sabato 28 febbraio 2009

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Uomini e Donne

Comprendere gli uomini e’ molto facile. Essi, infatti, perseguono una logica assai primitiva, rudimentale, e sono quasi disarmanti nella loro semplicita’. L’universo maschile non riesce a sorprenderci, non ci sbalordisce, e’ talmente evidente che la nostra struttura mentale, notoriamente pragmatica e razionale, riesce a decifrarlo benissimo.

Ma quando noi donne facciamo intuire che riusciamo a comprendere il loro mondo, sbagliamo. Sono difatti arrivata alla seguente conclusione: gli uomini non desiderano realmente essere capiti. Anche se puo’ sembrare l’opposto, in realta’ non riescono proprio a sopportare l’idea che qualcuno strappi il velo che copre il ritratto della loro anima, che li denudi, ed e’ proprio quando si complimentano con noi e ci dicono che riusciamo “a comprenderli fino in fondo come mai nessuna prima” che, invece di rallegrarci, dovremmo iniziare a preoccuparci.

Perche’ la verita’ e’ che gli uomini detestano le donne che sono in grado di penetrare in quello che ritengono essere il loro “misterioso segreto”. Loro non vogliono essere aiutati a capirsi. Non vogliono essere aiutati districarsi tra le frequenti contraddizioni delle quali sono preda. Vogliono soltanto continuare a crogiolarsi dentro quello che credono essere il motivo per il quale noi donne dovremmo essere affascinate ma che, di fatto, affascina solo la parte piu’ narcisistica di loro stessi.

Tutto cio’ che possiamo fare perche’ stiano bene e’ far finta di niente, fingere d’ignorare chi sono, lasciarli tranquilli nelle loro convinzioni, permettere alla loro anima di restare per sempre appannata da quella patina che essi stessi continueranno tutta la vita ad alitarci sopra, nella speranza di non veder mai apparire riflessa la loro vera immagine.

D’altronde, loro, non si pongono affatto il problema inverso, cioe’ quello di capire noi. Loro non analizzano, fotografano e basta. Al primo sguardo colgono immediatamente i nostri aspetti esteriori, non preoccupandosi minimamente di andare piu’ in profondita’ per individuare anche quelli piu’ interiori.

Perche’ andare piu’ in profondita’ significherebbe accettarci per come siamo, rischiando di restare delusi. Invece preferiscono illudersi di poterci cambiare, per renderci perfette, uguali a quell’immagine che vive dentro di loro, ma che e’ completamente estranea a cio’ che siamo noi.


PS: Spero, con questo post, di non aver fatto un torto a qualcuno, ma sono disponibile a rimuoverlo qualora colui al quale mi sono ispirata me lo chieda.

venerdì 27 febbraio 2009

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Chi uccide un innocente e' omicida

Lo ha detto il Cardinale Barragan, il ministro della Salute del Vaticano, a margine di un convegno sulle malattie rare : "Chi uccide una persona innocente e' un omicida. Io affermo solo il principio che nella legge di Dio c'e' il Quinto comandamento che dice di non uccidere, e chi uccide una persona innocente commette un crimine". Per questo motivo, forse, il signor Englaro e' stato iscritto, insieme ad altre tredici persone, nel registro degli indagati con l'accusa di omicidio per la morte della figlia.

"Mi sono mosso sempre nella legalita' e percio' sono tranquillo", ha commentato il signor Englaro dicendo di non essere affatto sorpreso dal provvedimento giunto a seguito di una denuncia portata alla Procura della Repubblica dall'avvocato Carlo Taormina e dal Comitato 'Verita' e Vita'.

Anche il Cardinale Brannagan e' concorde nell'affermare che: "Se Beppino Englaro ha ammazzato lui la figlia e' un omicida, se non l'ha ammazzata lui allora non lo e'". Ed a chi gli ha chieso se omicidi fossero da considerasi allora i medici, ha risposto: "Sono deduzioni che potete tirare fuori, io affermo solo il principio del Quinto comandamento".

Deduzioni...

Il cardinale ha anche ricordato di aver parlato una volta con Beppino Englaro dicendogli queste stesse cose e lui, il signor Englaro, si e' arrabbiato perche' quelle parole lo catalogavano come assassino, mentre il cardinale afferma di aver soltanto esposto in modo non polemico ma logico che "c'e' il Quinto comandamento e se qualcuno lo infrange allora e' un assassino".

Non polemico ma logico...

Chissa' dove si trovava l'illustre porporato quando nella quasi indifferenza generale, a Gaza, venivano uccisi centinaia di bambini innocenti, sani, non attaccati ad alcun sondino nasogastrico, che desideravano solo vivere, i cui resti non possono essere pianti neppure dai loro cari, perche' anche questi ultimi sono stati massacrati senza che nessuno in Vaticano trovasse un qualche comandamento che desse un nome appropriato agli esecutori materiali ed ai mandanti di quella strage.

Forse sia lui, sia il il suo diretto superiore con le scarpette di Prada, sia l'avvocato Taormina e sia quelli del Comitato 'Verita' e Vita', in quei giorni, stavano grattandosi il buco del culo che', si sa, troppi risottini al tartufo a lungo andare provocano delle fastidiose reazioni allergiche.

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Verifica parola per i commenti

A causa dello "spam" che ultimamente mi arriva, da oggi sono costretta ad attivare la "verifica parola" ai commenti. Si tratta solo una piccola procedura aggiuntiva che spero non causi fastidio ma che mi evitera' di cancellare ogni volta decine di commenti inutili inviati da qualche programma automatico. Chi avesse delle difficolta' puo' segnalarmele inviando un messaggio utilizzando il modulo di contatto nella pagina Contact Me, che trovate nel menu' in alto.

giovedì 26 febbraio 2009

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Gemelli Nuclenani

Il parto trigemino non e' certo frequente. A seguito di concepimento spontaneo esso avviene ogni 5.900-10.000 parti... Certo che abbiamo avuto una bella sfiga!





domenica 22 febbraio 2009

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Batwoman ed il mondo di domani

Se non fossi particolarmente prudente oserei dire che il periodo che stiamo attraversando rappresenta la fine di un'epoca e l'inizio di una nuova della quale la crisi globale in atto non ne e' la causa ma solo l'effetto. La fine di un lungo periodo di transizione durato sessant'anni e che e' ormai arrivato al momento in cui deve cedere il posto ad un mondo diverso. Come sara' la societa' che emergera' dalla forte contrapposizione in atto, solo chi sopravvivera allo sconquasso avra' modo di saperlo ma, sicuramente, tutte le fondamenta ideologiche, religiose, filosofiche, economiche e sociali su cui si e' basato il sistema finora, quando la tempesta sara' passata, diverranno obsolete ed inutili. Di conseguenza, anche i rapporti che attualmente intercorrono fra i generi muteranno, ad iniziare da un nuovo modo d'intendere la sessualita'.

E scorci di questo futuro che non ha ancora preso forma, si possono intravedere nella pittura, nella musica, nell'architettura, nel cinema, nella letteratura ed in ogni altro aspetto al quale e' stato dato il nome di "Arte", di cui vero protagonista, unico creatore in grado di compiere il miracolo di dar vita a qualcosa forgiandolo dalla creta della propria anima e' l'essere umano.

Come ogni altra forma d'arte, anche il fumetto, oltre a rappresentare uno strumento di svago che in taluni casi puo' ottimamente sostituire la lettura di un buon libro, ha quindi il ruolo, tramite i suoi autori e disegnatori piu' capaci, d'intepretatare e di anticipare cio' ancora non esiste, precorrendo i tempi attraverso le allegorie compenetrate nelle storie che vengono raccontate, palesando molte volte cio' che non e' facilmente percepibile. Ed e' in quest'ottica che va letto l'episodio della morte di un eroe che piu' di tutti ha saputo rappresentatare un'epoca piena di contraddizioni che ormai sta giungendo alla fine. Sto parlando di Batman.

Nell'ultimo episodio, infatti, Bruce Wayne, il miliardario che di notte veste i panni di Batman, viene scagliato nel vuoto da un aereo in volo privo del suo costume e della maschera da pipistrello ed e' presumibilmente morto, anche se la regola non scritta del mondo dei fumetti e' che i supereroi possano sempre resuscitare in qualsiasi momento ed oggi, a distanza di due mesi da quell'episodio, i creatori del celebre fumetto hanno finalmente rivelato chi prendera' il suo posto: Batwoman ovvero Kathy Kane, una donna indipendente, bella, elegante, colta. E lesbica.

Non e' la prima volta che Batwoman, fa la sua apparizione. Il personaggio esordi' infatti nel 1956 ma ha sempre avuto una parte da gregaria ed anche le sue caratteristiche erano quelle tipiche dell'epoca, subordinata al personaggio principale e comunque mai autonoma, molte volte nei guai a causa di sue "sbadataggini" alle quali rimediava in extremis l'eroe pipistrello maschio. Nella sua nuova incarnazione, invece, la rossa Kathy Kane diventa un personaggio tutto nuovo che ben rappresenta il cambiamento dei tempi.

D'altronde la pipistrella non e' la prima eroina dei fumetti dichiaratamente omosessuale. Oltre a lei, solo nel panorama italiano, si possono citare Kerry Kross e Legs Weaver, ma a nessuna mai e' stato dato cosi' tanto risalto considerato che, per annunciare questa "successione" nei ruoli, si e' scomodato persino il quotidiano britannico "The Independent" ed in internet sono state aperte, solo in inglese, quasi 800.000 pagine.

E tutto cio' avviene in un un clima in cui l'Italia, nella sua manifestazione canora piu' popolare, ha mostrato tutta quanta la sua arretratezza ipocrita raccontando l'omosessualita' come una malattia dalla quale si puo' persino guarire.

giovedì 19 febbraio 2009

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Cio' che direbbe... se potesse

Dal sito web del Corriere della Sera:
"MOSCA - La giuria ha dichiarato innocenti tutti e quattro gli imputati per l'uccisione della giornalista d'opposizione Anna Politkovskaia. I dodici giurati, dopo circa tre ore di camera di consiglio, hanno ritenuto non provate le responsabilita' degli imputati."

Finalmente un Paese dove viene fatta giustizia, dove la magistratura fa il suo dovere e dove i mestatori nel torbido, i calunniatori, coloro che continuamente accusano il premier di essere un dittatore corrotto, hanno finalmente cio' che meritano.

Anche se l'accusa fara' ricorso contro il verdetto di non colpevolezza per presunte violazioni verificatesi nel corso del processo, cio' che conta e' che la Verita' e la Giustizia siano emerse dal dibattimento ed abbiano trionfato. Il presidente della corte militare ha deciso quindi di liberare gli imputati, ed i loro difensori subito hanno annunciato che chiederanno un risarcimento per essere stati ingiustamente incarcerati.

Cari signori, la Russia oggi ci da' una grande lezione di democrazia ed ancor di piu' rende evidenti le disfunzioni e le anomalie di un sitema giudiziario malato come quello italiano dove giudici ideologizzati ed invidiosi, aiutati dagli avanzi di una sinistra giustizialista ormai allo sbando, riescono a condannare le brave persone che niente hanno fatto, dei galantuomini come l'avvocato Mills, la cui sola leggerezza e' stata quella di aver accettato un piccolo presente da parte di un amico.

E' ora di dire basta a questa Giustizia di sinistra da sempre accanita contro il presidente del consiglio. E' ora di riformare l'ordinamento giudiziario per ritornare finalmente ad un clima di legalita' dove i cittadini non debbano temere di essere perseguitati per delle cose di poco conto. E' ora di prendere ad esempio la Russia ed i principi democratici ai quali si ispira la Costituzione di quel Paese.

mercoledì 18 febbraio 2009

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Grazie Benigni


Anche se credo lo abbiano gia' visto tutti, vorrei che questo documento per la difesa della dignita' dell’amore omosessuale restasse nel mio diario come una delle pagine piu' belle della Televisione italiana, e del repertorio di Roberto Benigni.

«È una storia incredibile che va avanti da millenni. Gli omosessuali non sono fuori dal piano di Dio. Di peccati c’è solo la sutpidità. Per rendere l’idea dell’assurdità e ridicolaggine, ricordo che gli omosessuali sono stati seviziati e morti nei campi di concentramento perché amavano un’altra persona. Mettiamo che un eterosessuale si innamori focosamente di una persona dell’altro sesso, e a un certo punto lo prendono, lo torturano e lo uccidono perché si è innamorato. Tanti omosessuali sono stati torturati perché amavano un’altra persona, lasciate stare il sesso. È incredibile che si parli ancora degli omosessuali così, con questa incredibile rozzezza. Sono persone che si amano, non è che per colpa loro finisce la razza, come dice qualcuno. Nella storia dell’umanità ci hanno fatto doni enormi, ed è il sentimento dell’amore che caratterizza gli omosessuali. E quando c’è l’amore tutto diventa grande. Nemmeno la fede rassicura, l’unica cosa che rassicura è l’amore».


Sanremo 2009 - Roberto Benigni - Omosessualita... by SuperPop2005

martedì 17 febbraio 2009

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Lolita e il Professore

- Lei e’ una ragazza intelligente, deve capire che c'e' un programma da rispettare. Se non s'impegna a studiare di piu’ mi vedro’ costretto a non ammetterla al corso del prossimo anno.
- Comprendo, Professore, ce la sto mettendo veramente tutta, ma per mantenermi agli studi devo anche lavorare. Che altro potrei fare?
- Ad esempio, potrebbe prendere delle ripetizioni, farsi aiutare da qualcuno...
- Ma le lezioni private costano ed io non sono in grado di poter affrontare altre spese…
- Potrei aiutarla io. Che ne direbbe di venire a casa mia un paio di pomeriggi la settimana?
- Ci devo pensare, Professore… non so se…
- Signorina, sappiamo tutt’e due che quello che le sto proponendo non e’ molto ortodosso, ma resterebbe un segreto fra noi due e sono certo che lei saprebbe mantenerlo.

Per tutto il tempo gli occhi del Professore erano stati puntati su di te. All'uscita dalla scuola, poi, ti aveva presa in disparte ed aveva tentato ancora di convincerti. Tutto cio’, piu’ che un consiglio, ti pareva quasi un ricatto. Eri imbarazzata, ti sentivi a disagio, ma non sapevi cosa rispondere per sbarazzarti di quell’imprevisto corteggiatore perche’ eri consapevole che, se ti fossi dimostrata scostante, la bocciatura sarebbe stata assicurata. E questo non potevi permettertelo.

Le spese per vivere a Budapest e per frequentare il Szent Lázló Gimnázium s’erano fatte pesanti e quello che racimolavi, ballando sui cubi in discoteca, era appena sufficiente a pagarti il vitto e l’alloggio. Se non fossi stata promossa, tutti i mesi trascorsi lontana da casa non sarebbero serviti a niente e l'orgoglio che avevi dimostrato con quella tua fuga da un mondo che ti si era fatto sempre piu' stretto e che non sentivi piu' tuo, si sarebbe sgretolato, disciolto, evaporato negli sguardi sarcastici di coloro che, vivendo nella grettezza di una vita di provincia, sarebbero stati lieti e soddisfatti di vederti ritornare all’ovile, rassegnata e sconfitta.

Pensasti alla proposta del Professore e decidesti di accettarla. Dopotutto cosa avrebbe potuto capitarti di male? Al limite avrebbe tentato di portarti a letto. Da come ti guardava, ogni volta, sapevi di piacergli ed anche lui non era un brutto uomo. Era colto, educato. Se ti avesse aiutata a farti recuperare con lo studio che cosa ti sarebbe costato farlo contento? Sarebbe stato un semplice scambio ed anche se non eri espertissima nel sesso, qualche storia con i coetanei l’avevi avuta. E con il Professore, a parte la differenza d’eta’, non sarebbe stato molto diverso.

***

L'abitazione del Professore si trovava al secondo piano di un antico palazzo situato in centro, nei pressi del Magyar Allami Operahaz, il Teatro dell’Opera. La raggiungesti percorrendo a piedi un tratto di Andrássy utca, dopo essere scesa alla fermata di Oktogon. Eri in perfetto orario. Il Professore ti attendeva sulla porta. Indossava un paio di jeans ed una camicia. Un tipo d’abbigliamento che lo faceva sembrare piu’ giovane rispetto a come eri abituata a vederlo durante gli orari di scuola, in cui era sempre ingessato in abiti di foggia tale che neanche tuo nonno si sarebbe messo.

- Dubitavo sarebbe venuta.
- Sarei arrivata prima. Purtroppo ho perso l’autobus per un soffio ed ho dovuto attendere quello successivo.
- Venga, accomodiamoci nel mio studio.

Lo studio del Professore era un’ampia stanza con le pareti ricoperte in boiseries che, in alcuni punti, diventavano una libreria sui cui ripiani erano disposti, ordinati, libri ed oggetti di vario tipo. Provavi quasi soggezione in quel luogo un po’ troppo austero per i tuoi gusti ma, per fortuna, la luce ammorbidita di un abat-jour ingentiliva l'ambiente rendendolo meno severo. Ti sedesti di fronte a lui, alla scrivania.

- Da cosa vogliamo iniziare?
- Non so… dica lei.
- Dove si sente meno preparata?
- Tutto il periodo che va dal XVI secolo, fino all’assorbimento del Regno d’Ungheria da parte dell’Impero d’Austria, non riesco a digerirlo molto bene.
- Si’... ecco, vediamo… quindi si potrebbe iniziare con la dominazione Ottomana.
- Per me va bene, Professore…

Restasti ad ascoltarlo per circa tre ore, prestando attenzione alle sue spiegazioni. Per tutto il tempo ti sentisti sotto il suo sguardo, ma il Professore non si spinse mai oltre al limite di quell’ingenuo e stranamente adolescenziale segno d’ammirazione. Prima dell’ora di cena ti accomiatasti.

- Allora, la ringrazio, Professore – dicesti porgendogli la mano.
- Se vuole ci possiamo rivedere dopodomani...
- Si’, d’accordo. Alla stessa ora?
- Certo. Se per lei va bene direi che e’ perfetto.

***
Quelle tue visite continuarono per alcune settimane. Ogni volta il Professore, prima della lezione, preparava il te’ facendoti trovare sempre degli ottimi pasticcini Kugler, i tuoi favoriti, che lui acquistava appositamente da Gerbeaud, la storica pasticceria in Vörösmarty téren. Sapevi bene che le attenzioni che ti riservava non erano disinteressate, pero’ tutto cio’ non ti preoccupava. Volevi essere promossa ed avevi accettato d’abbandonare ogni scrupolo qualora lui si fosse dimostrato piu’ pressante nelle sue avances. Anzi, dentro di te sapevi che non ti saresti affatto dispiaciuta se ci avesse provato, ed avevi deciso di attendere che facesse la prima mossa.

Ma lui era sempre cosi’ educato, gentile, premuroso. Sapeva come metterti a tuo agio senza reclamare niente. Si limitava a guardarti, niente di piu’. Ci fu persino un attimo in cui pensasti che quello di portarti a letto non fosse esattamente il suo desiderio e per quel pensiero, fosti piu’ seccata che stupita.

Un giorno, pero’, lui ruppe la consueta riservatezza e ti fece un invito.

- Domani, il professor András Róna-Tas terra’ una conferenza al Centro Culturale Stefáni. E' uno degli storici piu’ competenti che ci siano in Ungheria. Le piacerebbe venirci?
- Non lo so... non vorrei che ci vedessero insieme. Lei mi ha detto che non sarebbe molto ortodosso…
- Non deve preoccuparsi, non ci metteremo vicini. Inoltre ci sara’ moltissima gente e nessuno fara’ caso a noi. Cosa ne pensa?
- Allora, d'accordo. A che ora?
- La conferenza inizia alle cinque. Incontriamoci un po’ prima, alla fermata del tram in Thököly utca, cosi’ che possa porgerle l’invito per entrare.

Quando uscisti dall'appartamento, il Professore ti saluto’ con l’abituale stretta di mano, ma stavolta indugio’ piu’ del solito a tenertela. Sembrava che non volesse lasciarti e tu rimanesti un istante ferma sulla porta sperando che fosse il momento in cui avrebbe reclamato quello che attendevi. Ma non lo fece.

***

La sala del Centro Culturale Stefáni dove si teneva la conferenza era gremita di gente. Non c'erano piu’ posti liberi a sedere e fosti costretta a restare in piedi, appoggiata con la schiena ad una parete. Cosi’ dovette fare anche il Professore che, dalla parte opposta della sala, ogni tanto ti cercava con gli occhi, rassicurandosi che andasse tutto bene.

La conferenza si dimostro’ una cosa noiosissima. L’argomento era “Le origini e le migrazioni degli Ungheresi” ed era trattato in maniera talmente approfondita che solo chi avesse avuto una preparazione storica ben al di sopra della tua lo avrebbe trovato digeribile, tanto che, dopo quasi due ore di quella tortura che sopportasti piu’ per compiacere il Professore che per altro motivo, decidesti d’uscire dall’edificio per respirare un po’ d’aria. Si era fatto tardi ed il sole era ormai al tramonto.

- Si sta annoiando?

La domanda del Professore ti colse di sorpresa e ti fece sobbalzare. Era uscito anche lui dietro di te, forse preoccupato di non vederti piu’ all’interno della sala. Gli rispondesti in modo sincero.

- Si’… credo di non essere ancora pronta ad affrontare conferenze del genere. Troppo specializzate. Dedicate a chi e’ uno studioso come lei e non certo ad una studentessa poco preparata come me.
- E' colpa mia, dovevo immaginarlo che non sarebbe stato un argomento di facile comprensione per lei.
- Non ha importanza. Comunque, se vuol assistere, per me non e’ un problema. Posso restare qui fuori ad attendere che la conferenza sia terminata. E’ una serata cosi’ bella…
- No no – disse il Professore - Andiamocene, allora. Abbiamo ancora tempo per non sprecare la giornata.
- E dove andiamo?
- Se non ha impegni e se le va, potremmo andare a casa mia. Ho ancora dei Kugler avanzati. Potremmo prepararci un te’ – disse con un’inflessione nella voce che non gli avevi mai sentito - …e poi ripassare un po’ di Storia – si affretto’ a rassicurarti.
- Va bene, Professore, accetto con piacere.

Dopo poco foste per strada. Ormai si era fatto buio e l’oscurita’ vi sottraeva alla vista della gente. Camminavate affiancati. Percorreste Stefáni utca fino alla fine e vi trovaste presto davanti l'ingresso del Városliget.

- Le spiace se passiamo dal parco? E’ la via piu’ breve per arrivare a Hősök tere e da li’ potremmo prendere il metrò fino a Opera.
- Per me va bene, mi affido a lei.

Il parco, a quell'ora della sera, era quasi deserto e vi si respirava un’atmosfera misteriosa. In Olof Palme Sétány transitavano pochissime auto ed il marciapiede era illuminato da lampioni posti ad una certa distanza l’uno dall'altro e cio' lasciava ampie zone immerse nella penombra.

- Non sono mai venuta nel parco a quest’ora. E’ cosi’ silenzioso che m’incute quasi paura.
- Ha paura anche se ci sono io che la proteggo? Oppure ha paura di me?
- No… cioe’… non volevo dire questo. Con lei sto bene – gli dicesti prendendolo sotto braccio e sorridendogli.

Quella risposta e quel gesto sembrarono rassicurarlo e subito dopo t’invito’ a lasciare il viale principale chiedendoti di seguirlo lungo un sentiero che si dirigeva lontano dal quello che doveva essere il vostro itinerario.

- Dove stiamo andando? – gli chiedesti.
- Voglio mostrarle una cosa, venga…

Dopo poco vi ritrovaste in un ampio spiazzo fra gli alberi.

- Qui ci troviamo perfettamente al centro del grande rettangolo che il parco disegna. Proseguendo in quella direzione c’e’ Vajdahunyad Vára, il Castello, mentre andando di la’ si arriva a Petőfi Csarnok, l’Auditorium. La leggenda popolare vuole che qui, quando questo luogo si chiamava ancora Ökör-dűlő, Beatrice d'Aragona, sposa del Re Mátyás Hunyadi, ci venisse con i suoi amanti mentre il consorte era sui campi di battaglia a combattere gli eserciti nemici.
- Una donna fedele... – ironizzasti.
- Poiche’ non riusciva a dare un erede al regno, sperava in tal modo, forse, di avere piu’ probabilita’… chissa’…
- E lei ha mai fatto l’amore qui, Professore? – dicesti scoprendo in te una spudoratezza che non avevi mai immaginato di avere.
- Io? No mai… finora - rispose rivelando le sue intenzioni.
- Finora… - concludesti assecondando il suo gioco.

Eri turbata ed intrigata da quella situazione e non opponesti resistenza quando lui ti bacio’. Con la schiena premuta contro la corteccia di un albero pregustasti le carezze di quelle mani che ti frugavano fra le cosce, eccitandoti.

Le lingue si cercavano, titillandosi l’un l’altra, e tu restavi col fiato sospeso mentre il respiro ti si faceva irregolare e capivi che il tuo corpo iniziava a sciogliersi. Sentisti che ti sbottonava la camicetta e poi il calore della sua mano che s’impossessava del tuo seno. Sapevi di essere in balia del desiderio ed eri consapevole che stavolta non avresti rifiutato di dare a quell’uomo cio’ che, durante tutti quei pomeriggi passati insieme, avresti voluto donargli.

Vi adagiaste sul prato e lui ti sollevo’ la gonna infilandoti una mano sotto l'elastico delle mutandine, iniziando a carezzarti con dolcezza. Il suo tocco era delicato e sentivi che, per l’eccitazione, iniziavi a bagnarti di quella rugiada dall’odore dolciastro, particolare, che e’ unico e contraddistingue ogni donna.

Eri imbarazzata per quel segno esplicito che rivelava la tua eccitazione e tenevi la testa girata da un lato per non incrociare i suoi occhi. Poi, lui stese la mano sull'elastico delle mutande come per abbassarle ma non lo fece. Ti chiese invece di toglierle, e tu gli obbedisti. Senza parlare sollevasti il bacino e, facendotele scivolare sopra le autoreggenti, le sfilasti oltre le caviglie. Poi, senza che te lo chiedesse, divaricasti le gambe in un esplicito gesto d'invito. Lui s'inginocchio' ed immerse il volto fra le tue cosce, respirando a lungo l’odore di quel fiore prima di inumidirlo con la lingua, fino a che le sue labbra si mescolarono al tuo nettare.

Continuo’ a baciarti senza decidersi ad andare oltre, rendendo piu’ forte il desiderio che avevi d’essere penetrata e, mentre lo faceva, ti accarezzava il seno sfiorando i capezzoli con i polpastrelli delle dita. Eri in estasi e sapevi che non avresti resistito a lungo. Quando raggiungesti l’apice, istintivamente, cercasti di chiudere le cosce, ma lui te l’impedi’ servendosi della forza delle braccia. Fino a quando, sommersa da ondate di piacere, inarcandoti gli facesti assaporare il tuo orgasmo.

Alla fine restasti li’, aggomitolata in posizione fetale, a goderti gli ultimi sussulti di piacere che ti scuotevano il corpo.

***

Arrivo’ l’estate e con essa giunse a termine anche l'anno scolastico. Fosti promossa a pieni voti e premiata per l'impegno che avevi profuso in quei lunghi pomeriggi trascorsi a casa del Professore che, da quella sera nel parco, non smise mai di considerarti la sua allieva migliore.


« Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta. Era Lo, semplicemente Lo la mattina, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita. » (Vladimir Vladimirovič Nabokov – Lolita)

lunedì 16 febbraio 2009

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Adesso faccio una cattiveria

Era un po' di tempo che non passavo a far visita a "quelli" che frequentano l'immondezzaio. Si', lo so, persino parlarne e' tempo perso, ma avete presente quei momenti in cui, in sala d'attesa dal medico oppure dal dentista, si butta l'occhio su una di quelle tante riviste, tipo 'Chi' o 'Novella 3000', messe li' apposta per anestetizzarci e non farci accorgere che, pur avendo fissato l'appuntamento ad un orario ben preciso, dopo un'ora che siamo li' abbiamo ancora due persone davanti a noi?

Tutti conoscono quelle riviste che, oltre ad essere le piu' lette da certe amebe per le quali persino il CEPU sarebbe La Sorbona, sono cosi' datate, ma cosi' datate che l'ultima che ho sfogliato conteneva l'annuncio che il cavaliere sarebbe sceso in campo.
"Almeno fosse inciampato e si fosse spezzato una gamba..." ho pensato mentre leggevo.

In effetti, quelle riviste ci fanno sentire un po' come H.G.Wells con la sua macchina del tempo. Solo che noi possiamo muoverci solo a ritroso, ma tant'e'. Fatto sta che la loro lettura non risulta completamente inutile. Intanto, quando le leggo, mi coglie il desiderio di destinarle alla pulizia di quella parte del corpo che non e' educato nominare, ma devo anche riconoscere che, quando l'unica cosa da fare e' girarsi i pollici perche' abbiamo scordato di portarci da casa un libello di salvataggio, sfogliarle distrattamente diventa quasi salvifico ed abbassa il livello d'incazzamento causato dal dover attendere ancora un'ora prima che arrivi il nostro turno.

La stessa cosa avviene per quanto riguarda l'immondezzaio. A volte mi capita d'entrarci e la sensazione che mi coglie e' quella di déjà vu. Anche se i nickname sono col tempo cambiati, anche se tutti si sono dati una "rinfrescata" credendo di non essere riconosciuti, ancora e' possibile respirarvi quel classico odore di fogna che certa gente emana. E quell'odore, come se fossi il cane di Pavlov, mi provoca strane reazioni: istintive, irrazionali, malefiche, che appartengono a quella parte di me che non e' visibile ma che e' raffigurata in un dipinto che tengo nascosto, chiuso in soffitta, coperto da un velo che, se posso, evito di sollevare.

Non so come mai, ma quando leggo uno dei soliti noti che e' sempre li' a raccontare stronzate galattiche ad una popolazione di microcefali affetti da narcisismo onnipotente, mi prende l'insana pulsione di fargli del male.

Perdonatemi, so che non va bene, so che non e' giusto, ma non posso farci niente se il mio organismo reagisce alle stronzate in questo modo, e forse dovrei curarmi seriamente prendendo appuntamento da uno bravo, ma sono pigra ed allora abbozzo, e lascio che il lato piu' oscuro della Forza s'impossessi di me.

Ed io lo lascio fluire, liberamente, perche' ho scoperto che la cattiveria gratuita e' un ottimo antistress e, proprio perche' "gratuita", non ha bisogno di alcuna motivazione... o forse ne avrebbe bisogno ma, siccome sono cattiva, me ne frego e divengo Messalina, Erzsèbet Báthory, Myrna Harrod, Crudelia Demon. Divengo Lilith.

Dice bene Haramlik: "La cattiveria e’ un potere piccolo, sleale. Ma e' un potere la cui mediocrita' viene riscattata dalla grandezza della sofferenza che provoca."

Torniamo quindi all'immondezzaio che, come ben sapete, non e' un luogo frequentato da "persone" ma e' semplicemente un teatrino dove dei nick psicopatici recitano il dramma personale di chi li ha creati. E' come una Torre di Babele in cui ciascuno, in modo caotico, tenta di raccontare il proprio incubo agli altri e dove ancora nessuno si e' accorto che (e qui arriva la cattiveria, fate attenzione) Blackleather, 1Redicuore e Lelemora sono nick appartenenti alla stessa persona.

Ecco, so che non frega niente a nessuno, ma adesso sto molto, molto meglio.

domenica 15 febbraio 2009

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Parlano di te

Parlano di te. Te ne sei accorto? In TV, sui giornali, nei blog non fanno altro che raccontare di te. Ti sei riconosciuto? Che cosa si prova ad essere fra i protagonisti del circo mediatico che si scatena ogni qual volta avvengono fatti di violenza come quello di cui sei stato testimone? Stai tranquillo, sei al sicuro. Nessuno verra’ mai a chiederti cosa ci facevi li’ a quell’ora, nessun magistrato t’interroghera’, nessuno t’invitera’ a Matrix o sul divano di Bruno Vespa, nessuno mostrera’ la tua faccia perche’ la tua faccia e’ come il tuo coraggio, come il tuo altruismo, come la tua dignita’. Semplicemente non esiste.

Si’, lo so, e’ difficile ammetterlo, capisco che non ci sia da andarne fiero, ma non sei il solo, sai? Ce n’erano altri come te, insieme a te, che passavano di li’ mentre abusavano di quella bambina. Ai richiami d’aiuto hai fatto finta di non capire, sei sgusciato via, veloce. Perche’ rischiare d’essere coinvolto in qualcosa che non ti riguardava? Mica era tua figlia e tu avevi impegni ben piu’ importanti. Irrinunciabili. Eppure non puoi non aver notato quanto stava accadendo. C’e’ stato chi ha tentato piu’ volte di richiamare la tua attenzione. Inutilmente.

Certo che a casa, con il culo spiaccicato sulla poltrona, puzzolente di sudore, di fumo e di birra, scoreggiando e ruttando con il telecomando in mano, e’ facile vomitare indignazione contro i delinquenti che infestano l’Italia. Piu’ difficile e’ agire e di questo ce ne hai dato dimostrazione.

Non fare il modesto, eri tu quello li’, non puoi negarlo. Anche se hai cercato di non farti notare, i riflettori si sono posati su di te. In troppi ti hanno visto e se proprio vuoi fingere di non capire, ecco QUI dove parlano di te: “Ho cercato di attirare l'attenzione di qualcuno, ma nessuno mi ha dato retta”. Ti riconosci?

Adesso cosa farai? Ti metterai ad urlare piu’ forte perche’ agli stupratori sia tagliato l’uccello? Perche’ tutti i migranti siano rinchiusi in un lager? Ti accanirai contro i politici inefficienti chiedendo loro leggi piu' severe? Inveirai contro i coglioni che hanno consegnato il tuo Bel Paese nelle mani dei delinquenti?

Oppure ti farai una birra, rutterai, accenderai il PC e sul tuo blog ci racconterai cosa gli avresti fatto, tu, se avessi avuto fra le mani quello stupratore?

sabato 14 febbraio 2009

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Anca 'staltro senza i cavei me intriga

«Penso anche io "teniamocela stretta" la Costituzione e condivido al cento per cento le parole di Napolitano»
L'ha detto Lui e Lui non mente mai. Aggiungo io la fine del suo pensiero: «Fintanto che c'e'... Napolitano o la Costituzione.»

venerdì 13 febbraio 2009

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L'approfonditore

Un politico che amo e che non manco mai di seguire quando e' invitato a qualche trasmissione d'approfondimento politico. Non esiste nessuno, nel panorama politico odierno, che sia in grado di approfondire come sa fare lui. Leggete QUI uno dei suoi ultimi approfondimenti. Non e' fantastico quando approfondisce? E poi, oltre all'intelletto, che e' evidente e che si riconosce dall'espressione viva dei suoi occhi, possiede anche una classe... uno charme... una prestanza fisica che mi basta guardarlo per esserne intrigata. Insomma, m'attizza proprio!

Me lo immagino nudo e vi assicuro che, se penso di essere approfondita da lui, capita addirittura che mi bagni...

Francamente, pero', non so se sia un problema d'incontinenza dovuto alla vecchiaia. Quando rido troppo, ultimamente, non riesco piu' a "reggerla".

giovedì 12 febbraio 2009

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Testamento biologico

Egregia signora Pivetti, egregio signor Formigoni, stasera vi ascoltavo in TV dove proclamavate la vostra volonta' di restare attaccati al sondino nasogastrico qualora vi accadesse qualcosa che vi riducesse a vivere in condizione di stato vegetativo persistente. Per carita', non saro' certamente io, ne' chi la pensa come me, ad impedirvi di finire la vostra vita, o di non finirla, restando eternamente attaccati ad una macchina che vi nutre e vi fa respirare. Anzi, spero per voi che la scienza metta in campo nuovi accorgimenti e strumenti tecnici che possano consentirvi di “vivere” in quel modo anche per mille e piu’ anni, cosicche’ possiate trasformarvi in esseri simili alle "pile umane" di Matrix oppure ai vampiri. Ai non morti.

Ed insieme a voi vorrei che godessero di quegli stessi privilegi anche tutti coloro che sono d'accordo con la legge che la maggioranza della quale fate parte sta per approvare in Parlamento; compresi il vostro premier ed il vostro pontefice affinche', da veri “credenti” e “non peccatori”, ci mostrino quanto siano impazienti di recarsi in paradiso ad incontrare il loro creatore.

Pero’, permettete a chi non ha velleita' d’immortalita' vegetativa, a chi non vuol rinunciare a credere in altre fedi oppure a chi non crede affatto di andarsene in pace, circondato dall'amore dei propri cari senza che alcun modo ci sia un cavo o un tubo che invade il loro corpo. Perche’ c’e’ chi, differentemente da voi, crede davvero che il proprio corpo sia il tempio dell’anima e non desidera vedere quel tempio sporcato, violato, invaso da chi si arroga il diritto di decidere della vita altrui dall’ovulo al feretro.

Dall'inizio del 2009, egregi signori che tanto vi prodigate nella difesa della "vita", nella sola Milano, il capoluogo della vostra regione, la Lombardia, sono decedute per il freddo otto persone indigenti che non avevano mezzi per riscaldarsi. A quei barboni non ha pensato nessuno. Ne' lei signora Pivetti che puo' contare sull'amicizia e sul benemerito appoggio d’illustri Ministri della Repubblica, ne' lei signor Formigoni che di quella regione e' presidente, ne’ il premier, ne’ il papa.

Allora, a questo punto vi chiedo formalmente, e ne faccio ufficialmente il mio testamento biologico, qualora la vostra legge fosse approvata e m’impedisse di staccare ogni filo o tubicino che mi violentasse per mantenermi in vita contro la mia volonta', almeno abbiate la bonta’ di spegnere il riscaldamento e di chiudete la porta. Lasciatemi morire di freddo come avete fatto con quelle persone ed io ve ne saro’ grata.

Chiara di Notte

“L’interruzione di procedure mediche dolorose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati ottenuti può essere legittima. Si rinuncia all’accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni spettano al paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o altrimenti a coloro che ne hanno legalmente diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.”

(Cardinal Joseph Ratzinger, Catechismo della Chiesa cattolica, 1994, par. 2278)

martedì 10 febbraio 2009

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Quanti bambini?

Sono consapevole che il mio stato d’animo riguardi solo me ed un ristrettissimo gruppo di persone, ma oggi non posso fare a meno di esprimerlo almeno in questo luogo che, anche se frequentato da chi con me ha poco a che fare, rappresenta pur sempre una specie di diario personale. Nei giorni passati sono stata in silenzio su una certa vicenda. Non ho voluto scrivere niente riguardo a cio’ che ha coinvolto le coscienze, le istituzioni, i mass media, i blog con un’intensita’ tale che in Italia non si vedeva da moltissimi anni.

Ho creduto che, aggiungere anche la mia voce, sarebbe stato superfluo oltreche’ non in linea con la mia sensibilita’, ed ormai c’era in giro una tale baraonda che, su fatti privati che avrebbero dovuto riguardare solo l’intimita’ dei familiari della povera ragazza, pareva fosse stato montato un circo in cui tutti stavano dando il loro ignobile spettacolo di protagonismo. Uno spettacolo che, ahime', credo non sia ancora terminato.

Anche in questa occasione l’italico popolo non ha mancato di mostrarsi per quello che e’, e non mi sorprende che la situazione sociale, economica e culturale in cui sguazza sia molto piu’ simile a quella di un paese del Terzo Mondo che a quella di un Paese civile, come cercano di spacciarlo.

Resto sempre piu’ dell’idea che i valori in Italia siano totalmente distorti, marci, putrescenti o addirittura assenti, e che ogni fatto, dal piu’ stupido al piu’ serio, venga affrontato come un match calcistico, oppure come una puntata dell’Isola dei Famosi o del Grande Fratello, con squadre, tifosi, striscioni, bandiere.

E mi chiedo: quante centinaia di bambini rom, quante migliaia di bambini palestinesi, quanti milioni di bambini del mondo, ai quali non sono garantite ne’ la vita, ne’ la dignita’, ne’ una ciotola di cibo dovranno soffrire, ed anche morire, perche' l'italica coscienza possa riempirsi la bocca d’ipocrisia come ha fatto in questi giorni nei confronti di chi aveva gia’ cessato di vivere 17 anni fa?

domenica 8 febbraio 2009

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Favola di Venezia

Camminavamo lungo la Riva dei Partigiani ed io mi perdevo ad ammirarti, rapita dalla tua straordinaria bellezza. Le prime ombre della sera gia’ facevano capolino sulla Laguna e la sagoma controluce di San Giorgio Maggiore, in lontananza, si stagliava nitida contro il cielo, mentre il sole s’inabissava alle sue spalle. In prossimita’ del ponte senza nome che unisce i Giardini al Parco delle Rimembranze, scegliemmo una panchina e ci sedemmo a guardare l’acqua. Non eravamo sole. Altre vite, altre storie, si mescolavano intrecciandosi alle nostre. Su un’altra panchina, poco lontano, due giovani innamorati si scambiavano tenerezze e baci, indifferenti alla nostra presenza. Restammo ad osservarli a lungo senza dirci una sola parola.

Abitavamo l’una di fronte all’altra. Gia’ avevamo avuto modo di notarci. A Venezia e’ impossibile che cio’ non accada ed era anche capitato, io lo so, che dalla tua finestra a volte mi avessi vista quando avevo fatto sesso con qualche mio partner occasionale che, quando non avevo un legame stabile, mi era utile per sentirmi meno sola. Ma non avevamo mai avuto occasione di parlarci. Perlomeno non fino a quella mattina, quando c’eravamo incontrate, forse per caso, forse no, all’imbarcadero di San Toma’.

Me ne stavo seduta nell’attesa del vaporetto, intenta a leggere un libro. Ti sedesti accanto a me, curiosa, cercando di capire cosa stavo leggendo ed io, contrariamente alle mie abitudini, iniziai a parlarti. Mi piacesti subito ed anch’io capii di non esserti indifferente. Trascorremmo l’intera mattinata parlandoci di noi e, nonostante le iniziali intenzioni di stare insieme solo per il tragitto fino a San Marco, quando arrivo’ il momento di salutarci decidemmo di prenderci una giornata di vacanza e di passarla in giro per la citta’. Ed alla fine ci ritrovammo li’, sedute su una panchina dei Giardini, a guardare il tramonto come se ci conoscessimo da sempre.

- Ti piace leggere? - mi chiedesti fissando un punto imprecisato dell’orizzonte.
- Si’, mi piace moltissimo.
- E leggi molti libri?
- Si’, abbastanza, trovo nella lettura una fonte inesauribile di sensazioni e d’emozioni delle quali sono avida. Si vede che le mie, da sole, non bastano ad appagarmi ed allora vado alla ricerca anche di quelle altrui.
- Immagino possiederai una vasta biblioteca.
- Per la verita’ non e’ cosi’. Non conservo molti libri. Una volta che li ho letti, li regalo. In fondo, il vero significato di un libro sta in cio’ che esso ci trasmette... in cio’ che si acquisisce quando lo leggiamo. Per il resto e’ solo un oggetto che resta ad ammuffire in uno scaffale.
- E per quale motivo li regali?
- Perche’ nel leggerli qualcuno possa condividere quelle sensazioni che ho provato io. E’ un modo che ho… di amare. Non regalo mai libri che non ho letto e non li regalo a chiunque, sai?
- Ed a me regaleresti un libro che hai letto? – la tua voce divenne dolce ed invitante e vi lessi dentro lo stesso desiderio che avevo anche io.
- Si', a te lo regalerei. Ne ho uno a casa che credo ti piacerebbe: “Memorie del sottosuolo”. Hai mai letto qualche libro di Dostoevskij?
- No, mai… pero' mi piacerebbe leggerlo.
- Beh… c’e’ sempre una prima volta…
- Di cosa parla?
- E’ uno strano libro, diviso in due parti. La prima puo’ apparire noiosa ma serve poi a capire meglio la seconda; e’ un monologo dove l’autore esprime un giudizio molto critico sull'individuo che, secondo lui, avrebbe un desiderio inconscio di sofferenza, di sporcizia e d’autopunizione che ne’ la ragione ne’, tanto meno, la fede potranno mai arginare. La seconda parte e’ invece un racconto autobiografico. L'autore diventa il protagonista della vicenda e confessa alcune squallide azioni che ha compiuto durante la sua vita, dimostrando come anche una persona colta, istruita e educata puo' essere, in realta’, succube delle pulsioni piu’ spregevoli e vivere nella disperazione, nella follia, nel dolore incancrenito in cattiveria, nel male assoluto: “Un mascalzone, il piu’ abietto, il piu’ ridicolo, il piu’ dappoco, il piu’ stupido, il piu’ invidioso di tutti i vermi della terra”. E cosi’ narra di un impiegato, fragile di carattere ed afflitto da un oscuro senso di colpa che, una notte “di neve bagnata”, ubriaco dopo un'ennesima umiliazione subita ad una cena con i suoi ex compagni di scuola, incontra Liza, una prostituta alle prime armi e la illude facendole credere di essere un benefattore in grado di cambiarle in meglio la vita. Ma dopo qualche giorno, quando Liza lo va a trovare, s'e’ scordato di tutto e la violenta, lasciandole poi, con disprezzo, del denaro.
- Bello?
- Si’, Dostoevskij ha la capacita’ di sondare l'animo umano in modo profondo e riesce a metterlo a nudo. Forse e’ per questo motivo che quasi tutti gli uomini ai quali ho proposto la lettura di quel libro mi hanno detto che non averlo apprezzato. Loro non amano molto guardarsi dentro. Persino nel libro e’ scritto che: “Ogni uomo ha dei ricordi che racconterebbe solo agli amici. Ha anche cose nella mente che non rivelerebbe neanche agli amici, ma solo a se stesso e in segreto. Ma ci sono altre cose che un uomo ha paura di rivelare persino a se stesso e ogni uomo perbene ha un certo numero di cose del genere accantonate nella mente”.
- E alla ragazza cosa accade?
- Liza alla fine rifiuta il denaro e fugge via in lacrime, delusa. E "l'uomo del sottosuolo", che la deride e la umilia, riceve da quella fanciulla priva di tutto fuorche’ della capacita’ d’amare, la stessa che lui e’ tragicamente condannato a non avere, una grandissima lezione di dignita’. Come in altri lavori di Dostoevskij e’ la “peccatrice” a rappresentare la figura positiva, mostrando una superiorita’ femminile che non puo' essere scalfita. Il fango, l'inferno, il male, non riescono a sporcarla, nemmeno quando vi e' dentro.
- Sembra interessante. Anche a me e’ accaduto di essere delusa... dagli uomini, voglio dire. Alcuni riescono a raggiungere punte di cinismo tali da sfiorare la violenza. Tu hai mai subito violenze o delusioni del genere?

Quella domanda mi colse alla sprovvista. Ebbi l’impressione che conoscessi quello che, del mio passato, neppure io desideravo piu’ ricordare, Per un attimo ne restai turbata, ma poi mi resi conto che la tua era solo una conseguenza logica del ragionamento che stavamo facendo.

- Capita a tutte, prima o poi. Ma, come Liza, dovremmo riuscire a mantenere la nostra dignita’ e a non sentirci sporche come vorrebbero gli “uomini del sottosuolo”.

Ci soffermammo ancora un po’ a guardare in silenzio gli uccelli marini che volteggiavano. Mentre con gli occhi rincorrevi i loro movimenti restai a fissarti incantata dai tuoi lineamenti, non a caso disegnati da quella dolcezza che avrei imparato a conoscere e che ti ha resa immortale nei miei ricordi.

L’aria inizio’ a rinfrescarsi. Decidemmo di tornare a casa e ci avviammo verso l’imbarcadero. Dinanzi a noi una bella ragazza camminava veloce per arrivare a chissa’ quale appuntamento. Entrambe la seguimmo con lo sguardo.

- Ti piacciono le donne? – mi chiedesti.
- Che?
- Ti ho chiesto se ti piacciono le donne.
- Beh, credevo che questo fosse ormai chiaro – risposi ridendo per quella tua inaspettata quanto improbabile ingenuita’.
- Ne hai amate molte?
- Non proprio. L’amore non e’ cosa che possa essere concessa frequentemente. E tu?
- Io?
- Si’, tu, ne hai amate molte?
- No, nessuna… ma mi piacerebbe che accadesse.
- Beh… c’e’ sempre una prima volta...

Quando scendemmo dal vaporetto alla fermata dove c’eravamo incontrate, Venezia era gia’ accesa dalle luci dei lampioni. Arrivate sul ponticello che separava le nostre fondamenta mi prendesti per mano e sorridesti. Ebbi un fremito di piacere. Sapevo gia’ dove volevi arrivare.

- Se vuoi possiamo andare a casa mia, cosi’ posso darti quel libro - ti dissi credendo di realizzare il tuo desiderio.

Ti azzittisti ma non so quanto tu fossi realmente sorpresa della mia proposta. Poi, ti stringesti a me incurante della gente che poteva vederci.

- Beh, non rispondi? - insistei.
- Non so se sia una buona idea…
- Perche’?
- Perche’ per me sarebbe davvero la prima volta.
- Significa che non vuoi?

Incrociai i tuoi occhi luminosi nei quali colsi la risposta. Poi, non curandomi dei passanti che transitavano, ti spinsi contro il muretto di protezione del ponte e, guidando la tua mano a sfiorare il mio seno, ti baciai. La tua bocca era morbida e di velluto. Contraccambiasti quel bacio e, fra le labbra, mormorasti il mio nome.

Le lenzuola del mio letto accolsero i nostri corpi. Ci sdraiammo sul fianco, l'una di fronte all'altra. Ci avvolgemmo con le braccia e rimanemmo strette a lungo, toccandoci, eccitate dal contatto della nostra pelle.

- A cosa pensi? - ti chiesi.
- Penso che voglio fare l'amore con te.

Poi ti girasti sul dorso, dischiudesti le cosce e ti abbandonasti.

Uno ama considerare solo il proprio dolore ma la propria felicita’ non la considera. Se facesse i calcoli come si deve, allora la vedrebbe che gli e’ stata data in sorte ciascuna parte. (Fëdor Dostoevskij - Memorie del sottosuolo)

giovedì 5 febbraio 2009

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Lo stupro

Giacevi nuda. Eri bloccata con la schiena sulla fredda terra ed uno di loro teneva la sua mano premuta sulla tua bocca perche’ non gridassi. Ti avevano gia’ tolto gli abiti, lacerandoli con i coltelli. Tutti e quattro erano su di giri. L’adrenalina, l'alcol e la cocaina creavano una miscela di sensazioni che gia’ conoscevano: esaltazione, euforia, onnipotenza. Roman, Manuel e Anton ti tenevano ferma mentre Daniel si era piazzato in modo da essere il primo. Si abbasso’ i pantaloni e le mutande.

Distese le mani sul tuo seno e prese a strizzarlo per eccitarsi. Iniziasti a dibatterti. Animata dalla forza della disperazione cercasti di liberare le braccia e le gambe, ma eri tenuta saldamente. Riuscisti, pero’, a sollevare per un attimo la testa e a liberarti della mano che ti soffocava. E gridasti con tutta la forza che avevi in gola.

Daniel ti assesto’ un manrovescio che quasi ti stordi’ e ti procuro’ una copiosa fuoriuscita di sangue dalla bocca.

- Stai ferma – ti disse – se fai la brava non ti ammazziamo. Facci divertire e ti lasciamo tornare a casa.

Ti divarico’ le cosce. Due dei suoi complici lo aiutarono a tenertele spalancate, mentre il terzo ti teneva ferma la testa. T'infilo’ un dito in profondita’. Non eri bagnata e questo lo irrito’. Si sputo’ della saliva nel palmo della mano, s’inumidi’ il membro in erezione e, agguantandoti per i fianchi ti tiro’ a se’. Poi, inarco’ la schiena ed entro’ in te.

Inizio’ a muoversi in modo forsennato e scomposto avanti ed indietro. Sudava e puzzava. Il respiro gli si fece ansimante. Cercava d’arrivare all’orgasmo ma la cocaina che aveva assunto agiva da ritardante. Continuo’ cosi’ per oltre quindici minuti, imprecando mentre gli amici intorno sghignazzavano come iene. Poi esplose e, scosso da fremiti di piacere, si accascio' sul tuo ventre.

Per tutto il tempo, non avevi mai smesso di piangere. Le umiliazioni e le botte t'avevano convinta ad arrenderti. Volevi che tutto finisse il prima possibile e restavi li’, immobile, afflosciata come una bambola rotta. Anton fu il secondo. Lui non s’inumidi’ con la saliva come aveva fatto Daniel e ti penetro’ con forza, lacerandoti dentro. Gemevi di dolore. Avevi le guance macchiate dal trucco disciolto dalle lacrime ed i tuoi seni ondeggiavano seguendo il movimento dei colpi che l'uomo t’infliggeva.

Dopo Anton tocco’ a Manuel che, invece di penetrarti, preferi’ manipolarsi ed eiacularti sul volto. Per ultimo tocco’ a Roman: il piu’ dotato dei quattro, ed anche il piu’ violento.

Eri priva di forze. Avevi tutto il corpo insudiciato di sperma di sangue e di terriccio. Non trovasti la forza per ribellarti neanche quando ti fecero girare e ti obbligarono metterti a faccia in giu’, con il bacino spinto in alto e con le braccia distese in avanti.

Roman ti si colloco’ alle spalle. Intuisti le sue intenzioni e serrasti le natiche cercando d’impedirgli di penetrarti in quel modo. Tentasti ancora di divincolarti ma Daniel, con un cazzotto ben assestato in pieno volto, ti fece desistere da quell’inutile ribellione, costringendoti a subire anche quell’oltraggio.

Mormorasti - Vi prego, vi prego… abbiate pieta’.

Roman abuso’ ancora di te nel modo in cui piu’ gli piaceva. Poi, ripresero a violentarti a turno e quando non furono piu' in grado di farlo con i loro corpi usarono una bottiglia ed altri oggetti, prendendoti a pugni e schiaffi e martellandoti di calci. Fino a quando tutto fu finito.

Ti lasciarono li’, distesa, con il volto tumefatto ed il corpo massacrato. Non ti buttarono addosso neppure un cencio per coprirti, e presero dalla tua borsetta il denaro ed il telefonino che, ormai, non ti sarebbero piu’ serviti.

mercoledì 4 febbraio 2009

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Ricominciamo da capo

Capita che, a volte, trascorra dei periodi in cui mi appare chiara tutta quanta l'inutilita' del mio essere qui. E per “qui” intendo proprio qui, dove sono adesso, a scrivere rivolgendomi ad un pubblico fantasma che sta dall'altra parte, che mi osserva guardandomi da un buco della serratura che ha la forma di uno schermo e che si attende da me qualcosa… ma cosa? La politica, i fatti di cronaca, le guerre, il razzismo, le violenze, gli stupri, Berlusconi, Veltroni, i fascisti i comunisti, Obama, l’Islam... attingendo notizie alle fonti ove tutti vanno ad attingerle, scrivendo le stesse cose che tutti scrivono, stabilendo quali siano quelle giuste… quelle sbagliate.

Misurando l’esistenza con un metro che non potra’ mai essere valido per nessuno, se non per noi stessi, diamo inizio a discussioni infinite sul sesso degli angeli. Con voli pindarici di dialettica, facciamo a gara “a chi la spunta”, arringando alla folla virtuale, tentando di convincere il mondo della validita’ delle nostre tesi oppure delle nostre profezie.

Ormai le rivoluzioni si fanno qui, i partiti politici si fondano qui, la lotta di classe, le schermaglie fra tifoserie… persino i litigi fra innamorati. Tutto viene fatto qui, al riparo delle mura domestiche, seduti col grasso culo al caldo, senza rischiare un lembo di pelle e neppure un fottutissimo euro.

Parole, parole, parole. Oggi piu' che mai le parole diventano suoni inutili ai quali nessuno piu' fa caso. Quante parole. Quanto tempo perso. Quanto egoismo mascherato da altruismo. E tutto per cosa, poi? Per farsi accettare da una platea di fantasmi che sta dall'altra parte dello schermo?

Pero’, vuoi mettere? In questo modo c’illudiamo di cambiare il mondo, sogniamo di salvare l'umanita', ci sentiamo protagonisti… sticazzi! In questo modo immaginiamo d’essere eroi, scienziati, poeti, navigatori, santi. Recitando la parte che piu’ si addice a noi, siamo tutti coraggiosi, esperti, intelligenti…

Ed invece non siamo in grado neppure di aiutare il vecchio barbone che muore di freddo sulla panchina sottocasa e neppure la piccola zingara che, seduta fuori dal supermercato, tende la sua mano. Anzi, lasciamo che quelle persone vengano date alle fiamme continuando a crogiolarci nelle parole.

Forse abbiamo troppe pretese. Forse ci attendiamo troppo da questo mezzo virtuale; forse pretendiamo troppo persino da noi stessi. Dovremmo accontentarci. Per quanto possiamo essere bravi a scrivere, bravi a litigare, bravi a farci ascoltare, bravi a "saperla piu' lunga", dobbiamo renderci conto che non possiamo salvare il mondo. Anche se crediamo d’essere eroi, poeti, navigatori e santi, siamo solo caccole sparse in un mondo di cartone in cui ciascuno si e’ costruito il suo piccolo feudo d’inutilita’.

Dovremmo invece ritrovare l'umilta' che Google e Wikipedia ci hanno fatto smarrire. Dovremmo tornare a respirare l’aria della realta’, allontanarci dalla finzione e riappropriarci della vita. Quella vera. Quella fatta di respiro, di carne e di sangue. Quella in cui, anche se non riusciamo a salvare il mondo dalla fame e dalle guerre, possiamo almeno provare un po’ di gioia nel vedere un lampo di felicita’ negli occhi del vecchio barbone o della piccola zingara.

E se proprio vogliamo ancora credere al virtuale, se proprio siamo certi che il web possa essere ancora utile, accontentiamoci di fare le piccole cose. Iniziamo intanto a far quello che, almeno, ci rende umani. Iniziamo a provare empatia per il prossimo. E poi, ricominciamo da capo.

lunedì 2 febbraio 2009

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Il caso Ana Dragicević

Il lesbismo, per molti, e’ piu’ di una malattia; e’ una minaccia che puo’ potenzialmente sconvolgere l’ordine prestabilito sul quale si basa la societa’ patriarcale. Diversamente dall’omosessualita’ maschile, che spesso e’ oggetto di sbeffeggiamento sia da parte degli “individui immuni” (coloro che sono dotati di un forte sistema immunitario formatosi negli anni a seguito della visione multipla di tutti i film di 007), sia da parte dei “portatori sani” (coloro che ad un primo sguardo sembrano immuni ma poi li trovi casualmente a contrattare il prezzo con i viados), il lesbismo fa paura. Qualora, infatti, “la malattia” prendesse veramente campo, e l’infezione dovesse diffondersi largamente fra le donne del mondo, si prospetterebbe per l’homunculus masculino un tetro futuro a base di seghe.

Ecco dunque che, alcuni genitori, scelgono di ricoverare la figlia che confessa loro le sue bieche tendenze che la fanno essere molto piu’ attratta da un bel paio di tette che da un grosso pisello. E’ questo il caso dei genitori di Ana Dragicević, ventunenne che vive nella citta’ di Rijeka in Croazia, i quali, quando lei aveva sedici anni, l'hanno fatta ricoverare nell'istituto per disabili mentali di Lopac per curare quella che essi ritenevano (come detto anche dalla Binetti) una malattia mentale; adducendo pero’ la tossicodipendenza come motivazione, nonostante Ana non avesse mai usato alcun tipo di droga.

La capo istituto dell'epoca, Mirjiana Vulin, sicuramente una nostalgica di Ante Pavelić, con metodi degni degli Ustaše ha costetto Ana a dichiarare il falso, cioe' di essere tossicodipendente, ed ha fatto durare il trattamento rieducativo ben oltre il normale periodo previsto in Croazia per la tossicodipendenza, che e’ da uno a due anni. In realta’, la Vulin, per tutto il tempo si e’ accanita a curare Ana per la sua omosessualita', la quale, quando le veniva chiesto "chi sceglieresti come partner, un uomo o una donna?" doveva rispondere “un uomo”, cosicche’ potesse essere registrato un progresso nel trattamento.

Cosi’, Ana Dragicević, ha passato cinque anni della sua vita rinchiusa in manicomio. Le condizioni in cui l'hanno costretta sono state orribili: ha vissuto insieme ai malati di schizofrenia, spesso legata in una camicia di forza, sottoposta a cure di psicofarmaci a base d’iniezioni e pillole, ed ovviamente trattata come una pazza. "Mi davano delle pillole che mi facevano girare gli occhi all'insu’. Quando vidi che effetto facevano su uno schizofrenico, rimasi terrorizzata", ha raccontato Ana al Jutarnji, il quotidiano croato che sta seguendo la sua vicenda.

A farla uscire dall’ospedale ci ha dovuto pensare il Ministro della salute Darko Milinović in seguito ad una sentenza della corte distrettuale di Fiume che ha ritenuto illegale l’ignobile “reclusione” della ragazza, e che ha anche incriminato la responsabile dell’ospedale psichiatrico. Ma l’adolescenza di Ana e’ stata ormai rovinata. Non ha potuto terminare la scuola, ed oggi vive le conseguenze fisiche e psicologiche di cio’ che ha trascorso; ridotta a 47 chili, ha incubi ogni notte, e' senza soldi ed e' stata abbandonata dalla sua famiglia. Ha tentato di trovare un lavoro ma, a causa dei suoi problemi di salute, e’ stata licenziata. Vive sola e priva di una vita sociale. Qualcuno ha pagato per lei l’iscrizione a scuola affinche’ possa completare i suoi studi, ma le mancano i soldi per vivere. Cibo, vestiti, tutto…

Le e’ stata rubata la vita solo perche’ ha dichiarato ai genitori la sua omosessualita’. Nonostante tutte le difficolta’ Ana, pero’, non si arrende. Chi si sentisse di darle una mano, anche piccola, piccolissima, che possa servirle soltanto per farle capire che non e’ sola, puo’ prendere contatto con:

Lesbian Organization Rijeka - LORI

Dolac 8
51 000 Rijeka, Croatia
Tel/fax: +385.51.212186
Mob: +385.91.5934133
E-mail: loricure@yahoo.com

Guarda Laura che non devi avere più paura
Cosa provi per la tua... migliore amica,
quel tuo avere in gran segreto un'altra vita!
Guarda Laura che tua mamma non l'ha ancora capito
Chi c'è chiusa dentro di te
Chi è l'altra parte di te
che se ne sbatte del giudizio di tutta questa gente
che ti dice... prepotente...
Tu sei diversa
Tu, sei diversa
Tu! Sei diversa
Tu! E invece
Resta come sei è la tua vita
Non cambiare mai è la tua sfida!
Resta come sei tu sai amare
Non cambiare mai non fai del male!
Guarda Laura che non devi avere più paura
Lascia perdere chi pensa che ci sia una cura,
non ci credere a chi è vittima della sua cultura!
(Resta Come sei - Dolcenera)

domenica 1 febbraio 2009

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Fată de ţigan

C’e’ stato un momento in cui hai iniziato a capire, dagli sguardi degli uomini, d’essere oggetto delle loro attenzioni. Morbosamente, talvolta in modo maniacale, ti hanno desiderata. Hanno voluto possederti, comprarti, e tu sei stata al loro gioco. Ti sei resa conto molto presto di quale era il loro fine e, quindi, anche del tuo ruolo. Eri eccitata da quel potere che sapevi di controllare: quello della seduzione.

Hai imparato molto presto a cavartela da sola trovando la forza ed il coraggio necessari per reagire e superare gli ostacoli che la vita ha posto, di quando in quando, sul tuo cammino. Se adesso guardi indietro, pero’, riemergono immagini di un passato che per lungo tempo hai cercato di rimuovere, e ti rendi conto di quanto gli uomini possono essere malvagi, spietati, brutali fino al punto di arrivare, per soddisfare i loro istinti, a fare a pezzi i sogni innocenti persino di una bambina.

Tua madre ti ha avuta da un padre che non ha mai desiderato una figlia; e neanche una moglie. Per lungo tempo ti ha convinta che le donne fossero solo prede, sempre a rischio dei maschi e dei loro indomabili desideri. Ti ha perseguitata con le sue ossessioni e con una rigida educazione. Ha sempre preteso che tu fossi la migliore. Perfetta icona che le serviva per riscattarsi, dovendo dimostrare a tutti che anche una ragazza madre poteva crescere la miglior figlia del mondo. Ed e’ per questo che, forse, non le hai mai confessato di quando il suo compagno tento’ di approfittare di te.

Eri un'adolescente. Ti ritrovasti le sue mani addosso. Dalla tua memoria hai cancellato quel volto, ma ricordi ancora la forza opprimente con la quale t’imprigionava e quel suo respiro pesante. A quel tempo non capivi… o forse si’, ma sapevi che tutto cio’ era sbagliato. Quella volgarita’ animalesca ti spavento’. Nonostante il peso del suo corpo ti schiacciasse, riuscisti in qualche modo a divincolarti, a sgusciare via, a sottrarti alla violenza. E quel gesto disperato, fortunatamente, ti risparmia oggi da ricordi assai piu’ dolorosi.

Tentasti di avvertire tua madre. Le dicesti che quell’uomo non ti piaceva. Cercasti di convincerla ad allontanarlo dalla vostra vita, ma non volle ascoltarti. Penso’ che la tua fosse solo la stizza di una ragazzina gelosa ed allora capisti che neanche a casa tua avresti trovato la protezione della quale sentivi il bisogno.

Fu cosi’ che te ne andasti. Fu quella la prima fuga, e ce ne sarebbero state tante altre, dopo, ogni volta in cui avresti sentito la sicurezza sfuggir via dalla tua vita. Come una zingara, eterna girovaga, avresti tagliato i ponti col passato, ricominciando altrove. Fino a quando, giungendo un giorno anche tu in quella citta’ invisibile in cui gli uomini non hanno il diritto d'entrare, hai scoperto che la serenita’ non abitava poi cosi’ distante da dove avevi iniziato il tuo viaggio.

"O, soţ iubit şi prinţ al meu,
Mi-ai spus acum un an
Că vrei să-ţi fiu stăpână eu,
O fată de ţigan!"

(Miron Radu Paraschivescu - Cântic De Paj)

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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