martedì 17 novembre 2009

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La storia di Tündér e del coltellino magico

Era e non era, tanto tempo fa che se n’e’ perfino perso il ricordo, un ricco proprietario di terre che aveva al servizio due contadini tzigani, marito e moglie. Costoro erano anziani e non avevano figli, ma entrambi continuavano a sperare che prima o poi ne sarebbe arrivato uno… ma invano. Pero’, nonostante l’eta’, accadde che un giorno il loro desiderio fu esaudito e venne al mondo una bellissima bambina che chiamarono Tündér. Ed accadde anche che, nello stesso giorno, nella stessa ora, nello stesso minuto, anche la giovane moglie del padrone desse alla luce un bambino, al quale fu dato il nome Rezsö.

Si dice che quando un bimbo ed una bimba nascono nello stesso giorno, nella stessa ora e nello stesso minuto, la vita li abbia destinati l’uno all’altra. Fin quando furono piccoli Rezsö e Tündér giocarono insieme e quando furono piu’ grandi, Rezsö, che andava a scuola in carrozza, faceva salire tutti i giorni Tündér accanto a se’, e non contento di risparmiarle la strada, divideva con lei il pane ed i dolci che gli davano per la merenda. Un giorno, la padrona preoccupata disse a suo marito:

- Non capisco perche’ Rezsö mangi cosi’ tanto e non ingrassi.

Una domestica la senti’ ed intervenne.

- Come puo’ ingrassare se il suo cibo lo regala a Tündér? La fa salire ogni giorno in carrozza per andare a scuola, e poi le dona il pane ed i dolci che dovrebbero servirgli per la merenda.

Il padrone, nel sapere questo, si arrabbio’ moltissimo e proibi’ al figlio di vedere ancora la figlia del contadino tzigano. Alla fine dell’anno, i ragazzi portarono a casa le pagelle; Tündér aveva voti bellissimi, mentre Rezsö aveva preso appena la sufficienza. Il padrone, molto scontento, corse dal maestro.

- Perche’ la figlia del contadino ha voti migliori di quelli di mio figlio?
- Ultimamente - rispose il maestro - Rezsö non e’ piu’ lo stesso. Una volta imparava bene come Tündér, ma da quando gli e’ stato proibito di parlarle, Rezsö e’ diventato distratto e triste. Non c’e’ materia che gli piaccia e l’attiri.

Cosi’ il padrone fece chiamare il contadino.

- Non voglio che tua figlia stia nella stessa classe di mio figlio, ti ordino di toglierla subito dalla scuola.
- Ma dove vuoi che la mandi? Non ci sono altre scuole nei dintorni.
- Da quando in qua una tzigana ha bisogno di andare a scuola? - grido’ il padrone esasperato - Il lavoro nei miei campi procede lentamente, e intanto tua figlia spreca il suo tempo sui banchi di scuola! Da domani le farai portare le vacche al pascolo.

Quando lo tzigano informo’ la famiglia degli ordini del padrone, la madre di Tündér si mise a piangere, ma la ragazza la consolo’.

- Non fa niente! So gia’ leggere e scrivere ed ora posso anche portare le vacche al pascolo.

E la mattina dopo, invece di recarsi a scuola come tutti gli altri bambini del villaggio, Tündér porto’ a pascolare le vacche. Quando Rezsö pero’ seppe dov’era la sua amica, chiese al cocchiere di accompagnarlo da lei, le si sedette accanto sull’erba e disse:

- Poiche’ tu non hai diritto di venire a scuola con me, io verro’ a pascolare le vacche con te.
- No - rispose Tündér. - Tu devi andare a scuola, altrimenti tuo padre si arrabbiera’.

Ma non ci fu niente da fare. Rezsö rimase con Tündér fino a sera inoltrata e torno’ da lei il giorno dopo e quello seguente. Al quarto giorno pero’ il maestro, non vedendolo, si reco’ alla fattoria per chiedere sue notizie. Il padrone interrogo’ il cocchiere e per poco non si strozzo’ dalla rabbia quando venne a sapere che suo figlio aveva voluto, gia’ da tre giorni, essere condotto nei campi. Poi mando’ a chiamare il contadino e gli ordino’ di scacciare immediatamente la figlia oppure di lasciare la fattoria con tutta la famiglia. Quando a casa gli tzigani ebbero la notizia, la madre si mise a piangere, e Tündér prese una decisione.

- Non piangere, mamma. Nessuno vi scaccera’ di casa. Me ne vado io. Non temere, non mi perdero’ girando per il mondo.

Cosi’ la madre le preparo’ del cibo per il lungo viaggio, e Tündér se ne ando’. Per strada, prima di uscire dal villaggio, pero’, incrocio’ la carrozza con a bordo Rezsö che quando la vide grido’:

- Dove stai andando, Tünder?
- Vado in giro per il mondo perche’ tuo padre non vuole che resti qui. Addio, Rezsö.
- Ti attendero’! - grido’ il bambino - Quando saro’ grande non sposero’ nessuna all’infuori di te. Non dimenticarlo!

In quel momento il cocchiere, schioccando la frusta, fece partire la carrozza in una nuvola di polvere e Tündér riprese il viaggio. Dopo aver camminato per tutto il giorno, la ragazza giunse ad un ruscello attraversato da una passerella molto stretta. Stava quasi per salirvi sopra quando, dall’altra parte, vide una vecchietta che spingeva davanti a se’ un grande branco di oche.

- Aspetta che abbia fatto passare le mie oche! - grido’ la vecchia.

Tündér non aveva fretta e cosi’ si mise seduta per terra ad attendere pazientemente. La passerella era cosi’ stretta che le oche dovevano attraversarla una per una in fila indiana. Iniziava a far buio e le oche non erano ancora passate tutte. Tündér adagio’ la testa contro una pietra e si addormento’. Al suo risveglio era l’alba e le oche non avevano ancora finito di passare, percio’ la ragazza apri’ il fagotto preparato da sua madre e fece colazione. Poi, vedendo che le oche sull’altra riva continuavano a crescere, invece di diminuire, si distese sotto un albero e si riaddormento’. Quando si sveglio’ la passerella era finalmente libera, e la vecchietta era li’ accanto a lei.

- Le mie oche sono passate tutte. Ora tocca a te – disse la vecchietta - ma prima rispondimi sinceramente: ti sei innervosita per aver dovuto aspettare tutto questo tempo?
- Nemmeno un po’ - rispose Tündér con un sorriso - Vado in giro per il mondo senza una meta e non ho fretta.
- Sei saggia a non avere fretta, e sei anche gentile a non lamentarti - disse a quel punto la vecchia molto soddisfatta - Se ti fossi mostrata impaziente o se ti fossi lamentata, saresti stata punita. Ma siccome hai aspettato senza dir nulla, avrai una ricompensa.

Alzo’ cosi’ la bacchetta e colpi’ bruscamente Tündér sulle mani. La ragazza lancio’ un grido di dolore.

- Questo colpo ti portera’ fortuna - riprese la vecchia - e d’ora in poi tutto quello che farai nella vita, ti riuscira’ sempre bene.

E con queste parole, come per magia, scomparve. Tündér si guardo’ le mani doloranti e striate di rosso, se le stropiccio’ un po’ e non ci penso’ piu’. Poi attraverso’ il ruscello e riprese il viaggio. A sera giunse in una grande citta’. Girando senza sapere dove andare si trovo’ davanti ad una casa che portava l’insegna di una sartoria. “E se imparassi a fare la sarta?“ penso’. Quindi busso’ alla porta.

- Che cosa cerchi, ragazza?
- Vorrei imparare a fare la sarta.
- Perche’ no? - rispose la padrona della sartoria - Se il lavoro ti piace, imparerai un buon mestiere.

Fece entrare Tündér e le diede da mangiare. Poi l’accompagno’ in una cameretta per la notte. La mattina dopo la sveglio’ di buon ora e la condusse nel laboratorio dove stavano lavorando altre giovani apprendiste.

- Guarda che abiti fabbricano le mie allieve. Se ti piace lavorare e ci metterai passione, anche tu sarai capace di farne di cosi’ belli, e se ti applichi, fra tre o quattro mesi sarai brava come loro.

Poi la condusse nel proprio laboratorio.

- Io lavoro qui … ecco, guarda: questa e’ la mia ultima creazione - disse mostrandole con orgoglio uno stupendo vestito degno di un sovrano, tutto intessuto d’oro e d’argento - Il re in persona me l’ha ordinato. Nessun altra all’infuori di me, in questa citta’, e’ in grado di fare qualcosa di simile. Tu non ne saresti mai capace, neanche se vi consacrassi la vita intera.
- Come puoi dirlo? - disse Tündér con un sorriso – Tu fammi lavorare e questo vestito lo finiro’ io.
- Sei una spocchiosa, arrogante e vanitosa! - disse la sarta arrabbiandosi - Sarei quasi tentata di mandarti via … pero’, accetto la tua sfida. Ti chiudero’ qui dentro, e se il vestito non sara’ pronto per stasera e non sara’ fatto come deve essere fatto, ti mettero’ alla porta.

Chiuse Tündér nel laboratorio e se ne ando’. La ragazza esamino’ il vestito da finire, poi inizio’ a lavorare. Sentiva d’essere capace di fare quello che aveva promesso; senza che sapesse come o perche’, le sue mani sceglievano sempre l’arnese giusto, le forbici, l’ago, il filo ed usavano il tutto con grande maestria… e poco dopo l’opera era terminata. Quando, a sera, la sarta entro’ nel laboratorio, non pote’ quasi credere ai suoi occhi. Aveva calcolato di dover lavorare ancora alcune settimane a quel vestito, e ad un tratto lo vedeva finito… percio’ dovette ammettere che non sarebbe stata capace di fare altrettanto.

- Se sei riuscita a compiere questo capolavoro senza l’aiuto di nessuno sei una grande sarta - disse - Resta con me e divieni mia socia. Divideremo onestamente il denaro guadagnato.

Tündér accetto’ felice, ma quando il re pago’ per il vestito, la sarta le diede meno del dovuto. A Tündér pero’ il mestiere piaceva; metteva da parte il denaro che guadagnava ripromettendosi di tornare a casa un giorno con un bel gruzzolo per aiutare i genitori. Ma presto la ragazza si accorse che la maestra esagerava nel derubarla e decise di lasciarla.

Un giorno, mentre andava in giro per la citta’, passo’ davanti alla bottega di un intagliatore. “Potrei diventare intagliatrice“ disse fra se’ e se’, e busso’ alla porta. L’intagliatore accetto’ volentieri di accogliere Tündér come apprendista. Le fece prima di tutto visitare il laboratorio degli allievi e poi la introdusse nel suo. In mezzo alla stanza, Tündér vide un altare ancora incompiuto.

- Il re in persona mi ha ordinato questo altare per la nuova chiesa che sta facendo costruire. Suo figlio, il principe, e’ molto malato ed egli spera di salvarlo con questo dono. Non c’e’, in tutta la citta’, un intagliatore che sia piu’ abile di me. Tu non saresti mai capace di fare un lavoro come il mio nemmeno se vi dedicassi tutta la vita.
- Come puoi dirlo? - disse Tündér con un sorriso - Tu fammi lavorare e finiro’ io questo altare.

L’intagliatore si arrabbio’.

- Non sei nemmeno apprendista e pretendi di sapere gia’ quanto me? Ma per questa volta ti voglio prendere in parola: ti chiudero’ qui dentro fino a sera, e guai a te se non finirai l’altare e non ne farai un capolavoro.

Rinchiuse la ragazza e se ne ando’. Appena Tündér si trovo’ da sola nel laboratorio, si mise al lavoro con entusiasmo. Inizio’ ad intagliare angeli e santi cosi’ belli che sembravano vivi. Quando le sculture furono pronte, le rivesti’ di seta e di broccato, tagliando e cucendo le loro vesti con maestria come aveva imparato a fare nel laboratorio della sarta. Poi ricopri’ con la foglia d’oro le parti rimaste scoperte… e l’altare fu finito. Tündér smise di lavorare ed ammiro’ la sua opera con soddisfazione. Ad un tratto ebbe l’impressione che uno degli angeli avesse fatto un leggero movimento. Ed infatti l’angelo apri’ la bocca e disse:

- Davvero un bel lavoro, Tündér. Raramente qualcuno ha saputo fare di me un’immagine cosi bella e reale. Per questo ti ricompensero’: dammi il coltellino che hai usato per intagliarmi.

Tündér, senza parole per lo stupore, porse il coltellino all’angelo e lui lo tocco’ col suo dito dorato.

- D’ora in poi - disse restituendo il coltellino - ogni volta che con questo toccherai un oggetto morto, lo farai vivere.

E con queste parole, l’angelo torno ad essere un’immagine dorata intagliata nell’altare, immobile fra le altre statue. Quando, a sera, il maestro torno’ in laboratorio e vide l’altare terminato, quasi non pote’ credere ai propri occhi.

- Hai finito tu questo altare? - grido’.
- Si’ - disse la ragazza orgogliosa.

Ma siccome l’uomo continuava ad essere incredulo, Tündér prese con tranquillita’ un pezzo di legno e, sotto i suoi occhi, ne ricavo’ una magnifica testa di santo.

- Resta con me, ti prego, sarai mia socia - propose l’intagliatore - e divideremo onestamente i nostri guadagni.

Tündér accetto’. Il re, stupefatto dalla bellezza dell’altare, pago’ addirittura piu’ di quanto aveva pattuito all’intagliatore ma anche lui, come gia’ la sarta, tenne per se’ la maggiore parte di denaro. Pochi giorni dopo, pero’, il principe invece di guarire mori’ all’improvviso ed il re, che era superstizioso, penso’ che la colpa fosse di chi aveva costruito l’altare. E si convinse talmente di questo sospetto che fece chiamare l’intagliatore, e quando l’uomo si presento’, gli si scaglio’ contro.

- Sono sicuro che la mia preghiera non e’ stata esaudita perche’ tu sei cattivo ed il tuo lavoro ha contaminato la chiesa.

Il povero scultore ebbe cosi’ tanta paura che confesso’ di non essere stato lui ad eseguire il lavoro, ma la sua socia.

- E’ una tzigana - disse - e’ tutta colpa sua!

Il re ordino’, quindi, che Tündér fosse portata al suo cospetto.

- L’hai scolpito tu, l’altare?
- Si’ - rispose la ragazza.
- Tu e il tuo maestro siete malvagi, e credo che la cosa migliore sia farvi impiccare tutti e due.

Tündér allora supplico’ il re di lasciarle almeno vedere il principe morto. Il re acconsenti’ e fece condurre Tündér nella camera dove avevano esposto il principe. Cosi’, mentre il maestro con i ferri ai polsi attendeva nel corridoio, Tündér entro’ nella stanza dove era esposto il principe. Lo guardo’, sembrava addormentato e chiese che la lasciassero per un momento sola con lui. La guardia che l’accompagnava usci’ ed il maestro, vedendo che Tündér era restata sola, fu preso dalla curiosita’ e si avvicinò alla porta per spiare dal buco della serratura. Vide cosi’ la ragazza che estraeva dalle pieghe della gonna il coltellino e, avvicinatasi al principe, gli pungeva la mano. In quell’istante il fanciullo si alzo’ come se si risvegliasse da un lungo sonno.

- Ma… dove sono? – disse stupito guardando Tündér, e poi domando’ - Tu chi sei? Non ti ho mai vista.

Tündér, senza dire niente, lo prese per mano ed apri’ la porta, poi lo condusse da suo padre, ed il re, vedendo che il figlio era vivo e vegeto, pazzo di gioia, ricopri’ la ragazza di regali e dette l’ordine di liberarla insieme col maestro. L’intagliatore, pero’, non fece parola con nessuno di quel che aveva visto attraverso il buco della serratura.

Accadde che, poco dopo, anche la sorellina del principe fu colpita a sua volta da una malattia mortale e una sera, per tutta la citta’, si sentirono le campane suonare a morto. Allora L’intagliatore disse fra se’ e se’: “Stavolta tocca a me tentare la sorte!”. Si reco’ quindi dal sovrano e gli chiese il permesso di restare un istante solo con la bambina morta. Il re si ricordo’ che era stata la sua socia, dopo aver fatto la stessa richiesta, che aveva resuscitato il principe e cosi’ fece condurre l’intagliatore presso la principessina. Rimasto solo con lei, l’uomo tiro’ fuori dalla tasca un coltellino e punse la mano della bambina… ma non accadde nulla. Punse la mano un’altra volta, ma la principessa resto’ immobile. Preso dallo sgomento allora, lancio’ un grido che fece accorrere le guardie che, vedendolo con il coltellino in mano, gli legarono le braccia e le gambe e lo gettarono in prigione. E quando il re seppe quel che era successo, lo condanno’ a morte. L’esecuzione doveva aver luogo sulla pubblica piazza, ma nel momento in cui il boia si apprestava ad eseguire la sentenza, Tündér, uscendo dalla folla, ando’ a gettarsi ai piedi del re.

- Abbiate pieta’! – supplico’ - Quest’uomo e’ innocente. Concedetegli la vita ed io vi prometto di risuscitare la bambina.

Il re riconobbe la ragazza che aveva restituito la vita all’altro suo figlio e fece sospendere l’esecuzione, Condusse egli stesso Tündér presso la principessina, ma non volle lasciare la stanza. Tündér protesto’ e disse che se non fosse rimasta sola, la bambina non avrebbe mai ricuperato la vita e soltanto allora il re si decise a uscire, ma resto’ vicino alla porta pronto ad aprire all’improvviso per vedere che cosa succedeva. Pero’ non ne ebbe il tempo. Passo’ solo qualche secondo e Tündér tenendo per mano la principessa, usci’. L’avvenimento fu festeggiato in tutto il regno, ed il re ricopri’ Tündér di doni in tale quantita’ che la ragazza non poteva portarseli via da sola. Ed allora il re le offri’ anche una carrozza e due magnifici cavalli per poterli trasportare. Tündér carico’ la carrozza con tutte le sue ricchezze, ringrazio’ il re e, chiedendogli ancora la grazia per l’intagliatore, si mise in viaggio per tornare a casa dai suoi genitori. Ma non aveva quasi oltrepassato la porta della citta’, che lo scultore la raggiunse e le si getto’ davanti in ginocchio.

- Non andartene, ti prego! Resta con me e io ti trattero’ come una figlia. Tutto cio’ che posseggo ti appartiene, ormai, perche’ hai salvato la mia vita.
- Non posso restare con te - disse Tündér scuotendo la testa - devo tornare dai miei genitori che mi attendono da molto tempo. Ti ho visto che mi spiavi e che mi hai mentito, ma non voglio serbarti rancore, anzi, vorrei che ci lasciassimo da buoni amici.
- Resta almeno per un altro giorno cosicche’ possa dimostrarti tutta la mia riconoscenza - prego’ ancora l’uomo.

Tündér si fece convincere. Decise cosi’ di rimandare la partenza al giorno dopo e quella sera, l’intagliatore diede un magnifico banchetto, e si assicuro’ personalmente che la sua ospite mangiasse e bevesse a sazieta’ ripetendo continuamente che le doveva la vita, e dopo il banchetto l’accompagno’ personalmente nella sua camera. Ma Tündér, che non era ingenua, fiuto’ qualcosa di strano in quell’atteggiamento un po’ troppo ossequiante, e quando il socio l’ebbe lasciata sola, invece di coricarsi prese una coperta, le diede la forma di un corpo e l’infilo’ nel letto. Poi si nascose dietro la porta. Non passo’ molto tempo che, ad un tratto, la porta si apri’ lentamente e lo scultore, stringendo un lungo coltello, si getto sulla forma nel letto per pugnalarla. Allora, in quell’istante, Tündér balzo’ fuori dal nascondiglio, e grido’:

- E’ questo il modo con il quale volevi ricompensarmi della mia bonta’?

Quindi, afferrato in fretta e furia il suo bagaglio, usci’ dalla stanza, chiuse la porta a chiave e, salita sulla carrozza, parti’ con i cavalli al galoppo. Dopo qualche giorno di viaggio si trovo’ di fronte ad un paesaggio famigliare. Vide un ruscello attraversato da una stretta passerella e, ricordandosi di quel posto, capi’ di non essere lontana dal villaggio dove era nata. Monto sulla passerella e, sporgendosi un po’, vide la sua immagine riflessa nell’acqua. Com’era cambiata! Non era piu’ la piccola, povera tzigana scacciata di casa; era diventata una bella ragazza, alta e grazie ai regali ricevuti del re, era cosi’ elegante da sembrare una gran dama. “I miei genitori non mi riconosceranno” penso’ “e che cosa ne sara’ stato del mio piccolo amico Rezsö?” Immersa in questi pensieri, nel mentre che era intenta ad ammirarsi nel riflesso dell’acqua, le apparve all’improvviso, la vecchia che una volta le aveva impedito di attraversare per prima il ruscello. Stringeva sempre in pugno quella lunga bacchetta con cui le aveva colpito le mani, e sorrideva con la sua bocca sdentata.

- Vedo, ragazza, che hai avuto successo, nel mondo - disse - Hai l’aspetto di una gran dama, viaggi su una bella carrozza, hai due magnifici cavalli e … cosa altro hai in quei bauli?
- Oro, argento, e tutto quello che ho guadagnato col mio lavoro, ma anche grazie al tuo aiuto, nonnina - rispose Tündér - Te ne daro’ volentieri la meta’.
- Oh, no! Io non ho bisogno di ricchezze - rispose la vecchia sorridendo - ma sono felice di vedere che non sei ne’ avara ne’ ingrata. E’ davvero un peccato che a casa ti attendano cattive notizie.
- Quali notizie? - gridò Tündér preoccupata.
- Ritorni troppo tardi. I tuoi genitori sono morti da tanto tempo e neppure il tuo coltellino magico potra’ farli risuscitare. Ed il tuo amico Rezsö, al quale poco fa stavi pensando, e’ morto proprio ieri…
- Rezsö? … Che cosa gli e’ accaduto?
- I suoi genitori volevano che si sposasse, ma lui ha sempre rifiutato perche’ aspettava che tu tornassi. Suo padre, pero’, non la smetteva di tormentarlo perche’ sposasse un’altra donna e cosi’, per il dolore, e morto. Ma invece di seppellirlo, la sua famiglia ha voluto adagiarlo dentro una teca nella foresta… vieni, ti accompagno da lui…

E la vecchia accompagno’ Tündér nella foresta.

- Ecco, e’ qui dentro.
- Potrei toccarlo ancora una volta, nonnina?
- Si’, certo, in questo posso aiutarti - rispose la vecchia, e con la bacchetta colpi’ delicatamente la teca.

La teca si apri’. Dentro, Rezsö sembrava che dormisse. Tündér prese il coltellino magico, esitando un momento, e poi gli punse la mano. Il ragazzo apri’ gli occhi, la guardo’ stupito e chiese:

- Chi sei?
- Non mi riconosci?

Allora Rezsö, di colpo balzo’ in piedi ed esclamo’:

- Certo che ti riconosco, sei la mia Tündér! Sei tornata!

Poi, guardandosi intorno spaventato, chiese ancora:

- Che luogo e’ questo? Perche’ siamo qui?
- Vieni, ti spieghero tutto lungo la strada. Usciamo dalla foresta - rispose Tündér.

Lo prese quindi per mano e l’accompagno’ fuori della foresta. Quando furono alla passerella sul ruscello, Tündér si accorse di aver lasciato indietro il coltellino magico. Per un istante fu presa dalla voglia di tornare nella foresta a riprenderselo, poi penso’ che in fondo non era importante; l’essenziale era che Rezsö fosse vivo accanto a lei.

- Ora ricordo quello che mi e’ accaduto. Ma tu mi hai ritrovato e la gioia mi ha reso la vita.
- Si’. Ora andiamo da tuo padre a chiedergli la sua benedizione.
- Non ci permetterebbe mai di sposarci - disse Rezsö scuotendo la testa - ed io non desidero tornare a casa. I miei genitori mi credono morto, ormai … lasciamoli, fuggiamo in un paese dove nessuno possa trovarci.

In quel momento Tündér si ricordo’ della vecchia e si volto’ per ringraziarla, per dirle quanto fosse felice ancora per merito suo, ma la vecchia era scomparsa, come fosse stata assorbita dalla foresta, e la giovane capi’ che non avrebbe mai piu’ rivista. Fece cosi’ salire Rezsö sulla carrozza e, insieme, se ne andarono senza rimpianti, lontano, in un paese dove nessuno li conosceva e dove poterono vivere felici e contenti.

Tündér, vorrei portarti per il mondo
come fossi una regina.
Non altera e indifferente,
ma come una donna che sale scalza
l’arduo sentiero della vita.

Vorrei sentire il tuo canto,
e vivere la tua fantasia,
e mostrarti tutti quanti i colori,
e quelle cose che credevi inesistenti
per nutrire il tuo piccolo cuore.

Sei tu il pensiero impalpabile
che percorre la mia mente.
Non chiedi mai il permesso,
ma del tuo carrozzone alla guida
sei una zingara regale.

Dimmi, qual e’ il tuo mondo?
Silenziosa oltrepassi i miei pensieri
per poi sfumar lontana oltre le dune.
E negli occhi hai le nuvole e la polvere
che s’alza testimone al tuo passaggio.

21 commenti :

Gio ha detto...

E' bellissima.

davide ha detto...

Distinta Chiara,

molto bella e toccante questa storia. A proposito anche il mio papa e la mia mamma sono nati lo stesso giorno e la stessa ora, anche se non lo stesso minuto.
Quando da piccolo il mio papa passava davanti alla casa di mia mamma, la mamma di mio papa gli diceva: quando sei nato tu in quella casa è nata una bambina e così l'ostetrica è andata da lei e non ha potuto venire a casa nostra ad aiutarti a nascere.

Ciao Davide

modesty ha detto...

l'ho sempre detto che le lame portano fortuna!!!

:-)

Alex ha detto...

Vero, molto bella!!!

Ev@ ha detto...

E’ questo loro palpabile essere pervertiti dall’avere, che fa dei potenti una categoria odiosa, però depositaria di un certo sapere perché è a loro ci si rivolge con sussurri tipici di quelli percepiti dai confessori.

1000 e più sono le strategie per celare l’importanza che l’avere ha, nelle vite di questi personaggi cui appartiene anche quel tipo che era arrivato a farsi fissare la faccia dal chirurgo plastico per permanere con il sorriso sprezzante. Chi lo guardava poteva immaginare che vi fosse un'altra parte, simmetrica a lui, che soffrisse. Certo, era stato abile a capire cosa alla gente piace.

Vi era una certa mancanza di fantasia in coloro che si accodarono a lui, secondo una piramide che presto divenne tanto cromata da attirare lo sguardo di altri, sprovveduti, molti dei quali, dopo quel abbaglio, erano convinti che fosse stato già detto abbastanza e questo abbastanza, a questo punto, si potesse tutti controllare, e alcuni avere.

Avere implica contare ma ad essi piace farlo, ignari del fatto che non solo il 17 ma tutti numeri portano sfortuna. Avere non prescinde dall’Essere che, differentemente, è un qualcosa dai confini indefiniti, emozionali. Un po’ come quello che si prova osservando lo spettacolo sconfinato offerto dall’affacciarsi alla sommità di una scogliera e guardare verso il mare. Cose che provi per un attimo, ma che poi sono tue per sempre. Se “sei”.

La caparbietà dell’abile guida, con sempre più in mente solo il nume dell’antagonismo, spronava quindi solo ad avere e sempre di più, perché avere tanto, rendere improbo il contare, può ingannare e far svanire la sterile essenza. Parallelamente, molte erano le strategie per impadronirsi dell’orizzonte, prendendo per esempio possesso di più scogliere possibili.

Il nervosismo crescente era però sintomo del qualcosa che non va. Ovviamente, si cercava di nasconderlo dietro la solita cromatura qui data dall’esibizione di individui assimilati, felici e soddisfatti di aver creduto alla favola secondo la quale la fantasia moderna sarebbe nel rapporto commerciale che si pretenderebbe capace di tante sfumature emotive, compresa quella della complicità tra amanti.

Un illusione, evidentemente. Come la loro pretesa di ridurre a questioni di correttezza il fatto che la fantasia in certi casi, ricorre alle loro risorse per alimentarsi. Loro, antagonisti e dispregiativi, chiamano questo agire “prostituzione”.

A questo punto, se penso a cosa potrebbe pensare di tutto ciò un Quentin Tarantino, comincio a sorridere.

davide ha detto...

Cara amica Eva,

"A questo punto, se penso a cosa potrebbe pensare di tutto ciò un Quentin Tarantino, comincio a sorridere."

Scusa, ma cosa pensa di ciò Tarantino????


Ciao Davide

davide ha detto...

Distinta Chiara,

poichè so che ti piace la storia ti segnalo un convegno che si terrà la settimana prossima a Venezia, nel quale il mio amico poliglotta parlerà del tuo paese.

Ciao Davide



Università Ca’ Foscari Venezia
Facoltà di Lettere e Filosofia
Dipartimento di Studi Storici
Storia dei Paesi Slavi
Storia dell’Europa Centrale
Seminario Masaryk


MARTEDI’ 24 NOVEMBRE 2009 ALLE ORE 15,30
SALA GRANDE II PIANO (Palazzo Malcanton Marcorà – Dorsoduro 3484/D)


INCONTRO - DIBATTITO
sul tema:
DALLA PRIMAVERA DI PRAGA
ALL’AUTUNNO DELL’EUROPA
IN OCCASIONE DEL VENTESIMO ANNIVERSARIO DELLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO
In collaborazione con:
ALUC (Associazione Laureati Università Ca’ Foscari), Antenna Europe Direct del Comune di Venezia, Associazione Culturale italo - russa del Veneto, Associazione Culturale italo-ungherese del Triveneto, Gruppo di studi geopolitici e storici “Geographia & Geopolitics”, Istituto romeno di cultura e ricerca umanistica di Venezia, SEC (Société Européenne de Culture)


Programma:

Davide Zaffi (Ca’ Foscari, esperto delle minoranze nazionali)
Dall’internazionalismo comunista a quello europeista: il caso di Ungheria e Romania

Giuseppe Goisis (Ca’ Foscari, docente di Storia della Filosofia Politica)
Riflessioni sui territori della Ostalgia

Massimo Armellini (“Geographia & Geopolitics”, collaboratore di “Limes”)
URSS 1968-1989:Entropia di un impero?

Giovanni Bernardini (Università di Padova, Dpt. di Studi Internazionali)
Primavera di Praga e Ostpolitik

Andrea Griffante (Accademia delle Scienze della Lituania – Vilnius)
1989-1918: il Baltico tra un passato che non passa e un futuro che non arriva




Alberto Tronchin (“Seminario Masaryk”)
L’89 a Praga (con testimonianze inedite)

Marina Rossi (Ca’ Foscari, collaboratrice del quotidiano “Il Piccolo”)
La disintegrazione della Jugoslavia: ripercussioni al confine orientale

Michelle Campagnolo Bouvier (Segretario generale internazionale della “Société Européenne de Culture”)
La SEC: attraverso le diverse stagioni un impegno costante

Introduce: Francesco Leoncini (Ca’ Foscari, docente di Storia dei Paesi Slavi e di Storia dell’Europa Centrale)

Coordina: Maurizio Cerruti (“Il Gazzettino”)

marco ha detto...

Se mi capitasse di raccontarla Tündér come lo pronuncio?
Per la "ü" non dovrei avere problemi se è la u chiusa, ma per la "é", è solo un accento tonico o è quella che sento come una i.
Perchè ho ascoltato un po' di canzoni in magiaro e certe volte, quando il titolo viene cantato, e riesco a capire che stanno cantando il titolo della canzone, certe "e" io le sento "i".
Ho guardato un po' la fonetica ma per la pronuncia delle "e" ho sempre problemi. Anche in italiano, che ha solo due "e", non si riesce a mettersi d'accordo quando pronunciarla aperta o chiusa.

Per Rezsö un qualcosa di quasi giusto dovrei essere in grado di pronuciarlo.

Cari saluti alla fata.

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Se mi capitasse di raccontarla Tündér come lo pronuncio?

ü - come la "ü" dialettale milanese di "büs" oppure "mür", ed e' sempre breve.

é - ha invece il suono lungo e sempre chiuso, come nell'italiano "cena".

marco ha detto...

capito.

grazie

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Grazie a Gio, a Davide,a Modesty, ad Alex, ad Ev@ e a Marco.

Questa, fra le tre fiabe raccontate, contiene un elemento che io ritengo indispensabile come "valore" che le persone dovrebbero possedere per vivere, e far vivere agli altri, una vita degna. Non vi diro', per il momento, di cosa si tratta, ma in seguito al racconto avrei sperato, e mi sarebbe piaciuto, anche estrapolarne gli ingredienti, scomporla, sezionarla per valutare se, alla fine, gli stessi valori che sono radicati in me e fanno parte solo del mio imprinting culturale possano anche permeare voi oppure se tutto cio' e' un'operazione inutile.
Ritengo infatti che in queste fiabe che ho raccontato ci siano moltissimi elementi che, solitamente, a voi gage' manchino del tutto e che questa mancanza, secondo me, vi renda insensibili ai grandi problemi che ha la povera gente ed ipersensibili, invece, ai piccoli problemi di chi e' stato piu' fortunato.

Gio ha detto...

Generosità e umiltà da una parte, quella indifesa e itinerante, che non ha 'nulla', se non il ricordo dell'amore lontano, invidia e bramosia dall'altra, quella permanente e ufficiale e che ha 'tutto' e che di questo tutto non si accontenta.
Io l'ho vista così.

A presto!
(PS: stampata).

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Ottimo Gio', ci sei andato vicino ma c'e' qualcosa di piu'. Capisco che non sia facile intuirla per chi non ha mai vissuto l'appartenenza ad un gruppo piu' grande della propria famiglia. Pensa che cio' che si dovrebbe apprendere da questa fiaba e' il primo concetto che mi ha tramandato mia nonna. Anche se allora non ne conoscevo il nome.

Kameo ha detto...

In questa fiaba riconosco elementi di altre fiabe, soprattutto della tradizione popolare tedesca e nord europea.
Personalmente la interpreto come un percorso di crescita dall'età infantile a quella adulta, con il ricco bagaglio di esperienza raccolto sull'impervia strada.
In quanto all'elemento da ritenere di "valore" io ci vedo molta umanità. Umanità, non solo nei pregi di umiltà e generosotà ma anche nei dis-valori di invidia e bramosia (come descritto da Gio).

Ev@ ha detto...

Davide,
certo, non so esattamente cosa ne pensi Tarantino, infatti dico “potrebbe”, anzi, azzardo un “potrebbe” che però non mi sembra tanto azzardato se penso a come quell’autore tratta gli elementi del “caso” che esiste anche nelle zone della trama, ambizione, vanità, egocentrismo, trasgressione, tutte immerse nel nonsense di dialoghi e pensieri, derivanti da quel magma di citazioni, qui televisive, saldamente legate ad un’imponente dose di elementi che si possono trovare nei gossip-magazines e via via altri luoghi narrativi fatti di testi e immagini della cosiddetta sottocultura… Inutile storcere il naso, è certamente interessante:

http://www.taschen.com/pages/en/catalogue/artists_editions/all/01098/facts.dennis_hopper_art_edition_biker_couple_1961.htm


Chiara,
veramente, non pensavo di sezionare quanto tu scrivi. Sai, in genere preferisco farmi cullare dalle tue storie senza tempo che, non so bene perché, poi, mi danno anche un certo imponente senso di spazio, anche fisico, insomma. Credo si tratti di un qualcosa di geografico. E non ti nascondo che a me, abituata agli spazi-bomboniera italiani, fatti di luoghi esattamente definiti da mari e da monti, lo spazio ha sempre dato una leggera vertigine.

Sai, la vertigine è una brutta cosa se te la senti “massive”, tutta insieme, ma è invece un cosa sottilmente piacevole se presa a piccole dosi… allo stesso modo di certi ingredienti, che in piccola quantità rendono speciale un dolcetto, assunti in quantità, invece avvelenano.
Poi, parlare analiticamente delle cose può essere difficile, a tratti inutile e magari ad alcuni non riesce nemmeno bene. Per questo ed altre cose impreviste, a volte si sceglie di esprimere tramite metafore…

Tornando allo spazio immenso e la vertigine, credo che questo comunque abbia a che fare con l’io, che in genere si preferisce affermare in uno spazio definito dove appunto l’io lo si pensa più possibile. Invece l’io, che è sempre relativo agli “altri”, si “afferma” anche lungo gli spazi infiniti… anzi, secondo me così si afferma molto meglio nel suo essere “in relazione a”, in questo modo più dinamico, meno statico. Questa mia consapevolezza in movimento, ma già più interessante della consapevolezza precedente, ha ricevuto, in qualche modo, anche il tuo contributo, dolcemente... tzigano.

Un saluto affettuoso.

Ev@ ha detto...

Altrove:

Si chiama "Il Mondo di Patty" un telefilm adolescenziale trasmesso alla TV ogni pomeriggio... Lo guardo affascinata: che problematiche, che risatine, che dialoghi così piacevolmente ordinati, che citazioni (l'amore non è bello se non è litigarello)... ah! Canticchiato!
E che apparecchio ortodontico!

E a dire che per tutta una mole umana, questo e ciò a cui ci si ispira.

Che sogno, far parte della squadra che fa il casting a questi attori... tu si, tu no... chissà come si fa, a entrare nel giro.

Saluti

davide ha detto...

Cara amica Eva,

grazie per la risposta. Non vorrerei che ti offendessi, ma faccio sempre un po' di fatica a capire fino in fondo i tuoi ragionamenti: tieni conto che io, a differenza di Chiara, un po' tonto lo sono veramente.


Ciao Davide

marco ha detto...

Capisco che non sia facile intuirla per chi non ha mai vissuto l'appartenenza ad un gruppo piu' grande della propria famiglia.

E' difficele sì.
Noto assenza di vendetta o di punizione per il cattivo, l'idea che casa propria non è tanto un luogo fisico ma è stare con chi si ama ma qualcosa legato all'appartenenza ad un gruppo più ampio non riesco a vederlo.
Tra l'altro non è che possa fare confronti con altre favole, sono un pessimo conoscitore di fiabe.
Pazientemente attendo.

Buon weekend

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Interessanti le interpretazioni di Kameo e di Marco. Di Kameo mi ha colpita la focalizzazione sul "percorso di crescita sulla strada sempre impervia e mai facile", e di Marco mi e' rimasta impressa "l'assenza di vendetta e di punizione per i cattivi", pero, anche se sono concetti straordinari e valori di riferimento che sicuramente restano impressi se vengono assorbiti sottoforma di fiaba quando si e' bambini, non riguardano esattamente cio' che io, piccolissima, rilevai quando la fiaba mi fu raccontata.
Ricordo che la prima cosa che chiesi fu il perche' della frase che Rezsö rivolge a Tündér quando, seduto con lei sull'erba del prato mentre le vacche stanno pascolando le dice: "Poiche’ tu non hai diritto di venire a scuola con me, io verro’ a pascolare le vacche con te."
Non riuscivo a capire, a quel tempo, quel sentimento che oggi ritengo sia indispensabile per poter vivere in una comunita'.

Chiara di Notte - Klára ha detto...

... Lo dico adesso dopo piu' di tre anni: l'empatia che porta a "condividere".

giuseppe perani ha detto...

Grazie di averla condivisa.

ciao Klara

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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