lunedì 30 giugno 2008

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100 anni fa: Tunguska

30 giugno 1908, un bagliore fende il cielo della Siberia centrale. Per centinaia di chilometri si osserva quella che sembra una cometa fiammeggiante. Il fenomeno viene osservato dal Lago Baikal a Karsnoyark e i cacciatori evenki che vivono nella foresta racconteranno di aver visto un secondo Sole, che per dieci minuti interi affianca quello che sorge ogni mattina. Questa nuova luce però, precipita e finisce la sua corsa sulla Terra. Genera un'esplosione, violentissima e fragorosa, seguita da un bagliore ancora più forte e splendente che suscita sgomento. Per settimane dopo l'impatto, le polveri scagliate nella stratosfera sono luminescenti e perfettamente visibili anche a grande distanza.

Siamo nel 1908 e grazie al telegrafo la notizia fa il giro del mondo: già il 3 di luglio se ne parla sul londinese The Times. Per arrivare al punto d'impatto, ci vorrà invece molto più tempo: la zona è remota, letteralmente immersa nel taiga sterminata e l'aereo è solo agli albori. La città più vicina, Krasnoyark, è quasi 500km più a sud lungo la linea ferroviaria Mosca-Vladivostok. La scienza ci arriva solo nel 1927, con Leonid Alekseevič Kulik, che scopre una vasta zona di alberi abbattuti e si convince che la catastrofe sia stata causata dall'impatto al suolo di un grande meteorite. Cerca per anni una traccia dell'oggetto venuto dal cielo, ma non ci riesce: grazie alle sue spedizioni alimenta però il mito di Tunguska. Si parla di astronavi aliene, di stravaganti particelle cosmiche e perfino dell'antimateria così popolare nella letteratura fantascientifica. Per gli sciamani evenki della regione (vd, I. Mikhaylovich Suslov), la spiegazione del fenomeno andava cercata altrove: era stato il dio Agdy, signore della folgore, deciso a punire le tribù della regione impegnate in una lunga faida per i territori di caccia e di pascolo.

Oggi si sa che intorno alle sette del mattino del 30 giugno 1908 un corpo roccioso di circa 50 metri di diametro esplose a 8mila metri mentre era in volo sulla vasta e spopolata regione siberiana attraversata dal basso corso del fiume Tunguska. Non ci fu nessun impatto al suolo, ma una violenta esplosione prodotta dal repentino rilascio dell'energia accumulata dal corpo celeste nell'attraversamento dell'atmosfera. Oggi la scienza ritiene che fosse un meteorite "morbido", costituto cioè da materia leggera e poco coesa, che fu completamente vaporizzata nella deflagrazione. Si sa anche che quello di Tunguska non fu un evento di dimensioni straordinarie. Il nostro pianeta, nella sua lunga storia, ha sperimentato di peggio.

Solo i corpi più grandi e compatti raggiungono il suolo (e diventano dunque veri meteoriti) , mentre quelli più piccoli esplodono in aria. Un caso classico e molto impressionante è quello del celebre cratere di Barringer (foto il Cratere di Barrniger). Si tratta di un buco di forma circolare del diametro di oltre un chilometro e profondo 300metri, prodotto 50mila anni fa nel terreno arido dell'Arizona e oggi visitabile non lontano da Winslow. Dopo anni di studio, gli scienziati credono di aver identificato il colpevole: un meteorite ferroso di circa 50metri di diametro. Le dimensioni sono dunque analoghe a quelle di Tunguska ma in questo caso si trattava di un blocco di materiale ferroso di circa 300mila tonnellate lanciato contro il nostro pianeta alla velocità di circa 28mila km/h. La lista degli impatti di piccole dimensioni è molto vasta, quella con i grandi oggetti è invece, per nostra fortuna, estremamente corta.

Il più celebre tra questi giganti è senz'altro il cosiddetto Meteorite di Chicxulub, dal nome del villaggio messicano sotto il quale, alla fine degli anni '70, una prospezione geologica aerea condotta per conto della compagnia nazionale del petrolio rivelò la presenza di un cratere di enormi dimensioni. Il gigante dello Yucatan, che ha un diametro di 180km era stato provocato da un bolide di almeno 10 km di diametro che raggiunse il pianeta più di 150 milioni di anni fa e provoco sul terreno un'esplosione 2 milioni di volte più potente dell'atomica umana. Un evento epocale, cui alcuni scienziati associano la repentina estinzione dei dinosauri. Dibattito aperto, ma non certo sulla natura dell'evento che fu un vero disastro, un termine che - forse l'abbiamo dimenticato - vuol dire letteralmente "cattiva stella".


Articolo tratto da QUI


A leggere questa notizia c’e’ da riflettere. Innanzi tutto, su quanto sia effimera, l’esistenza del genere umano, su questo pianeta: nonostante il livello di civilta' raggiunto, potremmo estinguerci in un attimo, come i dinosauri. Poi su quanto, un simile evento che spazza via tutto, senza tener conto di ceto, condizione sociale, eta’, razza, convinzione religiosa, eccetera, sia “democratico”.
Di fronte a catastrofi che portano alla fine del mondo, tutti/e siamo inermi… ed uguali. Certi cataclismi, se accadono e quando accadono, non possono essere fermati in alcun modo. Neppure se ad attivarsi e’ la persona piu’ potente del mondo, anche se e’ quella che e' piu’ in "confidenza" con Dio.

Avendo i mezzi per prevedere una sciagura di tale portata, oggi come verrebbe interpretata la caduta sulla terra di un meteorite come quello che ha estinto i dinosauri? Come un fatto “naturale, e quindi l’inizio di un nuovo ciclo, oppure come il giorno del Giudizio?

Nei film catastrofici si vede sempre che, alla fine, una parte dell'Umanita’ ce la fa a trovare il modo di sopravvivere. Le varie personalita’ di spicco, i vari presidenti, i capi di stato con le loro famiglie ed i loro “lecchini”, trovano sempre rifugio in superbunker a prova d’impatto, difesi da soldati che tengono alla larga la massa dei meschini che, senza speranza, vediamo perire sommersi da onde gigantesche oppure polverizzati dall'immane esplosione.
Tali epiloghi, pur apparendo a lieto fine, in realta' ristabiliscono l’immutabilita’ dei ruoli consolidati: da una parte chi puo’, dall’altra chi non conta nulla. Ma sarebbe veramente cio’ che i meschini si augurerebbero?

Spesso, penso e scrivo cose assurde, lo so.

sabato 28 giugno 2008

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Utopia di una notte d’estate

L’ho conosciuto per caso una calda sera d’estate, in uno di quei bar frequentati da donne, perlopiu’ lesbiche, in cerca di avventure non impegnative. Ricordo di essere rimasta piacevolmente sorpresa nel vederlo entrare. Quando ha incrociato il mio sguardo stavo seduta su un alto sgabello, appoggiata al bancone, e bevevo un Grasshopper. Ostentava sicurezza, ed aveva una bellezza molto particolare. Non tanto fisica, quanto di quelle che scaturiscono dall’interno, e che i miei occhi affinati riuscivano a percepire. Il fiore azzurro che spiccava, infilato nell’occhiello della sua giacca, mi confondeva non poco.

Tenevo le gambe accavallate, sapientemente scoperte, ed il tessuto della gonna molto corta, arricciandosi, mi saliva su fino all'inguine. Lui si e’ seduto su uno sgabello accanto al mio, che era libero, dopodiche’ mi ha esaminata tutta; partendo dalle dita dei piedi, sporgenti dalle sottili striscioline di cuoio dei sandali, e’ risalito lungo tutto il mio corpo, fino a raggiungere gli occhi. Al cameriere, che gli si e fatto incontro per l’ordinazione, ha chiesto di servirgli un Daiquiri ghiacciato. Poi ha iniziato con naturalezza a parlarmi, come se ci conoscessimo gia’, ed abbiamo trascorso il resto della serata a bere e conversare.

Era molto tardi quando mi ha chiesto se potevamo proseguire la conversazione a casa sua, ma ho rifiutato la sua proposta, usando la mia solita cortesia, ed in quel momento ho notato un lampo di delusione nel suo sguardo. Pero', quando poi gli ho detto che poteva accompagnarmi in hotel, il lampo di delusione e’ mutato in sorpresa, ed anche in un po’ di diffidenza.

Ho scelto un albergo li’ vicino, uno modesto, a due passi dal bar. La luce dell'insegna fuori era spenta, e solo un tenue chiarore, unico segno di vita proveniente dall’interno della porta d'ingresso, mostrava che c’era una speranza di avere la camera. Ho suonato il campanello, e siamo rimasti in attesa che qualcuno si facesse vivo. Poi una luce si e’ accesa, e sulla porta e comparso un uomo.

”Avremmo bisogno di una camera fino a domattina.” Gli ho chiesto, ma non era tanto una domanda, quanto un'affermazione.

“Mi spiace ma siamo al completo.” Ha risposto bruscamente l’uomo, chiaramente strappato al suo sonno. Il mio accompagnatore ha fatto per replicare qualcosa, ma io con un cenno l’ho fermato, e dalla borsetta ho estratto una banconota da cinquanta euro.

”Per il suo disturbo...” Ho detto con voce tentarice, porgendo il denaro all’assonnato portiere. L’uomo, un tipo con la faccia da topo, all’inizio e’ parso titubante, poi ha afferrato i soldi facendoci capire che potevamo entrare.

“Al secondo piano e’ libera la 26. E’ una singola… Se vi sta bene lo stesso…”

”Non c'e’ problema - Gli ho risposto - mi dia la chiave.”

L'uomo ha allungato quindi la mano verso la bacheca dove erano appese le chiavi delle stanze e mi ha consegnato quella col numero 26.

”Avrei bisogno di un documento. C’e’ l’obbligo di registrare la presenza di ogni ospite dell’hotel. E' sufficiente un solo documento per entrambi.”

Mi sono voltata verso il mio accompagnatore, e l’ho invitato a consegnare il suo.

L’uomo dell’hotel, dopo averlo esaminato scrupolosamente, ha continuato: “Se volete vi accompagno di sopra, ma sono sicuro che saprete arrangiarvi da soli… Quando siete al secondo piano prendete il corridoio alla vostra destra. La camera e la prima che trovate a destra.”

”Si’ certo, ci arrangiamo per conto nostro, non si preoccupi.” L'ho rassicurato. E siamo saliti.

La camera era piccola, il letto anche, ed il bagno non era certamente il massimo, ma nel complesso era decorosa e pulita, e cio’ era sufficiente. Mentre mi liberavo degli abiti lui e’ rimasto a guardarmi, immobile, con espressione incredula, fino a quando sono rimasta quasi del tutto nuda, con indosso solo un minutissimo perizoma. A quel punto l’ho guardato fisso negli occhi, restando in attesa di un suo cenno. La luce fioca della lampada sul comodino ammorbidiva le mie forme. Percepivo il suo desiderio. L’aria ne era intrisa. Stava osservando tutto di me: i fianchi rotondi, il ventre piatto, le gambe lunghe e affusolate, il seno non esuberante ma pieno e morbido, caratterizzato da impertinenti capezzoli sporgenti, ed i capelli lunghi e voluminosi che mi cadevano sulle spalle. Il tutto, l'atmosfera della stanza, la penombra, il contesto in cui ci trovavamo, mi conferivano un aspetto quasi indecente.

”Vieni! Spogliati anche tu.” E gli ho indicato il letto. 

Senza fretta ho fatto scendere il perizoma lungo le cosce, e l’ho sfilato dalle caviglie. Poi mi sono girata mostrandogli quello che molti ritengono sia il punto esteticamente piu’ bello di tutto il mio corpo, liscio e perfetto come la seta. E con una mossa quasi felina mi sono distesa sopra il lenzuolo.

”Vieni qua - gli ho detto, impaziente - togliti i vestiti, che aspetti?”

Da principio era sospettoso, pareva non si fidasse di me e della situazione per lui surreale. Si e’ percio' limitato a guardarmi, ma io mi sono messa in ginocchio davanti a lui ed ho proteso le mie labbra verso le sue perche’ mi baciasse. E cosi' mi ha stretta a se’, senza pero’ fondere le sue labbra con le mie. Ho sentito il suo cuore che batteva forte, ed in me quel fremito di ansia che provavo ogni volta prima di far sesso con uno sconosciuto.

“Che c’e’? Sei timido? - Gli ho chiesto in modo provocatorio - Non ti piaccio?”

Poi mi sono alzata in piedi, ed ho iniziato a spogliarlo, giocando e divertendomi a togliergli i vestiti fino a denudarlo completamente. A quel punto, senza dire una parola, mi ha rovesciata sul letto, mi ha aperto le gambe, e si e’ gettato su di me come un lupo affamato. Abbiamo fatto sesso per piu' di un’ora, e dopo, grondanti di sudore, sebbene sapessimo che la voglia non si era completamente spenta, ci siamo rilassati. Ho appoggiato la mia nuca sulla sua spalla, accanto al suo volto, e sono rimasta adagiata, attaccata a lui in quel piccolo letto, ad osservare i giochi di luce sul soffitto, mentre intuivo le domande che, inevitabilmente, stavano affollandosi nella sua mente. Ha iniziato a chiedermi partendo da quella piu' prevedibile.

“Chi sei?”

”T'interessa sapere di me?”

”Si’, certo.”

”Cosa t'interessa sapere di preciso?”

”Tutto.”

”Se ti dicessi che neanche io so chi sono, ci crederesti? Pero’ ho letto un libro, e forse qualcosa, adesso, inizia a rischiararsi.”

“Un libro?”

“Si’, uno di quegli oggetti fatti di tante pagine di carta, conosci? Racconta di un posto bellissimo.”

“E' in Russia?”

”Non lo so… Forse si’… Ma perche’ ti viene in mente la Russia?”

“Perche’ ho come l’impressione che tu provenga da quelle parti… Ma si tratta di una guida turistica?”

”No, ma potrebbe essere una guida di vita.”

“Allora e' un libro di fiabe!”

”Perche ti viene in mente questo?”

”Cosa potrebbe essere altrimenti? Sembri una fata uscita da un mondo irreale.”

“Quello di cui ti parlo e’ un luogo straordinario. Le persone lavorano al massimo tre ore al giorno, ed il resto del tempo lo dedicano al riposo, all’arte, all'amore, ai piaceri della vera vita.”

“Affascinante!”

La sua mano nel frattempo era scivolata fra le mie cosce, e le sue dita avevano iniziato a giocherellare con il pube e le grandi labbra.

“Tutti dovrebbero andare alla ricerca di quel luogo.” Ho aggiunto io, cercando di non essere coinvolta dai suoi sapienti tocchi sempre piu' audaci.

“Perche’?” Dalla sua voce capivo che stava eccitandosi, mentre le sue dita trovavano la strada per scivolare dentro di me.

”Perche’ la vita ci abitua a non vivere. Non ce ne accorgiamo e crediamo che la vita sia la Vita, ma non e’ cosi’.”

”Non capisco.”

”Ci hanno convinti che nella vita sia necessario avere tanto denaro per essere felici.”

”Beh, il denaro e’ importante, altrimenti come faremmo a soddisfare tutte le comodita’ alle quali siamo abituati? Penso che nessuno potrebbe rinunciare facilmente a possedere l'automobile, a fare le vacanze, a soddisfare i propri desideri...”

”La vita vissuta in questo modo provoca solo ansia. Ansia di non possedere abbastanza. Ansia che porta alla depressione ed allo stress. Il denaro ci possiede, ci rapina di quanto abbiamo di piu’ prezioso: il tempo. Dovremmo riappropriarci del nostro tempo.”

”E' una utopia la tua.” Mi ha risposto carezzandomi la’ dove sentivo l’umido desiderio che, anche dentro di me, iniziava di nuovo a crescere.

“Ho bisogno di utopie. Ho bisogno di credere che possano esistere luoghi in cui sia possibile decidere del nostro destino. In cui possiamo riprenderci cio’ che ci e’ stato tolto. Ho voglia di leggere libri, di stare insieme alla gente, di guardare il mondo, e tutto cio’ che mi sta intorno, con occhi nuovi… E scrivere le sensazioni che provo. Per troppo tempo ho prestato attenzione solo alla scorza del frutto senza rendermi conto che dentro c’era anche la polpa da mordere... Tu che lavoro fai?”

“Analista finanziario.”

”E ti piace?”

”Si', credo di si’. Sono pagato bene.”

“E non sei stanco di tutto cio’?”

”Certo che sono stanco. Non vedo l'ora che giunga il fine settimana per avere un po' di tempo da dedicare a me stesso.”

”E nel week end cosa fai?”

”Quando arriva la domenica..."

A quel punto si e’ interrotto. Non sapeva piu' cosa rispondermi. Ha tolto le dita da dove le aveva sapientemente introdotte. Erano bagnate di me, ed ha iniziato a giocherellare con uno dei miei capezzoli.

"Se devo essere sincero nei week end non so mai cosa fare. La maggior parte delle volte mi annoio. Strano, vero? Ma sono convinto che succeda a tutti…”

”E non ti sei mai chiesto come sia potuto accadere?”

“Sono troppo pigro per pormi delle domande. Forse e’ questa la ragione per cui capita che trovi rifugio in qualche bar alla ricerca di compagnia. Il sesso, ecco qual'e’ lo stimolo che mi fa andare avanti nella vita.”

”E non senti il bisogno di progettare qualcosa di nuovo? Io lo sento. Credo sia possibile guardare il mondo da una diversa prospettiva; vivere in un altro modo.”

”E’ questa la ragione per la quale sei qui con me?”

“In quel luogo straordinario, quando le persone hanno il desiderio di fare l'amore mettono un piccolo fiore azzurro sul loro petto, un fiore identico a quello che hai infilato nell’occhiello della tua giacca. L’ho notato subito quando sei entrato nel bar. Perche’ lo avevi?”

”E' stata una di quelle venditrici di fiori, una zingara. Sai, una di quelle che si piazzano fuori dai locali e non ti lasciano in pace fino a che non ne compri uno... Ha insistito cosi' tanto perche’ mettessi il fiore sulla giacca, che non ho saputo liberarmi della sua presenza fino a quando non l’ho accontentata allungandole cinque euro. Ma… che vuoi dire? Che sei venuta a letto con me perche’ hai visto il fiore azzurro che avevo sulla giacca?"

”No, per niente... “

”E allora perche’?”

”Stai zitto... Zitto adesso…” Ho abbassato la testa fra le sue cosce, riempiendomi la bocca del suo desiderio, ed abbiamo ricominciato a fare l'amore [1]. L’abbiamo fatto fino a che, sfiniti, ci siamo addormentati.

Stava albeggiando quando mi sono svegliata. Lui dormiva ancora profondamente. Me ne sono andata in fretta ed in silenzio, e l’unica cosa che ho portato con me e’ stato quel piccolo fiore azzurro, tolto dall’occhiello della sua giacca.

“In Kirghisia nessuno lavora più di tre ore al giorno e il resto del tempo lo dedichiamo alla vita. Quando un qualsiasi cittadino compie i 18 anni gli viene regalata una casa. E se qualcuno desidera fare l’amore, mette un piccolo fiore azzurro sul petto in modo che tutti lo sappiano.” (Lettere dalla Kirghisia – Silvano Agosti)

NOTE

[1] "Fare l'amore" e "fare sesso" in italiano hanno significati diversi, talvolta in contrasto fra loro, e nessuno dei due rispecchia esattamente la situazione descritta. Il termine piu' appropriato sarebbe, piuttosto, quello russo: Любить (Liubith).


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Quando non si ha nulla da dire

A volte sono anche troppo paziente con chi non e’ in grado di recepire le mie puttanate, ma che volete farci? Sono fatta cosi’. E' tutta colpa del mio carattere un po'... Orientale.
A proposito di orientale... Chissa’ se qualcuno le conosce. Sono sicura di si'. :-)

Sono due sfere cave, riempite di altre sfere piu' pesanti, collegate tra loro da un cordoncino. Si introducono nella vagina e provocano piacere con le vibrazioni causate dal loro movimento. Non c’e’ bisogno di fare niente per essere eccitate, basta tenerle dentro.

Gli uomini non hanno di questi giocattoli cosi’ sofisticati. Ecco un'ulteriore differenza nel modo in cui noi agiamo la nostra sessualita' diversamente da loro. Se potessi usare dei termini militari, direi che noi possiamo usare materiale “stealth”, non rilevabile da alcun radar, mentre loro devono per forza provvedere all’apertura dei silos per lanciare i missili :-)

Da quando le ho comprate, le indosso spesso. Se esco per far shopping, per andare al cinema, quando sono costretta a lunghi viaggi in auto, in treno, in aereo, oppure, ed e’ questa l’occasione piu’ divertente, quando sono invitata al ristorante da qualcuno.

Sapeste cosa non si prova a starci seduta sopra mentre guardo negli occhi colui che ho di fronte, e lui (blablabla) racconta tante cose di se' e della sua incredibile vita. :-)

Posso tranquillamente discutere di tutto, durante la cena, senza che il mio interlocutore si accorga di niente. Anzi, in realta' posso solo ascoltare cio' che lui dice, perche' non ho mai argomenti interessanti. Sono una donna semplice, poco istruita, incompetente su tutto, non so mai come rapportarmi di fronte ai discorsi impegnati che la mia mente non riesce a metabolizzare, e non ho mai nulla da dire. Pero' sono consapevole dei miei limiti.

Qualche volta, se mi va, se lui con i suoi discorsi e' riuscito a stimolare l'unico neurone che vaga nel vuoto cosmico della mia scatola cranica, ad un certo punto, mentre sta (blablabla) spiegandomi il senso della vita ed i grandi valori dell’Universo, dei quali, come sapete, non capisco una beata fava, glielo comunico.

Ed allora avviene una cosa stranissima. Una specie di miracolo: su ogni discorso che stiamo facendo cade il silenzio siderale…

Fossero anche discorsi (blablabla) incredibilmente, coinvolgenti, (blablabla) contorti e (blablabla) originali, si stesse parlando persino dell’ultima partita della sua squadra del cuore, in quell’istante tutto assume un valore subordinato rispetto a cio’ che sta accadendo, invece, all’interno del mio luogo piu’ intimo.

Quasi sempre lui borbotta qualcosa tipo: “Ma dici sul serio o mi stai prendendo in giro?”

Se mi va (solo se mi va), dico che posso dargli la prova. Allora mi reco in bagno, mi tolgo le palline e, tornata al tavolo da lui, con naturalezza le faccio scivolare nel suo bicchiere.

Lui, se e’ un tipo di quelli che nella vita hanno visto di tutto, e che non si lascia intimidire dalla mia banale impudenza, sta al gioco. Versa nei nostri calici del vino, e mi invita ad un brindisi. Altrimenti, se resta interdetto, imbarazzato, o addirittura disgustato, io capisco che, fra lui e le palline, le seconde, come amanti, sono comunque le piu’ interessanti. :-)

Una volta e’ avvenuto che, mentre le stavo togliendo (ero nel bagno del ristorante), mi siano cadute dentro la tazza del cesso. Le ho recuperate in qualche modo, poi ho cercato di pulirle lavandole con l’acqua, e lui, bevendo poi il vino, pare non si sia accorto di nulla. Almeno spero.

Ma dopo non me la sono sentita di riusarle. Le ho gettate via e ne ho comprate altre.

giovedì 26 giugno 2008

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Unicita': motivo di vanto

Anche nel virtuale, anzi, soprattutto nel virtuale la vanita' puo' essere manifestata in maniera estrema, quasi totale. I vari nick in calzamaglia, fra i quali, per coloro che non credono ad una virgola di quanto scrivo (e fanno bene), posso essere inclusa io stessa, hanno la capacita' di trasformarsi in tutto cio' che desiderano. Un po' di Wikipedia e qualche fotina scaricata da internet, ed ecco che si concretizza l'immagine di una Lara Croft pronta a dispensare le sue doti letterarie e le sue attenzioni virtuali ad ogni credulone che, nel web, improvvisatosi cacciatore, va a caccia della preda ideale.

Per creare un personaggio virtuale interessante, tale da suscitare la curiosita' dell'internauta medio, non occorre essere "un genio". Basta quel minimo di capacita' di saper donare una emozione in piu' rispetto al noioso grigiore che accompagna la normale vita di ogni giorno e, chi ha una minima conoscenza del comportamento umano, sa quali leve deve "muovere" per apparire interessante agli occhi di chi legge.

Esiste comunque una regola non scritta: chi afferma di essere di sesso maschile non ha necessita' di "provare" la sua identita' per essere credibile, e la stessa cosa vale per chi si descrive orribile, stupido, povero, o con una qualsiasi caratteristica che abbia accezione negativa.

Tutto cio' che non e' invidiabile, o desiderabile, in internet non deve essere dimostrato, e se io adesso rivelassi la mia "orrenda verita'", cioe' di essere un brutto, vecchio, grasso, ragioniere, non solo non avrei piu' l'onere della prova a mio carico, ma credo addirittura che questo blog si spopolerebbe in un battibaleno.

L'onere della prova ce l'hanno invece quei nick che si dichiarano di sesso femminile, e/o i belli, e/o i colti, e/o i ricchi, cioe' coloro che mostrano un'immagine superiore a quella che rispecchia la realta' media della gente, in quanto vengono automaticamente tacciati di millanteria se non danno prova certa di essere tali anche nel reale.

In fondo, tutto cio' e' comprensibile. La maggior parte di chi si rapporta con altri/e interlocutori o interlocutrici nel mondo virtuale, lo fa per misurarsi nel "gioco" di chi la racconta piu' grossa, che piu' di un gioco rappresenta un modo per superare le proprie intime frustrazioni, per cui chi "segna il punto" deve anche convalidarlo e dimostrare che esso non e' stato ottenuto con l'inganno.

Ma non tutti/e millantano, ed in alcuni casi, chi possiede i sensi giusti, puo' percepire che, dall'altra parte, ci sta effettivamente qualcuno/a che combacia con l'immagine che da' di se'. Sono questi i casi in cui esiste una corrispondenza fra la personalita' reale e quella virtuale.

Chi giunge a tale traguardo compie una significativa evoluzione dal punto di vista personale, oltre ad un'autentica rivoluzione del modello comunicativo utilizzato nelle comunita' virtuali. E di questo fatto ha tutte le ragioni per vantarsene.

Era molto tempo che avevo abbandonato la lettura del blog del Sultano Beyazid. La mia distanza di vedute riguardo alla concezione di un mondo, opposta alla sua, che per me e' in funzione quasi totalmente femminile, aveva creato una frattura comunicativa profonda, e considerata la prolissita' grafomane della persona che agisce dietro quel nick, avevo deciso di non gettarmi in polemiche infinite per le quali avrei dovuto spendere un sacco di tempo in discussioni inutili.

Comunque lo ringrazio enormemente per aver riconosciuto QUI la mia coerenza, attribuendomi il titolo di capostipite riguardo a quella caratteristica "evolutiva" della quale posso andar fiera.

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Il nano sta sbroccando

Il potere esecutivo, generalmente posseduto da un'istituzione denominata "governo", e' in prima istanza il potere di applicare le leggi, distinto dal potere legislativo (che in Italia e' affidato ai due rami del Parlamento), che e' il potere di fare le leggi, mentre il potere giudiziario (affidato alla Magistratura) e' il potere di giudicare, ed eventualmente punire, chi non rispetta le leggi.

La separazione tra i tre poteri garantisce l'imparzialita' delle leggi e della loro applicazione.

Quando il Primo Ministro che presiede un governo, controlla allo stesso tempo anche la maggioranza nei due rami del Parlamento, detiene di fatto due di questi poteri.

Se per caso egli dovesse far promulgare delle leggi volte a fargli controllare anche il potere giudiziario, si avrebbe una situazione nella quale i cittadini rimpiangerebbero lo stalinismo.

mercoledì 25 giugno 2008

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La via della zingara

Devo dire che Klaudia e’ molto cresciuta. Adesso e’ una donna, ed ha maturato quella sicurezza che le mancava. Ha terminato gli studi con successo, ed ha iniziato a lavorare nel campo della moda. Questo la porta, molte volte, ad allontanarsi da casa per lunghi periodi, ad avere abitudini diverse, a conoscere gente nuova. La sua vita sta progressivamente divergendo da quella del piccolo paese dove ha sempre vissuto.

E’, comunque, ancora all’inizio di quel percorso individuale verso l’indipendenza, ma conosco il suo carattere, e sono certa che, se non si lascera’ sviare dai tanti discorsi, raggiungera’ alcuni, se non molti, degli obiettivi che si e’ data. Ovviamente in tutto cio’, lo dice lei stessa, non puo’ esserci posto per legami affettivi fissi e duraturi, tanto meno per un matrimonio, e per dei figli che, fra l’altro, non e' cio' che desidera in questo momento.

Non avendo con chi confidarsi, ed avendo con me un ottimo rapporto fin da quando era bambina, spesso mi chiama e mi racconta gli ultimi avvenimenti, le sue storie, anche private, talvolta anche troppo private. Ma soprattutto mi parla delle sue attuali incomprensioni con la famiglia, con la quale vive un momento di grande contrasto. Questa rinnovata confidenza, nonostante la differenza di eta’, ci sta avvicinando ancor di piu’, ed io provo per lei un sentimento misto fra il materno ed il sorellico [1]

Dice che le persone, soprattutto le piu’ vicine, si prodigano a darle consigli per la buona riuscita della sua vita futura, e vorrebbero che lei si trovasse un bravo fidanzato, che si sposasse, e che avesse tanti bambini.

Non capisce il perche’ di tanto “accanimento terapeutico” nei suoi confronti, ma per lei il problema e’ principalmente di coscienza: da una parte la voglia estrema di vita libera, non condizionata, inseguendo i suoi sogni; dall’altra il dolore derivante dal pensiero di una lacerazione con la sua famiglia, alla quale e’ molto attaccata.

Per i suoi genitori, e per le sue sorelle, io sarei l’artefice del Peccato Originale, quella che le avrebbe messo in testa strane idee, pero' non posso farci niente se lei spesso mi cerca per avere consigli, ed io non me la sento di rifiutarglieli. Anche se so che con questo contribuiro’ ancor di piu’ a farle prendere quelle decisioni che lei stessa, interiormente, desidera prendere.

Le ho detto, innanzi tutto, che la sua famiglia fa bene a preoccupasrsi per lei. Che ogni madre ed ogni padre hanno il dovere di assicurarsi che la loro figlia abbia una vita felice, ma che dovrebbero, piu' che indirizzarla verso certe strade che loro desiderano, anzi cercano di imporle, indicarle quelle che, eventualmente, potrebbero essere pericolose per lei, lasciando pero' a lei la decisione.

Le ho spiegato poi che sarebbe sbagliato se collegasse le sue esigenze con le mie di quando avevo la sua eta', e quindi sarebbe un errore se intendesse ripetere le mie stesse esperienze. Essendo noi due diverse, lei non puo’ mettersi in testa di seguire le mie impronte come era abituata a fare da piccola quando, nella neve, metteva i suoi piedi dentro il solco lasciato dai miei passi.

La mia vita ha preso una certa direzione per motivi diversi dai suoi, ed in un’eta’ diversa dalla sua. Inoltre, in quel periodo, “andarsene”, prendere la "via della zingara", rappresentava non tanto un atto di ribellione verso i genitori, oppure contro il conformismo, quanto un’occasione per vivere lontana dai problemi che assillavano il nostro Paese. Problemi che, con il tempo, si sono risolti.

Le ho anche detto che, se avesse deciso di prendere quella via, nessuno avrebbe posseduto la chiave della sua gabbia, ma avrebbe dovuto costantemente combattere contro l’ipocrisia, e contro l’invidia della gente mediocre. Sentimenti che avrebbe dovuto, pero', farsi scivolare addosso, per non sentirsi inadeguata e fuori posto.

Purtroppo esistono donne che, sapendo di non possedere doti tali da attirare molte attenzioni, preferiscono, per paura di restare sole, adagiarsi nelle prime situazioni affettive, di comodo, che a loro capitano, senza averne consapevolezza, ne’ convinzione. E quando non possono piu’ tornare indietro, oppure non hanno il coraggio di tornare indietro, se anche sentono di essere profondamente insoddisfatte, si autoconvincono di aver fatto comunque la scelta migliore.

Poi capita che si trovino a guardare negli occhi una donna che rappresenta tutto cio’ che non loro sono mai state, e non saranno mai. Una donna indipendente, realmente soddisfatta delle proprie scelte, e che mostra quella spensieratezza a loro sconosciuta. Cosi' non riescono a capacitarsi di come possa, quella persona, essere felice, e cercano di correggere l’anomalia, inducendola ad adeguarsi a loro, cosicche' anche lei possa essere "felice" come lo sono loro.

Soprattutto se quella donna ha anche un corpo, un cervello ed un'anima che suscitano ammirazione intorno, mentre loro, ormai, si sono arrese ai piaceri della cucina, ed alla pigrizia fisica e mentale.


[1] Sorellico non esiste. Purtroppo la lingua italiana soffre di quella che io reputo una "deficienza" linguistica, dovuta al tipo di societa' maschilista, che non le consente di avere termini specifici femminili, come quello del sentimento "fraterno" fra donne.

martedì 24 giugno 2008

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Nick in calzamaglia

Lui...



Lui in atteggiamento minaccioso...



La sua casa...



La sua auto...



La sua donna...



Il triste risveglio...

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Il giorno prima

"Specchio, specchio delle mie brame, chi e’ la più bella del reame?”

Non era lo specchio della Regina, matrigna di Hófehérke, e neanche di Erzsébet Báthory, quello in cui la sua immagine era riflessa mentre si truccava, ma era comunque un bello specchio, di quelli usati nei camerini dei teatri, circondato di lampadine, con la luce giusta ma implacabile, tanto che se non riusciva a vedersi piu’ che perfetta, non aveva altra scelta se non rinunciare all’appuntamento.

Qualche volta, quando non si era vista abbastanza carina, era accaduto che avesse telefonato al cliente per annullare l’incontro, ma era cosa assai rara. Aveva ancora una bella pelle, compatta, senza imperfezioni, assente di rughe, finanche quelle d’espressione che, di solito, costringevano le sue colleghe piu’ giovani ad un'accurata opera di mascheramento.

“E’ solo genetica” si ripeteva sempre, pensando di chi fosse il merito di quella sua fortunata particolarita’ che le permetteva di apparire molto piu’ giovane di quanto fosse realmente.

Nagyanya, forse, aveva avuto una pelle come la sua quando era stata giovane, pero’ era invecchiata presto. Aveva sofferto, aveva fatto una vita da contadina, aveva superato gli anni duri della guerra, ed aveva allevato molti figli. Tutte cose che invece lei non aveva vissuto.

Ma forse il merito era di quel suo sangue bastardo, risultato del miscuglio di una moltitudine di razze diverse che sentiva fluire nelle vene. Spesso, giocando, cercava di individuare quei caratteri che attribuiva ad un’eredita’ genetica tramanda chissa’ da chi. Gli zigomi alti manifestavano lontane origini asiatiche. Come il “taglio” degli occhi. Il loro colore invece era decisamente nordico: troppo chiaro per essere tzigano. Certe sue origini slave erano evidenti: la costituzione longilinea, le gambe lunghe, l’altezza. Anche la tonalita’ della sua pelle, chiara, non aveva nulla di zingaro.

Di tzigano aveva altre cose. I capelli innanzi tutto; poi alcuni tratti del suo volto come le sopracciglia e la bocca. Inoltre il carattere, ma quello non poteva essere riflesso in uno specchio.

Sul carattere pero' aveva il dubbio che le provenisse dal suo ascendente latino. Alcuni aspetti di esso erano ancora indecisi, ma lei aveva risolto la questione in un modo molto semplice e pratico: era a volte tzigana, a volte italiana. Dipendeva da cosa le meritasse di piu' in quel momento.

Ed in quel momento si sentiva italiana. Avrebbe incontrato un cliente nuovo, infatti. Un italiano che risiedeva all'estero, di passaggio in citta’ per affari, che aveva fatto di tutto pur di avere un appuntamento con lei, arrivando persino a posticipare di due giorni il viaggio di ritorno, dato che lei non aveva potuto liberarsi prima di quella sera.

Una cena con dopocena che sarebbe stata consumata nel solito modo, reiterando il medesimo copione, recitando la parte di sempre. Sperava solo che lui non fosse un tipo arrogante, poiche' se per lei cio’ avrebbe comunque significato riproporre la parte di un’Irina cinica e distaccata, sentiva ormai il peso del tempo, e delle centinaia d'incontri di quel tipo che si erano succeduti in quegli anni.

“Dieci anni - aveva detto quando era arrivata in Italia - lo faro’ per dieci anni... poi chiudo”. Ma non potendo tacitare la sua maledetta coerenza, aveva aggiunto: “Anzi, lo faro’ per altri sette… tre li ho gia’ utilizzati”.

Quando lo disse era convinta. La scadenza dei sette anni le sembrava lontanissima, ma quei sette anni erano volati via silenziosi, e si rendeva conto che l’allarme che aveva fissato per quella scadenza era in procinto di mettersi a suonare. Come quando al mattino le capitava di svegliarsi un po’ prima che iniziasse a suonare la sveglia, e stava li’, nel torpore, cercando di succhiare ancora un po’ di quel bel sogno, sapendo pero’ che il riposo stava giungendo alla fine, e quel sogno non avrebbe potuto riacciuffarlo.

Ma era giunta davvero alla fine?

Se si guardava in quello specchio si vedeva piu’ carina che mai. Era nella sua forma migliore. Aveva l’eta’ giusta, esperienza, e clientela di livello. Perche’ avvertiva il bisogno di dover di rispettare quel suo proposito fatto sette anni prima? Avrebbe potuto benissimo cambiare i termini, avrebbe potuto non calcolare gli anni precedenti al suo arrivo in Italia, cosi’ avrebbe potuto sfruttare le sue doti per altri tre anni. Avrebbe guadagnato altro denaro e, soprattutto, avrebbe potuto continuare a sognare, godendo dalla consapevolezza di essere ancora bramata oltre il limite che normalmente la vita concedeva alle donne.

Ma colei che vedeva nello specchio non avrebbe mantenuto quell’aspetto in eterno. Non era un personaggio di una fiaba. Anche Hófehérke dopo un sonno di molti anni, avrebbe perso la gioventu’, le mani avebbero iniziato a mostrare i primi segni, le sarebbero apparse le prime rughe, il collo e le braccia avrebbero perso di tonicita’, le gambe avrebbero visto comparire i capillari, la cellulite, ed il suo seno avrebbe perso la freschezza di sempre.

Il principe passando per il bosco, non avrebbe incontrato una giovane fanciulla da risvegliare con un bacio, ma un’attempata signora, e forse non si sarebbe preso la briga di disturbare quel sonno, ed avrebbe proseguito il suo cammino senza fermarsi.

Ed anche se Hófehérke, durante tutti quegli anni, si fosse emancipata al punto di mostrare di se’ un’immagine di donna desiderabile al di la’ del suo aspetto, se avesse acquisito intelligenza, cultura, sagacia, fascino, erotismo, coraggio e tante altre qualita’ interiori, tutto cio’ avrebbe avuto valore per il Principe senza qualcosa di piu' fisico? Dopotutto, quando il Principe l’aveva vista, e si era innamorato di lei, Hófehérke era addormentata. Non stava mostrando di se' le sue migliori qualita’ interiori. Stava semplicemente dormendo, e se non le fosse rimasta la bellezza, la fiaba avrebbe avuto un finale diverso.

Era inutile che girasse intorno alle parole, lei sapeva benissimo il motivo per il quale quel limite di tempo doveva essere rispettato. Lei sapeva che se avesse rimandato una volta, poi avrebbe continuato a rimandare all’infinito, restando addormentata tutta la vita nella speranza dell’arrivo di un Principe che, invece, non sarebbe mai giunto.

Era questo il suo terrore? Restare sola? O forse per lei “il Principe” era solo un termine usato per indicare qualcosa di diverso da persona?

In quel momento neppure lei riusciva a comprenderlo, ma una cosa sapeva benissimo: se avesse smesso l'avrebbe fatto nel momento in cui tutti coloro che l'avevano conosciuta si sarebbero ricordati di lei, cioe' quando fosse stata nella sua migliore forma. Non avrebbe mai dato di se' un'immagine di decadenza.

Si trucco’ in modo semplice, ma privilegiando gli occhi e, come sempre, evito’ il rossetto, sostituendolo con del lucidalabbra trasparente. Quella sera scelse di raccogliere i capelli in uno chignon basso, lasciando che due ciocche ribelli le ricadessero sulle tempie. Poi mise gli orecchini ai quali era affezionata.

Scelse con cura il colore delle lenti a contatto con le quali avrebbe “mascherato” il suo sguardo. Decise per un verde quasi smeraldo, e penso’ che, per quella sera, avrebbe messo anche il “Colombiano”.

Faceva caldo. Evito’ la biancheria intima. Indosso’ un abito leggerissimo e dei sandali con tacco non troppo esagerato. Si rimiro’ ancora, questa volta davanti alla psiche in cui poteva vedersi tutta. Osservo’ che niente fosse fuori posto. Dette un’ultima sistemata ai tirabaci ed usci’.

Strano il destino, folletto impudente, dispettoso e crudele. Non si riesce a capire se sia lui a manovrarci, oppure se siamo noi che interpretiamo degli avvenimenti, del tutto casuali, come fossero parte di un piano preordinato e stabilito altrove. Quella sera lei non sapeva che sarebbe andata incontro al suo ultimo appuntamento, ed anche il mondo, ignaro, in quella sua ultima notte avrebbe sognato la pace, prima del brusco risveglio.

lunedì 23 giugno 2008

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Ricetta: Asparagi alla "hacker"

Ingredienti per 4 persone: 40 asparagi, 4 grammi di farina, nick in quantita', vino e sale.

Preparazione: Sbollentare gli asparagi (ai quali e' stata tolta la parte bianca e piu' dura) in acqua salata per 5-10 minuti, finche' saranno teneri nella parte piu' estrema del gambo verde. Tenerli in caldo e preparare la farina sbriciolandola finemente in tante striscioline. Prendere i nick che non siano tanto freschi di iscrizione (i piu' adatti sono quelli gia' un po' maturi, del 2005-2006, ma con pochi post all'attivo).

Assicuratevi che non manchi quello "sbambato" e cospargeteli, uno per uno, con le striscioline di farina. Innaffiare con abbondante vino fino a farli "ubriacare". Disporre 10 asparagi per piatto, "versare" sopra le punte i nick gia' "fatti", stando attenti a non romperli, e salare.

domenica 22 giugno 2008

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L'essenza della liberta'

Per una ragione o per l'altra, da pochi anni in Italia l'interesse per gli zingari e' aumentato esponenzialmente, e non sempre tale interesse rivela un proposito benevolo, o un motivo per conoscere e risolvere i loro problemi, che poi sono problemi di cittadini/e italiani/e, in quanto moltissimi/e di loro, pur mantenendo la loro cultura nomade svincolata dal possesso di qualunque cosa possa incatenarli/e ad un luogo, hanno acquisito da molto tempo la cittadinanza italiana.

E' pur vero che fenomeni migratori, come hanno avuto modo di svolgersi dal crollo della Cortina di Ferro in poi, non erano ipotizzabili venti anni fa, e l'Europa tutta si e' trovata impreparata di fronte all'enorme massa di persone che, fuggiasche da una vita precaria nella quale dovevano restare per ragioni politiche, hanno scelto la via dell'occidente piu' ricco e prospero, come percorso per alleviare la loro condizione di miseria.

L'arrivo caotico e non regolamentato di milioni di persone, quasi sempre appartenenti ai ceti piu' bassi, e quindi meno istruiti, in cerca di un'esistenza migliore, ha ovviamente creato problematiche nuove, e gettato i germogli per un fantasma che, nella cultura nazional-occidentale, non e' mai del tutto svanito, neppure dalle menti di coloro che, in tempi in cui non esistevano certi problemi, si proclamavano tolleranti: il razzismo.

Non si sa di chi sia la colpa. Forse non esistono colpe da attribuire, ma solo fatti da registrare, catalogare, esaminare... risolvere. A cosa servirebbe attribuire la colpa a qualcuno? Servirebbe forse a fargli scontare una pena? E che genere di pena dovrebbe essere?

Se anche fossero individuati i responsabili di cio' che ha dato origine a tutto (che gia' sarebbe un'utopia, in quanto ogni avvenimento e' una concatenazione di un qualcosa avvenuto in precedenza, e quindi si dovrebbe risalire alle origini dell'Umanita'), e se anche un tribunale li condannasse alla pena capitale, risolverebbe forse il problema?

Non credo.

Credo invece che una radicalizzazione degli atteggiamenti potrebbe portare (proprio per effetto di quella concatenazione di eventi), a problematiche e ad un futuro ancor piu' inquietanti.

Ma cio' e' talmente scontato che tutti lo sanno. Non dico niente di nuovo e quella che io vi propino e' un'analisi talmente banale, che ogni persona dotata di senno ha gia fatto.

Allora mi chiedo: dato che siamo tutti/e dotati di senno, e cio' che dico non e' una novita' ma e' una banalita', perche' si continua a parlare senza mai arrivare ad una soluzione definitiva?

Il problema dei flussi migratori non e' iniziato venti anni fa, ma esiste da quando esiste l'Umanita'.

Fino ad un passato recentissimo qualcuno ha tentato di dare risposte estreme a tali problematiche. Genocidi su grande o piccola scala si sono succeduti nell'arco dei secoli, ed ancor oggi si assiste impotenti a quelli nuovi, perdonando i vecchi perche' ormai caduti in "prescrizione".

Ma i genocidi cadono in prescrizione? Dopo quanti anni? Dieci? Cinquanta? Cento?

Forse esistono delle responsabilita'. Forse non e' del tutto vero che la colpa non e' di nessuno. Forse la vera colpa sta nell'incapacita' di creare delle regole di civile convivenza fra i popoli che rispettino le minoranze come le maggioranze, i pochi con la pelle rossa come i tanti con la pelle gialla, i pochi ricchi come i tanti poveri...

Quindi si ricade sulle responsabilita', ed il ruolo che hanno un numero limitato di personaggi di spicco dell'economia, della politica, dell'informazione, della cultura, della scienza, della religione, che coadiuvandosi in un'armonia quasi perfetta, oggi gestiscono la stragrande maggioranza delle risorse umane, sia in termini fisici, che intellettivi, che spirituali.

Costoro, giustamente, non vogliono assolutamente perdere il loro potere. Anche se cio' dovesse portare alla distruzione totale del pianeta, come tanti Fürer barricati nei loro bunker, sono pronti a commettere un genocidio piuttosto che retrocedere dai loro privilegi e ridistribuire anche una minima parte di essi.

Il loro comportamento, anche se mascherato da "democratica struttura" e' in realta' un dispotismo interiore che si esprime sempre di piu' attraverso la manipolazione dell'economia, della politica, dell'informazione, della cultura, della scienza, della religione, delle quali tengono saldamente le redini.

Solo una cosa non possono manipolare: le convinzioni intime di chi ha scelto di vivere la propria vita ricca di ideali e valori che vanno oltre la proprieta' di fette sempre piu' estese del pianeta, e che partono primariamente dall'anima e dal buon senso.

Il popolo tzigano, quello vero, non desidera possedere la terra, preferisce non avere una casa, non attribuisce valore ad alcuna cosa che sia ancorata e vincolante, fosse anche un pozzo di petrolio, perche' chi possiede tutto cio' dovra' un giorno o l'altro difenderlo con le unghie e con i denti, dovra' combattere furiosamente perche' nessuno glielo porti via, dovra' indossare la divisa ed uccidere per non essere ucciso...

Mentre chi e' tzigano/a non possiede niente, non deve difendere niente, al massimo una baracca con le ruote che puo' essere trascinata via o, se distrutta, puo' essere ricostruita altrove.

Non esisteranno mai soldati di un esercito tzigano. Ecco l'essenza della liberta'.

Per Kameo e per chi fosse interessato/a ad un ulteriore approfondimento della cultura nomade, ecco QUI un utile link.

sabato 21 giugno 2008

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Sabato pomeriggio

 
Pensieri qualsiasi di una donna qualsiasi in un pomeriggio qualsiasi

Un libro tutto al femminile: è donna l'autrice, sono donne le cinque protagoniste, è rosa l'atmosfera inframmezzata da colori autunnali e, talvolta, da pennellate a tinte fosche... nero e rosso. Cinque storie che si intrecciano, si rincorrono fino alla creazione da parte di Sara della società SMILE, acronimo delle iniziali del gineceo appena nato e che, dopo un tragico evento legato al crollo delle Twin Towers di New York, rivelano una realtà profondamente diversa da quella apparente. Attraverso un percorso difficile e accidentato Sara troverà, per sé e per le sue amiche, il riscatto dalle sofferenze e dalle umiliazioni della vita in un fantastico e surreale giorno di settembre...”

“Cavolo! - ho pensato quando ho letto la breve recensione trovata in internet - Pare quasi la storia della mia vita in versione 1REDICUORE. Solo che io non ero alle Twin Towers[1] il giorno in cui crollarono, non ho conosciuto personalmente Oriana Fallaci, non ho oscure missioni da compiere nei Paesi arabi, non ho la casa a Riyād e, soprattutto, non userei mai tonnellate di puntini per riempire gli spazi fra un capoverso e l'altro”.

Pero’, certi elementi descritti nella breve recensione del libro di Silvana Lanzetta mi hanno incuriosita, perche' ricorrenti anche nei miei deliri, scritti o ancora da scrivere in questo blog: i colori nero e rosso, l’atmosfera autunnale, le protagoniste femminili... e poi il 31 settembre: la data di nascita di Tündér!

Un amico mi aveva consigliata di leggerlo, cosi’ oggi pomeriggio ho deciso di andare in libreria ad acquistarlo. Poi, dato che la giornata estiva prometteva bel tempo, avrei fatto il solito giretto a Riyād.[2]

Vi prego, non accalcatevi ogni sabato davanti alle Messaggerie Musicali nella speranza di incontrarmi. Oggi ci sono capitata perche’ avevo una ragione precisa, quella del libro, ma non ci vado spesso. Perdereste il vostro tempo, oltre a creare intralcio alla circolazione.

Comunque, dopo aver girovagato fra gli scaffali dell’affollato megastore, cercando inutilmente, ho dovuto soccombere all’evidente incapacita’ che ho nel rapportarmi con questo tipo di esercizio in cui la gente gira affannosamente alla ricerca di un qualcosa disposto in ordine alfabetico, non ricordandosi mai l’esatta collocazione della lettera K: se prima della I dopo la H, oppure dopo la J prima della L...

Mi sono rivolta quindi al commesso, il quale, in quel momento, stava parlando al telefono. Mi ha fatto cenno di attendere un attimo. Un attimo che e’ durato ben 3 minuti… ovvero 180 secondi! Provate a contare fino a centottanta per rendervi conto quanto l’attesa possa essere realmente breve stando in piedi di fronte a un tizio che gesticola al telefono con atteggiamento stizzito.

Alla fine, conclusa la telefonata (forse con il suo fidanzato), spostando la ciocca di capelli dalla fronte con gesto alquanto civettuolo, senza guardarmi in faccia, e dando cosi' il primo duro colpo della giornata al mio ben noto amor proprio, si e’ rivolto a me con un: “siiii?”

Gli ho porto il bigliettino con il titolo del libro e l’autrice. Lui ha fatto una veloce ricerca sul computer, poi ha scosso la testa (e la ciocca) dicendo che ne erano sprovvisti. Non ho insistito oltre, anche perche’ in quel momento il suo fidanzato gli ha telefonato di nuovo. Ho deciso di soprassedere. L’ho salutato gentilmente (lui neanche mi ha risposto mortificando ulteriormente la mia autostima) e, sconsolata, me ne sono andata. Ho acquistato un paio di riviste e mi sono diretta verso il parco.

Sara’ stato forse per il caldo improvviso, oppure per semplice sfiga nera, ma oggi, a risollevare il mio depauperato morale, non c’erano neppure i camerieri che di solito, stazionando fuori dal ristorante che si trova lungo il cammino, si rivolgono a me con “paroline d’ammirazione”, ehm… abbastanza eloquenti, quando passo da li’.

Qualcuno a quell’ora si e’ trovato nei paraggi ed ha per caso notato una donna alta, longilinea, poco truccata, capelli lunghi sciolti, con dei jeans semplici semplici, e una maglietta nera semplice semplice, che ha percorso il tragitto che va dalle Messaggerie fino ai giardini di via Palestro? Vi prego qualcuno mi dica di si, altrimenti dovro’ seriamente rivedere il mio look!


Seduta sulla panchina, scelta accuratamente all’ombra, e posta strategicamente in un luogo ove potevo osservare la gente, ho iniziato a sfogliare distrattamente le mie riviste. Un uomo, non piu’ giovanissimo, si e’ seduto accanto a me, ed ho avuto l’impressione che stesse osservando i miei accessori. Per un attimo ho pensato seriamente che Duval si fosse davvero appostato li’, nel parco, in attesa un giorno di dare forma alle sue immaginazioni. Ma non era lui. Quel tipo non aveva la faccia da Duval.

Adesso, per cortesia, non chiedetemi perche’ lo dico. Non lo so perche’, non saprei spiegarlo, ma non l’aveva. Di ciascuno/a, mi sono fatta un’immagine ben precisa. Non e’ detto che questa immagine corrisponda alla realta’. E’ solo cio’ che la mia mente ha elaborato sulla base di come avete interagito con me.

Un’immagine che nasce dall’idea, e non, come sempre avviene, l’idea che nasce da un'immagine.

Sono troppo contorta nei miei ragionamenti? Si’, lo so, me lo dicono spesso, ma quante volte ci facciamo un’idea di una persona partendo dal suo aspetto esteriore?
Quasi sempre. E’ quello il primo giudizio che diamo. In base a come la persona si presenta fisicamente, a come si muove, a come si atteggia, gia’ eseguiamo la prima operazione di cernita, mettendola in uno dei contenitori: “antipatici” oppure “simpatici”.

Cio’ che io ho fatto e’ stato invece eseguire l'operazione opposta: sono partita dalle personalita’, per costruirmi poi le immagini fisiche. E quel tipo li’ non aveva la faccia da Duval!

Anche perche’ se lo fosse stato, conoscendo per come si presenta Duval (almeno a parole) quando va in giro nelle amene localita’ dell’Est Europa, avrebbe cercato senz’altro di attaccar discorso Avrebbe detto qualcosa, magari riferendosi agli alberi, o a qualche mio dettaglio. Ho addosso “argomenti” che credo siano un buon pretesto per rompere il ghiaccio in qualsiasi situazione. Iniziando dalle unghie; ma per cortesia, vi scongiuro, se per caso vi trovaste ad attaccar discorso con me, non propinatemi la scontata battuta: "ti ci vuole il porto d'armi per quelle?"

Me l'hanno detta almeno 300 volte!

Pero' non fraintendetemi; non e’ un metodo per essere “agganciata” o per trovare polli. So che i maschietti pensano inevitabilmente a quello, ma non e’ cosi’. I motivi per i quali mi piace attirare l’attenzione sono altri, e solo le altre donne che mi leggono possono (credo) comprenderli.

Alla fine, per tornare a casa, ho percorso il tragitto inverso fino a S.Babila. Nessuno mi ha notata neppure al ritorno, vero?
Se non ci fosse stato, questa volta, almeno uno dei camerieri a regalarmi una “parolina eloquente”, credo che sarei stata troppo depressa per scrivere questo post. :-)

[1] Suvvia, riportategli a galla i 3D che' lui ci tiene a vederli in prima pagina quando torna dalle sue "missioni". :-)
[2] Riyād in arabo e' il plurale di rawda e significa "giardini".

venerdì 20 giugno 2008

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Digital fingerprints

Sono le "impronte digitali" che contraddistinguono il nostro modo di muoverci nel web. Ciascuno/a di noi ne ha di sue particolari.
Io per esempio ho, come caratteristica abbastanza evidente, quella di scrivere con lettere non accentate (l'accento lo sostituisco con l'apostrofo). Cio' e' dovuto principalmente al fatto che la mia tastiera cirillica-americana e' priva d'accenti, ma sono talmente abituata a scrivere cosi', che anche con una tastiera italiana mi comporterei allo stesso modo.

Un'altra mia "digital fingerprint", come dice un amico, e' quella per la quale, rivolgendomi a chi mi legge, puntualizzo aggettivi, avverbi e sostantivi sia al maschile che al femminile. Un esempio di quanto dico lo si puo' vedere all'inizio di questo post quando scrivo "ciascuno/a di noi".

Questo, anche se mi identifica (stimolando la mia vanita'), pare che non sia grammaticalmente giusto. Dato che mi rivolgo ad un "pubblico" che si suppone essere formato da entrambi i generi (maschile e femminile), dovrei tralasciare di precisare che fra chi mi legge possano esserci sia donne che uomini. Tale precisazione risulta infatti ridondante, ed alla lunga si presta ad un'interpretazione psicanalitica, poiche' pare che con essa io denoti un desiderio di rimarcare soprattutto la mia femminilita'.

Ebbene, pare che una lettura piu' scorrevole della frase si otterrebbe se usassi un modo di scrittura come se mi rivolgessi solo ad un pubblico maschile, e questo, perdonatemi, per quanto ci sia lavoro per le decine di psicanalisti che mi seguono, non posso proprio accettarlo. Che la mascolinita' domini con le sue regole anche il lessico lo posso anche sopportare, ma che io debba adeguarmi ad esse, nessuno puo' chiedermelo.

Per cui faro' decidere a chi mi legge se preferira' vedermi usare la forma che ho utilizzato finora (maschile/femminile), oppure se, d'ora in poi, dovro' rivolgermi a tutti/e utilizzando la sola forma al femminile.

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Stupro: crimine di guerra


Non esprimo alcun commento se non due semplici parole: "Era ora!"

"Non piu' reato minore, ma crimine di guerra: il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha riconosciuto la violenza carnale tra i piu' terribili abusi che si possano compiere in un conflitto. I quindici membri dell'esecutivo Onu hanno approvato nella notte all'unanimita' la risoluzione 1820 nella quale si stabilisce che "lo stupro e le altre forme di violenza sessuale possono rappresentare un crimine di guerra, un crimine contro l'umanita' o un elemento del genocidio".
Nel documento si chiede alle parti coinvolte in un conflitto "l'immediata e completa cessazione" di "tutti gli atti di violenza sessuale contro i civili" e "l'adozione immediata di misure per proteggere i civili, comprese donne e bambine, da tutte le forme di violenza sessuale". La risoluzione, poi, minaccia indirettamente per i sospettati di stupro durante una guerra un processo davanti al Tribunale penale internazionale dell'Aja. Il voto sul documento e' arrivato alla fine di una giornata di discussione moderata dal segretario di Stato americano Condoleezza Rice, presidente di turno del Consiglio. "Lo stupro e' un reato che non puo' mai essere condonato", ha sottolineato la Rice. "In tutto il mondo donne e bambine in situazioni di conflitto sono state vittime di diffusi e deliberati atti di violenza", ha insistito, ma "la risoluzione di oggi fissa un meccanismo per far venire alla luce quelle atrocita'". La Rice non ha mancato di fare esempi: in Birmania, ha ricordato, i militari violentano regolarmente donne e bambine anche di otto anni. Gli stupri sono la regola spesso anche nella Repubblica Democratica del Congo o in Sudan. Il capo della diplomazia Usa ha pero' sorvolato sui tanti casi che hanno visto coinvolti militari americani in missione all'estero."

Notizia tratta da QUI

giovedì 19 giugno 2008

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Fuoco e ghiaccio

Il blog e’ un diario personale, almeno per come lo intendo io, che tramite l’esposizione scritta di pensieri e stati d’animo, induce ad una rilettura in chiave piu’ distaccata, e quindi molto piu’ decifrabile, di quella parte della nostra personalita’ che gli altri riescono, forse, ad intravedere nei nostri comportamenti, ma che spesso a noi stessi/e resta celata. Per questo lo ritengo, come anche un diario cartaceo, uno strumento introspettivo sano e naturale.

Ma il blog, rispetto ad un diario classico, di quelli scritti a mano e gelosamente custoditi, possiede qualcosa in piu’, e cioe’ da’ la possibilita’ di interagire con una miriade di lettori anonimi che attraverso le loro provocazioni (molte volte stupide ed inconcludenti, ma alcune volte significativamente utili), stimolano riflessioni che altrimenti non scaturirebbero mai. Oltre a cio', il blog permette anche di confrontarsi, in tempo reale, con altre persone che espongono i loro pensieri in liberta’, creando di fatto una specie di “laboratorio” globale in cui si fa terapia di gruppo.

Particolarmente solleticanti, per quanto mi riguarda, sono le riflessioni delle altre donne che con me hanno in comune il fatto di aver condiviso un tragitto di vita ed un’esperienza abbastanza simile, non solo come professione ma anche come condizione sociale, culturale, e forse etnica.

Prendo spunto da un post nel blog di mia sorella Alexia ove, nei commenti, si esprimono alcune riflessioni riguardo allo stato d’animo che puo’ intervenire nel caso di un incontro (professionale) con una persona che si dimostri arrogante o comunque sgradevole. Ad un mio commento, in cui indico una possibile strategia da tenere nei confronti di un tal cliente che dimostri fin da subito di non essere gradevole (non tanto come aspetto quanto per il comportamento), lei risponde:

”Purtroppo, cara sorella, se sono incazzata mi viene solo la voglia di prendere a calci nel culo chi non rispetta le mie regole.”

Parlando seriamente, al di la’ delle battute ciniche che possono essere fatte, anche per rassicurare coloro che potrebbero, leggendo le mie parole, vedere sempre e comunque un rischio di "fregatura" in un incontro con una devochka, dico che se un cliente vuole evitare comportamenti freddi, distaccati oppure addirittura incazzati da parte della ragazza, e vuole vivere un'esperienza che valga il denaro pagato, la chiave di tutto la possiede solo lui. E non si tratta solo dei soldi. Deve soprattutto evitare determinati comportamenti, quelli che portano molti uomini a scaricare le loro frustrazioni su donne che loro considerano oggetti solo perche' le pagano, ma che in quel momento non hanno alcuna voglia di essere trattate da bidoni dell'immondizia.

Solo chi capisce questo puo', comportandosi in modo gentile ed educato, creare il clima giusto per un bell'incontro. Se e' arrogante, se per lui il significato dell'incontro non e' solo quello di ottenere un servizio di accompagnamento o sessuale, ma quello di esaltare il proprio ego frustrato mortificando l'altra persona, allora qualsiasi cosa succedera' dopo, dalla fregatura relativa al servizio stile “Chiara", all'incazzatura con conseguente fanculizzazione stile “Alexia", se la sara' cercata lui.

Esistono infinite ragioni per le quali una donna sceglie di fare la prostituta: un mix di esigenze e bisogni che ciascuna ha e che appartengono solo a lei. In relazione a cio’ esistono quindi infiniti modi di esercitare il mestiere, una cosa pero' e' certa: questo tipo di lavoro e' basato totalmente sul rapporto personale, ed in questo influisce soprattutto l'umore della ragazza nel momento in cui deve rapportarsi con il cliente.

Chi desidera un incontro in cui venga perduta la sensazione di essere con una donna che e' li' solo perche' pagata, in cui ci sia entusiasmo anche dall'altra parte, deve capire che tutto si basa su come la ragazza si sente in quel momento. Se ella si trovera' a suo agio e stara' bene, ovviamente corrispondera' con un comportamento piu’ naturale e partecipativo.

Questo puo' accadere pero’ solo nel caso in cui la professionista affronti il mestiere in modo umorale. Cioe’ elegga come priorita’ non il denaro, ma il “momento vissuto”, lasciandosi guidare dalle sensazioni, piu’ che dal mero calcolo economico. D’altro canto, come sara’ capace di dimostrare entusiamo quando incontrera’ clienti piacevoli, sara' altresi’ fredda ed indisponibile con quelli che non sopporta.

Il cosiddetto "frigorifero", invece, e’ colei che affronta il mestiere eleggendo come priorita’ il fattore economico. Ella avra’ con tutti i clienti, piu' o meno, lo stesso comportamento. Non fara’ grandi distinzioni, e la personalita’ degli uomini incontrati, la loro simpatia, la loro gradevolezza fisica e sessuale non saranno dettagli rilevanti. Per soldi sara’ disposta ad accompagnarsi anche con persone sgradevoli (entro certi limiti), soffocando il fattore umorale, ma allo stesso modo non dimostrera' neppure eccessiva passione con i clienti gradevoli.

Coloro che credono che la stessa devochka possa comportarsi indifferentemente in entrambi i modi sono completamente fuori strada, perche’ il suo atteggiamento durante un incontro non dipende solo dal cliente, ma dipende soprattutto da come lei ha deciso di affrontare il mestiere: freddamente con calcolo, o in modo umorale.

Poi ci sono le fuoriclasse, ma rappresentano una categoria a parte che, in confronto alle altre, sono come attrici che si siano diplomate all'Actor’s Studio.

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Yelena

 
E’ una brutta storia e non so da dove iniziare…
Mi chiamo Yana. Il cognome preferirei non dirlo perche’ non si sa mai chi potrebbe leggere cio’ che sto scrivendo, che non riguarda me, ma colei che e' stata la mia migliore amica: Yelena.
Eravamo due tipi di donna molto diversi io e Yelena. Io sono nata in Lettonia, lei in Ucraina; io bionda con gli occhi azzurri, lei con i capelli e gli occhi scuri; io appariscente e truccatissima, lei piu’ “acqua e sapone”; io con un fisico atletico, lei con forme piu’ morbide e sensuali.

Eravamo bellissime insieme. La bionda e la mora ci chiamavano, ed avevamo un discreto successo. Soprattutto con i nostri corteggiatori, che erano persone di un certo livello, uomini d’affari, imprenditori di successo, e persino qualche politico.

La nostra avventura era iniziata nei primi anni ’90. Eravamo entrambe poco piu’ che ventenni. L’avevo conosciuta a Mosca, al matrimonio di un'amica comune. Lei si era appena laureata in Economia e Commercio, e faceva la contabile in una fabbrica di cemento. Io all'epoca lavoravo come commessa in un negozio di abbigliamento a Riga.

Era una ragazza molto estroversa ed intelligente, e facemmo subito amicizia. Iniziammo a parlare dei nostri sogni: l’Italia, gli spaghetti, le aragoste, i ristoranti di lusso, i gioielli e tanti uomini ricchi da sposare. Lei mi disse che aveva conosciuto un commerciante napoletano, e che presto sarebbe partita per raggiungerlo; cosa che avvenne proprio in quell’anno.

Due anni piu’ tardi andai a farle visita. Ricordo che facemmo una gita a Positano. L’anno dopo anche io mi trasferii a Roma, che gia’ conoscevo perche' ci andavo spesso per comprare vestiti. Nel frattempo lei si era mollata col napoletano. Dopo di lui c’era stato un certo Sergio, uno di Roma, cosi’ ci ritrovammo e decidemmo di andare ad abitare insieme, per dividere le spese.

Ufficialmente facevamo le traduttrici, ma i soldi li tiravamo su in tutt’altra maniera. Frequentavamo una scuola d' inglese ed andavamo in palestra per essere sempre in forma.

Yelena conosceva diverse lingue, adorava la letteratura ed il cinema, si intendeva di politica, di economia, di tutto. Fu in quel periodo, era la meta’ degli anni ‘90, che conobbe Alberto, un finanziere d’assalto che l’assunse, come interprete, nella sua societa’.

Eravamo molto amiche, e ci raccontavamo tutto. Ricordo che trascorrevamo le nostre giornate a parlare in quel grande appartamento romano preso in affitto. Eravamo li’ il giorno in cui ci fu la retata che spedi’ in carcere Yuri, l’uomo con il quale, in quel momento, Yelena aveva una relazione.

Yuri le era stato presentato da Alberto, del quale era socio. Non era uno stinco di santo. Anzi, lui ed i suoi amici, tutti russi, erano considerati personaggi assai pericolosi. Noi lo sapevamo, pero’ nei nostri confronti si erano sempre comportati bene, anche se l’atteggiamento di Yuri con Yelena non mi era mai piaciuto. Soprattutto quando la trattava male di fronte agli altri.

Yelena mi raccontava che quando Yuri beveva, e cio’ accadeva spesso, la picchiava. Purtroppo quando una donna si lega a chi fa parte della “brigada”, non si puo’ ne’ lamentare, ne’ tanto meno ribellare. Puo’ condurre una vita come quella di una principessa, ma le regole da seguire, e le umiliazioni da subire, non sono certo piacevoli per chi non ha lo stomaco forte.

Lei gli voleva bene, ma lui di certo non l’amava. Se l’avesse amata non le avrebbe permesso di continuare a fare cio’ che faceva, ad accompagnarsi con altri uomini. Ma si sa, il potere ed il denaro per alcuni sono idoli assai piu’ potenti dell’amore.

Yelena gli faceva comodo. Gli serviva. La introduceva nel letto di coloro che per lui erano interessanti per gli affari. E lei era brava a rendere malleabili gli uomini.

Di tutt'altro tenore era stata invece la relazione con Jimmy, un importante banchiere parigino di mezza eta’ che Yelena incontrava due volte al mese, e che dopo l’arresto di Yuri era diventato il suo “sponsor”, cioe’ colui che provvedeva ad ogni suo bisogno.

Nonostante siano trascorsi dieci anni, sono ancora sconvolta. Ricevetti la telefonata da parte di suo fratello. Era preoccupato perche’ Yelena non si faceva viva da alcuni giorni. Quasi piangeva. Ai genitori non aveva detto nulla. Erano anziani. Il padre geologo e la madre insegnante in pensione, era meglio non sapessero nulla.

Io l’avevo vista per l’ultima volta il giorno del suo compleanno. Era allegra e tranquilla. Poi l’avevo sentita al telefono qualche giorno dopo, mentre ero in viaggio col mio fidanzato. Mi disse che doveva partire urgentemente per Bologna, ma sarebbe tornata a Roma nel giro di uno, due giorni al massimo. Mi disse anche che al suo ritorno si sarebbe presa una settimana di vacanza a Saturnia, e si sarebbe fatta accompagnare da Olga, una comune amica e collega di Milano. Ma Olga l'attese inutilmente. Da quel giorno, era novembre, Yelena e’ scomparsa.

Ritrovarono la sua auto parcheggiata nei pressi della stazione Termini. Qualora si fosse allontanata da Roma, l’aveva fatto utilizzando il treno, ma per dove? Ebbi la sensazione che a Bologna non ci fosse mai arrivata. E poi non c'era alcuna prova che fosse partita col treno. Avrebbe potuto aver parcheggialo li’ l’auto ed essere stata prelevata da qualcuno.

E’ pur vero che dal giorno in cui fu arrestato Yuri erano iniziati i problemi....
Eravamo insieme a casa quando arrivo' la polizia. Misero tutto sottosopra, cercavano armi e droga. La accusarono di associazione mafiosa, una cosa terribile, ma lei non c'entrava niente, ed infatti il procedimento fu archiviato.

Qualcuno ipotizzo’ che fosse ritornata in Russia, ma era impossibile. A casa fu trovato il passaporto. Non aveva portato con se’ la carta di credito, e neanche la sua agendina telefonica. E poi a Mosca c’erano venti gradi sotto zero, mentre dall'armadio mancava solo un giubbino di Gucci.

Mancavano pero’ i gioielli, quelli che lei normalmente indossava per le "cene di lavoro" ed altri incontri importanti, tra cui un prezioso bracciale di Bulgari.

Sono certa che non si sarebbe mai allontanata volontariamente. Anche il domestico che le teneva in ordine la casa, ed accudiva il suo cane quando lei era assente, disse di non essere stato contattato, ne’ per le pulizie, ne’ per provvedere alla bestiola, che rischio’ addirittura di morire di fame. Solo il cielo sa quanto Yelena volesse bene al suo cane. Non sarebbe mai partita senza preoccuparsene.

A volte mi capita di pensare che possa essere stato un cliente a farla sparire, uno di quei maniaci che nella vita di chi fa una certa professione possono capitare. Oppure un fidanzato del quale non mi aveva parlato, che magari aveva perso la testa per gelosia…

Addirittura temo qualcosa di peggio: che la sua scomparsa fosse in qualche modo legata all'arresto di Yuri. Forse sapeva cose che era meglio fossero ignorate, affari di petrolio per svariate centinaia di miliardi. E quando ci sono di mezzo cosi’ tanti soldi, sapere troppo puo’ essere pericoloso.

Ma anche se la ragione mi dice che non la rivedro’ piu’, spero sempre un giorno di vedermela comparire davanti, che mi dice di essersi concessa una lunga, romantica, fuga d’amore.

martedì 17 giugno 2008

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Il coraggio di essere puttane


“Via del Campo c'è una graziosa
gli occhi grandi color di foglia
tutta notte sta sulla soglia
vende a tutti la stessa rosa.”

Ogni persona ha il diritto di fare della propria vita cio’ che desidera, se non infrange il minimo diritto altrui, ma la tal cosa non sempre e’ possibile. A volte ci si deve scontrare con chi ha una strana concezione del significato di “altrui”.
C’e’ infatti chi, pur non avendo alcun diritto, ama insinuarsi abusivamente e prepotentemente nelle pieghe della vita degli altri, tentando di condizionarle e "stirarle" secondo i canoni del tutto arbitrari della sua filosofia, spesso non corrispondente alle esigenze di alcuno se non alle proprie.
Le donne soprattutto sono spesso vittime di questo atteggiamento, poiche' si trovano molte volte nella condizione di doversi confrontare con i concetti moralisti e gli atteggiamenti ipocriti di chi si propone a loro come educatore, come consigliere, come amico, come partner; iniziando a volte da un padre troppo possessivo, per finire con un compagno di vita troppo egocentrico e prevaricatore.

“Via del Campo c'è una bambina
con le labbra color rugiada
gli occhi grigi come la strada
nascon fiori dove cammina.”


La mia piccola, insignificante esperienza mi ha insegnato che sono proprio coloro che ossessivamente indicano rigidi percorsi di vita ad alto concentrato morale quelli che, nel loro privato, commettono cio’ che pubblicamente disapprovano.
Credo che amare il sesso, dedicarsi all’erotismo, essere trasgressiva, sia, una volta raggiunta l'eta' in cui le decisioni possono essere affrontate con maturita', una scelta individuale di ogni donna ed in questo campo nessuno dovrebbe permettersi di esprimere giudizi acconsentendo oppure vietando, premiando oppure condannando. Anche perche’ il concetto espresso dalle persone che mediocremente interpretano l'esistenza e’ quello ormai noto per cui, se per un uomo la liberta’ sessuale rappresenta motivo di vanto nei confronti della societa’, per una donna cio’ e’ disdicevole se non addirittura ignobile. Per questo affermo che ogni donna ha il diritto di essere, se lo desidera, una puttana.

“Via del Campo c'è una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano”


Questo non significa non avere dignita’, non significa non rispettare determinati valori, non significa non meritare rispetto, non significa doversi vergognare. Piu’ che un diritto, quello di pretendere che le nostre scelte siano rispettate, e’ un dovere che abbiamo nei confronti delle generazioni future se vogliamo lasciar loro almeno la speranza di un mondo migliore in cui non si e’ discriminati/e in base a quella che e’ la nostra razza, il nostro genere, la nostra fede religiosa, oppure il nostro orientamento sessuale; incluso il valore soggettivo che diamo alla nostra sensualita' ed al piacere che puo' donare il nostro corpo.

“e ti sembra di andar lontano
lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano.”


E per rendere il mondo migliore non c’e’ bisogno di creare regole che limitino le scelte individuali o che le indirizzino verso specifiche concezioni esistenziali. Ci vuole solo coraggio.
Il coraggio di lottare per vivere secondo cio’ che ci suggerisce la nostra intima natura, di mostrarci come siamo, di mettere a nudo le nostre debolezze, di essere provocanti, di essere sensuali, di fregarcene dei giudizi, di umiliare il perbenismo imperante, e di rifiutare il moralismo nauseante.

“Via del Campo ci va un illuso
a pregarla di maritare
a vederla salir le scale
fino a quando il balcone ha chiuso.”


Il coraggio di essere puttane, ecco il punto! Il coraggio di lottare contro la sopraffazione da parte di chi questo non lo vorrebbe; perche’ certe cose preferisce farle di nascosto; perche’ sa di tradire; perche’ si vergogna della sua ipocrisia; perche’ di coraggio non ne ha affatto.
La vera liberta’, oltre che per le innumerevoli altre cose, passa anche per queste e fare certe scelte non significa non rispettare la liberta' altrui ma esercitare la propria.
Non ero ancora nata, era il 1967, quando un grande cantautore componeva quella che ho potuto ascoltare per la prima volta solo dopo il mio arrivo in Italia, e che secondo il mio personale giudizio rappresenta la piu’ bella poesia mai scritta per una donna che liberamente sceglie di vivere la sua personale avventura.

“Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior”

lunedì 16 giugno 2008

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La Mafia russa in Italia

 
Fin dagli anni ‘90 l’Italia ha rappresentato, per la criminalita’ organizzata russa, un’isola tranquilla dove sono stati reinvestiti capitali illeciti, tramite l’esercizio di attivita’ imprenditoriali lecite, grazie anche a forti alleanze con le organizzazioni criminali italiane.
La prima rilevante azione di polizia contro la Mafia russa risale al 1995, quando a Modena, con l’operazione “Rasputin”, venne arrestato, accusato di riciclaggio d’ingenti somme di denaro illecito, Monya Elson, collegamento in Italia di Semyon Mogilevich.

Nel 1997 a Madonna di Campiglio, l’operazione “Scacco Matto” porto’ all’arresto di alcuni importanti esponenti della criminalita' russa, tra i quali Yuri Essine, accusato di associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata al riciclaggio di denaro di provenienza illecita.

Yuri Ivanovich Essine, noto come "Samosval", esponente stereotipato del mafioso russo di nuova generazione: laureato, educato, esperto di finanza. Un imprenditore, insomma. Considerato il capo della sezione italiana di uno dei gruppi piu' potenti della mafia russa, la brigada Solntsevo, la brigada del Sole, un’organizzazione molto estesa che constava di circa 900 aderenti. A Roma Essine aveva creato due societa' «pulite» che operavano nel settore degli oli combustibili. Di una di queste, la Globus Trading, possedeva il 30% delle quote. Altro socio della Globus Trading era Alberto Grotti, vice presidente dell'ENI (leggi QUI).

Collegato con la Globus Trading era anche l’ex agente del KGB Dimitry Naumov (che ha vissuto a Roma) che aveva collegamenti con i fratelli Viktor and Aleksandr Averin, i quali lavoravano per Sergei Mikhailov, capo della brigada Solntsevo di Mosca, ed associato a Semion Mogilevich. Dimitry Naumov fu ucciso, mentre soggiornava presso l'Hotel Tverskaya. Omicidio attribuito al Kurganskaya, il gruppo di Aleksandr Solonik.

L’organizzazione di Yuri Essine gestiva in Belgio anche dei campi di addestramento paramilitari, e persino dopo l’arresto a Madonna di Campiglio, il boss aveva continuato a ordinare omicidi ed estorsioni dal carcere.

Nella relazione dell’ 8 aprile 1997 stilata in Italia dalla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla Mafia, si legge:

"Nel 1993, dopo che vi erano stati alcuni grossi scontri all’interno delle organizzazioni criminali russe, che portarono alla morte anche dei capi storici della mafia russa, si sarebbe svolta una riunione a Miami alla quale avrebbero partecipato il boss, il capo della mafia russa negli Stati Uniti, Ivankov, detto «il giapponesino», e i più importanti criminali operanti in quel momento: Borodà, Silvester, Averin, Mikhailov e questo Essine Yuri, che abbiamo trovato in Italia.

Nella circostanza furono stabilite delle linee strategiche della loro attività criminale e l’esigenza di estendere tale attività in Europa e segnatamente anche in Italia. Nel 1994 e nel 1995, successivamente a questa riunione, a Mosca fu ammazzato il capo della mafia russa in Russia, tale Otary; a seguire furono uccisi tre dei soggetti che avevano partecipato alla riunione di Miami, Borodà, Silvester e Averin.

Essine Yuri, che aveva partecipato alla riunione, pur avendo il suo compito ben delimitato da sviluppare (cioè la gestione di questa «brigada del sole» e di alcune attività in Italia) decise di allontanarsi da Mosca e di trasferire il suo quartier generale, e quindi se stesso, in Italia. Da qui non soltanto gestiva l’attività in Italia ma continuava la gestione della sua brigada che operava in Russia e a Mosca. Dall’Italia controllava un traffico di denaro proveniente da varie attività criminali esercitate in Russia, soprattutto nel settore del racket. Il flusso di denaro che derivava da questi introiti, veniva trasportato attraverso i turisti che giungono in grande quantità in Italia negli scali aerei di Falconara, Rimini e Forlì.

Va detto che il numero dei criminali in Russia è elevatissimo. Secondo quanto dichiarato due anni fa dal Ministro degli interni russo nella riunione del Congresso della Confederazione degli Stati Indipendenti, in base a loro stime, i gruppi della criminalità russa sono 5.700, per un totale di 114.000 persone, che diventano circa 3 milioni se si considerano anche i fiancheggiatori e coloro che lavorano per le organizzazioni criminali.

La struttura della mafia russa non è ben conosciuta. Le origini della criminalità russa risalirebbero agli anni Trenta-Quaranta, quando i deportati nei lager incominciarono a costituirsi ed a organizzarsi, dando vita ad una forma di criminalità che vedeva al vertice i vory v zakone, i cosiddetti «ladri nella legge», personaggi di spicco delle organizzazioni criminali.

Secondo analisi effettuate dal Ministero degli interni russo, i livelli operativi della criminalità russa sono di tre tipi: uno composto da bande criminali piuttosto esigue, che gestiscono piccole attività o che commettono reati nelle aree metropolitane e che quindi non hanno caratteristiche di vere e proprie organizzazioni mafiose; un secondo livello, composto da circa 500 cosche o brigade, ognuna delle quali conta 200 o 300 membri sparsi su tutto il territorio, che controllano, anche mediante un meccanismo di affiliazione, le bande più piccole del primo livello; un terzo livello, che è quello che i russi chiamano – come ho detto – dei vory v zakone, cioè dei «ladri nella legge», in cui la criminalità organizzata si confonde con il sistema produttivo legale, con la pubblica amministrazione, con la legalità e, in moltissimi casi, con lo Stato.

Le organizzazioni che farebbero parte di quest’ultimo livello sarebbero circa 150 e, tutte insieme, sarebbero probabilmente in grado di condizionare l’economia russa: trattano indifferentemente affari legali ed illegali, e quasi sempre sono rappresentate da uomini di affari, in quanto tali difficilmente individuabili soprattutto nella loro operatività all’estero, poiché l’interlocutore di una qualsiasi azienda, magari un qualsiasi operatore commerciale, può essere in contatto con un importante uomo d’affari senza sapere che questi potrebbe essere al vertice di un’organizzazione criminale.

In Russia tali organizzazioni criminali sono organizzate con una struttura di natura piramidale, alla base della quale vi sono i soldati, cosiddetti «ragazzi», che svolgono attività delinquenziale di più basso livello (spacciatori di droga, riscossori del «pizzo», cosiddetto krysha, picchiatori che gestiscono la prostituzione ed eseguono le estorsioni).
Sopra questo primo livello di base vi è il cosiddetto gruppo logistico, formato dall’intelligenza della struttura: si tratta di avvocati, dottori, economisti, commercialisti, imprenditori che gestiscono tutte queste attività; ad esempio, possono gestire un’azienda i cui prodotti, per essere commercializzati, devono essere trasportati da una parte all’altra del paese e debbono essere scortati, perchè altrimenti vengono rapinati; quindi hanno i loro uomini, i loro soldati che trasportano questi beni e li proteggono. In pratica, per difendere il prodottodella loro attività, si sostituiscono in parte anche alle forze dell’ordine.
Sopra questo livello di vertice esistono i «ladri nella legge» che sono in assoluto i titolari di questo potere sull’organizzazione. Il numero di questi vory v zakone, secondo le stime del Ministero dell’interno russo, è di circa 500. Una volta entrati all’interno dell’organizzazione, per acquisire questo titolo, bisogna disporre di una serie di caratteristiche. Non devono aver mai collaborato con lo Stato, devono aver trascorso molti anni in carcere e dimostrare di avere una grande forza sia fisica che d’animo; inoltre, le controversie tra vory v zakone non possono che essere risolte al loro interno e soltanto un vor v zakone può sentenziare la morte di un altro vor v zakone.

Questi vertici hanno un codice estremamente rigoroso anche se molto evidente in quanto fanno largo uso di tatuaggi. La criminalità organizzata del nostro paese ha abbandonato da molti anni questa caratterizzazione, mentre in Russia se ne fa un certo uso. Dal momento che si tratta di una caratteristica che non riguarda soltanto i criminali, la conoscenza della tipologia dei tatuaggi ha un grande valore sia per distinguere i tatuaggi che identificano i soggetti appartenenti alle organizzazioni criminali che per identificare la scala gerarchica all’interno dell’organizzazione criminale stessa.

Le organizzazioni di base che operano essenzialmente in Russia sono le cosiddette brigade, vale a dire, dei nuclei organizzati che utilizzano società, enti e persone che più o meno consapevolmente sono coinvolte in attività criminali. Ogni brigada, spesso divisa su base etnica, ha il controllo di una porzione di territorio o di un quartiere delle città di Mosca o di San Pietroburgo. Persone di origine moldava, cecena o azerbaigiana operano nelle città più importanti della Confederazione degli Stati Indipendenti."

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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