lunedì 10 marzo 2008

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Hófehérke (5) - La Strega


Avevo disposto i venti arcani maggiori sul grande tavolo, in quattro file di cinque carte ciascuna. La serie non era completa; ne mancavano due: l’Imperatrice e la Ruota.

L’Imperatrice e’ il simbolo dell'aria e quindi di tutto cio’ che e’ collegato con il piano razionale. Rappresenta la scintilla mentale, la prontezza dell'intelletto, la versatilita’ delle idee. L’Imperatrice si eleva al di sopra del mondo concreto, fino a raggiungere la perfezione grazie alla sua superiorita’ intellettuale.

La Ruota simboleggia l'alternanza del giorno e della notte, le fasi lunari, i moti dei pianeti e tutto cio’ che ha un ciclo che si ripete, come il ciclo mestruale. Rappresenta quindi l'elemento da cui scaturisce la vita, il divenire, l'esistenza, la fortuna. E' il simbolo anche del positivo e del negativo, dell'ascesa e della caduta, dello yang e dello yin, nella loro eterna alternanza e quindi del maschile e del femminile nella loro infinita contrapposizione. La sua immagine, di origine medievale, si rifa’ all’antica ruota della tortura, strumento con la quale venivano purgate le streghe.

Mi chiesi quale poteva essere il significato, e se effettivamente c’era un significato oppure, semplicemente, i due trionfi erano andati perduti per qualche banalissima ragione che niente aveva a che fare con il simbolismo occulto.

Sara’ stata l’atmosfera del racconto che stavo leggendo che mi convinse della plausibilita’ dell’ipotesi esoterica, ed in quel momento mi torno' in mente una frase di Nagyanya:

“Una strega non e’ strega perche’ possiede una sfera di cristallo o un mazzo di tarocchi; lo e’ perche’ trasmette, a chi ha di lei timore, la sensazione che qualsiasi sua azione, anche la piu’ amorevole sara' sempre e comunque malvagia.”

Il quaderno con la copertina scura occhieggiava dallo scaffale dove l'avevo riposto; pareva inviarmi un richiamo al quale non seppi resistere.


«Una donna sciocca sarebbe andata nella foresta e avrebbe cercato di catturare la creatura; ma ero già stata sciocca una volta e non intendevo esserlo una seconda.

Passai del tempo su vecchi libri, visto che sapevo leggere un po'. Passai del tempo con una zingara (che arrivò al nostro paese attraversando le montagne per andare a sud, piuttosto che passando per la foresta per recarsi a nord-ovest).

Mi preparai, e trovai le cose che mi erano necessarie. Quando la prima neve cominciò a cadere, ero ormai pronta.

Ero nuda e sola nella torre più alta di Palazzo, in una stanza aperta al cielo. I venti raggelavano il mio corpo; mi venne la pelle d'oca, piccole pustole di freddo sulle mie braccia, sui glutei e sul seno. Avevo con me un bacile d'argento e una cesta in cui avevo riposto un pugnale d'argento, una spilla, anch'essa d'argento, una paio di pinze, d'argento, una veste grigia e tre mele verdi.

Posai tutto a terra e stetti lì in piedi, svestita, sulla torre, umile dinanzi al cielo notturno e al vento. Avrei strappato gli occhi a chiunque mi avesse vista in quel momento, ma nessuno mi stava spiando. I cirri ghiacciati guizzavano attraverso il cielo nascondendo e svelando la luna calante.

Presi il pugnale e mi ferii il braccio sinistro - una volta, due, tre. Il sangue sgocciolò nel bacile; il rosso sembrava nero alla luce della luna.

Aggiunsi la polvere della fialetta che mi penzolava dal collo. Era marrone, fatta con erbe essiccate, la pelle di un tordo e altri ingredienti. Ispessì il sangue, ma gli impedì di coagularsi.

Presi le tre mele, una per una, e ne punzecchiai la pelle con la spilla d'argento. Poi le misi nel catino e le lasciai riposare mentre i primi piccoli fiocchi di neve dell'anno si posavano lentamente sulla mia pelle, sulle mele e sul mio sangue.

Quando l'alba cominciò a rischiarare il cielo, mi coprii con la veste grigia e presi le mele rosse dal catino d'argento facendo attenzione a non toccarlo, sollevando ognuna con le pinze d'argento per deporla poi nella cesta. Nulla era rimasto del mio sangue o della polvere marrone all'interno del catino; nulla tranne un residuo scuro, come si trattasse di verderame.

Interrai il bacile. Poi stregai le mele (come una volta, anni addietro, nei pressi di un ponte, avevo lanciato un incantesimo su me stessa), che fossero, al di là di ogni dubbio, le più belle mele del mondo; e il rossore cremisi della loro pelle fosse il caldo colore del sangue.

Mi coprii il volto con il cappuccio del mio mantello, e portai alcuni nastri con me, dei graziosi ornamenti per i capelli. Li posi sulle mele nella cesta di vimini e camminai sola nella foresta fino a che raggiunsi il suo nascondiglio: una parete d'arenaria, traforata da grotte profonde che scavavano il loro cammino per molto al di là del muro di roccia.

C'erano alberi e massi sotto alla parete. Camminai tranquillamente da albero ad albero, senza disturbare un solo ramoscello o una foglia caduta, fino a trovare un posto per nascondermi. Aspettai e guardai.

Dopo qualche ora, un gruppo di nani sgusciò dalla caverna più grande - omuncoli brutti, deformi e pelosi, i vecchi abitanti di queste terre. Ora li si poteva vedere raramente.

Svanirono all'interno del bosco, e nessuno si accorse di me, nemmeno quello che di loro si fermò a pisciare proprio contro la roccia dietro cui mi nascondevo.

Aspettai. Non ne venne fuori nessun altro.

Andai all'ingresso della caverna e urlai un saluto, fingendo una voce da vecchia.

La cicatrice che avevo sul Monte di Venere ebbe un sussulto e prese a pulsare quando ella venne verso di me, fuori dal buio, nuda e da sola.

Aveva quindici anni, la mia figliastra, e nulla rovinava il perfetto candore della sua pelle salvo il taglio livido sul suo seno sinistro, da cui le era stato strappato il cuore molto tempo prima.

L'interno delle sue natiche era macchiato di sporcizia nerastra.

Mi guardò attentamente, nascosta com'ero nel mio mantello. Mi guardò affamata. "Ho dei nastri, signora," gracidai. "Bei nastri per i tuoi capelli..."

Sorrise e mi fece un cenno. Avvertii uno strattone; la cicatrice sulla mano mi stava tirando verso di lei. Feci ciò che avevo in mente, ma lo feci più in fretta di quello che avevo pianificato: lasciai cadere la cesta, urlai come la vecchia pezzente che fingevo di essere e mi misi a correre.

Il mio mantello era del grigio della foresta e io fui veloce. Non mi raggiunse.

Tornai a Palazzo.

Non lo vidi, ma proviamo comunque ad immaginare. La ragazza tornò delusa e affamata alla caverna. Trovò la mia cesta per terra.

Che cosa fece ?

Voglio pensare che prima giocò con i nastri, li intrecciò con i suoi capelli corvini, li fece passare attorno al collo pallido o sul suo busto piccino.

Poi, curiosa, smosse il panno per vedere che altro ci fosse nella cesta. Vide le mele rosse, rosse.

Avevano il profumo delle mele fresche, naturalmente; e avevano anche il profumo del sangue. Era affamata. Mi immagino che abbia preso una mela, l'abbia pressata contro la guancia per sentire come era piacevolmente levigata a contatto con la pelle.

Poi aprì la bocca e le diede un gran morso...

Quando fui di nuovo nella mia stanza, il cuore che pendeva dalla trave del soffitto assieme alla mele, con i prosciutti e le salsicce secche, aveva già cessato di battere. Era lì, tranquillo, immoto, senza vita, ed io mi sentii al sicuro ancora una volta…»

1 commento :

lucenera ha detto...

“Una strega non e’ strega perche’ possiede una sfera di cristallo o un mazzo di tarocchi; lo e’ perche’ trasmette, a chi ha di lei timore, la sensazione che qualsiasi sua azione, anche la piu’ amorevole sara' sempre e comunque malvagia.”

E lei, la strega, questo lo sa bene, ma se si trovasse di fronte a un bambino, simbolo di purezza, ella saprebbe che una maschera indossata equivale ad una maschera tolta, appoggiata e dimenticata.
Ciao Chiara, leggo i tuoi scritti e le parole a volte sembrano scivolare via ché la narrativa è fatta proprio per questo, ma a tratti mi inceppo, rimbalzo su un corpo di parole, e mi sento emozionata.

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Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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