sabato 8 marzo 2008

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Hófehérke (4) - Lo specchio


Esiste qualcosa che stimoli la fantasia piu’ di uno specchio?. Quanta magia racchiusa in esso...
Da bambina, quando ancora l’effetto ottico della riflessione era per me un mistero sconosciuto, immaginavo mondi inverosimili che esistevano al di la’ del confine stabilito da quell’impalpabile barriera di vetro che solo Alice aveva saputo attraversare.
Avrei desiderato essere Alice; avrei voluto spingere con le mani e percepire il vetro sciogliersi davanti a me per farmi entrare in un mondo in cui i sogni si fossero trasformati in realta’.

«Come ho già detto, c'era gente nella foresta. Venivano fuori, alcuni, per la Fiera di Primavera: gente avida, gretta, meschina. Alcuni di loro erano deformi - piccoli, rachitici e gobbi; altri avevano i grandi denti e lo sguardo vacuo degli idioti; altri ancora avevano mani come pinne o come chele di granchio. Arrivavano dalla foresta ogni anno per la Fiera di Primavera, che si teneva quando la neve era sciolta.

Da giovinetta avevo lavorato alla fiera, e mi avevano spaventato allora, quelli della foresta. Leggevo la fortuna per i visitatori, scrutando nelle pozze d'acqua ferma; più in là, qualche anno dopo, in un disco di vetro lucido il cui retro era stato ricoperto d'argento - il dono di un mercante a cui avevo ritrovato il cavallo smarrito leggendo nell'inchiostro.

I mercanti alla fiera temevano la gente della foresta; inchiodavano le loro merci alle assi delle loro bancarelle - grosse fette di pan di zenzero o cinturoni di pelle venivano fissati al legno con grandi rampini di ferro. Se le loro merci non erano inchiodate, dicevano, la gente della foresta le avrebbe prese e sarebbe corsa via, masticando il pan di zenzero rubato, facendo schioccare in aria le cinture.

La gente della foresta aveva danaro, comunque: una moneta qui, un'altra là, a volte macchiate di verde dal tempo o dalla terra; e i volti rappresentati su quelle monete erano spesso sconosciuti persino ai più anziani. Avevano anche materiale di scambio, e così la fiera continuava, servendo ai banditi e ai nani, servendo ai ladri (quelli circospetti) che depredavano i rari viandanti provenienti dalle terre al di là della foresta, o i gitani, oppure cacciavano i cervi. (Secondo la legge anche questo era furto. I cervi erano della Regina.)

Gli anni passarono lentamente, e il mio popolo era del parere che io li governassi con saggezza. Il cuore pendeva ancora sopra il mio letto e pulsava dolcemente nella notte. Se c'era anche soltanto uno che rimpiangesse la bambina, non ne vedevo prove: lei provocava il terrore, e tutti pensavano di essersene finalmente liberati per sempre.

Le Fiere si susseguirono: ognuna più triste, più povera e scialba delle precedente. Pochi vennero dalla foresta per acquistare. Quelli che lo fecero sembravano come controllati e privi di volontà. I commercianti smisero di assicurare la loro mercanzia ai banchi. E l'ultimo anno soltanto un pugno di persone arrivò dalla foresta, una spaventosa accozzaglia di omuncoli irsuti, e nessun altro.

Il Concertatore della Fiera, con il suo paggio, venne da me dopo l'ultimo giorno. Lo avevo conosciuto, poco, prima di diventare Regina.

"Non vengo a te come mia Regina", disse.

Non dissi nulla, ascoltai.

Vengo a te poiché sei saggia", continuò. "Quando eri bambina trovasti un destriero smarrito scrutando nell'inchiostro; quando eri ragazza trovasti un bimbo perduto che aveva camminato fino ad allontanarsi dalla madre, scrutando il tuo specchio. Tu conosci l'occulto e puoi svelare segreti. Mia Regina" chiese, "che cosa c'è nella foresta ? Il prossimo anno non ci sarà Fiera di Primavera. I viaggiatori di altri reami, la gente della foresta, sono quasi scomparsi. Un altro anno come questo e tutti morremo di fame".

Ordinai alla mia damigella di portarmi lo specchio. Era una cosa semplice, un disco di vetro argentato sul retro, che conservavo avvolto in una pelle di daina, in uno scrigno, nella mia camera.

Me lo portarono, allora, e vi guardai dentro.

Non era più una bambina. Il suo incarnato era ancora pallido, i suoi occhi e i suoi capelli, neri ebano, le sue labbra, rosso sangue. Indossava i vestiti che portava quando lasciò il castello per l'ultima volta - la camiciola, la gonnella, - nonostante fossero molto sciupati e tutti rammendati. Su di essi portava un manto di crosta di vitello, e invece di stivali calzava borse di pelle rivoltata legate ai piccoli piedi con dei lacci.

Stava nella foresta, in piedi accanto ad un albero.

Mentre guardavo, nell'occhio della mia mente, la vidi muoversi, avanzare con i passi accorti di un lupo, la vidi volare come un pipistrello. Come un'animale stava seguendo qualcuno.

Era un monaco. Aveva un saio di tela di sacco e i suoi piedi erano nudi, callosi e forti. La barba e la tonsura erano incolte.

Lo osservò stando al di là di una macchia. Alla fine egli si fermo per la notte e cominciò ad accendere un fuoco, ammucchiando ramoscelli, smantellando un nido di pettirosso per legna minuta. Fece cozzare la pietra focaia con la scatola in cui la trasportava fino a che una scintilla non prese l'esca e la fiamma si accese. C'erano due uova nel nido che aveva trovato; le mangiò crude. Non credo che siano stato un pasto soddisfacente per un uomo così robusto.

Il frate sedette alla luce del fuoco. Ella venne fuori dal suo nascondiglio; si accovacciò al lato opposto del falò e cominciò a fissare l'uomo. Egli sorrise, come se da tempo non vedesse essere umano, e le fece cenno di avvicinarsi.

Ella si alzò in piedi e camminò attorno al fuoco. Si fermò alla distanza di un braccio da lui. Egli si frugò in tasca fino a trovare una moneta, una monetina di rame; gliela lanciò. Ella la prese al volo e con un cenno d'assenso si avvicinò ancora. Egli slacciò la corda che aveva in vita e il suo saio si aprì. Il suo corpo era villoso come quello di un orso. Ella lo fece adagiare sul muschio. Una mano, inesorabile come i movimenti di un ragno, si fece strada fra il pelo arruffato fino a che si chiuse sul membro virile. L'altra mano tracciò un cerchio attorno al capezzolo sinistro. Egli chiuse gli occhi e le infilò una mano grande sotto la gonna. Lei abbassò la bocca sul capezzolo con cui aveva giocherellato. La sua pelle bianca spiccava sul corpo scuro e villoso di lui.

Gli affondò i denti nel petto. Gli occhi di lui si aprirono, poi si richiusero e lei bevve.

Si nutrì di lui standogli sopra a cavalcioni. Un liquido sottile e nerastro cominciò a colarle in mezzo alle gambe...

"Tu sai che cosa trattiene i viaggiatori dal venire alla nostra città ? Che cosa sta succedendo alla gente della foresta ?" mi chiese il Concertatore.

Ricoprii lo specchio con la pelle di daina, e gli assicurai che avrei provveduto personalmente affinché la foresta tornasse ad essere un luogo sicuro.

Dovevo, anche se ciò che avevo visto mi terrorizzava. Ero la Regina...»



Trasalii, ma solo per un attimo. Interruppi la lettura ed andai a prendere lo specchio ovale bordato in argento che era insieme al quaderno in quella valigia sospesa nel tempo.

Lo esaminai attentamente, toccando la superficie con i polpastrelli in cerca di un impossibile varco. Mi sforzai di vedere in esso la mia immagine riflessa, ma cio’ che riuscii a scorgere fu solo il nero dell’ossido che aveva ricoperto il retro del vetro.

Oppure ci fu qualcosa; un breve impercettibile bagliore. O forse solo ebbi il desiderio che ci fosse.

1 commento :

davide ha detto...

Cara Chiara,

questa storia diventa sempre più misteriosa e inquietante. Comunque sa trasmettere forti emozioni.

Tanti saluti dal tuo Davide

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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