e dire: "Sappiate che vostro padre non e' gay!"

Immagino che anche qualcuno dei lettori che frequenta questo blog abbia fatto dei parallelismi fra me e "Belle" ed immagino che, in parte, la notizia che la blogger londinese non sia un uomo lo rincuori. Non credo sia edificante pensare di essersi masturbati (mentalmente ma anche no) leggendo le esperienze sessuali fantasticate da un "ipotetico ragioniere bergamasco con i baffi", e questa confessione di "Belle" in qualche modo da' la speranza che anche io sia cio' che dico di essere da quasi dieci anni. Magari non cosi' stragnocca come voglio far credere, ma almeno donna!

Pero' i parallelismi fra me e "Belle" non sono poi cosi' numerosi come sembrano essere a prima vista. Se si escludono tre o quattro cose in comune (l'avere un blog, un passato da prostituta, studi abbastanza simili ed un nickname composto), tutto il resto diverge, e non di poco. Prima cosa il motivo che ci ha portate, me e lei, ad esporre in pubblico i nostri pensieri, raccontando le nostre intimita' e mettendo al corrente dei perfetti estranei di fatti che, normalmente, non si direbbero neppure alle persone piu' vicine. E poi c'e' la finalita', il risultato che ciascuna di noi voleva raggiungere. Una finalita' per me ancora indistinta, fumosa; per lei, invece, abbastanza palese.

Buona fortuna "Belle", che la vita possa offrirti tutto cio' che non ti ha potuto dare in passato e che tu, da oggi, possa sentirti a posto con te stessa e con gli altri. Perdonami pero' se in questo giorno in cui rinunci al tuo anonimato, vengo assalita da una sottile malizia. Sono da sempre convinta che le persone si identifichino e valgano per cio' che fanno e non per cio' che raccontano in un blog, e sinceramente credo che la tua "confessione" sia stata dettata piu' da esigenze di copione e commerciali che da altro.

domenica 15 novembre 2009

39
comments
E ora passano alle vie di fatto

Se vi capita di svegliarvi verso le quattro o le cinque del mattino, mentre vi voltate nel letto in cerca di un po' piu' di sonno, pensate che quella e' l’ora dei campi nomadi. A quell’ora centinaia di agenti della polizia di Stato, carabinieri, guardie forestali, militari in tenuta da Afghanistan sono impegnati a smantellare i campi nomadi. Vuol dire sfondare porte, svegliare famiglie di soprassalto, terrorizzare bambini, svuotare casupole, distruggere baracche, rastrellare gli abitanti a volte per trasferirli, a volte per disperderli nelle boscaglie o negli squallidi quartieri vicini, dove si nascondono, come in una guerra.

Questa, infatti, e' la guerra degli italiani ai rom, 60 milioni di italiani contro 170 mila rom per meta' donne, per meta' bambini, per meta' cittadini italiani. Si chiama trasferimento nei campi attrezzati. Vuol dire: ruspe nel primo campo disumano e trasferimento in un secondo campo disumano, lontano, nel cemento, a filo di un autostrada.

Le operazioni sono guidate dal prefetto Pecoraro, che e' a capo di un quartier generale detto “emergenze rom”. Non c’e' alcuna emergenza rom, naturalmente; niente a che fare con la camorra. Ma, attenzione: il prefetto Pecoraro sta scrupolosamente eseguendo ordini. Gli ordini sono politici. E' la nuova Italia di Berlusconi-Bossi-Maroni, in cui si aggrediscono dovunque i deboli.

Ma la persecuzione degli zingari (specialmente dei bambini zingari) continua. Scrive Repubblica (11 novembre): “I piccoli rom del comune di Roma che non conoscono l’italiano lo impareranno nel loro campo di appartenenza e solo dopo potranno andare a scuola”. Nel ridicolo linguaggio da fureria comunale, il progetto persecutorio e' chiaro: apartheid. E’ vietato ai bambini rom l’accesso alla scuola perche' non sanno l’italiano. E' vietato ai bambini rom di imparare l’italiano, perché non vanno a scuola. Firmato Gianni Alemanno, sindaco di Roma. Ma niente e' ragionevole (che non vuol dire buono, ma solo pragmatico e utile) in una infezione di cattivismo che dilaga, porta vendetta e vendetta della vendetta.

Per esempio Alba Adriatica. Muore un uomo in una rissa come in tante tragiche risse italiane. Ma questa volta il colpevole e' un rom. Dunque distruzione delle case e delle auto rom, dunque tentativo di linciaggio. Le alternative, per gli zingari fuggitivi, sono: fame, schiavitu', arresto, espulsione.

E' l’Italia del tardo berlusconismo. Dopo molti annunci perversi, ora questa tetra Italia passa alle vie di fatto.

(Articolo di Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano, 15 Novembre 2009)

venerdì 13 novembre 2009

13
comments
Parlate dei rom solo dopo un crimine

Premetto che l’articolo non e’ mio bensi’ di Elisa Battistini, ed e’ pubblicato oggi su “Il Fatto Quotidiano”. Ho voluto riportarlo in questo mio diario cosicche' anche chi non acquista il giornale di Marco Travaglio, per scelta o per impossibilita', possa aver modo di leggerlo per condividerlo oppure per criticarlo.

“Per conoscere la cultura italiana prendiamo ad esempio Scampia? Giudichiamo gli italiani attraverso la camorra? Attraverso le situazioni di criminalita’?" Alexian Santino Spinelli, musicista compositore e docente universitario (insegna Lingua e cultura rom all’Universita’ di Chieti) e’ un rom italiano. Ma soprattutto e’ una persona che non ha nulla a che vedere con lo stereotipo dello zingaro raccontato dai media. “la rappresentazione dei rom e’ veicolata – dice Spinelli – da immagini e informazioni false. Gli italiani pensano che i rom vogliano vivere nelle roulotte. Una sciocchezza. Si generalizza un’immagine di degrado, generata da altri problemi”.

Eppure lo stereotipo nasce anche sulla base della realta’. Molti rom, italiani o meno, vivono infatti nei campi nomadi. “Non per scelta. Non e’ un’espressione culturale. E’ un cane che si morde la coda. I rom spesso provengono da altri paesi, magari sono clandestini, non riescono facilmente a trovare lavoro, non riescono spesso a trovare casa. E a volte non riescono a mandare i figli a scuola. A volte, addirittura, i figli non vengono mandati a scuola per la paura stessa della discriminazione. Ma torno all’esempio di Scampia: anche in alcuni quartieri italiani ci sono situazioni di degrado, i ragazzi non vanno a scuola e spacciano. Quindi? Diciamo che i genitori italiani non mandano a scuola i figli? Prendere i casi singoli ed estenderli ad una cultura e’ sbagliato. Ed e’ sbagliata l’etnicizzazione della notizia”.

Il delitto di Teramo pero’ e’ un dato di cronaca inoppugnabile. “Che cosa vuole che le dica? Esprimo tutto il mio cordoglio. Un omicidio e’ una tragedia che mi tocca profondamente come uomo, come italiano e come rom. Ma non si puo’ parlare di noi solo in questi casi. Esistono centinaia di eventi artistici organizzati dai rom e non hanno alcun interesse mediatico, anzi vengono ignorati”.

Per esempio quelli di oggi pomeriggio, presso la Chiesa Valdese di Roma, quando alle 18 l’Alexian Group di Spinelli suonera’ assieme all’Orchestra Sinfonica Abruzzese in un grande concerto per la regione colpita dal terremoto. Le partiture sono tutte di musicisti rom. “Questi eventi vogliono essere un segno di integrazione e vogliono rivelare chi siamo veramente. Del resto, in Italia ci sono 150.000 rom, di cui il 70% e’ italiano e vive normalmente in una casa”.

Sono calciatori, sportivi, infermieri, professionisti, insegnanti: nessuno di loro viene designato come rom. “Media e politica – dice Spinelli – sono responsabili nel raccontare una normalita’ rom che non e’ la norma. Nell’immaginario collettivo il rom vive nella sporcizia, i bambini sono cenciosi. Ma la piu’ grande falsita’ e’ che siamo nomadi per cultura. La nostra mobilita’ e’ sempre stata indotta, perche’ siamo uno dei popoli piu’ perseguitati della Storia. Ma possediamo una letteratura, una lingua, abbiamo prodotto teatro, musica, arte. Siamo originari dell’India, viviamo in tutti i continenti, siamo 12 milioni e siamo senza patria, non abbiamo mai avuto un esercito, ne’ espresso vocazioni al terrorismo. La normalita’ non ha ribalta mediatica. L’ignoranza regna. E chi, in politica, vuole additare una minoranza come criminale per avere il consenso dell’opinione pubblica, crea il caso dei rumeni, o dei rom o di altri. E’ molto comodo partire dal singolo per criminalizzare un’etnia”.

Comodo ma pericoloso, perche’ genera un gioco mediatico con enormi ripercussioni razziste. “Nessuno, pero’, sa che mezzo milione di rom sono stati uccisi nei campi di sterminio nazisti. Si chiama Porrajmos: e’ il nostro genocidio. Come la Shoah. Solo che tutti conoscono questo nome e nessuno ha mai sentito nominare il Porrajmos”.

giovedì 12 novembre 2009

5
comments
Adesso capisco perche'...

Da uno studio condotto dall'Universita' di Oerebro, in Svezia, pare che i cellulari ed i telefoni senza fili abbiano effetto dannoso sul cervello. L'indagine, che e' stata promossa dal Consiglio svedese delle ricerche, ha rivelato infatti che l'eccessivo uso dei telefonini provoca un aumento di transtiretina, una proteina contenuta nel fluido cerebrospinale che funziona da barriera per il cervello. Osservando questo, i ricercatori hanno valutato che l'influenza delle microonde radio sulla proteina puo' provocare cefalea, problemi asmatici, fatica a concentrarsi e diminuzione delle funzioni cerebrali.

A questo punto capisco perche', fra tutti, il popolo italico sia l'unico ad avere determinate problematiche che non riesce a risolvere in modo intelligente. Gli italici risultano essere infatti i primi nel mondo per l'uso di telefoni cellulari.

9
comments
Alíz, la bella strega

Si racconta che una volta, tanto tempo fa, una vecchia tzigana avesse una nipote giovane e bella che si chiamava Alíz. Ma Alíz era anche una strega. Infatti, se una bambina nasce col sapka, cioe’ con un bernoccolo sulla testa e la madre muore durante il parto, e’ sicuramente una strega. In tal caso, i parenti che si prendono cura di lei, non devono mai farne parola altrimenti la magia si dissolve. Quando vide, quindi, che la nipote era nata col sapka, e che la madre era morta nel metterla mondo, la vecchia tzigana capi’ subito di che cosa si trattava e non disse niente a nessuno.

Fintanto che la bimba fu piccola la nonna le copriva la testa con un fazzoletto poi, via via che la fanciulla cresceva, i suoi capelli diventavano sempre piu' lunghi, cosi’ lunghi e folti che le nascondevano completamente il bernoccolo e nessuno si accorgeva che era una strega. Ma per il resto era proprio una ragazza come le altre, anzi piu’ graziosa, vivace ed affettuosa delle altre, e nel villaggio tutti le volevano bene.

Quando ebbe diciassette anni Alíz s’innamoro’ di un giovane fabbro tzigano, che era povero ma di bell’aspetto. La vecchia non era d’accordo con questa scelta perche’ avrebbe voluto che la nipote si maritasse con qualcuno piu’ ricco, ma quando si accorse che Alíz non avrebbe mai ceduto, si rassegno’. Oltre a questo, pero’ c’era anche un altro ostacolo in quanto il giovane fabbro non ricambiava il sentimento della fanciulla, neanche un poco. Era infatti deciso a sposare solo una ragazza che gli avesse portato almeno una buona dote, ma Alíz era povera, addirittura piu’ di lui.

Un bel giorno Alíz, che era sempre molto triste perche’ non vedeva ricambiato il suo amore, decise di gettare un maleficio sul giovane cosicche’ anche lui s’innamorasse di lei. Prese una gallina nera nel pollaio, la uccise ed unse la porta della propria camera col sangue. Poi taglio’ la propria camicia a strisce, ne cuci’ tre insieme e le sistemo’ accuratamente sul cuscino del letto, quindi usci’ ed ando' al mercato a comprare dieci spilli nuovi fiammanti, fece nove nodi alle strisce della camicia ed infilo’ uno spillo in ciascun nodo. L’ultimo spillo, il decimo, lo tenne invece fra le labbra mentre mormorava, in mezzo a strane formule magiche, il nome del fabbro. Poi, lo spillo che aveva tenuto fra le labbra lo infilo’ nel materasso del suo letto e vi si distese sopra… e nell’istante in cui il peso del suo corpo fece affondare lo spillo nel materasso, il fabbro senti’ un gran peso nel cuore. Smise di lavorare e si reco’ senza indugio alla capanna della vecchia tzigana. Non capiva cosa l’avesse spinto li’, e senza sapere come e perche’ si trovo’ davanti alla porta e busso’. Alíz, che lo aspettava con impazienza, gli apri’ e seppe incantarlo cosi’ bene che lui non pote' resistere al desiderio di chiederle di sposarlo. Lei accetto’ e dopo pochi giorni si sposarono.

Al fabbro neanche per un istante venne in mente che sua moglie potesse averlo stregato. Le voleva bene, ma siccome ogni anno nasceva un bambino, e non sapeva come fare a nutrire tutte quelle bocche, inizio’ a preoccuparsi. E dopo l’arrivo del sesto figlio, decise di parlarne.

- Che cosa faremo? Non possiamo continuare in questo modo.
- Mi piacciono i bambini - disse la donna ridendo - ed io non sono stanca.

Si’, perche’ dopo ogni bambino Alíz diventava piu’ giovane e piu’ bella. Cosi’ il fabbro fini’ col trovare la cosa un po’ strana e ne parlo’ con sua madre.

- E’ probabile che tua moglie sia una strega. - disse la vecchia dopo aver riflettuto a lungo - Tienila d’occhio e soprattutto guarda cosa fa quando c’e’ la luna piena.

Cosi’, una notte di luna piena, il fabbro si corico’ facendo finta di dormire, e spio’ la moglie attraverso le palpebre socchiuse. Vide Alíz alzarsi dal letto che, dopo essersi avvicinata a lui per ascoltare il respiro e tranquillizzata dal suo finto russare ando' al caminetto, accese il fuoco ed usci'. Poco dopo torno’ con un fascio d’erbe e mormorando una formula segreta, getto’ sul fuoco le erbe che bruciarono sprigionando fiamme di uno strano colore violaceo. Il giorno dopo, il fabbro racconto’ a sua madre la scena alla quale aveva assistito durante la notte.

- Non c’e’ alcun dubbio - disse la vecchia spaventata - tua moglie e’ davvero una strega e devi separarti da lei.
- Ma non posso scacciare la madre dei miei bambini - replico’ il fabbro.
- Scacciarla non servirebbe. Le streghe sono come le erbe cattive che bisogna strapparle con tutta la radice altrimenti spuntano di nuovo. Il solo modo che hai per liberarti definitivamente di lei e quello di bruciarla.
- Non posso farlo! - grido’ il fabbro.
- Ciononostante devi farlo - insiste’ la madre - non puoi continuare a vivere insieme ad una strega.

E la donna tanto disse e tanto fece per convincere il figlio che alla fine il fabbro, con la morte nel cuore, promise di obbedire. Torno’ a casa, prese una corda e l’attacco’ ad un albero sotto il quale accese un fuoco. Poi chiamo’ Alíz che, sorridente, lo guardava dalla finestra chiedendosi cosa stesse facendo suo marito.

- Vieni qua! - le disse.

Lei, uscita di casa, gli si avvicino’ ignara di quanto stava per accaderle, e quando le fu vicina suo marito la prese e la lego’ all’albero.

- Che gioco e’ questo? - chiese la donna ridendo e credendo che fosse tutto uno scherzo.
- Non e’ un gioco - rispose il fabbro - Adesso ti brucero’ per salvare i nostri bambini, me stesso e la tua anima, perche’ tu sei una strega.
- Non dire assurdita’ e spegni subito quel fuoco! grido’ Alíz intuendo che il marito stava facendo sul serio.

Ma il fabbro, invece di darle ascolto, si affretto’ a gettare altra legna nelle fiamme e poi, per non assistere allo strazio della moglie, si rinchiuse dentro casa cercando di trattenere il pianto. Quando i vestiti di Alíz iniziarono a bruciare, pero’, lei fece una smorfia e mormoro’ un incantesimo. Il suo corpo scomparve in un istante ed in alto, molto piu’ su delle fiamme, attaccata all’albero apparve una bella rosa rossa.

Trascorse molto tempo ed un giorno, da quelle parti, passo’ un ricco signore, vedovo e non piu’ tanto giovane che, quando vide la rosa, arresto’ il cavallo e tese la mano per prenderla. “Da quando in qua le rose nascono sugli alberi?“ si chiese stupefatto. Colse il fiore, se lo mise sul cappello e al ritorno a casa, appena rientrato ordino’ alla sua governante di metterlo in un bel vaso con dell’acqua, e di posarlo sulla tavola dove lui di solito pranzava.

La governante obbedi’ e servi’ il pranzo. Dopo aver mangiato, l’uomo si distese sul divano, come era sua abitudine, e si addormento’. Appena chiusi gli occhi, la rosa si animo’, usci’ dal vaso e si trasformo’ nella bella Alíz che si mise seduta a tavola a mangiare voracemente i resti del pranzo. Infatti, in quella casa, i pasti erano assai abbondanti ed il padrone non terminava mai del tutto il cibo. La governante lo sapeva e cosi’ resto’ sorpresa quando, sparecchiando quel giorno, non trovo’ piu’ nulla. I piatti erano stati cosi’ ben ripuliti che sembravano addirittura lavati.

Il giorno dopo, la domestica servi’ al padrone un pasto ancor piu’ abbondante ma di nuovo, andando a sparecchiare, non trovo’ alcun rimasuglio. La povera donna non riusciva a capacitarsi ed il terzo giorno, iniziando ad intuire che forse stava succedendo qualcosa di strano, dopo aver servito il pasto non abbandono' la stanza, ma si nascose dietro una tenda ad osservare. Vide il padrone che mangiava, pero’ mangiava poco, assaggiando appena questa o quella pietanza. Poi lo vide distendersi sul divano ed addormentarsi, e subito vide la rosa rossa animarsi, uscire dal vaso, saltare a terra e trasformarsi in una giovane donna che si mise a tavola a mangiare a quattro palmenti. La osservo’ mentre ripuliva tutti i piatti, e poi la vide ridiventare una rosa e ritornare al suo posto dentro il vaso.

“Ecco che cosa sta accadendo!” Penso’ la governante uscendo dal suo nascondiglio. Afferro’ la rosa e quando stava per buttarla fuori dalla finestra, il padrone apri’ gli occhi.

- Che cosa fai con la mia rosa? - le grido’ rimproverandola.

La governante gli racconto' per filo e per segno quello che aveva visto, ma lui, incredulo, fece una bella risata.

- Poveretta! Forse ti sarai addormentata e avrai sognato! Pero’ domani vorro’ vedere con i miei occhi se dici la verita’.

Ed il giorno seguente, finito di pranzare, si mise come suo solito sul divano per riposare, ma stavolta fece finta di addormentarsi e poco dopo vide la rosa animarsi, uscire dal vaso e trasformarsi nella bella e giovane donna che si mise a tavola a mangiare quello che era rimasto nei piatti. Mentre lei mangiava con il solito appetito senza guardare ne’ da una parte ne’ dall’altra, L’uomo le salto’ addosso e l’afferro’ per le mani. Alíz cerco’ di divincolarsi, contorcendosi come un serpente, ma poiche’ lui era piu’ forte e la teneva saldamente, non riusci’ a liberarsi. Non solo, nel dibattersi i suoi lunghi capelli si sciolsero e si avvolsero intorno ai polsi dell’uomo. A quel punto smise di lottare e si mise a piangere.

- Lasciami i capelli - singhiozzava. - Lasciali, mi fai male!

- Ti lascero’ libera - disse il ricco signore stupefatto dalla bellezza della donna con quei i capelli cosi’ lunghi - ma solo se mi prometti che non ti trasformerai mai piu’ in una rosa, e che resterai qui con me per essere la mia sposa.

All’inizio Alíz protesto’, ma poiche’ l’uomo la teneva stretta per i capelli, alla fine si arrese e promise di accettare la sua proposta. Si sposarono ed il ricco signore era talmente felice di avere una moglie cosi’ giovane e bella, che faceva di tutto per riuscirle gradito. Le comprava vestiti e gioielli ed esaudiva ogni suo piu’ piccolo desiderio, cosa che la vecchia governante non riusciva proprio a mandar giu’. Oltretutto Alíz scopri’ ben presto che la domestica aveva anche le mani lunghe e non potendo dimenticare che quella donna l’aveva quasi buttata fuori dalla finestra, volle restituirle pan per focaccia, rendendole la vita impossibile, fino a che la domestica non ce la fece piu’ e lascio’ il suo posto. Andandosene, pero’, giuro’ di vendicarsi e siccome sapeva che in una capanna nella foresta viveva una vecchia che conosceva tutto della magia, uccise un’anatra, prese con se’ due dozzine di uova e ando’ a trovarla.

Giunta alla capanna depose i doni ai suoi piedi e le chiese come vendicarsi di quella giovane donna che l’aveva costretta a lasciare un posto cosi’ buono, e quando ebbe terminato il racconto, la vecchia le disse:

- So tutto. La donna di cui parli e’ una strega. E’ nata con il sapka ed ogni suo potere proviene dai capelli che le coprono il bernoccolo. Se i suoi capelli venissero tagliati, la magia sparirebbe e lei diventerebbe una donna come le altre.

La governante ringrazio’ e se ne ando’ decisa a trovare il modo di togliere alla strega i suoi poteri cosi’ da liberare il suo padrone dal maleficio e poter finalmente riprendere il suo posto in quella casa.

Un giorno Alíz, presa dal desiderio di fare una passeggiata, chiese al marito di accompagnarla. Immediatamente lui fece preparare la carrozza e poco dopo erano al villaggio. Mentre passavano davanti all’officina del fabbro, la donna prego’ di fermare i cavalli. Per la strada, sei bambini seminudi e poco nutriti sguazzavano in una pozzanghera di acqua sporca. Appena li vide Alíz corse verso di loro ed inizio’ ad abbracciarli e ad accarezzarli senza preoccuparsi di sporcare il bel vestito che indossava. I bambini, in quella donna cosi’ bella e ben vestita come una gran dama, non riconobbero la loro madre, pero’ non erano intimoriti e si aggrappavano alle sue sottane, felici, gridando di gioia per i dolci che lei offriva.

Il fabbro, incuriosito dalle grida, usci’ dalla bottega per vedere cosa stava accadendo, ma neppure lui riconobbe sua moglie.

- Sono i tuoi figli? - chiese la donna
- Si’ - rispose il fabbro con deferenza.
- E dov’e’ la loro madre?
- E’ morta.
- Non dovresti lasciare che i tuoi figli crescano in questo modo, cosi’ sporchi e mal vestiti! E poi guarda come sono magri, poverini! Non li nutri abbastanza?
- Sono soltanto un povero fabbro, come posso dar da mangiare a tutti a sufficienza?
- Vieni alla villa, domattina, e ti daro’ qualcosa da fare. La cancellata del giardino ha bisogno di essere risistemata e se farai un buon lavoro ti paghero’ bene. Intanto, ecco qui un acconto - disse consegnando al fabbro una sacchetto pieno di monete - ma guai a te se sperperi questi soldi. Devono servire innanzi tutto a vestire e a dar da mangiare ai bambini.

Il fabbro, profondendosi in ringraziamenti, promise di non dilapidare il denaro all’osteria, e la donna, risalita sulla carrozza, riparti’ col marito. Il giorno dopo, quando il fabbro si reco’ alla villa, Alíz lo accolse con gentilezza.

- Nella mia stanza da bagno c’e’ un rubinetto che non funziona bene - disse - vorrei che tu lo riparassi.

Lo condusse nel bagno e resto’ a guardarlo mentre lavorava. Ma quando ebbe finito, lei non seppe trattenersi: gli si getto’ al collo ed inizio’ a baciarlo.

- Marito mio! Io amero’ solo te, per sempre.

Il fabbro impaurito e credendo che la donna fosse impazzita, la respinse.

- Sei in errore, io non sono tuo marito, sono solo un povero vedovo con sei figli.
- Lo so molto bene - rispose lei - perche’ sono anche figli miei. Non mi riconosci? Sono io, tua moglie!

E solo allora il fabbro, guardandola bene in viso, la riconobbe.

- Tu dovevi essere morta. Perche’ sei qui?
- Ho sposato questo vecchio e ricco signore perche’ tu mi hai quasi uccisa quel giorno. Ero in collera con te e volevo punirti, ma non voglio bene a quest’uomo e non posso dimenticare che sei tu l’unico che amo. Desidero tornare a vivere insieme a te e con i nostri bambini.
- Non sara’ una cosa facile - disse il fabbro sospirando - Se lo lasci, il vecchio ti fara’ cercare ovunque e quando ci trovera’ insieme ci scaccera’ tutti e due. Che cosa ne sara’ quindi di noi e dei nostri figli? - poi soggiunse - Ora torno a casa, magari la notte mi portera’consiglio.
- Si’, ma domani torna da me; ti aspetto.

E dicendo cosi’ Alíz prese tutti i gioielli che il ricco signore le aveva regalato e li consegno’ nelle mani del fabbro. Gli diede anche dei vestiti nuovi e del denaro e lui, rinvoltato il tutto, se lo se lo mise in spalla e si avvio’ verso casa. Per strada incontro’ la vecchia governante che era di ritorno dalla foresta.

- Che il destino ti conservi la salute - saluto’ il fabbro.
- Anche a te, fabbro. Che cosa hai sulle spalle?
- Dei vestiti e qualcosa da mangiare. Ho fatto qualche lavoretto alla villa, e questo e’ il mio compenso.
- Se per caso e’ stata la padrona, a darti quella roba, sta attento che la ricompensa non si trasformi in un mucchietto di pietre - disse la donna - Quella donna e’ una strega.
- Chi te l’ha detto? - chiese il fabbro con la voce che gli tremava.
- Lavoravo come governante alla villa ed ho visto con i miei occhi come da giovane donna si trasformava in una rosa rossa e poi ridiventava donna. Peccato che abbia dovuto lasciare il posto proprio adesso che so come potrei privare quella strega dei suoi poteri.
- E’ davvero possibile?
- Certo, e’ semplicissimo. Basta tagliarle i capelli che le coprono il sapka, il bernoccolo in cui risiede tutto il suo potere magico. Senza quei capelli lunghissimi sarebbe una donna come le altre.

Il giorno dopo, il fabbro, prima di recarsi alla villa, cerco’ un vecchio abito della moglie e lo infilo’ nella borsa degli arnesi insieme anche ad un paio di forbici bene affilate. Alíz lo aspettava alla finestra e, quando lo vide arrivare, si affretto’ ad aprirgli.

- Che cosa pensi di fare, adesso?
- Te lo diro’…

Ma appena fu entrato, il fabbro la prese per i capelli, tiro’ fuori le forbici e comincio’ a tagliarli. Lei si contorceva, dibattendosi come una forsennata, ma invano. Il fabbro la teneva ben stretta, mentre continuava a tagliarle i capelli. Man mano che le ciocche cadevano, il volto della donna cambiava. Le guance rosate diventarono pallide ed iniziarono a prendere un colore giallastro. Il luccichio degli occhi si spense ed intorno alle palpebre arrossate apparve un ventaglio di rughe. Anche le labbra persero turgore e colore, e quando l’ultima ciocca cadde a terra, il fabbro non aveva piu’ di fronte a se’ una bellissima donna, ma una tzigana qualsiasi, non piu’ tanto giovane e con i capelli tagliati corti. Ma questo non lo preoccupava perche’ era proprio cosi’, ed in nessun altro modo, che lui pensava dovesse essere una donna che era vissuta per tanti anni al suo fianco. Alíz si guardo’ le mani che avevano perduto la loro morbidezza di seta. Erano diventate rugose e con le vene un po’ ingrossate, e gli occhi le si riempirono di lacrime.

- Hai distrutto i miei poteri e la mia bellezza - singhiozzo’ - Non piacero’ piu’ ne’ a te ne’ a nessun altro, e non mi vorrai piu’ bene.
- Non e’ come credi - disse il fabbro rassicurandola - ora che sei una donna come tutte le altre ti amero molto di piu’.

Poi prese dalla borsa il vecchio vestito e le chiese di indossarlo. Lei lo fece senza protestare, e quando furono nel cortile, pronti ad andarsene, incontrarono il proprietario.

- Ah! Sei tu, fabbro? Hai alla fine riparato la cancellata del giardino come ti aveva ordinato mia moglie?
- Perdonami - rispose il fabbro - Ma devo rinviare quel lavoro a domani. Dopo tanti anni ho ritrovato mia moglie che mi aveva lasciato, e la sto riconducendo a casa dai nostri figli.
- Benissimo! - disse il ricco signore dando uno sguardo distratto ad Alíz che con i capelli tagliati e non piu’ giovane era diventata irriconoscibile - le famiglie dovrebbero restare unite, le mogli non dovrebbero mai lasciare i mariti ed i bambini dovrebbero sempre avere accanto i genitori. Riconducila a casa e torna domattina a concludere il tuo lavoro.

Il fabbro annui’. Velocemente afferro’ Alíz per un braccio e si afferetto’ ad andarsene. Il vecchio signore non rivide mai piu’ la sua bellissima sposa. La cerco’ a lungo e dappertutto, ma invano. Era scomparsa come se la terra l’avesse inghiottita e alla fine, rassegnato, chiese alla vecchia governante di riprendere il suo posto alla villa. E la domestica accetto’ con gioia.

Il fabbro ritrovo' cosi' sua moglie che, avendo perso tutti i poteri magici, non era piu’ una strega e Alíz, ritornata alla fine dai suoi bambini, quando ebbe venduto tutti i gioielli che il ricco signore le aveva regalato, si trovo' ad avere abbastanza soldi per nutrirli e vestirli. E tutti vissero felici e contenti.

martedì 10 novembre 2009

23
comments
Affidereste vostro figlio a certa gente?

Ignazio La Russa: «Non ho strumenti per accertare, ma di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione»

Angelino Alfano: «Riribadisco fiducia nell'operato della Polizia Penitenziaria che, ogni giorno, svolge i suoi delicati compiti con abnegazione e in contesti difficili»

Carlo Giovanardi: «Era in carcere perche' era uno spacciatore abituale. La verita' verra' fuori, e si capira' che e' morto soprattutto perche' era di 42 chili»

Stefano Cucchi, Deceduto nell’ospedale Sandro Pertini, a Roma, sei giorni dopo l’arresto per possesso di droga.

domenica 8 novembre 2009

5
comments
L’uomo che morde il cane

Gli zingari sono da sempre etichettati come ladri. Da tzigana, quindi, di furti me ne intendo. Ne esistono di due distinti tipi, sapete? Esiste quello fatto da colui che vuole arricchirsi sempre piu' ai danni degli altri e, avido, sottrae il piu’ possibile risorse anche a chi ne ha poche solo per aggiungere ricchezze alle proprie. Lo chiamo furto “predatorio", ed e' il caso non solo dello zingaro che si arricchisce con attivita' malavitose solo per costruirsi dimore barocche alla periferia di Timisoara, ma e' anche e soprattutto il caso di certi squali della finanza, che di zingaro non hanno niente, passando attraverso la filiera dei tanti lobbisti che siedono sugli scranni parlamentari, fino ad arrivare a chi ha accumulato talmente tante ricchezze da poter vivere, lui ed i suoi discendenti, per mille generazioni ancora, mentre una buona fetta della popolazione che egli stesso governa e' al di sotto della soglia di poverta'.

Non e' demagogia. E' realta'. L'economia non e' fatta a compartimenti stagni, cioe' quel che mio e' mio, quel che e' tuo e' tuo, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Le cose non stanno cosi’. L’economia e’ fatta come i vasi comunicanti: indipendentemente da quanto sia tortuosa la serpentina, se da una parte si pompa via ricchezza e la si fa confluire nelle tasche di pochi che di ricchezza ne hanno gia' a sufficienza, dall'altra si sottraggono risorse a chi alla fine non ha piu’ i mezzi necessari per vivere dignitosamente. A questa sconcezza, lo sappiamo tutti, dovrebbe esistere un limite e questo limite dovrebbe essere imposto da chi governa, e cioe’ da tutta quella schiera di lobbisti ed affaristi dediti al furto predatorio.

Poi c’e’ il furto che chiamo "necessario". E’ quello che viene fatto da chi, si vede pompare via sempre di piu' le risorse che fino al giorno prima gli permettevano una vita dignitosa e non avendo altre possibilita' per acquisire altri mezzi, se non il furto o la truffa, individuano in chiunque possieda una ricchezza esagerata una delle cause della propria indigenza.

Non e’ invidia. E’ realta’, e posso dirvi che se le cose continueranno sulla rotta che e’ stata impostata, di questi “delinquenti per necessita’” ce ne saranno sempre in numero maggiore, fino al punto che, raggiunto un limite di tolleranza insostenibile, il furto non bastera' piu', e ci sara’ chi passera' ad "altro".

In Ungheria, dove vivo, e' di qualche giorno fa la notizia che io chiamo "dell’uomo che morde il cane". Ha riempito tutte le pagine dei giornali perche' descrive un fatto nuovo mai accaduto prima: per la prima volta alcuni zingari sono stati protagonisti di un episodio di razzismo al contrario. E’ avvenuto infatti che cinque zingari abbiano malmenato uno dei tanti nazisti che inneggiavano alla purezza della razza ungherese. Lo hanno ridotto davvero male. Gli autori sono stati ovviamente arrestati, ma e' la prima volta che accade un fatto del genere, ed e' questo il motivo per cui, ovunque, se ne e' parlato. Nelle comunita’ tzigane c’e’ stato chi ha condannato l'episodio dicendo che e’ sbagliato mettersi sullo stesso piano di violenza che caratterizza i nazisti, ma i piu’ si sono esaltati perche’ finalmente c'e stato chi, dopo i tanti episodi di razzismo ai quali da troppo tempo sono sottoposti gli zingari, ha osato ribellarsi.

La mia opinione e' che la situazione, aggravata anche dalla crisi economica, stia raggiungendo il punto critico di rottura e se nessuno fara' nulla per arginarla, potrebbe condurre a duri scontri, se non addirittura a qualcosa di piu’ terribile. Purtroppo, il modo spudorato con cui alcune parti elitarie della popolazione hanno pompato via risorse a chi gia' ne aveva poche, sta portando la coesione delle nazioni, non solo dell’Ungheria, al collasso ed il razzismo non e’ altro che uno dei tanti modi subdoli usati per spostare le ragioni del contendere su un piano di violenza in cui non siano piu’ distinguibili i predatori da chi invece agisce solo per necessita’ ed in difesa della propria dignita’.

giovedì 5 novembre 2009

8
comments
Lo Zingaro e l’Orco

Era e non era, in un luogo lontano lontano, nascosto fra le montagne che si trovano ad est, un villaggio di contadini con tantissime case ma disabitato. Anzi, non proprio disabitato, uno degli abitanti era rimasto, ma tutti gli altri se li era mangiati un terribile Orco che bazzicava da quelle parti. E siccome era un Orco che aveva sempre un grande appetito, per primi si era mangiato i bambini grassottelli, poi quelli piu’ magrolini, poi le ragazze ne’ troppo grasse ne’ troppo magre e poi, via via, anche gli uomini e le donne piu' giovani. Degli altri, che avevano la carne meno tenera, ne aveva fatto salse, intingoli, conserve, salamini, oppure li aveva messi in salamoia.

L’ultimo degli abitanti del villaggio, un vecchio curvo come un olivo piegato dal vento, era stato invece risparmiato perche’ era cosi’ rinsecchito da non essere per niente appetitoso, e fu proprio lui che una bella mattina vide arrivare uno zingaro alto come un soldo di cacio in groppa ad un asino spelacchiato e dalle zampe tozze. Ma poiche’ il vecchio ci vedeva meno di una talpa cieca e senza occhiali lo accolse come se fosse stato un magnifico cavaliere e con tutti gli onori del caso.

- Era ora - disse il vecchio - che un valoroso cavaliere arrivasse in questo luogo sperduto a vendicare i poveretti uccisi da quel maledetto Orco!

E prima ancora che lo zingaro smontasse dal suo asino gli racconto’ della sua povera moglie, dei suoi due figli, delle sue quattro nipoti e dei suoi otto pronipoti finiti chi nella pancia dell’Orco, chi nella sua dispensa sotto forma di salse, intingoli, conserve e salamini affumicati, chi in salamoia.

A sentire la storia del vecchio, lo zingaro ebbe una gran voglia di darsela a gambe, ma siccome aveva anche una gran fame, non cosi' grande come quella dell’Orco ma neanche tanto piu’ piccola, penso’ che prima di fuggire avrebbe potuto mangiare qualcosa e chiese al vecchio se avesse del cibo da mettere sotto i denti.

- Sono molto stanco per il lungo viaggio - disse – e devo rimettermi in forze prima di affrontare la battaglia con l’Orco. Se mi dai un po' di pane ed una forma di ricotta, stai certo che dopo lo concero’ ben bene per le feste!

Ma l’Orco, che aveva l'udito fine, senti’ quelle parole e non ci penso’ due volte a lasciare la sua dimora in cima alla montagna per andare al villaggio a vedere chi fosse quello sbruffone che aveva osato sfidarlo, e lo zingaro non fece in tempo a mettersi in bocca neppure un piccolo pezzo di pane, che si ritrovo’ davanti quell'essere minaccioso, grande dieci volte lui, con mani enormi, le zanne appuntite, ed armato d’ascia e di tutto l’armamentario che di solito gli orchi si portano dietro quando sentono odore di battaglia.

- Saresti tu il pazzo che vuole sfidarmi? – tuono’ l’Orco rivolgendosi allo zingaro, con un ghigno malvagio e per niente bello a vedersi - Credi forse di essere piu’ forte di me?

Lo zingaro, vista la malaparata, capi’ subito che in mancanza di muscoli doveva usare il cervello.

- Certo! - rispose - E sono talmente infuriato che non so cosa potrei fare, con queste mani!

- Con quelle mani cosi’ piccole? - si stupi’ l'Orco - Di certo non riusciresti a fare quello che posso fare io…

Ed afferro’ con le sue enormi mani una grossa pietra, la strinse e la frantumo’ riducendola in polvere.

- Tutto qui? – disse borbottando lo zingaro - Mi sarei atteso qualcosa di piu’ sorprendente da un Orco grande e grosso come te. Se voglio, io dalle pietre faccio sgorgare l'acqua!

E sollevando la forma di ricotta, lo zingaro la strizzo’ facendone uscire tutto il siero che all’Orco, che di cervello ne aveva davvero poco, parve acqua che sgorgava da una roccia.

Di fronte a quella straordinaria forza l’Orco si azzitti’ perche’, anche se non tutti lo sanno, sotto sotto gli Orchi, nonostante incutano timore, non sono tanto coraggiosi. Anzi, sono proprio quelli piu’ grandi e grossi che, quando si trovano davanti ad un diavolo di zingaro che riesce a far sgorgare l'acqua dalle pietre, hanno piu’ paura.

- Per le zanne appuntite del mio bisnonno! Tu sei forte come e piu' di me – si affretto’ a convenire l’Orco – Percio’ da ora in poi saremo fratelli. Tu sarai il fratello maggiore ed io il minore.

Quindi l’Orco si carico’ sulle spalle lo zingaro insieme al suo asino spelacchiato e li porto’ nella sua dimora in cima alla montagna.

- Mentre io accendo il fuoco - disse l’Orco allo zingaro - tu vai nel recinto dei buoi, scegli quello piu’ grosso, caricatelo sulle spalle e portalo qui per la cena.

Lo zingaro si diresse verso il recinto dei buoi e l’Orco, quando vide che non tornava, lo raggiunse e lo trovo’ indaffarato a legare con una grossa fune tutti i cinquanta buoi che componevano la mandria.

- Cosa stai facendo? - gli chiese un po' stupito.
- Cosa faccio fratellino? - rispose lo zingaro – Li lego insieme e me li carico sulle spalle tutti in una volta, in questo modo la provvista di cibo ci bastera’ almeno per un mese...

"Perbacco!", penso’ fra se’ e se’ l’Orco, “E’ davvero forte mio fratello!” E dopo averlo pregato di lasciar perdere, prese lui stesso un bue, se lo carico’ sulle spalle, lo porto’ dentro casa, lo scuoio’ e lo infilzo’ con lo spiedo.

- Per favore - chiese ancora l’Orco - mentre preparo la cena recati nel bosco, prendi l’albero piu’ grosso, caricatelo sulle spalle e portalo qui, perche’ la provvista di legna forse non bastera’.

Lo zingaro si diresse verso il bosco, ma anche questa volta, l’Orco, aspetta aspetta, quando vide che non si decideva a tornare, lo raggiunse e lo trovo’ indaffarato a legare tutti gli alberi l'un all'altro con una grossa fune.

- Cosa stai facendo? – gli chiese sempre piu’ stupito.
- Cosa faccio fratellino? – rispose lo zingaro - Lego il bosco insieme e me lo carico sulle spalle tutto in una volta, in questo modo la provvista di legna ci bastera’ almeno per un anno...

"Accidenti!", penso’ l’Orco, "Non ho mai conosciuto qualcuno che fosse cosi’ forte!". E dopo averlo pregato di lasciar perdere sradico’ lui stesso l’albero piu’ grosso, se lo carico’ sulle spalle, lo porto’ a casa e con qualche colpo d’ascia ben assestato ne fece tanti ceppi pronti a bruciare nel fuoco.

- Ti prego - disse ancora allo zingaro - mentre la cena cuoce vai al pozzo e porta un po' d'acqua.

E cosi’ dicendo gli fece cenno di prendere la pelle del bue appena scuoiato da usare come otre. Ancora una volta lo zingaro, che a malapena riusciva a sollevare la pelle del bue vuota figuriamoci piena, si diresse verso il pozzo e quando l’Orco vide che non tornava lo raggiunse trovandolo impegnato a legare il pozzo con una grossa fune.

- Cosa fai ancora? - gli chiese l’Orco.
- Lego il pozzo e me lo carico sulle spalle, fratellino, in questo modo avremo una provvista d'acqua che durera’ per sempre.
- Ti prego, lascia perdere - lo supplico’ l’Orco. E riempita d'acqua la pelle del bue la porto’ lui stesso dentro casa e servi’ la cena.

Per tutta la cena, pero’, lo zingaro non fece altro che sospirare, triste, e mangiucchio’ appena un piccolo pezzo di carne.

- Cosa e’ che ti preoccupa, fratello mio? - gli chiese l’Orco.
- Mi preoccupa che non ti va bene niente di quello che faccio - fece di rimando lo zingaro – E poi ho una gran voglia di tornare a casa da mia moglie e dai miei figli, invece di stare qui con te a perdere tempo!

L’Orco ci penso’ un po' su e decise che era meglio non contrariare quell'uomo che era cosi’ forte da caricarsi sulle spalle un'intera mandria di buoi, un bosco e un pozzo. Quindi, prese di nuovo in groppa lo zingaro e il suo asino spelacchiato e li condusse ad una radura dove era accampata una tenda, storta e malandata, dalla quale immediatamente uscirono una donna e tanti bambini.

- Papa’! Che bello! - esultarono i bambini tutti insieme – Ci hai portato un Orco!
- Perche’ sono cosi’ contenti di vedermi? – chiese l’Orco allo zingaro.
- Che ci vuoi fare, fratellino - disse lo zingaro sospirando - temo credano che ti abbia portato qui per la loro colazione di domattina. Sono bambini che hanno un tale appetito che si mangerebbero persino un orco!

E fu cosi’ che l’Orco, che seppur di cervello ne avesse davvero poco, fece due piu’ due quattro e, in quattro e quattro otto, mise le ali ai piedi e correndo fuggi’ via da quei diavoli che oltre a caricarsi sulle spalle intere mandrie di buoi, boschi e pozzi, ai loro figli per colazione davano da mangiare gli orchi. E fuggi’ talmente lontano che abbandono’ anche la sua dimora sulla montagna, liberando cosi’ il villaggio che, senza di lui che ne mangiava gli abitanti, torno presto a ripopolarsi. E pare che chi lo ha conosciuto racconti che, da quel giorno in poi, l’Orco sia sia tenuto ben alla larga da tutti gli zingari.

Misura la forza della tua Password

Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

Web Statistics