lunedì 31 marzo 2008

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Come si fa?


Come si fa ad uscire di casa e dirgli: “ciao caro” e poi rinchiudersi con l'altro in qualche motel a farsi scopare?
Come si fa a tornare e, come se niente fosse, cenare con lui, accoccolarsi con lui, dormirci accanto?
Come si fa ad accettare i suoi baci, farci l’amore con ancora dentro gli umori dell’altro?
Come si fa?

Potrei farlo, certo…

Potrei farlo per aiutarlo…

Se lui avesse bisogno potrei.

Senza dirgli niente potrei.

Potrei convincermi: “nessuno verra’ a saperlo, prendo quei soldi… ci serviranno…”

Ma come si fa?

Come si fa a tradire una persona alla quale si vuol bene?

Alla quale si dice di voler bene.

Alla quale, forse, non vogliamo bene.

Forse vogliamo bene solo a noi stesse.

In tal caso e’ facile: ci cuciamo addosso decine di alibi, motivazioni, giustificazioni.

Indossiamo gli abiti dell’ipocrisia e dell’egoismo, intorpidite da una dolce amnesia…

Ma potrei guardarmi allo specchio?

Confesso, sono stata una puttana…

Avrei potuto avere cento uomini.

Avrei potuto si’, ma ho preferito restare da sola.

Mi dicevano che avrebbero accettato.

Mi hanno pregata, scongiurata, insultata, ricattata, minacciata... e poi hanno pianto.

Sarebbero stati con me ugualmente… che andassi con altri non li feriva.

Ma come si fa?

Come si fa ad accettare?

Come si fa a credere che un giorno non soffriremo insieme?

Come si fa a tradire cio’ che siamo?

Come si fa?

domenica 30 marzo 2008

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Amazónok

 
“L’organizzazione patriarcale della societa' e’ stata in grado di trasformare la violenza in cosa erotica (…) Ecco, nelle stanze della cripta c’e’ la perversita’ tipica di questo collegamento tra violenza ed erotismo. C’e’ la sua ossessivita'” (Demone amante, Robin Morgan - 1989)

La violenza e’ da sempre figlia della paura. L’individuo tende ad esorcizzare tutto cio’ di cui ha terrore con espressioni di violenza, che vanno dall’ostracismo alla persecuzione psicologica e fisica che, come serpenti che ingoiano se stessi, generano ulteriore terrore e quindi violenza.

I miti fondamentali della cultura patriarcale occidentale mostrano chiaramente questo terrore in moltissime raffigurazioni simboliche, fra le quali, ad esempio, le Erinni, chiamate anche Furie, personificazioni femminili della vendetta, emanazioni della triplice dea (la Dike) nel suo aspetto di giustiziera e di vendicatrice, avevano la facolta’ di maledire e di perseguitare chi si era reso responsabile di disobbedienza all'originario diritto matriarcale iniettando un veleno spirituale chiamato miasma che spingeva all'autodistruzione.

Tale era il terrore che le Erinni infondevano agli antichi greci, che essi cercarono di placarle e di esorcizzarle evitando di chiamarle con il loro nome, al quale sostituivano vari eufemismi: Semnai (venerabili), Potniae (splendide), Eumenidi (benevole).

Non a caso Robin Morgan, gia’ nel 1977 nel suo “Going Too Far: The Personal Chronicle of a Feminist”, scrisse: “Noi siamo i miti. Noi siamo le Amazzoni, le Furie, le streghe... Noi siamo gia’ state noi stesse”, ed e’ proprio da questi archetipi che si e’ sviluppata la cultura lesbo-femminista alla quale, molti di quanti mi leggono, credono io appartenga.

In realta’, pur essendo interessata, come donna ma soprattutto come persona curiosa, ad ogni manifestazione sociale, culturale, psicologica, in cui intercorra il rapporto fra i due generi, in cui si evinca questa loro eterna contrapposizione e tutte le sfaccettature che riguardano le manifestazioni di violenza, ossessione e morbosita’ che da secoli accompagnano l’evoluzione dei rapporti fra maschio e femmina, per ragioni anagrafiche e culturali, ma ancor piu’ per ragioni legate alla mia ferma convinzione che alla violenza non si risponde con ulteriore violenza, non potrei mai appartenere ad un movimento che sulla vendetta fisica nei confronti del genere maschile ha costruito il suo simbolo.

Nonostante cio’, non posso non essere d’accordo sulle motivazioni che hanno portato alcune donne ad una reazione di tale tipo, in molti casi esagerata e discutibile, ma che, comunque, ha i suoi fondamenti.

Il documento di nascita del movimento “The Furies”, nel 1972, si concludeva con queste parole: "Per le donne cinesi i cui piedi sono stati legati e storpiati; per le Ibibos dell'Africa la cui clitoride e' stata mutilata; per ogni donna che e' stata stuprata fisicamente, economicamente, psicologicamente, noi prendiamo il nome delle Furie, dee della vendetta e protettrici delle donne."

Se si tiene conto che la clitoridectomia nel passato e’ stata anche un fenomeno europeo e americano, finalizzato alla repressione della sessualita’ femminile, e quindi del lesbismo, si possono capire i motivi per cui il movimento femminista e quello lesbico abbiano da sempre intrapreso una strada comune.

Rosanna Fiocchetto, una delle massime esponenti del movimento lesbico e femminista italiano, ne "L'amante celeste - La distruzione scientifica della lesbica" scrive: “Il lesbismo e’ stato peccato, reato, malattia e le oscene nefandezze femminili hanno meritato offese e amputazioni. Il sapere patriarcale ha punito le lesbiche perche’ capaci di sicurezza e di logica, insensibili alla presenza di uomini.”

Tale violenza spiega dunque quel terrore che gli uomini hanno verso un certo tipo di donna che, libera dai condizionamenti indotti, dimostra di poter gestire la propria sessualita’ e la propria esistenza in completa autonomia ed armonia.

L'archeologa lituana Marija Gimbutas ha provato che, dopo una lunga civilta’ di tipo matriarcale fondata sul culto della Grande Madre, e documentata almeno dal 30.000 a.C., il patriarcato e’ stato introdotto nell'antica Europa da due successive ondate di invasori Kurgan, pastori nomadi provenienti dalle steppe asiatiche, a partire dal 4.300 a.C. E’ tra la prima e la seconda ondata di colonizzazione (3.000 a.C.) che vanno collocate le radici del mito delle Amazzoni, le grandi antagoniste del potere maschile, delle quali i vincitori hanno tentato di cancellare ogni traccia.

Infatti la storia successiva, prima quella greca poi quella romana, e’ stata interpretata da maschi traumatizzati da eventi ancora abbastanza recenti e quindi del tutto inattendibili. Pero’, anche se la storia e’ stata rielaborata ad uso e consumo dei vincitori, il mito di queste donne e’ sopravvissuto, ed e’ proprio attraverso la mitologia che conosciamo piu’ di cento nomi di Amazzoni, sappiamo che fondarono e abitarono citta’, grandi regioni, isole di sole donne, conosciamo il loro abbigliamento, le loro armi, le loro divinita’ femminili. Il mito si e’ dunque concretizzato.

Ed ha continuato a concretizzarsi nel corso della storia. E’ avvenuto nel 1542, quando in Europa si bruciavano le streghe, durante la spedizione dello spagnolo Francisco de Orellana, messa in fuga da un gruppo di donne combattenti armate di archi, le quali crivellarono di frecce i brigantini dei conquistadores sbucando dalla foresta lungo quel grande fiume che, per tale motivo, venne chiamato Rio delle Amazzoni. Episodio in cui il cronista, il religioso Gaspar de Carvajal, che accompagnava la spedizione, perse un occhio, trafitto da una freccia.

Il mito si e’ poi materializzato con i ritrovamenti archeologici degli ultimi decenni in Turchia, in Russia, in Cina, alla frontiera del Kazakhstan, in Ucraina, in Siberia, che hanno portato alla luce centinaia di tombe di Amazzoni sepolte con le loro armi. Renate Rolle, Elena Fialko, Natalya Polosmak e Jeannine Davis-Kimball, archeologhe e pioniere di queste ricerche, hanno datato le tombe in un periodo che va dall’eta’ del bronzo al primo medioevo, dimostrando in modo inequivocabile l’esistenza di queste donne che per secoli hanno saputo resistere al potere patriarcale.

Donne la cui anima vive nelle comunita’ come quella delle Mosuo cinesi, un popolo matriarcale di quindici milioni di abitanti che e’ miracolosamente riuscito a sopravvivere in un remoto altopiano dello Yunnan, e che ancor oggi resiste alle pressioni del governo di Pechino. Oppure come nella comunita’ delle “sbraie”, che vivevano sui monti piu’ isolati della Calabria alla fine del diciannovesimo secolo e che avevano fama di maghe o, anche, nel matriarcato barbaricino in Sardegna.

Il mito delle Amazzoni si e’ materializzato inoltre nel movimento femminista e lesbico del ventesimo secolo e continua a materializzarsi ogni qual volta vengono espresse idee in cui s’ipotizza cio’ che i maschi potrebbero definire una distropia, cioe’ un futuro in cui le donne di oggi, come le Amazzoni di ieri, ribellandosi alla sottrazione violenta della loro identita’, rifiutassero il camaleontismo dell’integrazione, e si rifugiassero nelle loro citta’ invisibili, inaccessibili agli uomini, ove potessero finanche ipotizzare qualcosa di completamente diverso da quello che per millenni e’ stato accettato come unico modello di miglior mondo possibile.

"Sono pazza
ma scelgo questa pazzia…
Avvolta in pelle di pantera
suono i cimbali che rendono pazze.
Mi libero di nodi e ornamenti,
pronuncio il primo no...
Indossiamo il mantello piumato
e andiamo alla carica del nostro destino."

Gloria Anzaldùa

sabato 29 marzo 2008

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Svetlana's Journey


Basato su una storia vera, Svetlana's Journey (2004) e’ il debutto da regista del ventiseienne attore americano Michael Cory Davis.
Il tema del film tratta di un’innocenza rubata. La storia e’ un macabro sguardo nella vita di Svetlana (interpretata dalla giovane Gergana Djikelova) una ragazzina bulgara che diventa schiava-prostituta.

Svetlana e’ una delle tante ragazze abbandonate negli orfanotrofi, che, tredicenne, viene adottata. S’illude che la sua condizione possa mutare in qualcosa che ha sempre sognato, ma le sue speranze di una vita felice s’infrangono contro una triste realta’: i genitori adottivi sono dei trafficanti di esseri umani e la vendono a degli individui che gestiscono un giro di prostituzione minorile fuori dai confini bulgari.

La sua vita diventa un incubo, ogni giorno viene picchiata, subisce torture e manipolazioni di ogni genere fino a che il suo spirito si rompe, diventa un guscio vuoto che viene utilizzato quindici volte al giorno da chi, pagando, abusa di lei.

La sua dignita’, i sogni e le speranze le vengono strappati, e di fronte alla consapevolezza di dover lavorare molti anni per potersi riscattare, rinuncia a concepire la possibilita’ di liberarsi da quelle forze oscure che sono entrate nella sua vita, fino alla tragica decisione di scegliere la morte come unica forma di liberta’.

Svetlana's Journey e’ un film breve, dura appena 40 minuti; e’ stato proiettato in Bulgaria su Nova Televisione ed e' stato premiato all'Hollywood Film Festival nel 2005. Non esiste una versione cinematografica ma e’ reperibile in DVD.

Molta gente, ancora oggi, non e’ al corrente del fatto che esista la prostituzione forzata e pensa che certe ragazze abbiano scelto liberamente. Cio’ che non sanno e’ che il metodo dei trafficanti non e’ certo quello di dire direttamente “ehi, voglio farti diventare una prostituta!”

Normalmente le vittime provengono dalle regioni piu’ povere, sono sedotte dall’opportunita’ di lavorare come segretarie, modelle, cameriere, dietro l’offerta di ricevere un’educazione all’estero, ma ci sono anche ragazze che hanno alle spalle famiglie non povere, che diventano vittime per il desiderio di avere vestiti costosi, gioielli, auto di lusso e s’illudono che un giorno troveranno qualcuno che realizzera’ i loro sogni. Tutte queste ragazze credono di poter migliorare la loro vita senza rendersi conto a cosa stanno andando incontro.

Le ragazze dell’est, soprattutto bulgare, rumene, ucraine, moldave e macedoni, che provengono dagli orfanotrofi o dai piccoli villaggi, sono estremamente vulnerabili ad essere ingannate dagli sfruttatori a causa della loro bellezza unita alla loro estrema poverta’ e ad una profonda ignoranza.

Credo che il problema possa essere risolto solo educando gli adulti, i fruitori innanzi tutto, indicando un percorso etico avulso dal moralismo, ma nel quale non ci sia spazio solo per l’istinto.

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Do your best...

... to protect victims of online sexual exploitation. Report abuses HERE


venerdì 28 marzo 2008

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Un lavoro vero

 
"E questo tu lo consideri un lavoro? Sei una sognatrice, non sei in grado di fare un vero lavoro, per questo fai la prostituta. I veri lavori sono quelli in cui non si succhiano cazzi a destra e manca.”

Non ho mai gradito chi si permetteva di giudicare le mie capacita’ e le mie scelte di vita; soprattutto chi si sentiva in diritto di dirmi cosa dovevo o non dovevo succhiare.

Che ne sapevano di me? Come potevano valutarmi in base alle loro convinzioni? Chi dava loro la certezza di essere nel giusto? E soprattutto, come facevano a reputarmi “non in grado” di fare qualcosa se non succhiare cazzi?

Si’, forse di una cosa avevano ragione: sono una sognatrice, ma essere sognatrice significa essere sbagliata, inadeguata?

Per essere adeguata avrei dovuto fare un “vero lavoro”, quindi (secondo loro) “affermarmi grazie alle mie qualita’ personali invece di succhiar cazzi”, rectius stare in ufficio a fare cose noiosissime, o in un negozio a vendere cose inutili, oppure in un laboratorio ad analizzare urina e feci. Ore ed ore passate a farmi sfruttare da qualche azienda o da qualche "padroncino", sopportando le battute dei colleghi e pure qualche mano sul mio "didietro", per guadagnare in un mese quello che potevo ottenere tranquillamente per un appuntamento di poche ore.

Quella frase e’ il condensato del pensiero di alcuni che mi incontravano come escort, ma non potevano permettersi di avermi come donna. Costoro, forse gelosi ed anche un po’ invidiosi, immaginavano la mia vita popolata di maschi arrapati che cadevano ai miei piedi e che mi pagavano cifre astronomiche per fare cio’ che, secondo il loro modo di pensare, normalmente ogni uomo dovrebbe ricevere gratis da ogni donna che lo facesse solo per il “piacere”…

Ovviamente il loro piacere.

Infatti, che ne sapevano loro dei miei “piaceri”?

Dato che non potevano far trapelare il vero motivo del loro disappunto, tiravano fuori le argomentazioni piu’ assurde, illogiche, inconcludenti, piene di discorsi grondanti di astio, di pregiudizio e di consigli non richiesti, cercando di dimostrarmi che il mio non era un “ vero lavoro”, bensi’ un ripiego, espressione della mia incapacita’ e della mie scarse qualita'.

Mi chiedo se queste persone avessero un loro “vero lavoro” oppure se la loro occupazione principale fosse solo quella di sparare sentenze, giudizi e consigli non richiesti.

Avete mai letto le strisce di Dilbert? Cito da Wikipedia: “Eppure Dilbert e’ tenace nel proprio lavoro, che nessuno ha mai saputo quale sia. E’ un ingegnere, e lavora col computer, ma gli indizi terminano qui.”

Quanti Dilbert ho conosciuto...

Pensate forse che questi Dilbert avessero un “vero lavoro”? Qualcosa di definibile, tangibile, che servisse a produrre dei risultati?

Parlavano della mia attivita’ come di un lavoro non vero. Allora cosa dire a proposito di chi raccoglie immondizia, oppure di chi fa la lavapiatti, o di chi pulisce i cessi delle stazioni ferroviarie?

Sono lavori abbastanza veri quelli?

Penso che chi li fa abbia la certezza che si tratti di lavori dannatamente veri, ma siamo certi che costoro non desiderino talvolta qualcosa di un po’ meno vero?

Quanto puo’ essere vero stare tutto il giorno ad una scrivania, digitare su una tastiera per scrivere inutili email, rispondere a sciocche telefonate, non sapere mai esattamente a cosa serve cio’ che si fa? Quanto vero e’ produrre montagne di documenti e non vedere mai alcun risultato ad eccezione della sola busta paga ricevuta a fine mese?

La gente pensa che le escort facciano quel che fanno solo perche’ non possono fare un qualsiasi altro lavoro. Fare la escort non e’ una scienza missilistica, ma per essere una brava escort occorre sapere come farlo, oppure il tutto puo' risolversi in un autentico disastro.

Non si puo’ fingere. E’ un mondo ben definito in cui o si riesce, e quindi si progredisce, oppure si e’ destinate al fallimento. Non c’e’ posto per la millanteria. I risultati vengono misurati con un metro esplicito, reale, indiscutibile, monitorabile: quello dei soldi.

Come si poteva considerare non vero un lavoro dove ero ben pagata, decidevo io il mio orario, decidevo i parametri, incontravo i clienti che volevo ed ottenevo un risultato economico immediato, tangibile, realizzando molto piu’ di quanto avrei potuto realizzare se fossi stata schiava in qualche azienda?

Ho letto alcuni libri che trattavano di problematiche legate al lavoro dipendente e che elencavano tutta una serie di sintomi che evidenziavano quando un lavoro iniziava ad avere effetti negativi sul lavoratore: depressione, stress, ansia, insonnia, aumento di peso o perdita di peso, rabbia, ulcera, perdita di capelli, odio, pensieri suicidi e sensazione oppressiva d’essere in trappola.

Questo e’ cio’ che accade a chi lavora come dipendente. Se tale tipo di lavoro fosse venduto nei negozi, dovrebbe avere un’etichetta d’avvertimento indicante gli effetti nocivi.

Come mi sentivo invece io facendo la escort?

Felice, soddisfatta, in totale controllo della mia vita, benestante, sana, libera, di successo ed in pace con me stessa. Se fossi stata bloccata in un ufficio o in un laboratorio ogni giorno probabilmente avrei sofferto di tutti quei sintomi sopra elencati. Ed invece no: la notte dormivo tranquilla come una bimba.

Quindi perche’ molta gente e’ convinta che fare la escort non sia un vero lavoro ed adatto solo a chi non ha altre qualita’ se non quella di saper far pompini?

Forse perche’ coinvolge il sesso? Forse perche’ cio’ che si fa per il proprio piacere non puo’ e non deve essere commercializzato?

Se fosse cosi’ i ballerini, i musicisti, i pittori e persino i capi di governo non avrebbero un vero lavoro, perche’ lo farebbero comunque anche in assenza di un corrispettivo. Lo farebbero per il piacere di ballare, di suonare, di dipingere… di esercitare il potere.

giovedì 27 marzo 2008

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Il successo di una cortigiana


Quando decisi di frequentare i bordelli di Calcutta scelsi di seguire la strada della cortigiana e non quella di una comune prostituta. Per farlo ho dovuto affinare doti non solo fisiche (qualsiasi ragazza minimamente carina e’ in grado di poterlo fare), ma anche e soprattutto quelle intellettuali e legate alla capacita' di saper comunicare, poiche' dovevo intrattenere non solo a letto, ma anche fuori dal letto, accompagnando il cliente in tutto quel percorso, che poi avrebbe avuto il consueto epilogo fra le lenzuola.

Orientavo percio' il mio atteggiamento in modo da creare un certo tipo d’atmosfera ed una situazione che fosse piu’ coinvolgente per lui e piu’ remunerativa per me. Un cliente soddisfatto tende a ritornare piu’ volte, e questo mi permetteva di contare su una clientela regolare, cosi’ potevo pianificare meglio sia la mia agenda che i miei impegni finanziari.

La conversazione era indispensabile per impressionare favorevolmente chi mi incontrava. Non esistono trucchi per imparare ad essere una buona conversatrice, ma ho sempre applicato la regola del: ascoltare sempre e parlare solo quando si ha qualcosa da dire. Non e’ semplice avere qualcosa da dire. Conversare con qualcuno, quasi sempre piu’ grande di eta’ e/o con molta piu’ esperienza di vita, esige una mente ben nutrita. Se la si nutre solo con notizie di gossip ricavate dai tabloid e dai reality show in TV, non si ha molto d’interessante da offrire. Soprattutto durante i lunghi incontri, cioe’ quelli in cui, dovendo passare molte ore insieme al cliente, diverse ragazze mostrano un’evidente carenza.

Cercavo di avere un’infarinatura generale, ma piu’ che per ripetere stile pappagallo notizie gia’ digerite, desideravo avere un mio punto di vista critico che fosse spunto di discussione. Soprattutto per cio’ che riguardava la politica. Quei clienti che riuscivano a permettersi i miei rate, erano solitamente persone benestanti che facevano parte di una borghesia medio-alta ed erano sempre informati ed interessati alla politica, avendo tutti un loro partito di riferimento.

Non c'era pero' alcun bisogno che cambiassi le mie convinzioni in base a chi incontravo, ma sapere cosa avveniva nel panorama politico ed essere in grado di commentarlo in modo intelligente, faceva parte di quel mio percorso per impressionare il cliente. Per cui, leggevo ed assorbivo le notizie, quindi formulavo un parere. E quando mi trovavo a discuterne non assumevo atteggiamenti saccenti, perche' i clienti (essendo uomini) erano molto suscettibili su questo punto. Mi ponevo sempre un gradino sotto di loro, esprimevo le mie opinioni con semplicita’, non controbattevo con supponenza, anche se mai li assecondavo in modo troppo suadente per non apparire servile. Se il mio punto di vista contrastava con il loro, facevo emergere un po’ d’ingenuita’ cosicche’ mi perdonassero perche’ ero giovane, donna ed escort. Non dovevo certo trasformarmi in una commentatrice politica; bastava solo che avessi un parere intelligente e coerente.

I clienti erano di due tipi: i locali e coloro che arrivavano da fuori (quando non ero io a raggiungerli nella loro citta’). Se arrivavano da fuori spesso desideravano avere una consulenza su dove alloggiare, dove mangiare, cosa mangiare, eccetera. Questo significava conoscere bene la mia citta’. Sicuramente avevo una buona conoscenza di locali, ristoranti ed alberghi in virtu’ del mio lavoro, ma comunque mi tenevo aggiornata scambiando notizie con le mie amiche e colleghe, da sempre fonti inesauribili d’informazioni sui luoghi piu’ interessanti ed alla moda. Era anche importante che conoscessi gli interessi di coloro che incontravo, anche se per questo era necessario aver avuto piu’ di un incontro, ed una piccola indagine telefonica al momento in cui chiamavano, non era del tutto inutile. Che lavoro facevano? Qual era il loro hobby? Dove amavano trascorrere le vacanze? Piu’ riuscivo a sapere, piu’ probabilita’ avevo d’impressionarli, poi, durante il tempo che trascorrevamo insieme.

Saper discutere di cio’ che accade nel mondo era importante, ma cosa avveniva se il cliente non era in grado di farlo, perche' meno preparato oppure perche' non aveva voglia di parlare di argomenti impegnativi? A quel punto diventava utile conoscere e saper discutere, anche di tutte quelle cavolate che normalmente vengono scovate sulle riviste di gossip. Odiavo doverlo fare, ma con taluni clienti non era proprio possibile discutere di altri argomenti, quindi li assecondavo tirando fuori tutto il repertorio fatto del ciarpame mediatico piu’ spudorato. Per chi, invece, amava discorsi piu’ profondi e meno tecnicamente ancorati all’attualita’, attingevo alle letture di libri, classici e contemporanei, dei quali facevo indigestione nelle giornate libere in cui mi riposavo dal lavoro, e durante le vacanze che periodicamente mi prendevo.

Anche il web era un’ottima fonte di notizie utili durante gli incontri. Inoltre cio’ che accadeva sui forum era spesso occasione di “condivisione”, in quanto molti clienti arrivavano proprio basandosi sulle recensioni che avevano letto su di me.

Altra cosa che i clienti apprezzavano era l’umorismo. Ridere insieme ad una persona e’ importante. Quando si ride per la stessa cosa gia’ si stabilisce un punto di piacevole contatto che ha molte probabilita’ di trasformarsi in simpatia. Inoltre, l’ilarita’ crea un clima di felicita’ rilassato e corrispondente a cio’ che il cliente si attende. Quindi, barzellette, aneddoti, freddure, giochi di parole, doppi sensi, che dovevano essere inseriti nel contesto del discorso solo quando l’occasione lo permetteva, per non apparire forzature che facevano parte di un repertorio scontato.

Non esiste situazione piu’ imbarazzante di quando il cliente non ride di una battuta oppure (peggio) quando la fraintende. Il gelo che si crea puo’ essere micidiale per il proseguimento dell’incontro, specialmente per quanto riguarda cio’ che a me piu’ interessava: la fidelizzazione. Per questo, prima di qualsiasi scherzo umoristico, mi assicuravo che l’interlocutore fosse in grado di recepirlo nel giusto modo e che, quindi, fosse persona dotata di sense of humor.

Comunque il mio “punto di forza” (oltre a cio’ che non e’ oggetto di questo post), era la mia capacita’ di raccontare storie. Ovvio che per poterle raccontare occorreva che si creasse il clima giusto, che ci fosse la persona giusta ed abbastanza tempo a disposizione; tutte cose impossibili in un breve appuntamento. Era quindi cosa che riservavo a quei clienti che con me passavano molte ore. Non avevo mai una storia pronta. La creavo sul momento, improvvisando situazioni miste di fantasia e di vita vissuta. Tutti hanno dentro delle storie da raccontare che attendono solo il momento giusto per uscire. Per quanto mi riguardava il momento giusto era quando si creava un certo “feeling”.

Devo dire sinceramente che raccontare storie spesso occupava il tempo che normalmente, in altri contesti, veniva usato per appagamenti piu’ “carnali”, ma molte delle persone che incontravo mi preferivano in quella versione piuttosto che come protagonista di una scena di un film porno, e cio’ mi donava la sensazione di essere apprezzata “a tutto tondo”, cioe’ in ogni mio aspetto, persino quello meno evidente.

Quelli descritti sono alcuni degli ingredienti con i quali condivo il mio “piatto”. Non so se sono stata piu’ apprezzata per quei “sapori” o per quelli “piu’ piccanti” descritti nelle recensioni che mi riguardavano; posso solo dire che chi paga tanto per incontrare una donna non si accontenta di un banale quanto squallido “su e giu’”, sostituibile per altro con del sano quanto gratuito autoerotismo, ma spesso cerca qualcosa di inusuale che, piu’ che l’organo sessuale, arrivi a stimolare tutti i sensi. Il segreto del successo di una cortigiana sta dunque nel trasformare un incontro con finalita' prettamente sessuali, in un incontro dove l'ingrediente principale diventa la sensualita', la fisicita’ perde d'importanza, ed e' essenziale avere la capacita’ di evocare situazioni, sensazioni ed emozioni che resistono nel ricordo piu’ a lungo di un qualsiasi, banale orgasmo.

martedì 25 marzo 2008

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Il buon cliente


E’ colui che ogni devochka gradisce incontrare. Il significato di “buon cliente” differisce da ragazza a ragazza. Per alcune e’ quello che non ha molte pretese e si accontenta, per altre quello che e’ disposto a fare dei regalini aggiuntivi, per altre ancora quello che le fa divertire.

In base alla mia esperienza posso affermare che un buon cliente e’ chi mostra rispetto, chi non e’ arrogante, chi sa comportarsi e non crea problemi.

Un buon cliente sa che la escort e’ una persona.

E dunque si rende conto del fatto che quella compagna occasionale, anche se pagata, e’ comunque una donna e come tale va rispettata. Cio’ richiede di solito un certo grado di maturita’ che non tutti hanno. Significa conoscere un po’ l’universo femminile ed aver avuto solide relazioni con donne.

La mancanza di maturita’ e’ il motivo per il quale molte le ragazze preferiscono non incontrare uomini al di sotto dei 30 anni. Spesso, chi non ha mai avuto esperienze con donne non lo capisce; tende a considerare la escort al pari di un oggetto, una bambola sessuale vivente, e non si rende conto che, in fondo, anche un incontro mercenario e’ pur sempre un rapporto fra persone.

Un buon cliente sa che incontrare una escort, e’ come avere un appuntamento con qualsiasi altra ragazza, un appuntamento al buio con una sconosciuta e non come se si trattasse di andare ad acquistare una lavastoviglie.

Un buon cliente non mercanteggia e paga quanto richiesto.

Le tariffe di una escort rappresentano il valore che ella stessa si attribuisce. Quasi sempre sono indicate sul sito web oppure vengono comunicate prima dell’appuntamento, quindi sono ben conosciute da chi intende usufruire dei suoi servizi. Mettersi a mercanteggiare significa non rispettare la ragazza e disconoscere il suo valore.

Una escort offre un servizio di lusso, non una necessita’ fondamentale per vivere. Chi sa riconoscere il valore di cio’ che sta ottenendo, che e’ sempre un’esperienza fuori dall’ordinario, non si mette a discutere sul prezzo.

Solitamente il pagamento viene richiesto in anticipo. Un buon cliente accetta le regole stabilite e le segue alla lettera. Un suo comportamento corretto fin da subito crea nella ragazza quella fiducia che poi significa piu' relax e quindi miglior servizio.

Un buon cliente si presenta pulito.

Cio’ puo’ non essere sempre possibile, per esempio se un cliente proviene direttamente dall’ufficio o ha appena volato su un aereo. In tal caso deve preoccuparsi di fare una doccia e lavarsi i denti appena ne ha l’opportunita’. E’ solo una questione di educazione.

Non e’ difficile essere un buon cliente. Talvolta l’atteggiamento scontroso della ragazza e la sua scarsa partecipazione a letto, della quale molti si lamentano, sono conseguenza di un cattivo feeling che si crea fin dal primo istante. Seguire poche, semplici regole spesso stimola la escort ad una maggiore “partecipazione” e quindi a fornire un trattamento migliore che si traduce in una piu’ grande soddisfazione per il cliente stesso.

lunedì 24 marzo 2008

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Dire di no


Quando si esercita la professione, capita che si debbano rifiutare dei clienti. L’ho fatto anche io. Non era cattiveria, ma diventava necessario farlo quando:

1 - L’istinto mi diceva che la persona che avevo di fronte non era affidabile.
2 - L’aspetto igienico del cliente non era di mio gradimento.
3 - Il cliente non apprezzava il valore di cio’ che gli offrivo.
4 - Il cliente si attendeva che investissi tempo e risorse senza che ci fosse alcun impegno finanziario da parte sua.
5 - Il cliente non mi trattava in modo cortese o professionale.
6 - Il cliente richiedeva servizi che non fornivo.
7 - Il cliente si mostrava troppo esigente e le sue richieste non potevano essere soddisfatte da un’unica persona.

Tutto cio’ non dovrebbe rappresentare una sorpresa. Infatti, indipendentemente da cio’ che viene offerto, il modo di relazionare con i clienti e’, piu’ o meno, sempre lo stesso. Fare la escort o la manicurista poco cambia: qualora si tratti di un servizio di tipo personale, i problemi sono comunque similari.

Conoscere bene le motivazioni per le quali era consigliabile che rifiutassi mi offriva solide argomentazioni quando il cliente decideva di mettersi a discutere perche’ non accettava di essere stato rifiutato, ed allo stesso tempo mi dava modo di insegnargli come comportarsi nell’approccio con una devochka, ottenendo da lei un "si’" invece di un "no".

Chi e' abbastanza esperta sa che accettare un appuntamento con un cliente che ricade in uno dei sette punti sopra esposti, significa quasi sicuramente un incontro che non sara’ dei migliori e che lascera’ insoddisfatti entrambi.

E’ ovvio che rifiutando un cliente rinunciavo a dei soldi, e qualche volta ottenevo anche una pessima recensione fatta per vendetta, ma la mia tranquillita’ interiore valeva molto di piu’.

Evitare i forti mal di testa che derivavano da appuntamenti non graditi, mi rendeva piu’ rilassata, disponibile e gentile nei confronti, invece di coloro che erano graditi. Rifiutare chi non gradivo era un regalo che facevo sia a me stessa che a tutto il resto della clientela, in quanto essere rilassata e sentirmi bene significava essere felice, ed essere felice significava fare felici coloro con i quali mi incontravo e che, poi, ritornavano perche’ si erano trovati bene.

In tal modo molti diventavano clienti regolari; questo per me significava stabilita’ e maggiore tranquillita’ economica che poi si traduceva in una maggiore felicita’, creando un circolo virtuoso che alimentava ancor di piu’ il mio successo. Se avessi invece accettato appuntamenti con chiunque, anche con coloro che non gradivo, cio’ avrebbe interrotto il ciclo virtuoso e quindi la possibilita’ di incrementare i miei guadagni.

Preferivo dunque lasciar perdere alcuni clienti, i quali avrebbero trovato cio’ che era loro adatto da un’altra parte, oppure no. Questo non era un mio problema. Importante per me era, invece, proteggere la mia tranquillita', la mia salute mentale ed emozionale in modo da poter essere sempre e comunque nella forma migliore.

sabato 22 marzo 2008

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I furbetti del quartierino


Sono quelli che mi scrivono privatamente (tramite commenti) chiedendo di mettermi in contatto con loro; sperano di ricevere una mia mail proveniente dalla mia casella di posta regolare, magari con lo scopo di rilevare L'IP, oppure per inviare spam o fastidiosi programmini spia.

Sembrano creati con lo stampo. Scrivono piu' o meno le stesse cose, ostentando una cortesia che, anche se virtuale, per chi possiede una sensibilita' come la mia, e' solo fonte di fastidiose vibrazioni dense di falsita'.

Sono certa che restano delusi quando, esaminando la mia neutra quanto fredda risposta, si accorgono che la mail ha fatto il giro di tutti i proxy anonimi esistenti al mondo, prima di giungere a loro.

Poveretti. Da un certo punto di vista mi fanno pure tenerezza.

venerdì 21 marzo 2008

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Il metodo


La prima fase degli sfruttatori e trafficanti di schiavi del sesso e’ quella di mettere la vittima in condizioni estreme di sopravvivenza. Quando il meccanismo di difesa psicologica e’ sotto attacco, una persona si comporta allo stesso modo di un fusibile che salta al fine di prevenire che un intero edificio prenda fuoco; in tal modo, in una situazione di vita o di morte, una persona subisce un trauma psicologico, “si spegne” e si concentra solo sulla sua sopravvivenza. Gli sfruttatori usano questo sistema per obbligare le donne ad un’obbedienza assoluta e per costringerle a diventare prostitute.

La seconda fase e’ l'esaurimento fisico. Il sistema di manipolazione include quello di non dare alla vittima alcuna possibilita’ di riposo; nessuna possibilita’ di restare da sola con se stessa in modo di essere in grado di pensare, di riflettere, di recuperare anche parzialmente cosi’ da iniziare a pianificare per potersi difendere. Venti ore al giorno di lavoro procurano grandi profitti, ma servono anche per controllare la psiche della donna.

La terza fase e’ il controllo totale e l’isolamento. La vittima e’ isolata dal resto del mondo, le e’ vietato comunicare con altre persone, tranne che con gli sfruttatori, ed e’ tenuta sotto stretta sorveglianza. Le donne generalmente vivono e lavorano nello stesso luogo. Il bisogno di comunicare non puo’ essere soppresso, ma comunicando solo con gli sfruttatori, la vittima percepisce informazioni distorte sul mondo e su se stessa. Il messaggio e’ uno solo: la sua vita non ha valore perche’ "deve restituire il denaro"; e’ stata comprata e deve "pagare per poter riavere indietro se stessa". Naturalmente non sara’ mai messa in grado di poterlo fare.

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Lilya 4-ever


Struggente splendido FILM del regista svedese Lukas Moodysson che non e' mai arrivato nelle sale cinematografiche italiane dopo che e' stato proiettato a Venezia nel 2000. Su Youtube si puo' trovare la versione originale, in russo, sottotitolata in magiaro, ma su eMule e' disponibile anche la versione italiana cercando il titolo lilja 4-ever.

Lilya ha sedici anni e vive in una degradata periferia in una citta' dell'ex Unione Sovietica in cui la vita e' tutt'altro che facile. Abbandonata dalla madre, senza soldi e con l'etichetta di puttana appiccicata addosso, e' costretta a sbarcare il lunario.

L'amicizia con Volodya, un ragazzino di undici anni che farebbe tutto per lei, e' l'unica cosa bella della sua giovane esistenza. I due passano le giornate a sfuggire agli insulti degli altri ragazzi del quartiere e a sognare una vita migliore.

Speranza che Lilya trova nell'incontro con Andrej, del quale si innamora, che le chiede di seguirlo in Svezia per iniziare a vivere decentemente. Ma il trasferimento in Svezia che il ragazzo le offre e' una trappola.

Il film e' basato su una storia vera, quella di Danguole Rasalaite e tratta un problema di grande attualita': quello del traffico di esseri umani e della prostituzione forzata.

Il crollo dell'impero d'oltre cortina, dell'Unione Sovietica e degli Stati annessi, ha portato all'improvviso deteriorarsi di strutture che, fragili, si reggevano gia' malamente. Lukas Moodysson cita a proposito il caso della Moldavia, la nazione piu' povera d'Europa: "Penso che il 99% dei giovani non creda alla possibilita' di avere un futuro nella propria patria. C'e' una percentuale altissima di donne che vendono il loro corpo. Questa e' la terribile realta' e la responsabilita' non e' della Moldavia. Si tratta di uno stupro sia del comunismo, sia del capitalismo."

Non e' possibile immaginare nulla di piu' atroce per una generazione che non conosce altro che la disgrazia, enorme ed accerchiante, di un sistema, e solo quello. Lilya (la straordinaria Oksana Akinshina) ha solo sedici anni, il quartiere in cui vive, costituito da un gruppo di palazzoni grigi e parallelepipedi, e' l'intero suo mondo; non puo', di conseguenza, avere memoria di un passato di decoro: non ha nulla ma sogna d'andarsene.

La disgrazia di Lilya, truffata prima dalla madre che l'abbandona con il suo nuovo uomo, poi dalla zia ed infine da Andrey, il giovane che sembra il barlume d'una nuova vita, ma che non fa altro, in realta', che allargare il dolore di lei da occasionale prostituta per necessita' a sfruttata clandestina in Svezia a disposizione di vecchi (e meno) laidi.

Una storia di crescita in cui la protagonista e' vittima schiacciata da un mondo che non e' ancora in grado di interpretare ma solo di percepire per contatto diretto, in cui il tirare di colla riesce ad allontanare ed angelicare.

Assumendo il punto di vista della ragazza ci si trova ad accettare l'altalena di eventi ed emozioni di cui e' vittima, ma a salvare dalla consuetudine della prospettiva moraleggiante ed educativa e' proprio lo stile amorevole ad avvolgere Lilya e Volodya.

Uno sprofondamento individuale riesce cosi' a divenire un affresco ampio ed allusivo, feroce nel fornire un dettagliato percorso verso la precoce scoperta della fuga nella morte, ma cosi' colmo d'amore per i personaggi da lasciare senza fiato, e sono da leggere in questa chiave gli inserti stilisticamente marcati del sogno, frammenti di stupore a salvare dal nulla.


Da non perdere.


Aggiornamento: dal 29/11/2013 e' disponibile anche la versione doppiata in italiano QUI.

giovedì 20 marzo 2008

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Donne come me


Fra i possibili rapporti che i bambini hanno con le figure genitoriali nella fase pre-edipica, l'unico in cui non esistono ambivalenze e’ quello della madre col figlio maschio.

Quando si accenna alla psicologia e’ quasi normale, se non addirittura banale, citare Freud del quale, spesso, non condivido la fondatezza delle teorie (almeno quando riferite alle donne, mentre se riferite agli uomini posso riconoscere una certa validita’), pero’ la mia predisposizione ad essere sempre e comunque una scienziata mi induce a non scartare alcuna teoria a priori.

Quindi, al solo fine di elucubrare, posso anche addentrarmi, dilettandomi, in una breve quanto ipotetica interpretazione di quelle che possono essere le caratteristiche psicologiche delle donne il cui rapporto da bambine con la madre, figura dello stesso sesso, puo’ aver ostacolato quella piena conferma narcisistica che poi saranno portate a rivendicare per tutta la loro vita.

Anche se nel rapporto con gli uomini e’ gia’ presente il meccanismo per il quale siamo disposte a concedere la nostra sessualita’ in funzione di una conferma narcisistica e loro sono disposti ad profonderci di lusinghe in funzione del soddisfacimento delle loro pulsioni sessuali (un rapporto destinato, in fondo, ad un'incomprensione radicale), la ferita narcisistica assume un ruolo costitutivo della nostra personalita’ colorando e strutturando la nostra affettivita’ e sessualita’ in modo assai piu’ deciso.

Le donne come me desiderano essere amate, ammirate, corteggiate, lusingate, persino a scapito delle pulsioni sessuali o, comunque, relegandole in una posizione secondaria e subordinata.

L’elemento su cui focalizziamo il tutto e’ il nostro corpo, che viene investito da un forte processo di identificazione fallica, ed esso stesso e' vissuto come fallo.

Siamo quindi corpi che si muovono in un universo contraddittorio ed incoerente. Corpi di danzatrici, ammirate nei movimenti che ci disponiamo a compiere. Corpi di modelle, pure rappresentazioni di forme prive di ogni profondita’; trompe-l'oeil in cui la materia, la storia ed il senso si perdono in un gioco di specchi, apparenze e seduzioni. Corpi il cui fascino e’ governato dall'evanescenza, dall'intoccabilita’ e dall'inaccessibilita’. Corpi di donne fatali, avide di ammirazione e lusinghe, altalenanti fra un atteggiamento sessuale portato al limite estremo, oppure completamente prive di desiderio.

mercoledì 19 marzo 2008

Portatori di democrazia


Faro' in modo che non sia possibile rispondere (disabilitero' i commenti). D'altronde so gia' quali sarebbero; il discorso si perderebbe intorno ad altre questioni e divagherebbe verso tematiche che non avrebbero piu' alcuna attinenza. Io mi farei, come al solito, coinvolgere (e' noto il mio carattere polemico) e verrebbe perso completamente il senso di un tema che, piu' di ogni altro, mi sta a cuore: quello dei bambini.

I bambini non hanno colpe. Solo gli adulti, certi adulti ne hanno.

Cio' che si puo' leggere nella cronaca di ogni giorno fa capire quanto i personaggi che oggi ci guidano, presi dalla foga per la loro interminabile "partita a scacchi" combattuta contro quel "demone interiore" che non riusciranno mai a sconfiggere, possano insegnarci solo poche cose: la crudelta', l'egoismo, la falsita', l'ipocrisia.

Nel nome della "liberta'", parola che proferiscono con grande enfasi, si inventano arbitrarie "missioni di pace", che poi altro non sono che guerre di conquista fatte solo per avidita'. Creano casus belli, inventano motivazioni ideologiche, sostituiscono regimi etichettati come "orrende dittature" con sedicenti "democrazie", che di democratico hanno solo il nome, rette da "fantocci". Biechi individui alle dipendenze dei nuovi padroni, pagati per amministrare i loro interessi e per favorire la scomparsa di ogni forma di pensiero civile fra la loro stessa gente.

A queste persone, che ogni giorno riempiono con la loro immagine le pagine dei giornali e gli schermi televisivi, dedico questo post. Non tutti hanno creduto a cio' che essi hanno cercato di raccontare per giustificare quelle brutali distruzioni, non solo materiali ma anche etiche, che oggi stanno causando un'involuzione in quello spirito di umana solidarieta' che dovrebbe innanzitutto curarsi di chi e' piu' debole.


"Le condizioni dei bambini in Iraq non hanno solo a che fare con malnutrizione e povertà: le carceri irachene detengono oggi 1.350 minori tra i 10 e 17 anni, di cui non si conoscono al momento le condizioni di detenzione.

Lo ha detto oggi la responsabile comunicazione dell'Unicef Claire Hajaj, in una conferenza stampa a Roma sulle condizioni dell'infanzia nel martoriato paese e sul lavoro degli operatori dell'Unicef in Iraq.

L'Unicef ha detto di stare lavorando con le autorità irachene affinché i diritti dei bambini vengano rispettati in conformità con gli standard internazionali.

Sui motivi della detenzione, "i dati non sono chiari, ma nella maggior parte dei casi si tratta di 'infrazione della sicurezza'", ha spiegato Hajaj.

A cinque anni dall'inizio della guerra in Iraq, ha continuato Hajaj, le drammatiche condizioni di vita delle donne e dei bambini dovrebbero essere in cima all'agenda della comunità internazionale per la costruzione di un futuro solido e democratico nel paese, oltre che per l'emergenza umanitaria.

"Il loro futuro (dei bambini, ndr) è il futuro del paese, non si tratta solo di preoccuparsi di ciò che succede oggi", ha detto la rappresentante dell'Unicef durante la conferenza, "cosa diventeranno questi bambini in futuro?".

La mancanza di una "rule of law" non è l'unica emergenza nel paese. I bambini iracheni mancano dei diritti fondamentali come istruzione, cure mediche e nutrizione, a causa di 5 anni di guerra e di un quarto di secolo di restrizioni, sanzioni economiche e conflitti.

Secondo stime Unesco, il tasso di iscrizione alla scuola primaria sarebbe sceso dall'86% del 2000 al 53% del 2006. I dati del 2007 mostrano poi che solo il 28% dei ragazzi in età da diploma ha effettuato gli esami finali nell'Iraq centrale e meridionale.

Riguardo le vaccinazioni, l'Unicef interviene incisivamente nel paese portando casa per casa i medicinali per l'immunizzazione, ma ciononostante lo scorso anno più di un milione di bambini non ha potuto vaccinarsi contro il morbillo, che si sta diffondendo attualmente nell'Iraq centrale.

La nutrizione è ad oggi inadeguata soprattutto per la scarsa accessibità ad acque pulite. Nel 2006, solo il 40% degli iracheni ha dichiarato di poter accedere riserve d'acqua "affidabili", contro l'81% del 2000.

Dal 2003 a oggi, 150.000 civili maschi sono rimasti uccisi negli scontri, il che significa che oltre 70.000 donne sono oggi vedove e centinaia di migliaia di bambini sono orfani. I dati del solo 2007 registrano oltre 19.500 persone morte a causa del conflitto, mentre dal primo attacco alla moschea di Samarra nel 2006 -- che ha acceso le violenze confessionali tra sciiti e sunniti -- sono più di 1,2 milioni gli sfollati, e 4 milioni dal 2003, la metà dei quali sono bambini.

A fronte degli oltre 2 milioni di bambini che oggi continuano a soffrire di nutrizione inadeguata, malattie e mancanza di istruzione, l'Unicef ha lanciato per il 2008 una campagna per il finanziamento di "Impact 2008", un progetto che mira a creare istituti e supporto per i bambini che vivono all'interno delle zone a rischio e a tal fine cercare di aprire dei varchi di accesso verso queste aree, appellandosi anche ai governi.

Il supporto finanziario fornite dalle Nazioni Unite copre solo il 9% dell'ammontare necessario."


Mi domando spesso quali debbano essere le priorita' di chi ha a cuore la vita e la dignita' di chi rappresenta il futuro su questo nostro pianeta, e mi chiedo se possano bastare poche frasi, scarne ed inutili come quelle da me scritte in questo blog, per placare la coscienza di fronte a quanto sta avvenendo.

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The mission of Face to Face Bulgaria is to fight against, prevent and reduce the cases of child and forced prostitution in Bulgaria and outside its borders via developing numerous projects and programs. Face to Face Bulgaria understands the importance of educating and informing under-aged girls who are the main target group of the pimps. We believe no girl deserves such experience to enter the world of grown-ups.

Face to Face Bulgaria works mainly in direction of prevention; works actively among the potential victims of child and forced prostitution. Vulnerable groups include all girls who because of their innocence, ignorance, credibility, regular psychical attacks or impasse fall into pimps hands, are forced into human traffic and are forced into prostitution. Victims are usually involved by being deceived, kidnapped and physically abused.

The poor economy of a country is the main factor that makes these girls potential victims. They are trying to run away from poverty and to have a better future for them and for their families by accepting shady offers from unknown people and agencies. Once they choose this road, they rarely escape from this trap alive. It is proven that girls from orphanages and small towns and villages are most vulnerable because of uneducation and desire for quick earnings.

In Albania, Moldova, southern Bulgaria and Romania, entire towns have been robbed of their young female populations, the British newspaper Guardian announced in April 2002. While some victims are kidnapped at gunpoint, others are lured by promises of marriage, jobs and better living conditions.



La missione di Face to Face Bulgaria e’ quella di combattere, prevenire e ridurre i casi di prostituzione forzata, sia in Bulgaria che al di fuori dai suoi confini, attraverso lo sviluppo di numerosi progetti e programmi. Face to Face Bulgaria capisce l'importanza di educare ed informare le ragazze in eta’ non ancora adulta, che sono il principale bersaglio di sfruttatori. Crediamo che nessuna ragazza debba maturare tale esperienza per entrare nel mondo degli adulti.

Face to Face Bulgaria opera principalmente in direzione della prevenzione; lavora attivamente tra le potenziali vittime della prostituzione forzata. I soggetti a rischio includono tutte le ragazze che a causa della loro innocenza, ignoranza, e debolezza di fronte a sistematici attacchi di tipo psicologico cadono nelle mani di sfruttatori trafficanti di esseri umani e sono costrette a prostituirsi. Le vittime sono di solito irretite con l’inganno, rapite e violentate fisicamente.

L’economia povera di un paese e’ il principale fattore che rende queste ragazze vittime potenziali. Esse cercano di fuggire dalla poverta’ per avere un futuro migliore per loro e per le loro famiglie, ed accettano offerte ambigue da persone ed agenzie sconosciute. Una volta che hanno scelto questa strada, raramente riescono ad uscire vive da questa trappola. E’ dimostrato che le ragazze degli orfanotrofi, delle piccole citta’ e dei villaggi sono le piu’ vulnerabili a causa della loro ignoranza e per il desiderio di veloci guadagni.

Il quotidiano britannico Guardian ha scritto, nel mese di aprile 2002, che in Albania, Moldavia, Bulgaria meridionale e Romania, intere citta’ sono state depredate della loro popolazione giovanile di sesso femminile. Anche se alcune vittime vengono rapite con le armi, molte altre vengono attirate da promesse di matrimonio, di posti di lavoro e migliori condizioni di vita.

martedì 18 marzo 2008

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Concerto


Canto' mettendoci l'anima. La melodia l'aveva composta lei ed aveva scritto anche le parole. Aveva passato notti insonni a cambiarla e perfezionarla fino a ritenerla perfetta. Bellissima.
L'aveva cantata in quel teatro dove, accecata dalle luci, non riusciva a scorgere il volti degli spettatori; ma lei sapeva che c'erano. Erano li' che l'avevano ascoltata, fino a quando, con sinuosi volteggi della voce, era giunta ad intonare la nota finale.

A quel punto attese un applauso ma la platea resto' muta. Resto' immobile per un po', con la testa bassa in segno di ringraziamento, ma... niente. Solo silenzio.

Le luci si spensero, e quando i suoi occhi si abituarono noto' che le poltrone del teatro erano tutte vuote, eccetto una in prima fila, dove era seduto un anziano signore che, immobile, la stava fissando.

Si senti' a disagio e credette di essere nel mezzo di un brutto sogno, ma si rese conto che quella era la realta'; davanti a lei non c'era una folla di spettatori estasiati dalla sua abilita' canora, bensi' un unico anziano signore con l'espressione perplessa.

Poi l'anziano si alzo' e disse: "mi scusi, ma che razza di musica e' questa? Ho visto che lei apriva la bocca ma non ho sentito la musica. Solo un forte rumore."

Credette di sprofondare, di essere pazza. Le sembrava di aver cantato; si era ascoltata e si era piaciuta. Non era stato rumore, ma la sua melodia. Una bella melodia.

Avrebbe voluto fuggire, Non essere li'. Bofonchio' un "ma... ma... ma e' sicuro?"

L'anziano, con una mano all'orecchio, come per amplificare l'udito, replico': "non la sento bene signora, comunque era solo un rumore fastidioso; talmente fastidioso che, per non impazzire, ho dovuto spegnere persino l'apparecchio acustico... a meno che... a meno che, adesso che ci penso, non siano le pile!"

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Camera 311 - La Pioggia Dorata


Qualcuno mi chiama semplicemente “pianta”, ma sbaglia. Io sono un Ficus Benjamina. Appartengo ad una nobile famiglia, quella delle moraceae, ed i miei antenati provengono delle zone tropicali dell'Asia.

Tra i ficus sono quello che, senza dubbio, ha il portamento piu’ elegante; mi distinguo per un fusto che ha la corteccia lievemente arcuata, rami sottili e foglie ovate, ellittiche, acuminate in punta e pendule che mi conferiscono un aspetto decisamente armonioso. Richiedo un clima caldo umido ed una posizione che sia, si’, luminosa, ma non la luce diretta del sole. Devo essere annaffiato regolarmente; piu’ abbondantemente in estate e in modo piu’ diradato in inverno. Vengo normalmente impiegato come pianta ornamentale d’appartamento e, all’occorrenza, presto servizio anche in hotel.

Adesso mi trovo posizionato in un vaso di terracotta Deruta, nella camera n. 311 dell’Hotel Bellavista, a destra della porta finestra dalla quale si accede al grande balcone che si affaccia sul lago. Di fronte a me c’e’ il letto a baldacchino. Anche lui potrebbe raccontare storie stupefacenti su quanto accade in questo luogo, ma adesso sta riposando. E’ spossato. Piu’ volte al giorno, ed anche la notte, e’ costretto alle sollecitazioni sussultorie ed ondulatorie di chi, abitudinariamente, si reca qui per trascorrere focose ore di sesso: sposini in luna di miele, coppiette clandestine, prostitute con clienti.

Il bagno e' super confortevole, ed e’ alla mia sinistra. Da qui riesco a scorgere la grande vasca con idromassaggio dove possono, comodamente, sdraiarsi due persone. Quante ne ho viste transitare attraverso quella porta, cari amici; signore che entravano vestite in modo austero e ne uscivano seminude, abilmente abbigliate per stimolare il desiderio di chi le attendeva sul letto, che poi, dopo, rientravano frettolosamente con la bocca piena di qualcosa. Le sentivo sputare e poi uscivano dicendo “allora ti e’ piaciuto, amore?”

Se potesse parlare il bidet, poi, son certo che il tutto si arricchirebbe di dettagli assai piu' intriganti. Lui si’ che ne ha realmente viste di tutti i colori. Ma il bidet e’ riservato. Dice che la riservatezza e’ la qualita’ principale che ogni bidet deve avere. Ma… sento una chiave che sta girando nella serratura. Qualcuno sta entrando. Svegliati letto! C’e’ lavoro per te!

“Ecco. E’ la migliore stanza di tutto l’hotel, l’ho riservata per questa occasione speciale. Dopotutto, anche se solo per due ore, desidero che le passiamo nel modo migliore. Spero le piaccia.”

“Mmmsi’… non male… un po’ decadente come stile, ma andra’ benissimo per cio’ che abbiamo intenzione di fare.”


Ci risiamo. Come avevo detto qui e’ un viavai. E’ la camera che sicuramente lavora di piu’. Comunque, mica male la brunetta: occhi chiari, longilinea e con due belle gambe lunghe lunghe. Lui avra’ venti, venticinque, anni di piu’, ma questa e’ la regola che vige in questo genere di relazioni: l’eta' di lui e’ direttamente proporzionale al suo conto in banca ed inversamente proporzionale all’eta’ di lei. Tuttavia non sta ad un ficus giudicare gli esseri umani. Un ficus puo’ solo porsi come ornamento. Al limite puo’ osservare. Io sto al mio posto e ringrazio il cielo per quello che ho: acqua, concime e sole in questa splendida camera. Non tutti i ficus sono privilegiati come me, per questo mi accontento e non sputo nel piatto in cui mangio.

Tutte le volte sono curioso di cronometrare quanto ci mettera’ lei ad incassare i soldi e quanto impieghera’ lui a togliersi i pantaloni. Se non fossi un ficus, ed avessi la bocca, credo che sorriderei; ogni volta che assisto a queste scene mi rendo conto di quanto, in fondo, gli umani siano ripetitivi in quello che fanno: lui le porgera’ il fagottino con dentro il compenso, lei, facendo finta di non dargli importanza, ostentera’ fiducia ed evitera’ di controllare immediatamente il contenuto, ma poi chiedera’ di recarsi in bagno, ed una volta chiusa la porta dietro di se’ la prima cosa che fara’ sara’ quella di controllare che i soldi siano giusti. Poi si spogliera' e restera' con indosso un completino da gran zoccola; uscira’, si avvicinera’ a lui, e si fara’ toccare, baciare, sulla bocca, sul collo, sul seno, e infine gli si inginocchiera’ di fronte e…

Il copione e’ sempre lo stesso, e la ragazza si ritrova con le mani imbrattate ancor prima di socchiudere le labbra. Immancabilmente lui dice “mi dispiace... ero troppo eccitato” e la risposta e’ sempre “non preoccuparti, mi piacciono gli uomini straboccanti di desiderio. E poi, quando una cosa e’ fatta bene, la velocita’ e’ solo un pregio!” Pero', stavolta, pare che le cose non si svolgano in modo differente. Lui e’ al telefono e sta chiamando il bar…

“Due bottiglie di Cristal, camera 311, grazie.”

“Sei veramente un tipo strano, sai? Non mi avevi detto che saremmo venuti qui per bere champagne. Avevo altre cose in progetto per te, tesoro, ma se vuoi che ci ubriachiamo tieni conto che a me bastano due bicchieri e vado via di testa. Non occorrono due bottiglie.”

“A me interessa solo che lo champagne faccia l’effetto che desidero… Padrona!”

“Padrona? Adesso capisco… ami questo genere di giochetti, eh? E quale sarebbe questo effetto, se mi e’ consentito saperlo? Guarda che senza preservativo non lo faccio. Toglitelo dalla testa qualora tu abbia intenzioni poco chiare. Se credi di ubriacarmi per rendermi disponibile sei fuori strada. Mantengo sempre il controllo, anche quando bevo ...”

“Non si preoccupi. Non voglio far sesso con lei, Padrona. Voglio solo che, dopo aver bevuto, se le viene lo stimolo di orinare, lo faccia su di me. Vorrei che annaffiasse la mia faccia ed altre parti del mio corpo mentre io, se lei me lo consentira', potrei toccarmi e raggiungere il piacere sotto la pioggia dorata.”


Se non fossi un ficus ed avessi la bocca riderei. Guarda che faccia ha fatto lei! Lui vuole essere annaffiato come una pianta e farsi una sega mentre lei gli piscia addosso. Che ridere! Ora voglio proprio vedere cosa gli rispondera’ la brunetta. Quella non e’ il tipo da fare certe cose. Ha un'aria troppo schifettosa. Adesso lo mandera' a quel paese e se la filera' sbattendogli in faccia la porta ed i soldi.

“Va bene, tesoro! Non c’e’ problema. Mi paghi per due ore e se le vuoi usare per farti pisciare addosso per me non c'e' problema. Solo che, se me lo dicevi prima, a casa avrei bevuto un po’ di piu’. Comunque questo e' servizio extra e come tutti i servizi extra, costa di piu'. Per la pioggerella voglio altri cinquecento.”

“Concordo Padrona, pero’ avrei una preghiera; vorrei essere umiliato nel modo peggiore, ma non sopporto alcun odore che non sia quello del Cristal. La scongiuro di concedermi di non bere altro che quello.”

Proprio un bel cretino, quel tipo! E neanche la vuol scopare. Con quello che sta pagando per bersi l'orina della brunetta potrei comprarmi un’intera serra. Ecco, bussano alla porta. E’ il cameriere; lascia il carrello, ritira la mancia e se ne va. Ora lui stappa una bottiglia e riempie i calici. Lei beve… glugluglu… altro giro… glugluglu. Lui intanto si e’ spogliato... con il vestito sembrava piu’ in forma. E’ completamente depilato ed ha il pene piccolo e glabro come quello di un bimbo. Anche lei si e’ denudata, ma si tiene addosso l'intimo di pizzo.

“Se lo avessi saputo avrei scelto un abbigliamento piu’ adatto… ho dei bellissimi stivali con i tacchi acuminati e le borchie…”

“Non importa, Padrona, lei e’ bellissima cosi’… vuole altro champagne?”


Stanno iniziando la seconda bottiglia... ma ecco che lei dice di essere pronta. Gli ordina di sdraiarsi dentro la vasca nel bagno. Lo vedo che si cala dentro fino a che scompare oltre il bordo. Lei, invece, dopo essersi tolta il reggiseno e le mutandine, si posiziona in piedi, sopra di lui. Tiene le mani sui fianchi e guarda verso il basso; ha le gambe divaricate quel tanto che basta, e…

“Eccola... e’ abbastanza calda?"

"Si' Padrona, e' bollente!"

"Vuoi vedere la fonte? Vuoi che mi allarghi un po' con le dita cosi’ che tu possa vedere meglio da dove esce la pioggia? Ecco guarda… la fonte del piacere. La desideri vero?”

“Si Padrona, la desidero. Mi usi, la prego, mi affoghi, mi faccia bere il suo prezioso nettare.”


Mi sto eccitando anche io, amici… voi non potete capire, ma un ficus non e’ di ferro. Dover stare qui, fermo, mentre una cosi' annaffia in quel modo ecciterebbe anche una vecchia quercia.

“Ancora Padrona, la prego, non smetta…”

“E’ una parola! Il serbatoio e’ vuoto. Il getto e’ andato storto… guarda qui, mi sono bagnata le ginocchia ed i piedi. E’ colpa tua!”

“Ha ragione Padrona… e’ colpa mia. Permetta che la pulisca con la lingua, Padrona.”

“Vorresti leccare la fonte, lo so… sei anche un bugiardo oltre che un vizioso...”

“Si’, Padrona, sono un bugiardo e merito una punizione. Lasci che lecchi le sue ginocchia, che lecchi i suoi piedi, che la ripulisca completamente.”

“Devi solo ripulire accuratamente i piedi e le gambe senza sfiorare la fonte. Hai capito bene?”

“Si’… solo ripulire, senza sfiorare, solo ripulire, la prego, la prego…”

“Inizia dai piedi e risali… quando mi avrai ripulita completamente permettero’ che tu possa prenderti il piacere che ti spetta come premio.”


Ci sa fare la ragazza. Sembra un ragno che tesse la tela. E’ proprio vero che l’apparenza inganna. Pareva una schizzinosa quando e’ entrata nella stanza, invece ha tirato fuori un’inusuale spudoratezza e adesso tiene saldamente in mano le redini della situazione. Lui le sta leccandole i polpacci quando lo sento gemere di piacere.

“Non sei stato bravo… non mi hai ripulita bene e ti sei preso il piacere prima che ti fosse concesso. Mentre mi lavo, tu finisci di ripulire la vasca, poi ti metterai sotto la doccia e ci resterai fino a quando non ti diro' di uscire.”

La vedo entrare nel box doccia. Sento lo scroscio forte dell’acqua…
Immagino lui, steso dentro la vasca, mentre con la lingua ripulisce accuratamente l'interno. Quando si alza e’ stravolto. Ha i capelli impiastricciati, ma ha anche l’espressione di chi pare abbia visitato il paradiso.

Che strani personaggi frequentano questo luogo. Ognuno si porta come bagaglio i suoi inconfessati desideri. Molti sono banali nelle loro manifestazioni erotiche; si comportano nel modo canonico: un po’ di sesso orale, posizione missionaria, orgasmo… insomma, solite cose. Poi ci sono quelli che, credendo di essere sul set di un film porno, elaborano posizioni piu’ complicate; a volte talmente arzigogolate che qualcuno si e’ persino beccato il colpo della strega. Ma fin qui siamo nell’ambito della normalita’…

Ma esiste la normalita’? Chi puo’ affermare di ritenersi realmente normale? E’ giusto giudicare chi ha gusti diversi?

Ogni volta, dopo aver assistito ad un incontro di tal tipo, mi metto a filosofeggiare sui protagonisti della storia che si e' svolta. Credo che la brunetta abbia capito come ognuno dei suoi clienti porti dentro di se’ un sogno, che e’ pero’ anche una debolezza. E’ probabile che in base a cio’ abbia imparato a gestire questa debolezza e, assumendo atteggiamenti diversi, adeguandosi alla situazione, conduca ciascuno alla realizzazione di quel sogno. Immagino il suo motto: “nessun sogno e’ impossibile, signori, per chi puo’ permettersi di pagarmi.”

Sembra che per lei ogni cosa sia ammessa. Nella sua espressione un po’ divertita, che assume ogni qual volta gira le spalle al cliente, intravedo una beffarda estraneita’ emotiva e la totale assenza di problematica correlata al comune senso del pudore, persino nelle situazioni piu' particolari.

Ha sicuramente dei limiti che devono essere rispettati, come quando si irrita per il rapporto sessuale non protetto, ma e' chiaro che, per lei, tutto cio’ che concerne l’erotismo e’ un terreno nel quale si muove con distacco e disinibita disinvoltura.

Ecco, adesso mi e' venuta vicino… ma che sta facendo?

“Pianta, lo so che non e’ corretto, ma non posso bere ancora champagne solo per far contento quello li’. Gia’ al terzo bicchiere ne ero disgustata, quindi adesso questa bottiglia la verso nella terra di questo tuo bel vaso. Spero ti piaccia… io invece mi bevo un po' d’acqua... ne ho bisogno, ma non voglio si accorga del mio trucco. Al diavolo il suo “odorino” preferito… mica posso star male!”

Innanzitutto, cara signora, non sono una banale pianta ma un Ficus Benjamina, ed e’ cosa assai diversa. Poi, scusi… perche’ si rivolge a me parlando? Lo sa che non posso risponderle? Si’, certo, ho capito: lei ha parlato fra se’, esprimendo un pensiero ad alta voce, e mentre il suo cliente non la vede, getta via lo champagne… ma non puo’ annaffiarmi in questo modo… la prego, si fermi… i ficus non vengono annaffiati con lo champagne… glugluglu, la prego, non mi annaffi cosi', non sono di ferro… glugluglu… sento che la stanza sta girando… si fermi la prego... anzi no, continui… glugluglu… pero’, mica male!

“Cosa sta facendo, Padrona?”

“Eh?… Ah… chi? Io? Ehm… stavo bevendo lo champagne! Ho… ehm… scolato l’intera bottiglia… ma tu che ci fai qui? Ti avevo ordinato di restare sotto la doccia!”

“Mi perdoni Padrona, sono ingiustificabile. Credo mi attenda un’altra punizione.”


Povera signora, non ha avuto il tempo per bere la sua agognata acqua che' lui, uscendo dal bagno, l’ha sorpresa con la bottiglia appena svuotata ancora in mano. Lei ha saputo cavarsela egregiamente, ma com’e’ dura la vita della escort! Se solo la gente immaginasse a quale schifo e’ sottoposta una ragazza che fa questa professione, capirebbe che nessuna cifra puo’ ricompensarla per il disgusto provocato da quelle cose che certi clienti viziosi le chiedono per soddisfare i loro torbidi istinti.

Come dover bere Cristal anziche’ acqua!

domenica 16 marzo 2008

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Der Weg ist das Ziel


“Si puo’ raccontare solo cio’ che si conosce davvero, per essere credibili bisogna aver vissuto certe esperienze, era questo il principio dal quale sarei partita nella stesura dei romanzi. L’attendibilita’ innanzitutto, altrimenti cio’ che il lettore trova nelle pagine non andra’ mai a pizzicare fastidiosamente le zone piu’ fragili che tenta invano di celare. Le copre, le rinnega, ma esistono. Io mi sforzo di andare ad insinuarmi fra quelle pieghe, di puntare una luce in quelle zone d’ombra, di aspirare il lezzo che ne proviene, e di far ammettere anche al lettore, seppur per un fugace momento, di aver odorato quel miasma provenire proprio da sotto i suoi abiti da perbenista.” (Decadent Doll – M. Lonati)

Si possono raccontare situazioni mai vissute, o emozioni mai provate, appellandosi alla sola immaginazione? Oppure e’ necessario averle sperimentate personalmente?

Per quanto mi riguarda non ho dubbi: Der Weg ist das Ziel.

Non e’ importante cio’ che si racconta ma come lo si racconta. La forma ed il percorso narrativo stimolano il mio interesse piu’ di quanto possa farlo la trama o la finalita'.

Non so se questa mia propensione sia da imputarsi al mio sottobosco culturale strutturato e radicato dopo che per anni mi sono dedicata a letture di ogni genere (dai poemi omerici agli autori contemporanei), oppure se, semplicemente, e’ qualcosa che contraddistingue la mia femminilita’, un mio personale adattamento, una mia interpretazione che coinvolge la cultura come forma di piacere. Un piacere procurato dall’assorbimento di qualcosa che mi penetra e mi si scioglie dentro.

E’ come il sesso; per gli uomini e’ quasi sempre solo un modo per raggiungere il godimento fine a se stesso, mentre per noi donne rappresenta spesso un mezzo per giungere ad un obiettivo che va oltre l’orgasmo.

E’ un luogo comune assai noto che avere un rapporto sessuale, per gli uomini equivale quasi sempre ad un'esperienza puramente fisica, che comporta scarso interesse affettivo o reciproco. La maggior parte delle volte e’ per essi solo un atto unilaterale, egoistico, unidirezionale. Mentre per la maggior parte di noi, non importa quanto passeggero o casuale sia il rapporto, nel sesso esiste sempre un investimento sentimentale.

Poi c’e’ anche chi come me, similarmente agli uomini, distingue nettamente tra sesso a sfondo affettivo e sesso occasionale, impersonale o, addirittura, come forma di business, ma sembriamo costituire un'esigua minoranza.

Mi diletto nella scrittura di piccole cose, di poco conto, solo per necessita’ personale, e mai mi sono posta il problema di vivere nella foresta insieme ai sette nani per poter raccontare di Biancaneve. D’altronde, se l’esperienza diretta fosse necessaria come elemento di credibilita’, la maggior parte dei grandi autori di romanzi avrebbe dovuto dedicarsi ad altro, ed opere di fantasia non sarebbero mai esistite.

Comunque, anche se non sono brava a scrivere, sono dotata di un ipercriticismo che immediatamente mi fa cogliere, in cio’ che leggo, quella tendenza all'ampollosita’ scenica atta solo a riempire pagine e pagine di concetti inutili e ripetitivi. Tendenza di chi deve rispettare solo esigenze editoriali e commerciali, ma che, in definitiva, niente aggiunge al contesto letterario.

Non e’ facile scrivere un libro e non sempre chi si cimenta con successo nei racconti brevi e’ anche in grado di affrontare lavori di piu’ ampio respiro. Per questo motivo, nonostante molti amici tentino d'incoraggiami, evito di farlo. Al momento non ho ne’ la capacita’, ne’ la voglia di affrontare una simile avventura e, soprattutto, non me la sento di cadere nel ridicolo in cui ineluttabilmente cadono coloro che non si rendono conto dei propri limiti.

Alcune volte ho abbandonato la lettura di un libro dopo aver letto le poche pagine iniziali. Spesso mi sono imbattuta in chi raccontava peripezie degne dei romanzi di cappa e spada, ma mi annoiava mortalmente. Altre volte mi sono estasiata nel leggere la semplice descrizione di un fatto banalissimo, come la caduta di una foglia da un albero oppure la nascita del sole.

Se la trama e’ importante, la forma lo e’ assai di piu’; ma essenziale e’ la capacita di trasmettere le sensazioni, di far assaporare cio’ che abbiamo assaporato noi, di condividere suoni, colori, odori, emozioni, e farle penetrare in chi legge, cosi’ da consegnare il tutto all’eternita’ del ricordo.

Non mi accontenterei di niente di meno. Non potrei sopportare l’idea dell’indifferenza o, ancor peggio, dell’oblio.

In vita mia ho sempre teso alla perfezione. In tutto. Cio’ e’ dipeso da una rigida educazione di “sistema”, che pretendeva molto da chi, come me, ha condotto la sua esistenza giovanile in una determinata realta’ che stimolava ad essere sempre e comunque davanti agli altri. Essere davanti agli altri dava l’opportunita’ di accedere a programmi di studio e sportivi in un avvitarsi perpetuo di competizione che poi si e’ rivelato il fondamento della mia personalita’.

Cio’ che da me trapela, la rigidita’, l’intransigenza a volte esasperata ed il rifiuto dell’imperfezione sono solo effetti. Le cause stanno a monte; non ho avuto bisogno di lunghe e faticose terapie introspettive per comprenderle. Chi deve pensare ad andare avanti in una pressante sfida finalizzata alla sopravvivenza, non ha tempo per crearsi artifici psicologici per mettere tranquilla la propria coscienza di fronte agli insuccessi.

E questo, forse, e’ stato anche il motivo del fallimento della mia esperienza con lo psicanalista. Lui, forse, si attendeva che tirassi fuori dal mio cilindro tutto un bagaglio di luoghi comuni sui quali certi abbindolatori dell’umana psiche basano le loro terapie e le loro soluzioni dei problemi, ma non avevo niente da raccontargli. Niente.

Nessuno che mi avesse insidiata da bambina, nessuna deflorazione traumatica, nessuna frigidita’ inconfessata, nessuno sdoppiamento di personalita’, nessuna esperienza pesante di droga. Solo una banale dichiarata bisessualita’ e tanta normalita’. Normalita’ di una donna che per scelta faceva la escort, i cui ingredienti erano intelligibili da chiunque, senza che si dovesse essere esperti psicoterapeuti: soldi, curiosita’, adrenalina e quel sottile piacere, un po' morboso, di vedere il desiderio negli occhi degli uomini.

Lo stesso desiderio che, con il senno di poi, ho ricordato di aver intravisto anche nel suo sguardo la prima volta che entrai in quello studio, e che spiega il ridicolo epilogo che mi costrinse ad interrompere quell’inutile quanto dannosa terapia. Episodio del quale, forse, un giorno, se avro’ voglia, raccontero’.

Non sono sciocca e sono troppo vanitosa, troppo orgogliosa per non comprendere che, in confronto a chi e’ professionista della narrazione, il mio dilettantismo sarebbe palese. Anche se sono cosciente di saper scrivere un buon Italiano ho, purtroppo, ancora molte carenze linguistiche, grammaticali e sintattiche. Non posseggo una varieta’ di vocaboli tali da non farmi apparire ripetitiva e, soprattutto, ho ancora limiti e barriere che m’impediscono di scrivere senza che ci sia il rischio di raccontare episodi di vita troppo vicini al mio attuale privato.

Molte persone usano narrarsi per sublimare le loro problematiche e vederle esposte “nero su bianco” cosi’ da renderle interpretabili, e quindi “aggiustabili”. Anche io temo di non essere estranea a tale motivazione. Nei lunghi anni trascorsi nei bordelli di Calcutta ho estrapolato le cause dei miei problemi e le ho rese solide. Scrivere rappresenta per me, adesso, un modo per sgretolarle, frantumarle in polvere finissima. Una cipria impalpabile da disperdere nel vento.

venerdì 14 marzo 2008

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Hófehérke (7) - La Fine


Una storia nasce improvvisa. A volte basta un riverbero, un’immagine, un bagliore della luce a farla sorgere. Un istante prima non esisteva, un istante dopo germoglia e cresce dentro, fino a quando occupa talmente tanto spazio che l’involucro non riesce piu’ a contenerla.
Cio’ rappresenta quanto di piu’ meraviglioso e’ connaturato nella nostra specie: la capacita’ di creare e di condividere la creazione con i nostri simili fino a farla diventare eterna.

L’immortalita’ e’ qualcosa che l’umanita’ ha sempre bramato ed e’ forse l’unica cosa che, veramente, viene invidiata agli dei.

C’e’ chi ha la fortuna di poter sublimare tale desiderio in qualcosa di razionale e tangibile tanto da divenire immortale nella sua creazione.

Shakespeare, Omero, Bulgakov, Dante, oppure Fidia, Michelangelo, Pomodoro, oppure Giotto, Picasso, Caravaggio, oppure Verdi, Mozart, i Beatles saranno presenti anche quando l’Umanita’ sara’ estinta; le loro opere resisteranno fino alla fine dei tempi.

Ci pensai e mi giro’ la testa…

Ero sempre stata affascinata dall’immortalita’. Non tanto perche’ avessi mai temuto la morte, ma piuttosto per il terrore che avevo dell’oblio.

Pensare ad un’esistenza, fatta di gioie, dolori, tormenti, pensieri, amori, ricordi, passioni, vizi, sensazioni, speranze, delusioni, e mille altre cose che viene sommersa dalla polvere del tempo, mi incuteva un senso di sgomento.

Riflettei sul perche’ mi affannavo ad esistere quando poi, di me, sarebbe restata solo polvere.

Osservai i libri sullo scaffale. Loro potevano essere anche bruciati, ridotti in cenere, ma qualcuno li avrebbe comunque ricordati. Qualcosa sarebbe rimasto; frammenti, concetti, sensazioni. Percio’ sarebbero stati immortali. Insieme ai loro autori.

Quanto li invidiai.

La storia che stavo leggendo volgeva ormai al termine. Ancora poche pagine e sarei arrivata alla fine.


«Fui svegliata durante la notte dal suo cuore che pulsava, batteva ancora una volta. Sangue salato, amaro, mi gocciolava in viso dall'alto. Mi alzai a sedere. La mia mano bruciava e pulsava come se mi fossi schiacciata la base del pollice sotto un masso.

Qualcuno bussò alla porta con violenza. Avevo paura, ma sono una Regina e non lo avrei fatto vedere. Aprii la porta.

Prima i suoi uomini entrarono nella mia stanza e si disposero in semicerchio alle mie spalle, con le loro spade affilate e le lunghe lance.

Poi entrò lui. Mi sputò in faccia.

Ultima, arrivò lei; come quella notte quando era una bimba di cinque anni. Non era cambiata. Affatto.

Prese l'intreccio su cui era appoggiato il suo cuore. Tolse le sorbe secche una ad una; tolse i bulbi d'aglio ormai completamente rinsecchiti dopo tutti quegli anni. Poi prese ciò che era suo, il suo cuore pulsante che le riempiva la mano di sangue - una piccola cosa, non più grande di quello di una capretta o di un orsacchiotto.

Le sue unghie dovevano essere taglienti come vetro: si aprì il petto con quelle, facendole correre sulla ferita bluastra. Il petto le si spalancò improvvisamente, una bocca muta e in attesa. Leccò il cuore una volta, mentre il sangue le colava lungo il braccio, poi lo spinse profondo dentro la cassa toracica.

Gliel'ho visto fare. Le ho visto richiudere la pelle. Ho visto quella cicatrice bluastra svanire.

Il suo Principe aveva uno sguardo preoccupato, ma comunque la cinse con un braccio e stettero entrambi lì, in piedi, ad aspettare.

Lei rimase fredda, la morte germogliava ancora sulle sue labbra, e la voglia di lui non era diminuita in nessun modo.

Mi dissero che si sarebbero sposati e che i regni sarebbero stati uniti. Mi dissero che sarei stata con loro alle nozze.

Sta cominciando a fare caldo qui dentro.

Hanno detto delle nefandezze su di me. Un po' di verità per aggiungere gusto ad un piatto fatto sostanzialmente di bugie.

Fui legata e tenuta in una cella di pietra nei sotterranei del Palazzo. Rimasi lì tutto l'autunno. Oggi mi hanno fatto uscire, mi hanno strappato i panni di dosso e mi hanno strigliata. Mi hanno lavato la testa e i fianchi e poi mi hanno cosparsa di grasso d'oca.

Cadeva la neve mentre mi trasportavano al forno con braccia e gambe divaricate - due uomini ad ogni braccio, due ad ogni gamba - totalmente denudata, di fronte alla folla della festa di Mezzo Inverno.

La mia figliastra stava lì in piedi con il suo Principe. Mi guardò mentre mi oltraggiavano, ma non disse nulla.

Mentre mi cacciavano qui dentro, schernendomi, beffeggiandomi, vidi un fiocco di neve posarsi sulla sua guancia bianca; lo vidi restare lì senza sciogliersi.

Chiusero la porta del forno. Sta facendo sempre più caldo qui dentro, e fuori stanno cantando e applaudendo. Danno dei gran colpi alle pareti del forno.

Lei non stava ridendo, ne si stava prendendo gioco di me. Stette lì. Zitta. Mi guardava però, e per un attimo mi vidi riflessa nei suoi occhi.

Non urlerò. Non darò loro tale soddisfazione. Avranno il mio corpo, ma la mia anima e la mia storia sono mie e moriranno con me.

Il grasso d'oca comincia a sciogliere e a scivolare sulla mia pelle. Non emetterò un suono. Non voglio pensarci più.

Penserò al fiocco di neve sulla sua guancia, invece.

Penserò ai suoi capelli, neri ebano, alla sua bocca, rossa sangue, alla sua pelle, bianca neve.»



Niente di quanto scriviamo ci appartiene veramente. Ogni volta che dall’anima scaturisce un pensiero, una storia, nel momento stesso in cui vede la luce appartiene a tutti e vive di vita propria. Come un bimbo che nasce.

Vorrei donare questa fiaba, scritta da mani sconosciute, a chi stimo; come e’ stata donata a me. Era perduta nei meandri della fantasia. Esisteva gia’. Era in attesa che qualcuno la ritrovasse, sospesa nel tempo, conservata in una vecchia valigia, riposta in una soffitta di un casolare di pietra screziata, la' dove e' il limite del mondo.

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Il mondo e' fatto a scale...


...C'e' chi scende e c'e' chi sale.
Su MySpace, la pagina di Kristen, la escort che frequentava il Governatore di New York, ha ricevuto quattro milioni di contatti in meno di 24 ore.
Mentre il sig. Spitzer si e' dimesso dalla sua carica e rischia persino la prigione, lei sta diventando una celebrita'. Da semplice cortigiana diverra' un personaggio televisivo, il suo cachet salira' vertiginosamente e forse, un giorno, scrivera un libro oppure sara' interprete di un film.

Da una parte una carriera rovinata ed un matrimonio compromesso; dall'altra nasce una stella.

A parte l'evidente ipocrisia di certe figure maschili, di cui il sig. Spitzer e' adesso simbolo, e di certe figure femminili, come l'accondiscendente consorte, l'episodio palesa chiaramente la sudditanza del maschio nei confronti di un certo genere di "passione", e la ragione per la quale, nella catena alimentare della "giungla umana", egli occupa una posizione inferiore rispetto ad un certo tipo di femmina.

E poi, come dice sempre una mia amica: "per cento sono marchette, per mille gia' si inizia a parlare di affari".

giovedì 13 marzo 2008

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Hófehérke (6) - Il Principe


Cosa fara’ una devochka quando si ritirera’? Come organizzera’ la sua vita? Quali progetti fara’? Rompera’ completamente con il passato? Fuggira’ in qualche isola deserta? Cerchera’ un nuovo lavoro? Si sposera? Scrivera’ libri sulla sua vita?
Ma soprattutto: sara’ felice?
Non e’ semplice cambiare la propria esistenza dopo che per tanto tempo si e’ esercitato l’antico mestiere. Quella decisione viene spesso rimandata perche’, ad un certo momento, quel lavoro diventa “il Lavoro”. Ed il Lavoro condiziona: si creano amicizie, abitudini, stili di vita che poi fanno parte di quel vivere quotidiano al quale non e’ facile rinunciare.

Quando, da inesperte novizie si accetta, la prima volta, quasi per sfida, con un po’ di ansia e con tante insicurezze, di “provare”, non ci si rende conto che a quella prima volta ne seguiranno altre, poi altre ancora; dopodiche’ far sesso con uno sconosciuto diverra’ semplicemente un atto banale, non coinvolgente. Un qualcosa di asettico, sia fisicamente che mentalmente.

Negli anni in cui ho frequentato i bordelli di Calcutta ho ascoltato mille proponimenti, diecimila progetti, centomila speranze, un milione di promesse…

“Si’, lo faccio per un po’ ma non sara’ per sempre… e’ solo temporaneo… fintanto che risolvo i miei problemi ma… un giorno smettero’ “

Poi ho sentito le inevitabili scuse, le immancabili giustificazioni, gli scontati motivi per ritardare la fine di quell’esperienza.

Perche’ sono sempre stata diversa dalle altre?

Le sorelle che con me hanno condiviso l’esperienza ancora oggi mi rimproverano per essermi ritirata troppo giovane; avrei potuto sfruttare il “mio momento magico” ancora per un po’ di tempo, ma non si rendono conto che ero anche molto giovane quando iniziai.

Quando decisi di vivere l’avventura, seppur fossi poco piu’ che una giovane ragazza, avevo gia’ pensieri come li ha una donna piu’ matura. Non chiedetemi perche’ di questo. Non l’ho mai capito e forse mai lo capiro’, ma e’ come se, all’improvviso, mi fossi trasformata da bambina ad adulta smarrendo per sempre il periodo dell’adolescenza.

Fu all’inizio che posi i miei limiti, fissai gli obiettivi, collocai i miei paletti. Stabilii anche un periodo massimo nel quale mi sarei immersa in quell’esperienza. E lo avrei fatto completamente, in modo totale, senza mezzi termini, affrontandola come un’avventura. Sarei stata esploratrice curiosa in un mondo misterioso ed insidioso.

E’ stata la fantasia ad aiutarmi in quel percorso. Cio’ che per molte sorelle rappresentava un problema, per me era solo il palcoscenico di un teatro in cui mi esibivo.

Ogni volta ero prima attrice. Cambiava solo il pubblico.

Su quel palcoscenico ho recitato. Se erano lupi interpretavo Piroska és a farkas, se erano topolini ero a hamelni patkányfogó, se alla mia casetta di marzapane giungevano bimbi golosi diventavo Baba Jaga, se invece si trattava di Principi mi trasformavo in Hamupipőke oppure in Hófehérke.

Un paese delle meraviglie in cui sono stata Alice che guardava con occhi estasiati... attraverso lo specchio.

Ma, come avviene per ogni rappresentazione, arriva il momento in cui il sipario deve calare. La fiaba non puo’ durare in eterno oppure potrebbe trasformarsi in un orrendo dramma: Hamupipőke e Hófehérke diverrebbero vecchie e nessun Principe le degnerebbe piu’ di uno sguardo; nessun Principe darebbe loro un bacio e resterebbero la’, addormentate per il resto della loro vita.

Fu cosi' che, dopo Principi di ogni colore possibile, attesi quello che fosse del colore giusto. Non so se fosse azzurro, non lo ricordo. Ricordo solo che, come una specie di magia, con un bacio fece uscir fuori il boccone di mela avvelenata che si era conficcato nella mia gola. E mi risveglio’.

Fu quello il motivo per il quale, tutto l’inverno, mi rinchiusi in quella casa situata fra i filari, fuori dal mondo e dal tempo, laddove, durante gli anni della mia infanzia, mi ero sentita felice ed al sicuro e dove, in una valigia di cartone dimenticata in una polverosa soffitta, trovai il quaderno in cui era raccontata quell’incredibile storia.


«Fu un inverno di nevi alte e lente a sciogliere. Arrivammo alla primavera con i morsi della fame.

La Fiera di Primavera fu più bella, quell'anno. La gente della foresta era poca, ma qualcuno venne, e c'erano visitatori dalle terre oltre la foresta.

Vidi i piccoli uomini pelosi della caverna comprare e barattare per avere pezzi di vetro, mucchi di cristalli e quarzo di rocca. Pagarono con monete d'argento - i profitti delle ruberie della mia figliastra, senza dubbio. Quando si sparse la voce di ciò che stavano cercando, i paesani corsero alle loro case e tornarono con tutta la loro beata cristalleria e, alcuni, con grandi fogli di vetro.

Pensai per un attimo di ucciderli, quei nani, ma non lo feci. Fino a che il cuore pendeva silente, fermo e freddo dalla trave della mia camera ero al sicuro, con me la gente della foresta e, in ultimo, la gente del borgo.

Avevo ventisette anni, e la mia figliastra aveva mangiato la frutta avvelenata due inverni prima, quando il Principe giunse a Palazzo. Era alto, molto alto. Aveva occhi di un verde gelido e la pelle bruna di coloro al di là delle montagne.

Cavalcava con una piccola scorta: abbastanza grande da proteggerlo, e abbastanza piccola da non rappresentare una potenziale minaccia per un altro sovrano - io, per esempio.

Fui pratica. Pensai all'alleanza tra le nostre terre, pensai al regno espandersi dalla foresta fino al mare, all'estremo meridione; pensai al mio biondo amore morto nove anni prima. Durante la notte mi recai nella stanza del Principe.

Non sono un'innocente, anche se mio marito, il mio Re, fu veramente il mio primo amante, non importa ciò che dice la gente.

Sulle prime il Principe sembrò eccitato. Mi chiese di sfilarmi la veste da notte e mi fece stare in piedi di fronte alla finestra aperta, lontano dal fuoco, fino a che la mia pelle fu fredda come pietra. Mi disse di giacere supina, con le braccia ripiegate sul seno, ad occhi sbarrati a fissare solo e soltanto il soffitto. Mi comandò di non muovermi e di respirare soltanto l'indispensabile. Mi implorò di non dire nulla. Divaricò le mie gambe.

Poi mi fu dentro.

Mentre rovistava dentro di me, sentii le mie anche sollevarsi per gli urti, cominciai a sentirmi sua davvero. Colpo dopo colpo, spinta dopo spinta, mentre mi macinava. Mugolai. Non potei farne a meno.

Il suo membro scivolò via da me. Sporsi una mano e lo toccai. Una piccola cosa viscida.

"Per favore", disse, dolce. "Non devi muovere né parlare. Stai ferma sul pavimento; fredda, immobile, come prima".

Ci provai, ma aveva perso qualsiasi forza che prima l'avesse reso virile. Qualche minuto dopo lasciai la stanza del Principe; le sue maledizioni e le sue lacrime risuonavano ancora nelle mie orecchie.

Andò via presto il mattino seguente, con tutti i suoi uomini. Cavalcarono via nella foresta.

Immagino i suoi fianchi, ora, mentre cavalca; un nodo di frustrazione e rabbia alla base della sua virilità. Immagino le sue labbra pallide pressate insieme. Poi immagino la sua piccola truppa cavalcare attraverso la foresta. Arrivano al tumulo di vetro e cristallo della mia figliastra. Così pallida. Così fredda. Nuda, al di là del vetro, poco più che una ragazzina. E morta.

Nella mia fantasia, posso quasi avvertire l'improvvisa durezza del suo membro nelle sue brache, posso vedere la voglia che lo ha preso, posso sentire le preghiere che ha sospirato come ringraziamento per la sua buona sorte. Lo immagino trattare con quei piccoli omuncoli pelosi, offrire loro oro e spezie per il bellissimo corpo nella bara di cristallo.

Presero il suo oro perché lo volevano ? O semplicemente videro gli uomini a cavallo, con le loro spade affilate e le loro lance, e si resero conto di non avere alternativa ?
Non lo so. Non ero là e non stavo scrutando nel mio specchio. Posso soltanto immaginare...

Immagino le mani togliere i cumuli di cristallo e quarzo dal suo corpo freddo. Immagino le mani accarezzare lievemente la sua guancia, fredda, muovere le sue braccia, fredde; esultare per l'aver trovato un cadavere ancora fresco e morbido.

La prese là, davanti a tutti ? O la fece portare in un cantuccio al riparo da sguardi indiscreti prima di montarla ?

Non so dire.

Fu lui a scuoterle via il pezzo di mela dalla gola ? Oppure fu lei ? Forse aprì gli occhi lentamente mentre lui pulsava nel suo corpo, aprì la bocca, schiuse quelle labbra rosse per poi serrare i denti gialli e affilati sul collo bruno di lui, affinché il sangue, che è la vita, potesse scenderle in gola e lavare via il boccone di mela, del mio veleno.

Immagino; non posso sapere.»

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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