sabato 31 ottobre 2009

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La mia storia

Vengo dall’Est
da mille anni non mi sono mai fermata
ho cavalcato molti cavalli
ho piantato molte tende e guidato molti carri.
Ho oltrepassato montagne e vallate
ho attraversato pianure e deserti
citta’ sfavillanti e miserabili villaggi.

Vengo dall’Est
ho imparato tutte le lingue del mondo
turca ho ammaestrato animali
russa ho deliziato col mio canto
romena ho camminato sulla fune
bulgara ho fatto l’indovina
magiara ho portato allegria tra la gente.

Vengo dall’Est
ho lavorato tutti i metalli
ho coltivato tutti i fiori
ho ballato tutte le danze
e col suono del mio violino
ho reso piu’ dolci i cuori
e demolito ogni diffidenza.

Vengo dall’Est
mia nonna aveva i capelli neri
e malinconici occhi chiari
e m'insegnava le usanze tzigane.
Ho i capelli neri e gli occhi chiari
e dopo mille anni di viaggio
riesco a vedere oltre la realta’.

giovedì 29 ottobre 2009

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Petizioni

Oggi, mentre qui nel mio piccolo paese il sole tramonta alle 16:20, a Milano il tramonto sara’ alle 17:15 e a Madrid alle 18:16. Con il ritorno all’ora solare della scorsa Domenica, a causa della bizzarra suddivisione delle zone orarie che vedono l’Ungheria inserita nella fascia dell’Europa Occidentale, la stessa di cui fanno parte anche Italia e Spagna, le giornate nel mio Paese si sono ulteriormente accorciate e, con l’arrivo dell’inverno, la mia esistenza e' di nuovo in procinto di essere immersa in un’oscurita’ simile a quella di Mordor.

Purtroppo, infatti, nel modo attuale in cui sono suddivise le zone orarie, anche se Ungheria e Spagna hanno formalmente la stessa ora, materialmente la differenza solare e’ di due ore, per cui quando a Madrid splende ancora il sole, Budapest ed ancor piu’ Tokaj sono gia’ immerse nell’oscurita’ piu’ totale.

A tale proposito e’ sorta un’iniziativa da parte di chi vorrebbe vivere in una terra piu’ luminosa e solare, e quindi piu’ gioiosa di quanto lo sia oggi. La petizione per ottenere lo spostamento dell’Ungheria nella zona oraria dell’Europa Centrale, la stessa di Grecia, Romania, Bulgaria, Ucraina e Turchia, sicuramente piu’ appropriata, la trovate QUI.

So che per chi legge questo piccolo blog, i piccoli problemi di un piccolo Paese, dove non accade mai niente di eclatante se non le piccole cose che accadono alla piccola gente, possano sembrare totalmente insignificanti rispetto ai grandi problemi dell'Italia, e a tutto quello che in questo momento il suo premier, lasciando da parte i guai che lo riguardano, sta facendo per la cultura, per l'arte, per la scienza, per la pace, adoperandosi in un costante impegno per la salvaguardia della liberta', della dignita' e del benessere della sua nazione e del mondo intero, pero' vi assicuro che io ci terrei davvero che la firmaste. La mia petizione, non la sua. Grazie.

lunedì 26 ottobre 2009

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Sárgabarack lekvár

L’odore delle albicocche mi arrivava forte insieme a quello della legna che bruciava. Lei sedeva nella penombra, lo sguardo rivolto verso mille pensieri mai confessati, lo strofinaccio appoggiato sulle ginocchia, e snocciolava con lentezza i frutti, scegliendo con cura i piu’ maturi, mettendo da parte gli altri. Lo faceva stropicciandosi di tanto in tanto gli occhi con la nocca delle dita. Erano quelli gli ultimi giorni dei miei primi sedici anni.

Il fuoco scoppiettava come a voler polemizzare con i ceppi appena aggiunti nella stufa ed io, padrona di un coraggio effimero come la fiamma che mi si rifletteva sul viso, glielo dissi.

- Nagyanya, credo che me ne andro’...

Lei continuava il suo lavoro come se neanche avessi aperto bocca, ma una impercettibile esitazione nei suoi gesti mi diceva che aveva capito. Quei suoi silenzi li conoscevo bene, come conoscevo i suoi sospiri e la sua voce, bassa, che dopo qualche minuto inizio’ ad accarezzarmi.

- Lo hai detto a tua madre?
- No... non mi crederebbe…
- Tu le vuoi bene, vero?
- Si’, nagyanya - fu la mia risposta condita dalle lacrime – ma non posso piu’ restare… oggi, lui, ha cercato di nuovo di…

Le ultime parole mi uscirono soffocate dalla rabbia. Lei, con calma, appoggio’ il coltello, raduno’ le albicocche in una pentola e, con le mani a cucchiaio, raccolse i noccioli da buttar via.

- Hai ragione, devi andartene, ma ricorda che io saro’ sempre qui ad attendere il tuo ritorno.

Me lo disse nella sua lingua, antica, per dare un peso maggiore alle parole, e questo mi fece capire la fatica che le costarono. Poi, si alzo’ leggera, mise la pentola sul fuoco, aggiunse lo zucchero preparato gia' da prima e rimesto’ il tutto.

- Adesso vieni accanto a me. Prima la marmellata, poi t’insegno come fare una buona Máglyarakás.

E quel che venuto dopo e’ stata solo la mia vita.

giovedì 22 ottobre 2009

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Frammenti - Parte 2

Sentivi il suo braccio sfiorarti la schiena, e all'improvviso ti scopristi a desiderare le sue mani. Alzando gli occhi incontrasti il suo sguardo, quello di un uomo innamorato, e non trovasti assolutamente niente da dire. Lasciasti invece che il tuo corpo si abituasse a lui, alla sua vicinanza, che si rilassasse al suo tocco, adagiandosi piano in quell’abbraccio delicato, e che la testa ti cadesse morbida sul suo torace.

Ti strinse e lo sentisti tremare, leggermente. Vibrava di emozione, tu invece no. Con il corpo eri li’, ma la tua mente si trovava distante anni luce. Ti facesti assalire dalla voglia di proteggerlo. Il suo cuore appoggiato al tuo orecchio. Ne sentivi il suono, il ritmico pulsare, e ne percepivi la dolcezza. Sapevi gia’ come sarebbe andata a finire. Gli avresti donato un po’ di te stessa, un frammento, qualcosa che avrebbe potuto portare con se’ per sempre. Non sarebbe stato il primo e neanche l'ultimo. Avresti continuato a regalare frammenti di te, come sempre avevi fatto, fino a quando non avresti avuto piu’ niente da offrire, fino a che un giorno, di te, non sarebbe rimasto che il vuoto.

Sciogliesti i capelli, e ti sentisti bella come solo lo sguardo di un uomo sapeva farti sentire. Alzasti la gonna e montasti sulla sua impudica erezione, mostrandogli che, come descrivevi nei tuoi racconti, sotto non portavi davvero niente se non quelle provocanti autoreggenti sulle quali lui e molti altri, eri certa, avevano fantasticato. E lo sentisti tuo.

- Sei stupenda...

Lo baciasti, grata per quel complimento, e lasciasti che le sue mani vagassero, timide, dall’incavo dei fianchi fin dentro le tue cosce. Lo tenevi in pugno, lo sentivi. Ti odiavi per quello che gli stavi facendo, ma non potevi trattenerti. Per quanto lo volessi, non ci riuscivi. Lo spogliasti lentamente, gli occhi dentro ai suoi, accompagnando con i baci e le carezze la pelle che, via via, denudavi. Ti sbottonasti la camicetta, mostrandogli i seni nudi, preziosi, ed attendesti che gli arrivasse alle narici l'odore del tuo sesso, che lui inspiro’ vorace, percorso da un brivido. Gli salisti un po’ piu’ sopra, appoggiandoti li’ dove premeva il suo desiderio. Lo inumidisti irrorandolo della tua rugiada ancora racchiusa poi, servendoti della sua durezza, con un’estenuante carezza, gli apristi i petali del tuo fiore facendoti riempire della sua impazienza, esultando per i suoi gemiti, carezzandogli il viso, dolcemente, mentre con le mani lui ti stringeva forte i glutei.

- Ti amo, ti amo, ti amo... - continuava a ripetere con disperata monotonia.
- Soha Ne Mondd… Non dirlo… - lo pregasti.

Bloccasti quel getto di parole con una mano. Faceva troppo male. "Io non ti amo... non ti amo... non ti amo..." gridavi in silenzio "non amo nessuno, non so amare, non voglio amare!" La tua anima gridava, ma gli stavi dando tutto cio’ che avevi. Con le labbra sostituisti la mano, e mentre con la lingua gli trafiggevi la bocca, ti abbassasti su di lui, con forza, fino a sentirlo dentro. Non era lui ad entrare in te, eri tu ad aprirti. Eri tu a decidere quando, come, quanto…

Scendesti fino in fondo, poi risalisti piano. Giocando, lentamente lo facevi entrare ed uscire di poco, poi affondavi di nuovo, con violenza. Lui ti stringeva e ti baciava, gemendo nella tua bocca, penetrandoti con la lingua, cercando di impadronirsi di quello che oscenamente gli negavi. Eri tu a possederlo. Eri tu a servirti di lui per ottenere l'unico piacere di cui fossi capace, rendendogli quei momenti indimenticabili, e sapendo che avrebbe sofferto per dimenticarti...

Inarcasti la schiena per attirare il suo sguardo sul tuo seno proteso in avanti. Lasciasti che lo percorresse con la lingua, ed una scia lucida di saliva sottolineo’ i capezzoli tumidi, facendoli brillare. Ti muovevi sopra di lui pensando solo al suo piacere. Godevi nel sentirlo dentro, ma ancor di piu’ godevi nel vederlo godere. Ascoltavi il suo corpo che ti inviava segnali precisi, e quello che ti ordinava di fare, tu lo facevi. Piu’ in fondo… piu’ lenta... ora ferma... ora di nuovo… piu’ veloce... interpretavi ogni lieve contrazione, fremito, sospiro, espressione del volto, sentendo il suo desiderio dentro di te, cercando di soddisfarlo. Non potevi dargli amore, non ne eri capace, ma dargli un’illusione, almeno quello, avresti potuto farlo. Per una notte, quello si’, avresti potuto farlo. Lo portasti vicino all'orgasmo. Fu facile, fin troppo facile. La bocca aperta, quasi spalancata, il corpo irrigidito dal piacere ed il respiro ansante che ben conoscevi.

- Io... io...
- Lo so… ti sento…
– sussurrasti fra i baci.
- Ma… tu?
- Non dire niente, ti prego… non pensarci… vieni dentro di me... non desidero altro… lasciati andare…


Capiva che eri lontana. Sperando che tu lo raggiungessi cerco’ di resistere, inutilmente. Non glielo permettesti. Ti appoggiasti saldamente su di lui ed aumentasti il ritmo, stringendoti attorno ai suoi spasmi che percepivi sempre piu' frequenti. Il letto sobbalzava e ti aiutava. Spinta dopo spinta, assecondasti l’istinto primordiale suo e di ogni uomo che desidera il suo seme in profondita’ nel corpo di una donna. Ed infine lo sentisti esplodere con un urlo dentro la tua bocca, liberatorio, che ti penetro’ nell'anima, e ti fece rabbrividire. Ti afferro’ per i fianchi e, attirandoti con forza, ti spinse giu’ fino in fondo, tremendamente in fondo. Faceva male, ma non ti sottraesti, e mentre riversava dentro di te tutto il suo piacere, anche tu urlasti di un dolore misto alla perversa soddisfazione di avergli donato quel godimento.

Mentre il suo respiro si placava lo abbracciasti, avvolgendolo anche con le gambe, e lo coccolasti con dolcezza, asciugandogli con le labbra una lacrima che, lenta, gli scendeva giu’ dalle ciglia. La raccogliesti e la assaporasti, salata. Per un attimo gioisti nello stringerlo, appagato, fra le tue braccia, soddisfatta di essere stata tu a procurargli quel piacere smisurato. Ma fu per poco. La soddisfazione che sempre provavi nel concederti in quel modo cosi’ totale, durava solo il breve tempo di un amplesso, e dopo ti restava dentro solo il ricordo, malinconico e amaro, che non riuscivi piu’ a scacciare.

La doccia insieme prima di rivestirvi, poi la cena, gli occhi negli occhi, parole tenere come quelle di chi e' innamorato da sempre e la notte, nel tuo letto, lo seducesti ancora. Insaziabile, accettasti le sue carezze, i suoi baci, e venisti per lui sulle sue labbra, nascondendo l'amarezza in mezzo ai sorrisi ed alla falsa spensieratezza. Dormiste abbracciati, e la mattina lo accompagnasti al treno. Lo salutasti con un bacio, intenso, lasciandogli in bocca il tuo sapore e quello del sesso.

Ti fermasti ad osservarlo, fino alla fine, mentre si allontanava con la sua valigia mai aperta lungo il binario quasi deserto. Prima di salire si giro’ un attimo cercandoti un'ultima volta, e ti fece un cenno con la mano. Poi, il treno parti’ e capisti che ancora saresti rimasta sola, con un frammento di te in meno, a fare i conti con il vuoto che, inesorabile, ti avrebbe divorata. Quel vuoto che a nessuno avresti mai lasciato riempire.


martedì 20 ottobre 2009

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Frammenti - Parte 1

Ti guardava, sprofondato in una poltrona troppo bassa per lui. L’espressione un po’ accigliata e le belle mani lo aiutavano a colmare con i gesti il silenzio quando, in mancanza di parole, sembrava durare troppo a lungo. E tu lo ascoltavi, stregata dalla morbidezza della voce e rapita dai suoi occhi che non riuscivano ad abbandonarti. Avvertivi la tensione, e l’emozione nelle frasi che si estinguevano un attimo prima di arrivare alla fine.

- Sei piu’ bella di quanto credessi. Le fotografie che mi avevi mostrato non ti rendono giustizia...

Non sapevi cosa rispondere, e forse non serviva una risposta.

- Mi lasci senza parole... - sussurrasti, e non aggiungesti altro.

I respiri carichi d'emozione erano l'unico rumore. Ogni tanto lui posava lo sguardo sulle tue gambe che dondolavano piano, segno di quanto in quel momento ti sentissi in bilico fra il desiderio di farlo restare e la tentazione di mandarlo via. La valigia con cui era arrivato stava la’, ancora chiusa, abbandonata in un angolo della stanza quasi a voler nascondere il suo vero significato.

- Sono qui perche’ ti voglio bene...

Lo disse come una certezza, non come una richiesta, cercando di guardarti negli occhi senza riuscirci mentre tu, che non avevi il coraggio di alzare i tuoi da terra, cercavi la voce seppellita fra i mille timori e la paura di sbagliare le parole, e di ferirlo. Ma non la trovasti. Tentasti di trovare il coraggio di affrontarlo, di sfidare il suo sguardo, ma non c’era niente di piu’ difficile che guardare due occhi come i suoi. O forse, piu’ difficile ancora, era continuare a sfuggirli.

- Mi piace quello che scrivi - continuo' sorridendoti - amo la tua testa e quello che riesce a tirare fuori. E’ proprio questo che, in fondo, mi ha fatto decidere di venire a cercarti.

Parlava lentamente. Era emozionato ma sembrava a suo agio, consapevole di quello che provava, e questo lo rendeva rilassato, sereno. Tu, invece, non capivi e ti sentivi agitata, impacciata. Sentivi di avere dentro il vuoto, il nulla, come al solito. Lentamente, venne a sedersi accanto a te, sul letto. Non ti spostasti. Accettasti quella vicinanza e quell’intrusione discreta nella tua sfera privata.

- Toglimi una curiosita’ - disse sfiorandoti la mano con le dita - perche’ mi hai permesso di arrivare fino a te?
- Veramente, la decisione e’ stata tua, non mia…
- Si’, certo, ma se tu non avessi voluto non avrei mai potuto trovarti. Perche’ hai accettato d’incontrarmi?
- Non lo so, davvero, forse...
- cercasti le parole giuste - forse per curiosita'… ti sembra strano?
- No, affatto. Anche per me e’ la stessa cosa. Pero' c'e' anche altro... e’ che mi fai battere forte il cuore, lo sai?


Questo lo sapevi, ma non glielo lo dicesti, come non gli dicesti che anche il tuo cuore palpitava in modo insolito. Disse una freddura, una delle sue. Ignorando i sussurri della tua coscienza ridesti con gusto, anche se adesso non ricordi piu’ per cosa, e lui si lascio' cullare dalla tua risata.

- Sai... - iniziasti a dire - se nella mia vita non ci fosse gia’ qualcun altro io... io credo che...

Immediatamente ti odiasti per quello che stavi dicendo. Non eri in grado di mettere insieme un solo pensiero di senso compiuto, in quel momento, e quella stupida frase non era esattamente cio’ che volevi dire. Chi cercavi d’ingannare? Non avevi nessuno. Quelle parole ti erano uscite senza ragione, istintivamente, quasi a difesa di qualcosa che pareva volessi proteggere ad ogni costo. Pero’ lui sembro' apprezzarle e gli s’illumino’ il volto.

- Dici sul serio?
- Si’... credo di si’
- continuasti a mentire, disprezzando ancor di piu’ quel tuo modo di essere.
- Lo sai? Tu sei nata per rendere felici gli uomini.

Oh si' che lo sapevi. Lo sapevi perfettamente, ma non era esattamente come diceva lui. Se ti avesse conosciuta solo un po' avrebbe capito che era molto peggio. Tu eri nata per farli godere, gli uomini, e non esiste niente di piu’ pericoloso di una donna che sa di avere questo potere. E tu sapevi di averlo. Gli uomini sapevi farli eccitare gia' con uno sguardo. Sapevi essere perversa, indecente, disinibita, oppure innocente, infantile, ingenua. Sapevi regalare loro il piacere che si aspettavano da te. Sapevi farli impazzire torturandoli con carezze maliziose, oppure provocandoli con frasi oscene. Sapevi come muoverti mentre li possedevi, inarcando la schiena per rendere piu’ provocanti i tuoi seni. Sapevi come guardarli mentre li assaporavi, per farli sentire importanti, unici, speciali. Sapevi come esaudire ogni loro desiderio e ti piaceva vederli smarriti nel velluto della tua pelle, nella seta tuoi capelli, e nel nettare dei tuoi occhi. Sapevi come farti desiderare... e talvolta sapevi anche come farti amare. Quello che non sapevi, pero’, era perche' lo facevi. O forse lo sapevi... godevi nell'esercitare quel cinico potere che tanto ti gratificava. Solo per quello lo facevi oppure, semplicemente, amavi gli altri molto piu’ di quanto amassi te stessa.

Improvvisamente, ti sentisti assalire da un’insolita malinconia, e dalla voglia di piangere. Allungasti una mano e la posasti leggera sul suo ginocchio. Avvertisti un brivido ma non ti gettasti fra le sue braccia. Sapevi che avrebbe voluto stringerti forte, ma non ti avvicinasti. Con la lingua, lenta, t’inumidisti le labbra. Sentivi addosso il suo sguardo ed il respiro saturarsi di desiderio. Lo stavi provocando, volevi sedurlo, cucinarlo a fuoco lento come se ce ne fosse stato ancora bisogno, come se tutto cio’ non fosse gia’ abbastanza. Non lo meritava, ma non riuscivi a resistere. Lo guardasti cercando di sorridere, poi alzasti una mano per sfiorargli una guancia mentre le sue ultime parole ti echeggiavano ancora nella testa: “Nata per rendere felici gli uomini…”

- Si’ - rispondesti mentendo - ma non credo che riusciro’ a rendere felice te.
- Il solo fatto di essere qua, con te, mi rende felice.


Semplice, lineare, perfetto. Il suo ragionamento non faceva una grinza, ma forse non si rendeva conto che, a quelli come lui, macinavi il cuore e ne facevi poltiglia, mentre tu, invece, non avresti mai permesso a nessuno di macinare il tuo. Avevi sempre mantenuto una posizione di vantaggio, con gli uomini, e forse era solo questo cio’ di cui sicuramente non potevi fare a meno. Con un gesto, solo a prima vista innocente, gli passasti una mano fra i capelli. Inconsciamente, per un attimo, sperasti che fosse ancora in tempo ad andarsene, fuggendo via da te, ma non lo fece.

- Ti ho mai detto che ti amo? - disse chiudendo gli occhi per il piacere di quella inattesa carezza.
- Si’... me lo hai detto... tante volte...

Lo attirasti a te, dolcemente, e con le labbra gli sfiorasti gli occhi socchiusi.

- Mi vuoi far morire... - bisbiglio’ con un filo di voce.
- In verita’ non ho ancora iniziato...
- Cosa intendi dire?
- Niente... niente...


(Continua...)

domenica 18 ottobre 2009

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Qualcosa di turchese

Il daltonismo mi impedisce da sempre di vedere i colori. E' questo il motivo per cui questi mi affascinano pur non potendone avere un’esatta percezione. Come di solito avviene, infatti, si desidera di piu’ avere cio’ che sappiamo non potremo mai ottenere. Tuttavia, non so per quale motivo, di tanto in tanto alcuni cromatismi riescono ad emergere dal grigiore in cui e' intinto il mio mondo e lo accendono di bagliori mai visti. L’azzurro, da bambina, mi incantava quando al chiaro di luna ascoltavo le fiabe che mi raccontava la nonna, ed il rosso ha saputo piu' di una volta colorare i miei sogni, e le mie immaginazioni.

E’ da qualche giorno pero’ che, per qualche strana ragione, riesco ad intravedere anche un altro colore. Lo percepisco sempre piu' vivido ed illumina oggi cio’ che fino a ieri per me era oscuro, sbiadito, spento, incolore: la speranza. Credo che chi non riesce a vivere senza disagio l’ignoranza, la prevaricazione e la superbia di cui tutto cio’ che ci sta intorno e’ dipinto, debba indossare qualcosa di turchese. Per me ho scelto un paio di calzette come quelle nella foto. Fra l’altro qualcuno dice che sia il colore dei miei occhi e se fosse cosi’, sarebbe davvero magnifico.

mercoledì 14 ottobre 2009

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Răţuşca cea urâtă

La ragazzina bionda ride e scherza. Sfoderando una sorprendente capacita’ di sedurre distribuisce le sue attenzioni, a chi le sta intorno, in modo assai disuguale, secondo il grado d’importanza che attribuisce a ciascuno, in base a chi lei ritene appartenga alla categoria dei vincenti, oppure a quella degli emarginati. E' davvero carina, sicuramente la piu’ carina di tutte. Sa di esserlo, ed e' cosi’ abituata ad avere considerazione da parte dei maschi che continuamente la corteggiano, e dalle femmine che cercano di prendere da lei qualche riflesso di gloria che, con disinvoltura, naturalmente, si e' conquistata il centro dell’attenzione sul palcoscenico fantastico che e’ la vita alla sua eta’.

La ragazzina bruna e' decisamente brutta. Per quanto si affanni ad attirare l’attenzione, nessuno la degna di una risposta, o di uno sguardo. D’altronde chi vorrebbe farlo? Troppo magra, troppo goffa, troppo sgraziata, con quegli occhiali che, oltretutto, la fanno sembrare davvero ridicola. Una piccola zingara che gia’ inizia a rendersi conto di come alle ragazze la bruttezza non sia mai perdonata. Ma non e' l’aspetto fisico la sua colpa piu’ grave; cio’ che davvero e' intollerabile e' la sua caparbia resistenza ad essere esclusa. Potrebbe restarsene da una parte, senza infastidire, cercando casomai di avere l’attenzione di compagne piu’ alla sua portata. Invece no, non riesce a starsene nell’ombra. Desidera anche lei entrare in quel cerchio luminoso dove primeggia la ragazzina bionda. Non tanto per prenderne il posto - un simile pensiero non puo' neppure sfiorarla -, ma per godere di un po’ della sua luce riflessa.

Con lo sguardo carico di malinconia, osservo la scena inseguendo le tracce di un’adolescenza che un tempo anche io ho vissuto. L’adolescenza. Una fragilita’ fatta di slanci eccessivi, di ribellioni violente, di amicizie morbose, di passioni intense ma brevi. E di tanta crudelta’. Che altro potrebbe essere, infatti, se non crudelta’ quell’infantile, inconsapevole, irresponsabile, immaturo ma feroce rifiuto che i ragazzini infliggono ai loro coetanei spingendoli, seguendo un istinto primordiale, a ricercare sempre la compagnia e l'attenzione dei vincenti escludendo chi vincente non e’?

La ragazzina bionda continua con il suo spettacolo e vive felice quel suo momento di gloria, forse ignara dei sentimenti che tutto cio’ provoca intorno a lei. E' facile intuire quale, fra i maschietti che le girano intorno, sia quello che gode dei suoi favori e quale, fra le sue compagne, l’amica preferita. La ragazzina bruna cerca insistentemente di catturare la sua attenzione, ma cio’ che ottiene e' tuttalpiu’ uno sguardo distratto o un glaciale monosillabo seguito dalla piu' totale indifferenza. E quando allunga una mano per accarezzare i suoi bellissimi capelli, La ragazzina bionda si sottrae a quel tocco con un visibile senso di fastidio...

Piccolo sfortunato brutto anatroccolo, sarebbe molto meglio se fuggendo ti allontanassi da tutto cio' oppure se, con orgoglio, reagissi anche aggredendo, persino con violenza. Qualsiasi cosa sarebbe meglio di questa inutile, grottesca, penosa, supplichevole, pantomima in cambio della quale ricevi indietro solo indifferenza e frustrazione. Ma io, io che adesso i vincenti li evito, io che non riesco piu’ a trovare in loro alcun interesse, io che con chi vive crogiolandosi nel successo non ho piu' niente in comune, come ero io quando avevo la tua eta’?

Non posso sapere oggi cosa ha in serbo per te il futuro, ma quello che sento dentro e’ tanta amarezza, comprensione, rabbia. E’ facile immaginarti ignorata da tutti, esclusa, derisa. Forse nessuno ti invitera’ mai a ballare, forse nessuno ti dira’ mai parole dolci, forse nessuno ti portera’ mai come esempio di belta’, e se anche uno sguardo maschile si posera’ su di te, forse sara’ solo per prenderti in giro e per farti soffrire. Pero’ vorrei credere che un giorno ti trasformerai in un bellissimo cigno. Affascinante donna sicura di se’, desiderata, colma di tenerezza e d’amore, tra le braccia di chi non arretrera’ mai con fastidio di fronte alla tua tenera mano. E ti guardera’ con occhi adoranti come tu guardavi chi non lo meritava.

E il brutto anatroccolo pianse... una lacrima lentamente scivolo giu' carica di delusione per non aver potuto alleviare il suo dolore... attraverso il suo candore cristallino l'anatroccolo si specchio' e vide danzare un cigno. - Ila Santo -

domenica 11 ottobre 2009

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Il profumo dell’amore

T’incontrai una mattina. A quell’ora c’ero solo io. Il sole era ancora basso ma, caldo, gia’ si faceva strada senza alcun ritegno fra le pieghe del mio corpo, infondendo dentro di me la sua vita. Avvertivo il suo sapore, e l’odore del mare, ed il profumo della pioggia che, abbondante, era caduta durante la notte. Zlatni Pyasitsi, in estate, non e’ certo la localita’ meno frequentata del mondo e se si desidera un po’ di tranquillita’, prima dell’arrivo della gente rumorosa ed invadente, conviene alzarsi presto, per godersi la spiaggia almeno fino al momento in cui inizia ad affollarsi.

Avvenne tutto per caso. Un gioco di sguardi mentre correvi facendo jogging. Un unico sorriso, bello, attraente da morire… uno di quei sorrisi che sarei rimasta a guardare per ore dimenticandomi dello scorrere del tempo. Con il chiaro pretesto di allacciarti una scarpa, ti fermasti a pochi passi da me e, calma, venisti a sederti accanto. In un primo momento, puntasti lo sguardo verso il mare, ad est, ad osservare le barche che, lente come sagome cinesi, si muovevano lontano all’orizzonte poi, in silenzio, iniziasti ad osservarmi.

I miei occhi incontrarono i tuoi, senza che questi potessero nascondere le intenzioni che, dentro, custodivi. Conoscendomi so che non avrei dovuto sentirmi in imbarazzo, e almeno avrei dovuto tentare di dire qualcosa. Eppure, anche se amo essere io a fare la prima mossa, non ne fui capace e lasciai che fossi tu a condurre il gioco. I tuoi occhi mi sfioravano senza bisogno di parole, ed accarezzavano i miei capelli, e baciavano la mia bocca ancora piu’ di quanto avrebbero potuto farlo le tue labbra. In quel silenzio sentii risvegliarsi dentro di me un desiderio primordiale, insensato, incomprensibile: stavi immobile eppure era come se ti sentissi muovere sotto di me, calda e fremente, le nostre gambe intrecciate ed il tuo seno aderente al mio.

- Le nuvole basse dietro le colline indicano che piovera’ ancora – dicesti rompendo il silenzio, parlando in Russo forse pensando che, come la quasi totalita’ dei turisti, io provenissi proprio da li’ – Credo che dovremo aspettarci un altro bel temporale come quello di stanotte.
- Peccato
– ti assecondai, prestandomi volentieri a quel tentativo d’abbordaggio, voltandomi a guardare le colline alle nostre spalle, oltre le quali s’intravedevano nuvole minacciose – sono arrivata l’altro ieri ed ancora non ho visto un’intera giornata senza pioggia.
- Sei capitata in un periodo sfortunato. Di solito, in questa stagione, siamo inondati di sole. Erano anni che non si vedeva un tempo cosi’ assurdo. In vacanza da sola?
- Si’, da sola…
- Perche’ da sola? Oh... ma forse sono indiscreta… scusami, non volevo impicciarmi.
- No no, non c’e’ problema. Mi piace viaggiare da sola. E’ come se il senso di liberta’ si esprimesse al massimo. E poi ho modo di conoscere chi, altrimenti, se fossi con un partner o con amici non potrei forse neppure avvicinare…


Parlammo per un po’ e quando il chiasso della gente inizio’ ad avvolgere le nostre parole, ci venne voglia di passeggiare. Sul lungo mare una bancarella vendeva vecchi CD di seconda mano e tu, insistendo, volesti regalarmi “Older”. “E’ la musica giusta per certe giornate”, mi dicesti, “Quando piove, la cosa migliore da fare e’ chiudersi in hotel ad ascoltarla”. Era un invito, quello, ed io lo raccolsi. E quando la prima goccia di pioggia tocco’ la superficie del mare eravamo gia’ in camera mia, distese l’una accanto all’altra, e “Fast Love” ci sommergeva con le sue note.

Le mie labbra non fecero fatica a schiudersi alle tue in un bacio intenso, lunghissimo, esasperante, durante il quale mi cingesti fra le tue braccia, assaggiando il mio sapore leccandomi, succhiandomi la lingua e saziandomi con la tua. Poi, con le mani, salisti lungo i miei fianchi fino a giungere al seno. Soffermandoti con intensita’, ne saggiasti la consistenza. Ti piacque, lo so, come piacque anche a me quel tuo accarezzarmi i capezzoli in un modo che solo le donne, certe donne, sanno fare mentre, stringendoti con forza, con le dita ti sfioravo li’ dove sentivo nascere improvvisa la tua languida voglia.

Il mio tocco riusci’ a turbarti. Dolcemente ti accarezzavo in un modo in cui solo le donne, certe donne, sanno accarezzare. Poi, allontanando la tua bocca dalla mia, fissandomi negli occhi, scendesti lentamente giu’, lungo tutto il mio corpo, dipingendoci con la saliva ghirigori ed arabeschi i cui colori, invisibili, facevano vibrare ogni corda dentro di me. E quando avvertii, evidente, il contatto della tua lingua con il mio desiderio, un’ondata fortissima di brividi inebrianti s’impossesso’ del mio ventre.

La pioggia fuori, cadendo, infradiciava ogni cosa. In mille rivoli grondava giu’ dai tetti, fin sulla strada e, lucida come lo e’ la rugiada su una foglia, pareva bagnare anche i nostri volti, sudati, inondati da quel piacere che, intensamente, ci travolgeva in profondita’. Niente esisteva piu’ in quel momento: nessun luogo, nessun tempo, nessuna domanda, nessuna risposta, nessuno che attendesse il nostro ritorno, e nessuna amarezza che potesse nascere in quegli attimi cosi’ veri, semplici, concreti, sinceri. Tutto cio’ che sentivo era il tuo respiro, solo quello, caldo ed eccitante sul mio sesso, e le tue labbra, e le tue mani… e i nostri corpi, fusi dai brividi e dal caldo odore della nostra pelle intrisa di piacere.

Le mie mani cinsero la tua testa e si insinuarono smaniose fra i capelli, mentre la tua lingua mi percorreva in un movimento lento, eccitante, intenso. Ogni singola parte del mio corpo si accendeva, si contorceva, si ribellava selvaggiamente e, al tempo stesso, ti subiva passivamente. Fino a quando, non potendo piu’ resistere, mi arresi e cercai la liberazione nell’orgasmo che mi travolse.

Accadde piu’ volte. L’una all’altra ci donammo quel godimento, instancabili come due amanti costrette troppo a lungo alla lontananza che si riappropriavano del tempo perduto, oppure quasi fossero quelli gli ultimi istanti di un'esistenza. Fin quando, sfinite, ci accasciammo per dormire abbracciate, cullate dalla musica dolce di George Michael.

Quando riaprii lentamente gli occhi, tutto mi sembro’ diverso, pervaso da una luce irreale, malinconica. Come ogni volta, sentii di aver perduto qualcosa di intimo, come se anche le tue mani, e le centinaia di mani prima delle tue, penetrandomi, mi avessero derubata di una piccola parte di me. Ma poi, come sempre, pensai che era inutile, oramai quello che doveva essere rubato era gia’ stato sottratto da tempo e di come ero arrivata a quel presente, attraverso quale passato, non aveva piu’ alcuna importanza. Fu allora che una carezza passo’ leggera sul mio volto ripulendolo dai residui di un'ultima lacrima. Una mano calda, la tua, che profumava di onde di mare, di pioggia, di sesso... il profumo dell'amore.

giovedì 8 ottobre 2009

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Il ritratto di Silvian Gray

 
I puntata

Il famosissimo pittore Licious Geller mostra al suo amico Lord Marcel Dellutrix la sua ultima opera: il ritratto di un giovane imprenditore che in quel momento sta passando vari guai con la giustizia. Lord Dellutrix e’ talmente colpito dalla bellezza del ritratto che chiede a Licious di conoscere di persona colui che e’ raffigurato. Il pittore cede ed e’ costretto a presentargli il bellissimo e giovane Silvian Gray.

Il giovane ed innocente Silvian lega subito con il navigato ed esperto Lord Dellutrix, incantato dall'oratoria del suo interlocutore, il quale invita il giovane a non gettare al vento il dono della bellezza e della gioventu’, e di sfruttare le sue doti per iniziare una vita piena di nuove esperienze.

Questi spinge quindi Silvian ad esprimere, in verita’ per gioco, un desiderio: che, insieme alle preoccupazioni legate a problemi economici e giudiziari, anche i segni della vita e dell'eta’ scompaiano dal suo volto, per comparire invece su quello del ritratto, cedendo in cambio la propria anima. Ma quello che e’ nato per scherzo, si avvera.

Via via che il giovane Silvian perde la sua innocenza, ed accumula ricchezze ed esperienze non sempre edificanti, il suo ritratto si modifica acquistando una ruga, o un'espressione sempre piu' maligna. Silvian, quando se ne accorge, ne e’ spaventato e nasconde il ritratto in soffitta affinche’ nessuno debba mai sapere quanto e’ sporca la sua anima. Quell'anima resa visibile dal ritratto.

Dopo molti anni e molte travagliate vicende, fra cui una tormentata unione con un’attrice di teatro, che terminera’ col divorzio, la corruzione di Silvian arriva al punto massimo. I personaggi di cui si circonda sono sempre piu’ abietti e privi di moralita’ e lo spingono di continuo a compiere azioni immorali e nefaste ma lui, nonostante tutto, conserva ancora una faccia innocente che gli procura la simpatia della gente…

(La conclusione nella II puntata… oppure, meglio, concludetelo voi!)

mercoledì 7 ottobre 2009

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Un regalo indecente

Percorrevamo Krimskaya camminando senza fretta. Di tanto in tanto, con le dita sfioravo il basso muretto oltre il quale scorreva lento il fiume. Un vento leggero mi lambiva la parte alta delle gambe, ed accarezzava la mia nudita’ esposta al suo alito. Mi aveva voluta cosi’ quella sera: depilata, senza mutandine, con le calze autoreggenti ed una gonna molto corta. Ed io lo avevo accontentato, come sempre facevo. Non era facile dirgli di no. E poi, quelle sue proposte un po’ indecenti che riuscivano sempre a rendere reali i miei desideri, non mi dispiacevano.

La’, dove il parco Iskusstv costeggia la Moskva che, dividendosi, entra nel Vodootvodnyy Kanal, ci appoggiammo al parapetto a guardare il cielo senza luna e le luci della citta’ che si riflettevano tremolanti nello specchio nero dell’acqua.

- Apri le gambe - mi ordino’.
- Ma ci vedranno...
- Non importa, non discutere. Aprile e basta.

Ed io lo feci. Quell’improvvisa sensazione di fresco proprio li’, pochi centimetri sopra l'orlo della gonna, mi rese consapevole d’essere pronta a ricevere ogni carezza, e mi sentii sciogliere dentro. Si mise dietro di me e mi avvolse con le braccia in un gesto che, per chi ci avesse osservato distrattamente, sarebbe potuto apparire persino innocente.

- Ti piace essere nuda, vero? - mi sussurro’ all’orecchio.
- Si’, mi fa sentire desiderabile e disinibita...
- Ti senti troia?
- Si’...
- Aprile ancora un po'...
- Che intenzioni hai? Cosa vuoi fare?
- Voglio che ti ecciti. - disse stringendosi piu’ forte contro il mio sedere, premendo il suo membro duro sui miei glutei - Mi senti?
- Certo... come potrei non sentirti?..
- Hai voglia?
- Sono gia’ bagnata...
- Si’, lo sei – disse annusando l’aria che, in modo impercettibile, iniziava ad odorare di me – ma non e’ il momento adesso. Prima andiamo a cena. Ho un regalo per te.

Al ristorante chiese un tavolo d'angolo piuttosto in disparte, e mi fece sedere con le spalle rivolte alla parete cosicche’ fossi il piu’ possibile al riparo dagli sguardi della gente. Prese poi in mano un chicco d’uva, uno di quegli acini grossi di forma ovoidale e la buccia spessa e lucida. Lo stacco’ da un graspo riposto nel portafrutta che adornava il tavolo ed accenno’ a metterlo in bocca, ma non lo fece. Semplicemente, si limito’ ad appoggiarvi le labbra.

- Stasera sei bellissima, lo sai?
- Si’? - dissi lusingata.
- Vorrei che ti accarezzassi con questo... – sussurro’ porgendomi l'acino - la tovaglia e’ lunga e nessuno ti vedra’. E poi, se anche ti vedono, che importanza ha?

Erano quelli i momenti in cui la mia sensualita’ entrava in sintonia con la sua: quando mi faceva capire che il mondo intorno a noi non esisteva, che eravamo soltanto noi due importanti e che ci saremmo potuti fidare l’una dell’altro fino in fondo. Come una squadra. Intimita’, complicita’, sincerita’, lealta’, passione... quale mix poteva essere migliore?
Guardandolo fisso negli occhi mi passai la lingua sulle labbra e, senza fretta, bagnai quel chicco con la saliva. Poi, dopo aver dato una fugace occhiata intorno per controllare che nessuno mi guardasse, muovendomi con lentezza portai la mano in grembo ed iniziai a sfiorarmi una coscia, risalendo piano verso l'inguine.

- Lo stai facendo?
- Ci sto arrivando. Ecco... mi sto accarezzando...
- Com'e’? Raccontami...
- Sto salendo e scendendo piano piano...
- Bene, adesso mettilo dentro. Infilalo lentamente e spingilo.
- Lo sto facendo... - dissi sentendo che il mio corpo iniziava a reagire a quello stimolo.
- Sta arrivando il cameriere, non muoverti. Stai ferma o capira’.

Fece l’ordinazione anche per me, mentre io in silenzio tentavo di restare fredda e distaccata, senza riuscirci. E forse arrossii un po’ di vergogna avendo la sensazione che il cameriere si fosse accorto di qualcosa.

- Cosa stai pensando? – mi chiese dopo che il cameriere si fu allontanato.
- Penseranno che sono una ninfomane... una troia – sussurrai.
- Non e’ quello che hai detto prima? Che ti senti troia? Che t’importa di quello che pensano gli altri? Conta solo cio’ che pensi tu di te stessa. Il tuo corpo appartiene solo a te, e ci fai quello che vuoi.
- Un po’ appartiene anche a te... - Dissi con un po’ di malizia, facendomi sfuggire un leggero sarcasmo che, sapevo bene, lui non gradiva ma che talvolta mi usciva quando volevo ristabilire quel debole equilibrio che troppo spesso pendeva dalla sua sola parte.
- Adesso metti dentro anche questo - disse porgendomi un secondo acino, continuando con quel suo gioco che, lo sentivo, iniziava a coinvolgermi. Presi anche quel chicco. Lo succhiai leggermente per lubrificarlo e di nuovo finsi di mettere le mani in grembo. Appoggiandolo al mio sesso, lo feci scivolare dentro senza fatica.

- Brava. Ora accavalla le gambe. Ti piace?
- Si’... e’ bellissimo... - risposi con voce roca - non l'avrei mai detto...
- Adesso mangiamo. In modo naturale, se ci riesci – disse con aria divertita, conoscendo bene l’effetto che provocavano dentro di me quei chicchi d’uva.

Cercai di arrivare al termine della cena restando impassibile. Non riuscii a mangiare molto, la mia testa era altrove. Era una situazione inusuale e la sensazione che provavo era sublime. Non solo per il piacere fisico, in quel momento mi sentivo oscena, senza pudore, languida, sensuale, folle, porca... e lui, conoscendomi, lo sapeva che tutto cio’ mi mandava in estasi.

- Fammeli vedere, adesso. Tirali fuori – disse, pulendosi la bocca col tovagliolo, quando ebbe terminato il suo piatto.

Spingendo, li estrassi piano, mordendomi le labbra e li posai sul tavolo, sulla tovaglia bianca. Erano lucidi, ricoperti della mia rugiada trasparente e vischiosa. Lui, con naturalezza, li prese e li mise in bocca. Prima li succhio’ assaporandoli e poi, come se fossero stati i frutti piu’ deliziosi di questo mondo, li mangio’.

- Era questo il regalo di cui mi parlavi? – chiesi a quel punto.
- No. Tutto questo, finora, era il regalo per me. Il tuo e’ un altro. Eccolo. – disse porgendomi un pacchetto.

Lo aprii, curiosa, e dentro vi trovai una scatolina che conteneva due sfere in lattice, simili alle palline da ping pong ma piu’ pesanti ed unite da un cordino di seta.

- Sono le palline Ben Wa, dette impropriamente palline cinesi ma non sono originarie della Cina – si affretto’ a spiegarmi vedendo la mia faccia un po’ stupita di fronte a quell’insolito giocattolo – Sono conosciute anche come le palline della geisha. In Giappone le chiamano rin no tama, campanelline tintinnanti, perche’ sono cave e contengono un piccolo peso che, muovendosi al loro interno, le fa vibrare. Adesso provale e dimmi se ti piacciono piu’ dell’uva...

Le portai in grembo e seguendo lo stesso rituale degli acini, muovendomi piano, allargando le gambe, una alla volta le inserii spingendomele dentro con le dita. Ebbi un brivido inatteso e non seppi soffocare un gemito di piacere. Lo guardai con occhi imploranti, pregandolo di portarmi via da li’, a casa oppure giusto fuori dal locale, in un luogo appartato dove avrei potuto avere cio’ che in quel momento volevo di piu’ ma lui, facendo finta di nulla, continuo’ a parlare. Calmo.

- Adesso credo che tu debba alzarti, andare in bagno e finire da sola. Io ti attendero’ qui. Non c’e’ fretta. Prenditi tutto il tempo che vuoi. Usa i muscoli per tenerle in posizione, perche’ non devono caderti mentre cammini.

Mi diressi verso il bagno camminando lentamente per paura che le palline uscissero e cadessero sul pavimento. La sensazione che mi procurava quell’oggetto estraneo che vibrava dentro di me era qualcosa di mai provato, ed ogni movimento, anche il piu' piccolo, aggiungeva un ulteriore stimolo a quella vibrazione facendo entrare in risonanza tutto il mio corpo. So che avrei dovuto sentirmi in imbarazzo, non solo per l’andatura impacciata che avevo ma per quell’odore inconfondibile di desiderio che emanavo, pero’ in fondo che m'importava? Non dovevo preoccuparmi del giudizio della gente. Come diceva lui, ero libera. Libera di sentirmi troia. Libera di fare col mio corpo tutto cio’ che volevo. Libera...
E nel bagno di quel ristorante, in piedi, guardandomi allo specchio, infine, venni.

giovedì 1 ottobre 2009

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31 Settembre

Il 31 settembre e' il giorno in cui sono nata. Non stupitevi, posso giurare che e' cosi', non sto mentendo. La storia sarebbe lunga e se la raccontassi, forse, mi priverei di quella poesia che m'illudo faccia parte un po' anche della mia vita. Chissa', magari un giorno lo faro', ma non oggi. Oggi desidero solo rigraziare chi ha saputo donarmi fantastici momenti fatti di fantasia e di emozione.

Se io fossi una rosa non fiorirei solo una volta
ma farei sbocciare i fiori quattro volte all’anno
fiorirei per i bambini e fiorirei per le ragazze
di fronte al vero amore e per il passaggio alla morte

Se io fossi una porta resterei sempre aperta
farei entrare tutti da ovunque provenissero
non chiederei mai a nessuno chi l’ha mandato
e sarei felice soltanto se venissero tutti quanti

Se io fossi una finestra sarei cosi’ grande
che tutto quanto il mondo, si potrebbe contemplare
la gente guarderebbe attraverso me con occhio benevolo
e sarei felice soltanto dopo che avrei fatto vedere tutto

Se io fossi una strada sarei sempre pulita
ogni benedetta sera mi immergerei nella luce
e se un giorno i cingoli mi calpestassero
la terra sotto di me crollerebbe piangendo

Se io fossi una bandiera non sventolerei mai
sarei arrabbiata con tutti i venti
sarei felice soltanto se restassi immobile
e se nessun vento potesse giocare con me

(Ha én rózsa volnék - Bródy János)

Misura la forza della tua Password

Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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