martedì 30 giugno 2009

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Estasi di una notte

Avevi mani bellissime. Non potevo non notarle. Hai capito subito, dalle fugaci occhiate che ti porgevo, dell’interesse che provavo per te. Hai approfittato della breccia in quelle mura delle quali di solito mi circondo e non ho dovuto attendere molto prima che trovassi il coraggio di parlarmi. Mi hai offerto da bere ed hai iniziato raccontandomi di te, spontaneo e sincero. Neanche per un istante ho immaginato che stessi usando con me tattiche collaudate con altre… oppure era cio’ che in quel momento volevo credere.

In modo discreto hai poi girato il discorso su di me. Mi hai ascoltata con interesse mentre dipingevo i dettagli della mia vita, dei miei progetti, del mio modo di essere e davvero sembrava che mi comprendessi come nessuno mai aveva fatto prima … o almeno era cio’ che in quel momento desideravo di piu’.

Mi hai fatto ridere, con semplicita’, evitando le banalita’ ed i luoghi comuni. Mi hai fatto capire che ti piacevo. Niente di eclatante ne’ di esagerato. Per farlo hai usato piccoli gesti e parole gentili, ed hai atteso pazientemente di conquistare un po’ di confidenza prima di prendermi dolcemente in giro.

Mai mi ha aggredita col sarcasmo o con l’insistenza. Elegante, educato e galante, hai saputo dosare l’audacia con il rispetto, e per tutto il tempo non hai guardato un’altra donna se non me. Poi mi hai chiesto perche’ ero li’ da sola. Ti ho inventato qualcosa, non ricordo cosa, ma mi divertiva giocare con te e tu mi sembravi il perfetto compagno per i miei giochi… oppure in quel momento volevo che lo fossi.

Quando mi hai invitata a cena ho accettato con un timido sorriso. Gli esotici sapori, la luce soffusa delle candele, il buonumore che solo il vino sa donare e poi il calore delle tue mani quando dopo ti ho permesso di sollevarmi la maglietta per accarezzarmi il seno e con le dita tormentarmi deliziosamente i capezzoli assetati di desiderio, mentre assaporavo con la lingua le tue labbra.

A letto, fra i baci e le carezze esigevo che mi sussurrassi parole indecenti perche’ erano quelle che avrei voluto ascoltare, e t’imploravo di chiedermi tutto quello che desideravi perche’ era cio’ che avrei voluto donarti. E mentre mi scioglievo nell’estasi di una notte ti supplicavo di non dirmi “ti amo” perche’ a quelle parole non avrei mai voluto credere… anche se per un attimo ho sognato di sentirmele dire. Sincere.

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Gialli divani a cerchio

Tornata dalla breve vacanza ho trovato, nella casella dei messaggi in moderazione, questo racconto che vorrei condividere con voi.
Ovviamente era firmato, ma preferirei non rivelare il nome di chi l'ha scritto in quanto credo che tale dettaglio non sia importante. Qualora desideraste commentare, vi pregherei quindi di evitare di attribuirlo a qualcuno in particolare poiche' qualsiasi nome verra' fatto non sara' ne' confermato ne' smentito.

«Una sera di maggio, non calda, non fredda; una tiepida sera di maggio fluttuo’ sulle ali del Sogno.

La notte, mollemente adagiata ai bordi del buio, osservava curiosa.

Su uno scoglio alto sul mare, spolverato dalla luce dorata di un veloce tramonto, gialli divani a cerchio. In basso sabbia di spiagge su cui era giunto a nuoto, senza bagnarsi; senza lasciare scie sull’acqua ne’ impronte sulla sabbia.

Lassu’ stava Zingara-di-Mare dai lunghi capelli neri come ala di corvo in volo sui boschi.

Il tramonto tramonto’ accendendo le stelle; i neri capelli di lei, guidati da brezza ai profumi d’oriente, si avvolsero come uno scialle attorno alle sue spalle attirandolo a se’.
Volava, nuotava, correva, trasportato dal Sogno con ali leggere, attraverso un tempo disperso fra notti d’amore, albe sfinite, giorni d’attesa e sere ritrovate.

Si fermo’ infine a riposare all’ombra del proprio sogno.

“Hai avuto un incubo.”
“Non era un incubo, era un sogno ed ero felice.”
“Felice? In sogno? Ma vale la felicita’ in sogno?”

Gia’: vale? Quanto vale? Per quanto tempo vale?
Seconda Dimensione, Sogno e Nonsogno, Notte e Giorno (e un Attimo al tramonto per la Fusione che sfugge dalla griglia dei denti nel mentre stai per gustarla).

Una notte ci fu burrasca; perfide onde come iene affamate lo ributtavano in mare; e di qua e di la’, da ogni tentativo di raggiungere lo scoglio; e i gialli divani colpiti da una lama traslucida nel cielo che aveva cagliato in dense matasse di nuvole grigie, assistevano inerti.

Zingara-di-Mare allungo’ i lunghi capelli neri come ala di corvo e lo sospinse altrove; cadde come stella spenta dal cielo che lui stesso aveva dipinto. Il silenzio stava sospeso nell’aria immobile ed incombeva con attonita incredulita’. Spettri di cose perdute si affollavano ovunque ed impertinenti fiammelle danzavano sul lucido marmo cantando un inno alla Perdita.

Non riusciva a capire; da un punto alto sul mare scorgeva lo scoglio e i gialli divani, silenti e vuoti. Si industriava ad indirizzare il pensiero verso altri noti divani, verso Odalische danzanti e compiacenti, ma il pensiero tornava sempre rimbalzato da un muro invisibile; tornava ad accucciarsi ai suoi piedi portando in dono un soffio dal mare: occhi, pelle, corpo, profumo di bambola.
Non pronuncio’ mai il Suo nome sperando di stringere un patto tra Sogno e Nonsogno, tra Dimensionedue e Dimensioneuno.

Occorreva una Levatrice per il Perdono; che lo estraesse dalle budella e lo riconsegnasse ai gialli divani ed a Zingara-di-Mare dai lunghi capelli neri come ala di corvo in volo sui boschi.

Ma quella dormiva ancora, lontana, e lui penso’ che il Sogno stesse per avvizzirsi come una Vita alla fine della vita. Che pioggia e sereno, caldo e freddo, gatti e serpenti, luce e buio, tutto si trasformasse lentamente in sabbia e che la sabbia l’avrebbe inghiottito.

Alle undici di sera di una calda serata di maggio inoltrato una nuvola bianca evaporo’ con passo solenne e sguardo severo: Zingara-di-Terra dagli occhi chiari come perle dell’Est.

“Sai volare?”
“Si’.”
“Vola con me, vieni.”

(gialli divani)

“Mi desideri?”
“Si’.”
“Siedi con me.””

(gialli divani)

“Vuoi godere?”
“Si’.”
“Monta sopra di me.”

(gialli divani)

Il tempo dei pensieri si allontano’ discreto.

Lui si avvicino’ e si adatto’ al corpo di lei; la desiderava con violenza e lei lo sentiva; restarono uniti pelle contro pelle. Lei lo assaggio’ con la lingua e lui ricambio’. La legge dei sensi scandiva il ritmo col quale i movimenti esaltavano i corpi.

E la notte stava a guardare.

Lui scivolo’ lentamente a far conoscenza del corpo di lei: il collo, i capezzoli induriti come nocciole che tiravano la morbida pelle del seno, il buco dell’ombelico da cui succhio’ tracce di sudore, il ventre piatto, le cosce tornite. Assaggio’ il suo sapore dolce ed agro e, infine, bevve avidamente dalla sua fonte. E le fu dentro, ampia e profonda come un fiume in piena. Navigarono le proprie acque finche’ con un ultimo frenetico sussulto, annegarono assieme.

E’ l’ora delle dolci attese: apparirai improvvisa Nuvola ondeggiante di bianca bambagia che si scioglie al calore di gialli divani.
Gialli divani usciti dal Sogno.»

giovedì 25 giugno 2009

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Un breve saluto


Si', lo so, avevo quasi promesso che avrei tentato di non connettermi ad internet in questi giorni di vacanza, ma la tecnologia wireless ed il lap top mi permettono di farlo anche stando in spiaggia e non ho saputo resistere. Cosi' posso inviarvi questo breve saluto.

Non mi mettero' certamente qui a scrivere qualcosa di succoso. Non ne ho alcuna voglia. Innanzitutto perche' sono pigra e mi sto totalmente rilassando. Disinteressandomi di cio' che sta accadendo nel mondo, ho deciso infatti di liberare la mente da ogni problema e dedicarmi soltanto a me stessa. Poi perche' non ho ancora preso la mano a digitare su questa tastiera nuova e scrivere anche una semplice frase senza fare errori mi risulta difficilissimo.

Credo percio' che rimandero' successivamente al mio ritorno a casa la stesura di post piu' elaborati e per il momento, pur sapendo che non interessa a nessuno, mi limitero' a farvi partecipi di cio' che vedo dalla terrazza della mia camera.

giovedì 18 giugno 2009

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Preparativi

Questo post e' inutile. Potrei benissimo fare a meno di scriverlo. Non tratta ne' di politica, ne' d’economia, ne' di un qualsiasi argomento d'attualita'. Tanto meno racconta delle improbabili avventure delle mie disinibite eroine, dei loro appuntamenti al buio e degli intrecci dei loro corpi nell'estasi dei sensi. Per cui, fidatevi, fareste meglio ad occupare il vostro tempo in altre cose evitando di leggere, perche' questo e' un post che non riguarda alcunche' d'importante. Riguarda solo me.

Sono giorni in cui, non sara' passato inosservato, sono un po' latitante. Anche se ho raccolto appunti sufficienti per scrivere decine di articoli, le idee mi mancano, non riesco a trovare stimoli. Niente che m'interessi talmente da aver voglia di sviluppare un argomento.

Anche se mi guardo intorno e girovago nella blogsfera, cio' che leggo ha sempre piu’ il sapore della solita minestra, cucinata con soliti ingredienti e spesso riscaldata: il papi, le sue puttane, la crisi economica, i soliti complotti e un Paese che ormai appare sempre piu' sconfitto e rassegnato.

Ve lo dico con sincerita': col caldo che fa non ho alcuna voglia di unirmi al coro di chi si lamenta. Tanto sapete come la penso: qualsiasi cosa scrivessi, per quanta indignazione ci mettessi, non cambierebbe di una virgola la situazione. Sarebbe fatica inutile. Mi spremerei le meningi per ripetere, ne' piu' ne' meno', quello che altre persone gia' esprimono in modo assai piu' efficace di quanto potrei fare io.

Una piccola pausa dunque. Mi e' preso il desiderio di parlare di me, di cio' che faro', dei miei programmi per i prossimi giorni perche' sento che ho tanto bisogno di staccare la spina, di riposarmi, di coccolarmi un po'. Ho deciso infatti di regalarmi una breve vacanza. Da sola.

Non chiedetemi ne' quale sara' la meta, ne' il giorno esatto della partenza. Preferisco per il momento non rivelarlo, ma non e' detto che non lo faccia una volta giunta a destinazione. Vi dico solo che ho scelto una localita' di mare e in questi giorni molto del mio tempo e’ occupato dai preparativi. Voi lo sapete, ci sono sempre moltissime cose a cui pensare prima di affrontare un viaggio.

Non preoccupatevi percio’ se per alcuni giorni non avrete mie notizie. Anche se portero' con me il lap top, immancabile compagno di ogni vacanza, non e' detto che sentiro’ la voglia di collegarmi al Web. Anche perche' se mi collegassi significherebbe che non avrei altro da fare ed invece spero di avere moltissimo da fare. Anzi vi prometto che faro' di tutto per non avere neppure un attimo libero per internet.

L'unica cosa che faro' sara' quella di buttare ogni tanto un occhio al blog per moderare gli eventuali commenti che arriveranno. Pero', chissa'... qualora mi prendesse davvero la voglia potrei anche scrivere un post e mostrarvi le foto di cio' che vedro' fuori della mia finestra e, magari, in quelle foto si potrebbe anche intravedere, in uno scorcio, una piccola parte del mio corpo che, lo so, tanto interessa alcuni di voi che mi leggono.

lunedì 15 giugno 2009

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Stuprare conviene

Ddl intercettazioni (articolo 1, comma 26) - Da 6 mesi fino a 3 anni di reclusione per chi pubblica intercettazioni vietate dalla legge. Rischia la galera anche chi, mediante modalita' o attivita' illecita, prende diretta cognizione di atti del procedimento penale coperti da segreto e, pure, se rivela indebitamente notizie inerenti ad atti o a documentazione del procedimento penale coperti dal segreto, dei quali e' venuto a conoscenza in ragione del proprio ufficio o servizio svolti in un procedimento penale, o ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza.

Solo 2 anni e 8 mesi di reclusione, invece, sono stati comminati, per lesioni gravissime e violenza sessuale, a Davide Franceschini, colui che la sera di Capodanno violento' una ragazza incontrata al veglione che si svolgeva nella Nuova Fiera di Roma. Una pena irrisoria sia per quanto previsto dal codice penale, sia per il danno subito dalla vittima; un danno che non sara' mai riparato.

Sicuramente, tenuto conto delle pene, piuttosto che mettersi a fare reale informazione, piuttosto che raccontare la verita', piuttosto che palesare il malaffare e gli intrecci che esistono fra imprenditoria e politica, oggi in Italia conviene di piu' stuprare.

domenica 14 giugno 2009

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Meglio papi che gay

Mi hanno detto di tutto, ci manca solo che mi dicano che sono gay…” Cosi' ha dichiarato il papi, ridendo e scherzando, al termine di una sontuosa cena insieme a Tronchetti Provera, colui che pare sia riuscito ad alleggerire, in modo quasi legale, di un bel po' di soldi gli azionisti Telecom. Il tutto nella sontuosa cornice del piu' costoso ristorante di Portofino, attoniato da habitue', leccaculi e stornellatori vari; si capisce dallo stile di vita che conduce che e' un uomo del popolo che ama stare in mezzo al popolo, come ha anche detto la sua karaokista preferita.

Papi e' quindi fiero di essere tutto ma di non essere gay. Fiero di sposarsi, di divorziare, di ri-sposarsi, di ri-divorziare ma, contemporaneamente, di difendere i valori cristiani della famiglia. Mentre chi e' omosessuale deve accontentarsi delle briciole; di quel poco, quasi niente, che viene concesso da qualche ministra delle pari opportunita'.

Con tale affermazione papi lascia dunque intendere che essere gay sia qualcosa di brutto, di veramente brutto; che essere omosessuali sia davvero la peggior cosa che possa accadere, addirittura peggiore che essere ladri, bancarottieri, corruttori, incoraggiando e giustificando in tal modo, neanche tanto indirettamente, chi picchia ed ostracizza coloro che hanno una diversa sessualita'. Come in Iran, come in Cina, come in Russia.

In un Paese dove l'ipocrisia e l'immoralita' abitano di casa, dove il malaffare e l'evasione fiscale sono il vero business degli imprenditori, dove la mafia e la massoneria gestiscono la politica, dove le violenze sulle donne sono consumate nel silenzio delle mura domestiche, dove ragazzine diversamente maggiorenni vengono cedute dai genitori per allietare i momenti dell'imperatore, pare che il vero motivo di orgoglio sia non essere omosessuali.

E pare essere lontana la Spagna, ancor piu' l'Islanda, quasi irraggiungibile la Svezia. Mentre l'America sembra far parte ormai di un altro pianeta.

giovedì 11 giugno 2009

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La musica deve cambiare

I post ed i commenti contro il nano non servono a niente se non a sfogare la frustrazione e la crescente delusione nel vedere un Paese andare in rovina. Per quanto possano essere pungenti e cattivi, al nano tutto cio' rimbalza addosso, ed anche se adesso tenta di mettere il bavaglio alla Rete, non lo fa certo per i tanti piccoli blogger che s'indignano e che strepitano. Di loro costui se ne frega.

Le troppe voci, infatti, quando si mescolano e saturano l'ambiente, si trasformano in rumore che nessuno ascolta piu'. Tutti s'indignano, tutti protestano, tutti sbraitano ma, intanto, se ne stanno tranquillamente seduti sulla loro poltroncina davanti ad uno schermo a digitare... e quando arriva l'ora della partita di calcio, se gioca l'Italia o la loro squadra del cuore, dimenticano tutto ed esultano nel momento in cui un cerebroleso superstipendiato, dotato di una cultura pari a quella di un gorilla, infila una palla in una rete e si batte i pugni sul petto.

Poche parole ma efficaci invece, dette dalle persone giuste, sortiscono maggiore effetto che non i tanti gridolini di sofferenza, ed e' per questo infatti che nel decreto sicurezza, votato ed approvato ponendo la mozione di fiducia, e' stata inserita la subdola norma anti blog.

Il popolo italico pero', come e' gia' stato detto, e' sempre piu' un popolo d'idioti. E' bene che chi sente di farne parte se ne renda conto, segni il passo, abbassi la testa e si metta a ramazzare, perche' il padrone desidera una casa pulita ed ordinata.

La gente, se volesse davvero cambiare le cose, dovrebbe decidersi a suonare una musica diversa, muovere il grasso culo, smettere di ruttare davanti alle partite di calcio ed a tutte le sciocchezze propinate in televisione, riappropriarsi del ruolo che le spetta di diritto ed agire materialmente. Ma questo significherebbe rischiare di beccarsi, come minimo, qualche legnata oppure, se in piazza e' troppo freddo, un brutto raffreddore. Ed allora e' molto meglio cosi'... al calduccio, navigando in internet, lamentandosi per la democrazia che se ne va a puttana e per tutti i problemi che "gli altri", quelli disposti a rischiare un raffreddore e qualche legnata, dovrebbero risolvere.

mercoledì 10 giugno 2009

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Il nano ci riprova e la Cina e' sempre piu' vicina

Come era stato previsto il nano, insieme alla sua cricca di ladroni, con la scusa d'impedire le intercettazioni per pararsi il culo immerso da decenni nella melma del malaffare, con un'apposita norma inserita nello stesso decreto ci riprova a imporre una censura ai blog, unici strumenti ormai in grado di sputtanarlo. Leggete QUI sul sito di Google Italia e fate girare il piu' possibile la notizia.

Cosa c'entrano i blog con le intercettazioni?

10 giugno 2009 - ore 16.07

Siamo nuovamente di fronte ad un provvedimento legislativo che va ad impattare sul mezzo di comunicazione Internet, senza tenere conto della sua specificità.
Stiamo parlando del comma 28 dell’articolo 1 del disegno di legge a proposito delle "Norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali", su cui il Governo ha posto ieri la questione di fiducia.

Questa norma mira ad estendere anche ai “siti informatici” le procedure di rettifica delle informazioni ritenute non veritiere o lesive della reputazione dei soggetti coinvolti, finora applicate ai mezzi di informazione tradizionali". In pratica un blogger amatoriale viene equiparato come responsabilità al direttore responsabile di un qualsiasi quotidiano nazionale...
L’utilizzo dell’espressione generica “siti informatici” è molto preoccupante, in quanto sembra comprendere sia tutti coloro che producono contenuti, siano essi operatori professionali (ad esempio, la testate giornalistiche online) o semplici utenti (ad esempio, i blogger amatoriali), sia le piattaforme che ospitano questi contenuti, come ad esempio i motori di ricerca, le piattaforme di contenuti creati dagli utenti come YouTube ed i social network come Facebook.

Ai gestori di siti, pagine web e blog amatoriali non dovrebbero essere richiesti adempimenti propri dei mezzi di informazione professionali e quindi sproporzionati rispetto ad attività di tipo amatoriale o comunque non lucrative.
Tra l'altro qualche settimana fa la Commissione Trasporti e Comunicazioni della Camera aveva approvato un ordine del giorno sul disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche e telematiche in cui si sottolineavano chiaramente le criticità legate al riferimento generico ai “siti informatici” e si suggeriva che l’obbligo di rettifica riguardasse solamente i giornali e periodici diffusi per via telematica e soggetti all’obbligo di registrazione, escludendone quindi i gestori di siti amatoriali (lo stesso Sottosegretario Romani ha data il proprio consenso a questo approccio). Purtroppo nel testo presentato ieri alla Camera e su cui è stata posta la fiducia non stati integrati questi suggerimenti.

È sullo stesso concetto che si fonda il progetto di legge degli Onorevoli Roberto Cassinelli e Antonio Palmieri, recante “Modifiche all'articolo 1 della legge 7 marzo 2001, n. 62, in materia di definizione e disciplina del prodotto editoriale”, volto a far sì che “coloro i quali sfruttano la rete Internet per esprimere le proprie idee, attraverso, per esempio, i blog, possano utilizzare liberamente le moderne tecnologie, sempre nel rispetto delle leggi, senza però essere soffocati da inutili, e talvolta inopportuni, vincoli burocratici.”

La strada che porta all'affermazione della specificità della Rete e dei diritti dei navigatori è ancora molto lunga.

Scritto da: Marco Pancini, European Policy Counsel

martedì 9 giugno 2009

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Io sto con i Pirati

Considero la Svezia il Paese piu' civile e piu' avanzato del mondo. Insieme all'altro mio mito, l'Islanda, esso rappresenta il luogo ideale dove mi piacerebbe vivere e, vi giuro, non m'importerebbe del suo clima gelido. Piu' del freddo altre sono le cose che mi mettono a disagio in Paesi che sono certamente piu' "caldi" nal punto di vista climatico ma dove e' il clima politico, che da' vita ad un sistema corrotto che si basa ormai sullo strapotere di un'oligarchica casta, che rende la situazione realmente insostenibile.

In queste giornate post elettorali in cui ciascun partito, un po' ovunque, parla della sua "sconfittoria" (a sentirli tutti hanno vinto quando in realta' ognuno a suo modo ha perso), il vero vincitore in Europa, l'unica autentica novita', e' stato il Pirate Party in Svezia che, con un incredibile 7% di consensi, conquista un seggio a Strasburgo. Il primo, spero, di una lunga serie.

Dove ho votato io tale movimento non era presente, come non lo era in ogni altra parte d'Europa in cui, in queste elezioni, l'astensionismo ha raggiunto livelli davvero record. Anche in Italia, infatti, ha votato solo un elettore su due.

A questo punto mi chiedo: se un movimento come quello dei Pirates prendesse forza e si presentasse alle prossime elezioni in Italia, quanto di quel 50% che si e' astenuto troverebbe finalmente un simbolo in cui riconoscersi?

sabato 6 giugno 2009

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La casa delle bambole dormienti - Parte 3

 
Leggi la Prima parte
Leggi la Seconda parte

Ripensò a quanto aveva atteso il momento, a quanto s’era trattenuto per non morire sprofondato nella vergogna. L'età, anche se Madame l’aveva tranquillizzato, contava poco e lui lo sapeva: non era l’età che faceva di quella ragazza un'adulta. Ma non aveva resistito, le era salito sopra, le era entrato fra le labbra ed aveva goduto di quella bocca color sangue. Gli occhi di Delgadina si erano riempiti di lacrime e le sue piccole mani avevano afferrato il lenzuolo mentre lui la soffocava col suo peso, ma tanto era intenso il piacere che provava che non era riuscito a fermarsi. Alla fine era venuto, in silenzio, ed in quel momento aveva pensato: “Eccomi, sto venendo. Sto venendoti dentro, bambina”. Poi, uscito da quella bocca, aveva sparso il suo seme su quel volto di bambola e su quei capelli neri come la notte.

Stremato si era quindi rovesciato sul letto. Aveva mandato Delgadina in bagno a lavarsi ed era rimasto lì disteso a pensare. Sopra di lui il soffitto dipinto con piccole nuvole così come lo erano le lenzuola che ricoprivano il letto. Tutto pareva il cielo di un paradiso in miniatura, ma era fasullo come ogni cosa in quella casa. Finto come quella bambola malinconica.

Gli venne in mente sua moglie. Pensò alle sue cosce flaccide ed a quelle perfette di Delgadina, al suo seno cadente ed a quello turgido di Delgadina. Ripensò anche all’odore acre del suo sesso che non gli era mai piaciuto e si annusò le dita: odoravano di verginità. Se le mise in bocca. Le assaggiò: sapevano di vaniglia.

Quando la vide nuovamente coricata al suo fianco le chiese: “C'è qualcosa che vorresti fare?” Lei lo guardò curiosa, forse stupita, come se nessuno mai le avesse rivolto quella domanda poi, con voce simile al suono di un flauto, rispose: “Ho voglia di fare l'amore...

Madame l’aveva davvero istruita bene. Qualsiasi donna avrebbe percepito che non c’era sincerità in quelle parole, ma l'orgoglio maschile troppe volte offusca i sensi e tappa gli occhi impedendo all’uomo di accorgersi delle menzogne. Davanti a sé il Professore vedeva solo una bambina smaniosa di far sesso con lui e non seppe riconoscere anni ed anni d’addestramento, di prove, di frasi come quella ripetute all’infinito. Di carezze come ricompense e schiaffi come punizioni. E ci cascò, perché le donne, anche quelle che restano per sempre delle bambine, quando imparano a fingere da piccole riescono a farlo molto bene e scordano presto quale sia il sapore della verità.

Così, compiacendosi per la propria bravura, il Professore sorrise dentro di sé e le si mise di nuovo sopra. Si arrestò solo per un istante prima di penetrarla. Il tempo di pensare a sua figlia che proprio quell’anno sarebbe andata in terza media. Poi le fu dentro.

Sentiva la mente che urlava: “Me la sto scopando e me lo ha chiesto lei, Delgadina…” Questo nome iniziò a fluirgli come nettare fresco lungo le labbra. Lo ripeté dapprima sussurrandolo poi, con voce sempre più alta, gridandolo mentre entrava ed usciva da quell’esile corpo. Lo ripeté cento volte e la ragazza gemeva e sospirava piacere sussultando sotto i suoi colpi.

Madame aveva davvero fatto un bel lavoro. Delgadina era davvero un gioiello prezioso. Non una puttana qualsiasi. Era un fiore da recidere, una distesa di neve immacolata da calpestare. Ed era sua. Completamente sua…

O forse no…

Sentì un brivido scorrergli dentro e provò angoscia. Capì che avrebbe potuto anche innamorarsi di quella bambola. Gli uomini, anche se perdono presto interesse per quello che riescono a raggiungere facilmente, bramano in modo ossessivo le cose impossibili, quelle che non possono avere. Ma tutto ciò era un’illusione. Solo un’illusione. Non esisteva. Si sarebbe disciolto una volta che lui fosse uscito da quella stanza.

Sapeva che Delgadina era un sogno. Non sarebbe mai stata completamente sua. Sapeva che era così, non avrebbe potuto averla per sempre ed allora la odiò, divenne pazzo, furioso, e la sbatté così forte da farle male, tanto che i gemiti ed i sospiri di piacere si trasformarono in lamenti di dolore.

Gli ultimi colpi furono violentissimi e dati con rabbia. Venne gridando quel nome, conficcando le sue dita in quei piccoli seni, strizzandoli con avidità e colmandosi l'anima di quegli occhi in cui vide spegnersi la Luna e nei quali, da quel momento, avrebbe potuto scorgervi ormai solo il buio della notte. Poi si accasciò su quelle lenzuola dipinte di nuvole, mentre l’aria intorno si fece intrisa da quell’inconfondibile odore di sesso violato, di fiore reciso, di neve calpestata.

Si alzò dal letto mosso da un senso di disagio. Delgadina singhiozzava ma, stranamente, gli sorrideva. Teneva le gambe semichiuse e le mutandine appese, leggere, ad una caviglia. Restò in piedi ad osservarla, immobile, come aveva fatto quando era entrato in quella stanza poi, senza dire una parola, si rivestì in fretta, appoggiò i soldi sul letto ed uscì.

Il gatto, appollaiato sopra la credenza, osservò il Professore che si allontanava, veloce, senza voltarsi indietro. Ne aveva visti tanti come lui e tanti ne avrebbe visti ancora. Uomini che salivano le scale, entravano in quella stanza, si spogliavano, toccavano, baciavano, leccavano, aprivano, infilavano, sudavano, godevano… alcuni, qualche volta, anche piangevano e poi se ne andavano.

Come catturato da un richiamo che nessuno poteva percepire, l’animale sollevò le orecchie e, scendendo dal mobile, si diresse con passi felpati su per le scale, entrò nella stanza con il soffitto dipinto di cielo e, balzando sul letto, si adagiò miagolando fra le braccia della ragazza.

- Ciao… - disse lei con voce melodiosa, accarezzandolo – Sono stata brava, sai? Madame sarà contenta…

Il gatto assaporò le carezze facendo le fusa poi le scese lentamente lungo il corpo, sfiorandole la pelle nuda con il pelo. Con la coda le accarezzò il piccolo seno facendole inturgidire i capezzoli. Scese ancora e raggiunse le sue cosce appena dischiuse. C’infilò il muso. Trovò il suo sesso ancora umido e sporco del piacere dell’uomo. Lo annusò. Conosceva bene quell’odore. Era inconfondibile ed iniziò a leccarlo.

La ragazza ridacchiò facendosi ripulire e quando la lingua del gatto raggiunse la clitoride, lasciò che andasse avanti. Il suo piccolo bottone, sotto quella lingua ruvida, divenne turgido e lei gemette di piacere. Si fece leccare, così, abbandonandosi e contorcendosi fino a quando arrivò l’orgasmo. Fu un orgasmo vero, intenso, che le scosse il corpo di brividi dalla testa ai piedi. Fu come una nevicata fresca che cancellò ogni impronta. E la Luna si accese di nuovo nei suoi occhi.

Dal piano di sotto Madame la sentì gemere sempre più forte ed arrivare all’apice del piacere poi, quando tutto fu finito, mise su la musica di Tchaikovsky e sulle note di “La bella addormentata” accennò un pas de Bourrèe. La sua bambola era tornata ad essere un fiore mai reciso, un frutto fragrante mai assaggiato, una distesa di neve candida, intatta, dove nessuno aveva mai camminato.

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Il sondaggio e' chiuso

Oggi si conclude questo esperimento che ha visto, innanzitutto, voi partecipi non solo in veste di lettori ma anche di scrittori. Undici finali scritti da voi che hanno cercato, ognuno a suo modo, di dare una conclusione alla storia "La casa delle bambole dormienti". In questo ultimo sondaggio stati ricevuti in totale 22 voti ripartiti nel seguente modo:

- 8 voti per il pezzo numero tre
- 4 voti per il numero cinque
- 10 voti per il numero dieci

Il numero 10 viene quindi scelto come Terza parte della storia e verra' pubblicato in un post separato.

A questo punto non mi resta che ringraziate tutte le persone che si sono gentilmente offerte per questo bizzarro gioco e, in caso riteniate di volerlo fare, dare il via ai commenti nel tentativo di attribuire un nome a ciascuno dei pezzi pubblicati che possono essere visionati QUI, QUI e QUI

venerdì 5 giugno 2009

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Il baule delle cose perdute

A volte capita… capita che perda qualcosa. Un oggetto che mi cade dalla borsa o dallo zainetto mentre sto tirando fuori tuttaltro e non mi accorgo. Non sempre si tratta di cose importanti. A volte lo sono ma non sempre. Spesso si tratta di cose di poco conto: un rossetto, un fazzoletto, un fermaglio per capelli. Altre volte, invece, e’ qualcosa a cui tengo, legata al mio passato: una fotografia, un oggetto che mi ha regalato qualcuno al quale ho voluto bene… e che mi ha voluto bene.

Cosi’, quando mi accorgo della perdita, resto avvilita. Agitatamente guardo in giro, scruto il pavimento, arruffo sempre di piu’ la borsa cercando di ritrovare quello che avevo conservato gelosamente per tanto tempo e che, col mio attimo di distrazione, ho gettato via...

E se e' un oggetto che mi e’ particolarmente caro, la sua perdita assume un significato totale, e fa affiorare quel senso di colpa e di sgomento che sempre conduce alle lacrime.

Mi viene in mente quando persi un bracciale antico donatomi da Nagyanya. Non ricordo l’istante in cui cadde, non ne sentii il rumore attutito dall’erba del prato, ma ricordo l’angoscia di quando mi resi conto di non averlo piu’ al polso. E ricordo le lacrime di disperazione.

Cosi’, ogni volta che accade, ripenso a tutti gli oggetti cari che ho perduto, ma ho sempre voluto credere che quelle cose non fossero davvero smarrite per sempre. Ho voluto immaginare che andassero a finire accumulate in un luogo fantastico, in un limbo irreale pieno di tutto cio’ che nel mondo viene perduto. Una specie di deposito bagagli dove ogni oggetto e’ accuratamente catalogato e messo via…

Chissa’ se in un giorno, ipotetico e lontano, qualcuno suonera’ alla mia porta e mi recapitera’ un baule contenente tutto cio’ che non avrei mai piu’ sperato di ritrovare. Un baule pieno zeppo d’oggetti dei quali ricorderei ogni dettaglio e che farebbero riaffiorare sensazioni ormai dimenticate.

Ci troverei dentro tutto: fotografie sbiadite, fazzoletti sgualciti, orecchini spaiati, spiccioli d’altri luoghi e d’altri tempi, chiavi di case lontane in cui non abiterei piu’... un antico bracciale.

Ed allora, piangerei ancora.

mercoledì 3 giugno 2009

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Corpo di donna

Ti ho vista entrare. In silenzio hai chiuso la porta alle tue spalle. Con calma hai messo della musica suadente e, a piedi nudi, con una giravolta ti sei lasciata cadere sul letto. Ti sei adagiata sulla schiena, hai preso un cuscino e lo hai sistemato con cura sotto alla testa. Poi, sollevando il bacino, con le mani aperte, hai alzato la gonna. Ti piaceva sentir strusciare il tessuto sulla pelle; l’ho capito da come lo facevi, da come sfregavi la gonna sulle cosce nude, facendola scivolare in alto, lentamente, fino a farla salire aderente oltre i glutei.

Le mutandine pero’ non le hai tolte. Le hai tenute come se, coprendo il solco del sesso, volessi proteggere un tuo segreto. Hai tolto la maglietta. L’hai sfilata piano e l’hai riposta sul bordo del letto. Poi hai tirato giu’ le spalline del reggiseno quasi fino al gomito ed il tuo seno, uscito delicatamente da sopra, pareva ancor piu’ esuberante e sodo a vederlo, cosi’, lievemente compresso mentre nel palmo di una mano ne stringevi uno, lasciando intravedere distintamente l’areola dorata ed il capezzolo dritto ed appuntito non appena lo hai sfiorato con le dita.

Con l’altra mano hai iniziato ad accarezzarti il ventre, poi sei scesa a giocare con l’elastico delle mutandine. Lo sollevavi, lo tiravi e lo facevi tornare al suo posto con uno scatto. Poi ti sei infilata una mano negli slip e ti sei toccata. Delicatamente, con movimenti circolari delle dita, come un vortice che parte piano e poi si fa via via sempre piu’ convulso trascinando con se’ tutto quello che incontra, ti sei regalata un brivido di piacere.

Quando ti ho vista inarcare la schiena e morderti le labbra, ho pensato che stessi per venire. Invece no... tu con il piacere ci giochi... tu con il piacere ci danzi. Tu il piacere lo insegui e quando infine riesci a raggiungerlo lo lasci fuggire. Ti ho vista rilassarti, chiudere gli occhi, ansimare, finche’ il respiro non si e’ fatto lento, e poi riprendere a toccarti subito dopo... ancora.

Ero bollente mentre osservavo quel tuo sensuale tira e molla. So che sarebbe bastata una tua carezza, soltanto il palmo della tua mano appoggiato al mio sesso, premuto un po’, appena un po’, ed io mi sarei sciolta in mille rivoli di piacere.

Per molte volte sei arrivata all’apice con impeto e sei riuscita a fermarti solo un istante prima di esplodere. Le ginocchia piegate e divaricate mentre la tua mano tra le cosce, nascosta dalla sottile striscia di tessuto degli slip, si muoveva sempre piu’ veloce. Poi, quando non ce l'hai fatta piu', quando il tuo corpo di donna non ha piu' potuto resistere, hai disteso il collo all’indietro premendo il cuscino fino a sprofondarci dentro con la testa.

Ti ho vista pizzicarti quel capezzolo dorato ormai dolorante e farlo crescere inturgidito mentre lo tenevi tra il pollice e l’indice. Ti ho sentita gemere, respirare sempre piu’ con affanno e quando finalmente e’ sopraggiunto l’orgasmo, mentre godevi, mi hai guardata con gli occhi socchiusi che scintillavano per l’arrivo di quel piacere che, sapientemente, avevi a lungo ritardato.

Alla fine, con le mani bagnate di miele, hai allargato le dita a formare sottilissimi fili di ragnatela; ne hai infilate due in bocca e le hai succhiate. Poi, respirando a pieni polmoni, ci hai passato in mezzo la lingua, ti sei leccata le labbra come una gatta e ti sei abbandonata stanca e felice.

So che non leggerai mai cio’ che ho scritto. Non conosci questa lingua ed e’ solo cosi' che posso parlare di te, immaginandoti, ricordandoti, senza che tu ne sia cosciente, senza che tu provi imbarazzo. E’ cosi’ che, in una girandola di dolci sensazioni, ti trasformi a volte nella protagonista inconsapevole delle mie piccole storie. I nostri momenti, quei brevi ma intensi momenti vissuti insieme nella tua bianca citta’ in oriente, non devono smarrirsi per sempre nei meandri dell’oblio e queste parole che ho rubato e plasmato, desidero dedicarle a te.

Corpo di donna, bianche colline e cosce bianche il tuo,
rassomigli al mondo nel tuo abbandono.
Per sopravvivere ti sei forgiata come un'arma,
come una freccia tesa al tuo arco, come una pietra nella tua fionda.
Corpo di pelle, d’ambra, di latte avido e fermo.
Corpo di contadina selvaggia il mio.
Le coppe del petto! Gli occhi dell'assenza!
La rosa del pube! La voce triste e lenta!
Corpi di donna che persistono nella grazia.
La sete, l’ansia senza limite, la nostra strada indecisa!
Oscuri fiumi dove la sete eterna continua,
e la fatica continua, e il dolore e’ infinito.
Solo per il naufragio dei tuoi occhi di donna
nell'acqua infinita dei miei occhi di donna!

(Libero adattamento di una poesia di Pablo Neruda)


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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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