domenica 30 agosto 2009

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Una donna da salvare

Esiste un destino che ci appartiene e che, ineluttabile, ci accompagna. Qualsiasi cosa facciamo non serve a sfuggirgli perche’ pare sia inscritto nel nostro DNA e le persone che, come in una giostra, ci gireranno intorno avranno piu’ o meno sempre gli stessi atteggiamenti e ci faranno vivere storie gia’ vissute. Déjà vu che c’inseguiranno per tutta la vita. Uno psicanalista un giorno mi disse che tutto questo aveva un nome ben preciso, “coazione a ripetere”, e che non dipendeva tanto dal destino, quanto dai nostri comportamenti sempre uguali e tesi a rivivere perennemente le stesse dinamiche, senza mai uscire dal circolo vizioso.

La mia dinamica si chiama “donna da salvare”. Non so quando e perche’ questa strana maledizione abbia avuto origine, ma ho quasi sempre incontrato uomini che, innamorandosi di me, hanno cercato di mettermi in salvo da un qualcosa d'indefinibile che, ancor oggi, non sono in grado di individuare e descrivere. Presi dalla sindrome del cavaliere che deve ad ogni costo salvare la donzella imprigionata dal drago, chi in un modo, chi nell’altro, varie figure maschili si sono avvicendate tentando di risolvere quel cubo di Rubik nascosto dentro la mia anima.

Si’, certo, loro dicevano che erano l’amore, la passione ed il bene che mi volevano cio’ che li spingeva ad indicarmi il percorso che dovevo seguire per salvarmi dal drago. Loro sapevano esattamente come avrei dovuto comportarmi, conoscevano i desideri che avrei dovuto avere, indicavano le persone che avrei dovuto frequentare, suggerivano le cose che avrei dovuto dire per liberarmi da quello che, secondo loro, non andava bene, non era giusto, non era in sintonia con cio’ che loro si attendevano da una donna sensibile e dolce, ma al tempo stesso erotica e desiderabile, quale io avrei dovuto essere.

Ero la donna da salvare. Il motivo per il quale loro esistevano, il perche’ del loro essermi al fianco. E di tutta questa loro abnegazione dovevo anche essere grata. In cambio della guida spirituale che mi offrivano e che mi avrebbe condotta fuori dall’abisso nel quale stavo inesorabilmente scivolando, chiedevano poco o niente. In fondo, volevano solo che fossi sincera con loro, totalmente, che raccontassi ogni cosa, che non mentissi su nulla… neppure per errore. Loro mi offrivano una mano alla quale aggrapparmi ed io dovevo solo rinunciare a piccole cose di poco conto, come la mia intimita’ ed i miei piccoli segreti. Loro dicevano che quello era “amore” e che l’amore non poteva esistere senza quel “donarsi” in modo totale.

Ricordo ancora le ossessioni di chi, forse, e’ stato il piu’ “innamorato” di tutti che, se gli dicevo che mi recavo da un’amica e per caso durante il tragitto incontravo una diversa persona, mi accusava di avergli mentito e che l’incontro inatteso era stato in realta’ programmato. Forse non ha mai saputo che, in tutto il tempo in cui sono stata insieme a lui, non gli ho mai mentito se non un’unica volta: quando mi chiese “ci vediamo stasera?” Io gli risposi "si’", ma quella fu la mia ultima parola. Non mi ha piu’ rivista.

sabato 29 agosto 2009

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Uomini liberi

Il 15 gennaio 1482 era un martedi’. Di li’ a dieci anni o poco piu’, Cristoforo Colombo avrebbe intrapreso una delle piu’ grandi avventure della Storia, allargando i confini del mondo e creando i presupposti di quello che poi sarebbe stato anche uno dei piu’ grossi mali per l’umanita’: il colonialismo ed il conseguente sfruttamento brutale e selettivo di intere popolazioni. Il 1482 e’ anche l'anno in cui e’ ambientato il romanzo Notre-Dame de Paris di Victor Hugo. Nel romanzo, si racconta della danzatrice gitana Esmeralda e di tre uomini che, in modo diverso e contrastato, s’innamorano di lei fino al tragico epilogo dal sapore tipicamente romantico ottocentesco, in cui la bella zingara finisce sul patibolo.

Al di la’ della trama, che puo’ essere consultata in Wikipedia, la storia di Esmeralda e del suo supplizio ricorda anche la data d’inizio della prima grande persecuzione degli zingari, avvenuto con un editto emanato in Germania proprio il 15 gennaio 1482, con il quale si vietava loro il soggiorno sul territorio del principato tedesco e con cui si annullavano di fatto le lettere di protezione consegnate dall’imperatore Sigismondo, re di Boemia ed Ungheria, nel 1417, avallate poi nel 1422 dalla benedizione di Papa Martino V, che garantivano agli zingari la libera circolazione ed il soggiorno in ogni territorio dell’Impero.

E’ infatti proprio alla fine del XV secolo che l’idea di nazione si identifica con quella di Stato e che si delinea quindi il concetto di “nemici della collettivita’”. Gli amici sono infatti coloro che condividono con la maggioranza le stesse credenze, gli usi e i ritmi organizzativi della vita e del lavoro, che osservano le stesse leggi, parlano la stessa lingua e credono negli stessi valori. I nemici, invece, sono quelli che non parlano la stessa lingua, che non condividono gli stessi valori ed avendo costumi ed usi differenti, non hanno interesse ad obbedire alle leggi.

Per questo, gli zingari, avendo uno stile di vita, il nomadismo, considerato come portatore di disordini e causa della mendicita’, del furto e degli imbrogli di cui sono accusati, vengono considerati estranei alla comunita’. D’altronde chi piu' di un popolo che non ha messo mai radici, che non si e’ mai sentito parte di uno Stato e che non ha mai dovuto difendere i confini di alcun suolo patrio, puo' incarnare l’idea stessa di ribelle nei confronti dell’autorita’ costituita?

Rom significa “uomo libero”. La piu’ antica delle leggende racconta che gli zingari discenderebbero da Adamo e da una prima moglie, precedente ad Eva, cosi’, essendo sfuggiti al peccato originale, sarebbero anche esonerati dalla legge del lavoro al quale Dio avrebbe condannato tutti gli altri uomini, i gage', i non liberi, coloro che per avidita’ difendono una terra che hanno conquistato con la forza e la prevaricazione, impregnandola di sangue troppe volte innocente. Terra che considerano di loro proprieta’, ma sulla quale non hanno alcun diritto se non quello che puo’ avere un prigioniero rinchiuso dentro la sua cella.

Son oggi trecentoquarantotto anni sei mesi e diciannove giorni dal dí che i parigini si svegliarono al frastuono di tutte le campane suonanti a distesa nella triplice cinta della Cité, dell'Université e della città intera.
Tuttavia, il 6 gennaio 1482 non fu un di quei giorni che la storia ricorda. Niente di memorabile nell'avvenimento che scuoteva cosí, fin dal mattino, le campane e i borghesi di Parigi. Non si trattava di un assalto di piccardi o di borgognoni, non di un reliquiario portato in processione, né di una rivolta di scolari nella vigna di Laas, né di un ingresso del nostro temutissimo sire messer lo re; e neppure di una bella impiccagione di briganti e brigantesse alla Giustizia di Parigi. (Notre-Dame de Paris - Victor Hugo)

mercoledì 26 agosto 2009

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Favola tzigana

C’era una volta, tanto tanto tempo fa, uno zingaro che girovagava con tutta la sua famiglia per un vasto paese. Il cavallo, che tirava a fatica il carro, era vecchio e stanco ed il carro era pieno zeppo di cose perche’ l’uomo aveva una famiglia numerosa con tanti figli.
Ogni giorno, dalla mattina alla sera, il suo unico pensiero era come fare a dar da mangiare a tutta la famiglia. Nessuno gli dava lavoro ed i suoi figli piangevano perche’ pativano la fame. Non gli restava che andare a rubare, ma non sempre gli riusciva. E cosi’ viaggiava da un posto all’altro, afflitto e pieno di pensieri.
Sul carro, ormai, faceva salire solo i bambini piu’ piccoli, altrimenti il cavallo non ce l’avrebbe fatta a trascinare tutto, mentre i figli piu’ grandi e la moglie lo seguivano a piedi.

Il carro ondeggiava un po’ a destra, un po’ a sinistra ed ogni tanto cadeva qualche pentola oppure scivolava giu’ qualche bambino. Di giorno non c’erano problemi: lo zingaro si fermava e raccoglieva quello che era caduto, ma di notte, al buio, nessuno si accorgeva se cadeva una pentola o un bambino. E poi, le cose sul carro erano talmente tante che non potevano essere controllate tutte ed i bambini erano cosi’ numerosi che ormai lo zingaro non sapeva piu’ come fare a contarli.
L’uomo frustava e frustava il cavallo ed il carro proseguiva il suo lungo viaggio barcollando di qua e di la’ ed accadde che, un po’ alla volta, ora l’uno ora l’altro, molti dei bambini restarono per strada.
In questo modo lo zingaro giro’ tutto il mondo, visito’ tutte le terre, anche le piu’ lontane e dove passava, lasciava sempre qualche bambino dietro di se’.
Ed e’ cosi’ che gli zingari si sono sparsi in tutto il mondo.

lunedì 24 agosto 2009

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L’uomo zerbino

L’uomo zerbino nasce in uno di quei paesi dove con il reddito mensile non solo non si arriva alla fine della terza settimana, ma non si arriva neppure alla fine del primo giorno del mese. Oltre a cio’, fin da quando e’ piccolo e’ costretto ad ogni genere di umiliazioni e violenze: non puo’ studiare, deve lavorare tanto, mangiare poco, far da cavia ad esperimenti, subire l’inquinamento della sua terra e della sua acqua e, quando serve, combattere per difendere la reggia e l’harem di qualche dittatore.

Talvolta l’uomo zerbino possiede qualcosa, come una capra, e con quella cerca di sfamare tutta la famiglia, accontentandosi di non essere sgozzato dalla soldataglia al servizio chi, in quel momento, ha vinto il colpo di stato. Talvolta, invece, sceglie di vendersi un rene ed anche la capra per, con quei soldi, pagarsi il viaggio verso un mondo in cui la gente non e’ obbligata a mangiare merda, puo’ bere acqua pura e, se lavora duramente, anche possedere un tetto sotto il quale ripararsi. I soldi del rene e della capra, pero’, non bastano mai e per arrivare ad avere la somma occorrente, lascia in pegno le sue figlie a qualche trafficante d’organi o di sesso, ripromettendosi un giorno di poter ritornare con il denaro e riscattarle.

Il viaggio che l’uomo zerbino deve affrontare, durante il quale e’ trattato come un animale da soma e costretto alle cose piu’ ignobili, non e’ semplice, puo’ durare anni e quando alla fine arriva al mare, gli dicono: “Ecco, dall’altra parte troverai cio’ che desideri”.

Ma non e’ finita… deve ancora superare la lotteria. Si’, perche’ ogni popolo ha la sua lotteria. C’e’ chi, vincendo, potra’ finalmente pagarsi le puttane piu’ care della Terra per i prossimi trentamila anni e chi, invece, se verra’ estratto, riuscira’ a non morire di fame e di sete durante la traversata e a giungere vivo su una spiaggia dove verra' preso e, se non incriminato, sara' tenuto segregato per mesi in condizioni subumane, simili a quelle in cui vengono tenuti i cani in un canile, ed anche peggio. Pero' l’uomo zerbino e’ forte e determinato; sa che non puo’ mollare proprio ad un passo dalla meta e resiste ancora perche’ ha un sogno, una speranza, una promessa da mantenere alle sue figlie e la vita l’ha abituato a sopportare cose ben peggiori.

Un giorno, dopo aver dormito per mesi al freddo nei luoghi piu’ malsani, giunge finalmente in una citta’ dove riesce a trovare lavoro presso un “sciur” che, dal nonno che si era arricchito non pagando le tasse ma faceva puntualmente ogni condono e scudo fiscale, ha ereditato una fortuna e, per la porta d’entrata della sua quindicesima villa, ha giustappunto bisogno di uno zerbino davvero particolare che tutti gli amici al club del burraco possano invidiargli.

E’ cosi’ che l’uomo zerbino, in cambio di qualche soldo e gli avanzi di cibo tolti dalla ciotola Medoro, l’alsaziano purissimo che fa da guardia alla villa, tutto contento inizia a fare cio’ per cui, in tutti quegli anni, ha sopportato angherie e privazioni: lo zerbino. E lo fa pure bene. Infatti, ogni volta che il “sciur” si pulisce le scarpe, lui con il corpo acconsente all’operazione e, con la lingua, alla fine ripulisce l’intera suola.

Tutto procede senza intoppi e l’uomo zerbino riesce persino a mettere da parte un po’ di soldi che gli serviranno per riscattare le sue figlie, se non che, un giorno, davanti alla villa del “sciur” passano delle persone urlanti, con bandiere in mano e tutte quante con indosso una camicia dello stesso colore che, vedendolo li’ per terra, dicono: “Eccoli qua ‘sti negher! Vengono in casa nostra a rubarci il lavoro ed il pane di bocca!”

E dopo averlo preso a calci ed essersi ripuliti gli scarponi dal sangue su di lui, gli rovesciano addosso una tanica di benzina e gli danno fuoco.

venerdì 21 agosto 2009

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Un amico - I parte

- Cos’hai da guardarmi in questo modo? Sei strana, stasera.
- Da quanto tempo ci conosciamo?


Continuavo svogliatamente a spilluzzicare dal mio piatto, come faccio sempre quando non ho molto appetito e qualche pensiero strano, che neanche io riesco ad individuare, mi gira nella testa.

- Direi… fammi pensare… circa un anno, Perche’?
- Stavo pensando che sei un bell’uomo…
- Vuoi prendermi in giro, vero?
- No, dico davvero. Se fra noi non ci fosse amicizia, credo che stasera capitolerei…
- Sei rimasta fulminata dal fascino dell’uomo maturo oppure vuoi giocare anche con me? Suvvia… se non sapessi che stai scherzando potrei mettermi in testa strane idee e restarci poi male.
- Veramente sono seria… sara’ l’effetto del vino, che ti devo dire? A volte mi capita di lasciarmi andare alla pazzia. Magari stanotte potrei farmi un regalo…


Risi sincera mentre lui mi versava ancora un po’ dell'ottimo vino che avevamo scelto per accompagnare la nostra cena. Era un uomo intrigante, intelligente, colto, benestante, ma non avevo mai voluto che ci fosse altro fra noi se non quello che normalmente c’e’ fra amici. Quindi niente sesso o tenerezze. Avevo fatto la scelta di essergli complice sincera; con lui mi confidavo, mi sentivo compresa e gli avevo raccontato molto di me e del mio passato. “Una relazione strana la nostra”, pensai, “nessuno dei due ha voglia di rischiare di cambiarne le regole, forse per il timore che il rapporto possa mutare al punto di rompersi e finire”.

Le mie regole sono sempre state rigide. Non posso permettermi di abbassare troppo la guardia. Ne va dell’intera mia esistenza poiche’ senza queste regole potrei ancora cadere nell’abisso, ed io non voglio piu’ provare un sentimento che, sono certa, non sarei in grado di gestire. Molto meglio separare le cose. Da una parte il sesso, magari fatto con degli sconosciuti che non rincontrero’ mai piu’, storie che si consumano nello spazio di una notte senza che vi sia alcun impegno e vissute come un gioco e, dall’altra, l’amicizia complice non svilita dalla bramosia e dal desiderio. Separare, selezionare, porre dei paletti che delimitassero corpo ed anima, e’ l’ordine emotivo che mi sono imposta ed e’ con questo criterio che gestisco ogni mia relazione.

Non avevo, infatti, alcuna intenzione d’innamorarmi di lui e neanche desideravo che lui s’innamorasse di me, ma questa era solo una parte della verita’. L’altra la tenevo celata, la respingevo rintuzzandola nel profondo di me stessa perche’ avevo paura di accettarla. E quella sera emergeva cosi’ forte che non riuscivo a non pensarci. Inutile negarlo. Sentivo che poteva essere l’uomo perfetto: un po’ amico, un po’ fratello, un po’ padre. Tutto cio’ che avevo sempre desiderato e che non avevo mai avuto. Apprezzavo la sua sicurezza, la calma, la pazienza tipiche di chi non ha fretta, di chi sa attendere il momento giusto, e la sua personalita’, cosi’ diversa da quella dei tanti uomini che avevo conosciuto, aveva nel tempo rafforzato la stima e l’affetto che provavo per lui.

Forse fu davvero per l’effetto di quel nettare color rubino mischiato all’altro nettare che impregnava la mia mente che, per un attimo, fui tentata di cambiare la mia vita facendone coincidere il nuovo inizio proprio in quel momento. Mi venne voglia di buttare giu’ tutti i paletti che avevo piantato intorno a me ed ai quali mi ero aggrappata per cosi’ tanto tempo… e glielo dissi.

- Fai conto che stasera non siamo amici. Siamo… un uomo e una donna. Pensavo che forse, ogni tanto, dovremmo lasciarci andare a qualche pazzia.

Mi osservava con aria scettica. Non credeva che stessi dicendo sul serio,

- Ed i rigidi principi che t’impediscono di andar fuori delle righe? Che fine hanno fatto? E poi non hai sempre detto che la nostra e’ una splendida amicizia proprio perche’ non contaminata dal sesso? Anche se ogni tanto, devo ammetterlo, qualche desiderio nei tuoi confronti ce l’avrei…
- Facciamo finta che sia solo un gioco, non sarebbe una storia seria. Non la vorrei. Sarebbe solo una scopata. Domani ce ne dimenticheremo e tutto tornera’ ad essere com’e’ sempre stato.
- Mi piace giocare con te
– disse con un diverso tono della voce – peccato solo che in questo momento mi senta canzonato. Conoscendoti, questa potrebbe essere una delle tante trappole che, quando ti annoi, ti diverti a piazzare per imbarazzare chi ti sta di fronte, e nel dubbio preferisco non caderci.

Quando cambiava il tono della voce in quel modo ed abbandonava la consueta leggerezza che lo caratterizzava, iniziando ad essere diffidente, era perche’ con il mio atteggiamento spudorato andavo a toccare qualche corda particolarmente sensibile che teneva al suo interno. Probabilmente si sentiva privato della sua mascolinita’ perche’, ribaltando le parti, lo facevo sentire non piu’ cacciatore ma preda. Un comportamento che ho notato anche in molti altri uomini che, a quanto pare, non gradiscono il pensiero di sentirsi usati.

- Se invece non stai scherzando allora mi preoccupi. E mi imbarazzi – disse diventando serio – Hai qualche problema e vuoi affogarlo nel sesso fatto con la prima persona che ti capita sottomano. So che ne saresti capace ma, sinceramente, se cosi’ fosse non contare su di me. Oltre tutto, a pensarci bene, potrei anche offendermi.
- Non ti va? Va bene… pero’ non aggredirmi e, soprattutto, non mettere in atto il solito giochetto psicanalitico. Sai che non lo sopporto. Comunque non c’e’ niente che non vada. Mai stata cosi’ bene. Il lavoro funziona alla grande, i soldi non mancano, non ho paturnie ed il vino e’ buono. Ma forse ho sbagliato a lasciarmi andare…


Capii di aver esagerato. Non volevo insultarlo. Gli sfoderai quindi un bel sorriso e tentai di rassicurarlo, cercando di mitigare con l’ironia il momento d’imbarazzo.

- E poi le tue sono solo scuse… la verita’ e’ che hai paura di fare brutta figura con me. Sai che sono molto esigente. Temi di non potermi soddisfare.
- No, ti sbagli,
– disse riacquistando il suo buon umore – io sono un satiro perverso, dovresti saperlo, ed il solo pensare che tu possa restare a bocca asciutta di sicuro mi procurerebbe un sadico piacere.

(Continua…)

lunedì 17 agosto 2009

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La spensieratezza

I mondi virtuali possono essere davvero dei luoghi terribili. Se non sapete giocare, non entrateci e non prestate fede a chi vi dice che li’ potrete realizzare i vostri desideri vivendo una seconda vita. E’ una menzogna e potrebbero essere l’inferno perche' causando dipendenza, potrebbero farvi soffrire. E se poi non possedete abbastanza equilibrio, se dentro di voi vivono antichi fantasmi e drammi mai risolti, se nell’inconscio siete sempre alla ricerca di schermi bianchi sui quali proiettare i vostri film, allora datemi retta, lasciate perdere perche’ oltre a fare del male a voi stessi, lo farete anche a chi con i vostri problemi non c’entra assolutamente nulla.

Da bimbi, quando si gioca, si recitano parti, si vivono situazioni e, con l’immaginazione, ci si costruisce tutto un mondo fatto d’illusioni che poi ci servira’ ad intraprendere quel cammino che un giorno ci portera’ ad essere adulti. Ma se non siete mai cresciuti, se non vi si e’ formata intorno quell'impermeabile membrana che separa la realta’ dalla fantasia, se il gioco diventa vita e la vita diventa gioco, se la commedia recitata non arriva mai alla fine, se non sapete piu’ chi siete fra quella figura che si muove sullo schermo e la persona che digita sulla tastiera e credete che quei pixel che si muovono possano soddisfare le vostre piu’ intime pulsioni oppure possano essere la panacea ad ogni vostro male, credetemi: evitate di entrare in un mondo virtuale.

Perche’ giocarci non significa 'facezia', non vuol dire burlarsi degli altri, non e’ ingannare, non e’ usare ogni stratagemma per raggiungere un obiettivo al solo scopo di portarsi a casa il premio, ma significa circoscrivere quel luogo alle tematiche che vi si possono sviluppare estromettendo tutto quello che non ha ragione di esistere in un mondo digitalizzato; come l’amore, il sesso e tutto cio’ che, in assenza di un reale contatto fisico, e’ solo l’aborto di qualcosa che esiste solo nella nostra immaginazione ma che, neppure se ci disperiamo, potremo mai avere. E se non si lasciano fuori i nervosismi, i malumori, le paturnie e i piagnistei, tutto quello che ci restera’ sara’ soltanto la frustrazione per non aver materializzato quel desiderio. Una frustrazione che potrebbe anche condannarci a vivere per sempre in un limbo popolato da fantasmi; entita’ incorporee delle quali non sara' certa neppure l'esistenza.

E se infine vogliamo proprio entrarci e giocare, almeno portiamoci dentro un po’ di quel sano balsamo che da bambini tante volte ci ha dato modo di superare i momenti di malinconia e che, se vogliamo, ogni sofferenza riesce a placare. L’unico motivo che davvero dovrebbe indurci al gioco: la spensieratezza.

domenica 16 agosto 2009

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Leonardo e Galileo si rivolterebbero nella tomba

Popolo di poeti, navigatori, santi e... giocatori, si potrebbe dire, ma non certo di matematici. Del resto e' proprio nei momenti in cui e’ in atto la decadenza che, com'e' ovvio, l'ignoranza della gente raggiunge livelli macroscopici e questo e' possibile rilevarlo sia dal linguaggio, sia dal modo in cui gli individui calcolano istintivamente le probabilita' positive di una scelta rispetto ad un'altra. E' proprio in certi momenti, prossimi all'oscurantismo culturale, che hanno quindi terreno fertile le religioni, le sette, i predicatori, gli imbonitori, i guaritori miracolosi, i maghi da strapazzo, gli uomini della provvidenza, i venditori d’elisir e di sogni e... le lotterie.

Che il linguaggio sia sempre piu' in disfacimento e che si stia sempre piu' diffondendo l'usanza di distorcere la Lingua tramite espedienti diretti ad abbreviare il piu' possibile la comunicazione, che rendono spesso i dialoghi una serie incomprensibile di "k" e di "x" in cui i concetti sono completamente estromessi e l'unica cosa che resta e' un ammasso grafico-fonetico che non ha alcun senso se non quello di dimostrare che la "scimmia sa anke skrivere", e' possibile vederlo ogni giorno e non e' certo piu' un fatto isolato. Pero’, quando nel Paese che ha dato i natali a Leonardo da Vinci e Galileo Galilei, non si comprendono neppure i piu' semplici meccanismi che stanno alla base di quella che distingue l'uomo dall'animale, cioe' della logica, significa che ormai la situazione ha raggiunto livelli tali che solo un forte evento traumatico, come ad esempio una guerra o una rivoluzione, potrebbe riportare le cose sul giusto binario.

So che parlare di matematica in un contesto in cui le persone sono convinte che l'offerta 3x2 sia conveniente, che un finanziamento a tasso zero sia un affare e che, senza aver ancora capito bene i meccanismi, si sono fatte abbindolare dal cambio euro/lira e non riescono a comprendere i motivi per i quali con il loro stipendio non arrivano piu’ a fine mese, e' come scagliarsi contro i mulini a vento armata di sola scopa, ma dato che gli italici sono un popolo che ha grande esperienza di giochi, cerchero' di spiegare usando un linguaggio e degli esempi che possano essere facilmente compresi.

Per indicare dunque la grande inculata alla quale settimanalmente, loro sponte, si sottopongono ungendosi bene l'orifizio e piegandosi nella giusta posizione in modo da permettere una piu' profonda penetrazione, non usero' calcoli del tipo (90!/6!*84!) ma tentero' di di far capire come funzionano certe cose utilizzando l'esempio di un gioco che tutti penso conoscano: la roulette.

Anche il giocatore di roulette piu’ inesperto sa bene che, se si esclude lo zero, puntando su un numero che esce, il cosiddetto “pieno”, si riceve la posta puntata moltiplicata per 36 e che se si punta sul rosso (oppure sul nero), la vincita e’ il doppio di cio’ che abbiamo giocato. E’ talmente logico tutto cio’ che se un Casino’ intendesse cambiare le regole e pagasse il pieno solo 18 volte la posta oppure la vincita sul rosso o sul nero fosse la meta di quanto abbiamo puntato, in quel Casino’ non ci andrebbe piu’ nessuno, i giocatori lo diserterebbero mandandolo definitivamente in fallimento, e farebbero anche bene.

Il prossimo Superenalotto mette in palio 135.900.000 euro. Una cifra astronomica se la si considera in termini assoluti, ma completamente inadeguata dal punto di vista della logica matematica. Infatti, se la schedina costa 1 euro e da’ la possibilita’ di giocare due combinazioni di 6 numeri, per avere un’identica probabilita’ di vincere come alla roulette, il montepremi dovrebbe essere assai maggiore: esattamente 311.307.315 euro. E dovrebbe esserlo ad ogni estrazione non solo per quella di domani.

Se giocherete domani, quindi, sarete come dei giocatori che accettassero di ricevere 18 volte la posta per un pieno alla roulette. Magari non ve ne renderete conto, a voi basta sognare e per un sogno siete disposti a rimetterci anche 1 euro, ma almeno cercate d’impedire a chi amministra i vostri soldi di buttarli via in quella che e’ davvero una truffa legalizzata.

sabato 15 agosto 2009

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Sogno di Ferragosto

Sembra che la festivita' di Ferragosto esista solo in Italia e che sia talmente importante e venerata che, anche quest'anno, come sua abitudine ed in barba alla crisi, ai debiti ed a tutte le problematiche occupazionali che a settembre dovra' affrontare, l'italico popolo abbia deciso di non rinunciarvi. D'altronde, anche lo stesso presdelcons aveva fatto sapere che persino lui non avrebbe rinunciato al meritato periodo di riposo e, data l'occasione del compleanno della sua amata figlia, che e' caduto proprio in questi giorni, sta trascorrendo le vacanze nella sua discreta e poco chiacchierata residenza in Sardegna.

Pare persino che, contrariamente a cio' che aveva fatto pensare (ma forse era stato frainteso), non abbia piu' alcuna intenzione di venderla poiche', come da lui affermato e promesso, questa potrebbe essere destinata ad ospitare qualcuna delle sfortunate famiglie abruzzesi che sono rimaste senza casa per il terremoto.

Nel frattempo, nelle citta' rimaste semivuote in balia di bande di stupratori romeni, rapinatori extracomunitari e borseggiatori Rom, si continua a far la giusta pulizia in modo che, la brava gente che in questo momento e' impegnata a divertirsi e a sognare un sicuro futuro miliardario, possa al ritorno trovare tutto perfettamente in ordine e le forze del male annientate.

Anche io sto trascorrendo questi giorni abbandonata nel torpore del dolce far niente ed anch'io ho un sogno che spero di vedere realizzato. Un sogno che non riguarda sei numeri che possono risolvere ogni problema, ma quei bambini che non riceveranno mai per il loro compleanno alcun regalo e che, ancor oggi, sono costretti a vivere lontani dai genitori ai quali sono stati strappati.

Buon ferragosto... a tutti.

mercoledì 12 agosto 2009

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La Liberta’

Sono giorni, questi, in cui anche chi come me ha poco tempo da dedicare al riposo si fa risucchiare nel vortice del dolce far niente. So che non dovrei, ne sono ben cosciente, perche’ e' per un'innata dedizione al dovere oppure per un'educazione troppo rigida che mi hanno inculcato fin da quando ero piccola che non posso fare a meno di sentirmi leggermente a disagio ed anche un po’ in colpa. Infatti, trascorso questo breve periodo, so che mi pentiro' amaramente perche' dovro’ far fronte a tutto cio' che ho tralasciato, con l'aggravio, inoltre, di avere meno tempo a disposizione per portare a termine tutti gli impegni che ho preso.

Di come passo le mie giornate, pero', in questi giorni di meta' agosto, in una cittadina di appena cinquemila anime in mezzo alla campagna ai confini di un mondo che viene lentamente fagocitato ma che, indomito, resiste per non vedersi defraudato totalmente della sua identita' e della sua cultura, credo non interessi a nessuno. Sono percio' consapevole della completa inutilita’ di questo post, ma avendo voglia di scrivere qualcosa senza mettermi a studiare in modo approfondito l'argomento, ho deciso che, fra tutti, quello che mi sembra di conoscere meglio possa essere "me stessa". Dico "mi sembra" perche', come si sa, non ci si conosce mai abbastanza e con molta probabilita’ non ci si conosce affatto.

Ma non ne volevo fare un post autoanalitico. Sinceramente, di analizzare i miei comportamenti e le mie motivazioni, sono un po’ annoiata. Era infatti una cosa che facevo e che ho fatto fino a qualche anno fa. In ogni caso, e’ interessante scoprire di tanto in tanto qualche tratto nuovo di questo mio poliedrico carattere che non pensavo di avere. Ad esempio, mi sto scoprendo molto meno cinica e molto meno indifferente di quanto, in realta’, abbia finora creduto di essere. La mia proverbiale indocilita’, probabilmente formatasi negli anni in cui essere dura ed insensibile era per me necessario per superare determinate situazioni che altrimenti mi avrebbero fatto del male, sta cedendo e lascia il posto via via ad un altro tipo d’atteggiamento, meno ostile, meno riluttante.

Forse, come gli antenati dell'essere umano che nella loro evoluzione ad un certo punto hanno perso la coda perche’ ormai diventata inutile, anche io inizio oggi ad avvertire l’inopportunita’ di essere a tutti i costi refrattaria ad ogni tipo di rapporto che non sia quello che ormai, da qualche tempo, ho solo con le mie sorelle. E per questa mia inattesa consapevolezza devo certamente ringraziare alcune persone che ho avuto modo d’incontrare nell’ambiente virtuale, perche’ con i loro comportamenti, avulsi dalle pulsioni che normalmente aggrediscono nel mondo reale, mi stanno dimostrando che, oltre a cio’ che puo’ apparire l’involucro che da sempre mi circonda, anche la mia interiorita’ riesce a stimolare davvero interesse e sentimenti d’affetto.

Chi si chiedera’ come abbia fatto una donna adulta ed esperta di vita, come ho sempre affermato di essere, a non averlo capito prima, non ha torto; e’ cio’ che, in effetti, anch’io mi chiedo. Ma quando si e’ intrappolate nelle convinzioni stereotipate e la visione del mondo e' solo quella che passa attraverso i nostri occhi, spesso ricoperti da una stratificazione di pregiudizi sedimentati con il passare degli anni oppure nati come difesa per non venir sconfitte troppo presto da una vita non sempre facile, e’ difficile guardarsi dentro e, soprattutto, e’ difficile guardare dentro a chi ci sta di fronte.

Tutto quello che normalmente vedevo erano infatti sguardi da pesce lesso che, immancabili, cadevano dentro la mia scollatura oppure che mal celavano il loro desiderio sbirciando cio’ che mi sono sempre divertita a far intravedere. Sono oggi certa che era con un leggero sadismo, che in quel momento appagava il mio ego e mi rassicurava sul fatto di tenere saldamente in pugno la situazione, che ho sempre esercitato sugli altri la mia seduzione, cosi’, in modo fisico, e per molto tempo sono stata ignara di possedere altro che potesse suscitare interesse. Quando poi mi sono accorta di avere anche altre qualita’, come una forte comunicazione e la capacita’ di far provare emozioni, le ho messe al servizio di quello che ormai era diventato per me un gioco al quale non potevo piu’ rinunciare, e che forse non smettero’ mai del tutto di fare.

In tutto questo tempo ho sempre creduto che, in un modo o nell’altro, discorsi o non discorsi, da me si desiderasse solo ottenere una cosa, prima passando per il mio corpo e poi, dopo, anche e soprattutto attraverso la mia mente; entrarmi dentro come una lama affilata allo scopo di scalfire cio’ che tenevo gelosamente custodito: la mia inviolata Liberta’. Una Liberta’ che ho sempre difeso, con ogni mezzo che ho avuto a disposizione, arrivando finanche a soffrire, rinunciando alla felicita’ che talvolta qualcuno, ignaro di come potessi essere ancora immatura e non pronta per una determinata scelta di vita, ha cercato di farmi trovare sul sentiero che percorrevo. Una Liberta’ che ancor oggi rappresenta quello che ho di piu’ caro ed a cui non potrei rinunciare ma che, forse in modo maniacale, ho elevato troppo al ruolo d’intoccabile divinita’.

venerdì 7 agosto 2009

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Nuovo Inno Nazionale: "No go le ciave del portòn"

Solo pochi blog riportano, oggi, la divertentissima lettera di Claudio Magris pubblicata sul Corriere della Sera ed e’ un vero peccato, perche' mette cosi' bene in evidenza il ridicolo modo di pensare che hanno taluni individui che popolano l'italico stivale, che avrebbe avuto bisogno di una diffusione piu' ampia. Per questo motivo, vorrei riportarla anch'io in questo mio spazio nella speranza che, leggendola, forse alcuni di coloro che hanno eletto questo disturbato come sindaco di una citta', oppure che hanno inviato questo decerebrato a ruttare al parlamento Europeo (persone in evidente stato confusionale che, per i seri problemi che hanno, invece di ricoprire cariche pubbliche andrebbero ricoverate, per il loro ed il nostro bene, in una clinica per alcolisti prossimi al coma etilico), abbiano un barlume di improbabile buon senso e magari, la prossima volta, di fronte a certe assurde proposte, non sentano anche loro, come me, il bisogno di “liberarsi” con una fragorosa risata.

"Signor ministro, mi permetto di scriverLe per suggerirLe l'opportunità di ispirare pure la politica del Ministero da Lei diretto, ovvero l'Istruzione — a ogni livello, dalla scuola elementare all'università — e la cultura del nostro Paese, ai criteri che ispirano la proposta della Lega di rivedere l'art. 12 della Costituzione, ridimensionando il Tricolore quale simbolo dell'unità del Paese, affiancandogli bandiere e inni regionali. Programma peraltro moderato, visto che già l'unità regionale assomiglia troppo a quella dell'Italia che si vuole disgregare.

Ci sono le province, i comuni, le città, con i loro gonfaloni e le loro incontaminate identità; ci sono anche i rioni, con le loro osterie e le loro canzonacce, Penso scurrili ma espressione di un’identità ancor più compatta e pura. ad esempio che a Trieste l'Inno di Mameli dovrebbe venir sostituito, anche e soprattutto in occasione di visite ufficiali (ad esempio del presidente del Consiglio o del ministro per la Semplificazione) dall’Inno «No go le ciave del portòn», triestino doc.

Ma bandiere e inni sono soltanto simboli, sia pur importanti, validi solo se esprimono un'autentica realtà culturale del Paese. È dunque opportuno che il Ministero da Lei diretto si adoperi per promuovere un'istruzione e una cultura capaci di creare una vera, compatta, pura, identità locale.

La letteratura dovrebbe ad esempio essere insegnata soltanto su base regionale: nel Veneto, Dante, Leopardi, Manzoni, Svevo, Verga devono essere assolutamente sostituiti dalla conoscenza approfondita del Moroso de la nona di Giacinto Gallina e questo vale per ogni regione, provincia, comune, frazione e rione. Anche la scienza deve essere insegnata secondo questo criterio; l'opera di Galileo, doverosamente obbligatoria nei programmi in vigore in Toscana, deve essere esclusa da quelli vigenti in Lombardia e in Sicilia. Tutt'al più la sua fisica potrebbe costituire materia di studio anche in altre regioni, ma debitamente tradotta; ad esempio, a Udine, nel friulano dei miei avi. Le ronde, costituite notoriamente da profondi studiosi di storia locale, potrebbero essere adibite al controllo e alla requisizione dei libri indebitamente presenti in una provincia, ad esempio eventuali esemplari del Cantico delle creature di San Francesco illecitamente infiltrati in una biblioteca scolastica di Alessandria o di Caserta.

Per quel che riguarda la Storia dell’Arte, che Michelangelo e Leonardo se lo tengano i maledetti toscani, noi di Trieste cosa c’entriamo con il Giudizio Universale? E per la musica, massimo rispetto per Verdi, Mozart o Wagner, che come gli immigrati vanno bene a casa loro, ma noi ci riconosciamo di più nella Mula de Parenzo, che «ga messo su botega / de tuto la vendeva / fora che bacalà».

Come ho già detto, non solo l’Italia, ma già la regione, la provincia e il comune rappresentano una unità coatta e prevaricatrice, un brutto retaggio dei giacobini e di quei mazziniani, garibaldini e liberali che hanno fatto l'Italia. Bisogna rivalutare il rione, cellula dell'identità. Io, per esempio, sono cresciuto nel rione triestino di Via del Ronco e nel quartiere che lo comprende; perché dovrei leggere Saba, che andava invece sempre in Viale XX Settembre o in Via San Nicolò e oltretutto scriveva in italiano? Neanche Giotti e Marin vanno bene, perché è vero che scrivono in dialetto, ma pretendono di parlare a tutti; cantano l’amore, la fraternità, la luce della sera, l’ombra della morte e non «quel buso in mia contrada»; si rivolgono a tutti — non solo agli italiani, che sarebbe già troppo, ma a tutti. Insomma, sono rinnegati.

Ma non occorre che indichi a Lei, Signor Ministro, esempi concreti di come meglio distruggere quello che resta dell’unità d’Italia. Finora abbiamo creduto che il senso profondo di quell’unità non fosse in alcuna contraddizione con l'amore altrettanto profondo che ognuno di noi porta alla propria città, al proprio dialetto, parlato ogni giorno ma spontaneamente e senza alcuna posa ideologica che lo falsifica. Proprio chi è profondamente legato alla propria terra natale, alla propria casa, a quel paesaggio in cui da bambino ha scoperto il mondo, si sente profondamente offeso da queste falsificazioni ideologiche che mutilano non solo e non tanto l’Italia, quanto soprattutto i suoi innumerevoli, diversi e incantevoli volti che concorrono a formare la sua realtà. Ci riconoscevamo in quella frase di Dante in cui egli dice che, a furia di bere l'acqua dell’Arno, aveva imparato ad amare fortemente Firenze, aggiungendo però che la nostra patria è il mondo come per i pesci il mare. Sbagliava? Oggi certo sembrano più attuali altri suoi versi: «Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di province, ma bordello!».

Con osservanza

Claudio Magris"

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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