giovedì 6 marzo 2008

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Hófehérke (3) - La Regina


Amo, nelle fredde notti invernali, rannicchiarmi fra le coperte e leggere. Leggo di tutto. In mancanza di novita’, mi trovo persino a rileggere cio’ che gia’ conosco. L’importante e’ “assaporare” con il tatto la carta della pagina di un libro. Dolcemente mi abbandono al tepore fino a che gli occhi, stanchi, si chiudono. Quella notte avevo da leggere qualcosa di nuovo.

Era una prelibatezza che non doveva essere divorata voracemente, ma centellinata. Ogni piccola nota di sapore doveva essere gustata fino in fondo. Senza fretta. Come nel sesso.


«Mio marito, il mio amore, il mio Re, mi mandava a chiamare sempre di meno, e quando andavo da lui lo trovavo sbadato, indifferente, stordito. Non riusciva più a fare l'amore come lo fa un uomo; e non mi permetteva di dargli piacere con la bocca: l'unica volta che provai si ritrasse con violenza e si mise a piangere. Lo strinsi forte, fino a che il pianto non smise, ed egli dormì, poi, come un bambino.

Scorsi la sua pelle con la punta delle dita mentre dormiva. Era piena di vecchie cicatrici. Ma non ricordavo cicatrici nei giorni della nostra felicità, tranne una, sul fianco, dove un verro lo aveva azzannato in gioventù.

Presto non fu che l'ombra dell'uomo che avevo incontrato ed amato al ponte. Le sue ossa spuntavano bianche dalla pelle bluastra. Fui con lui fino all'ultimo: le sue mani erano fredde come pietra, i suoi occhi lattiginosi, i capelli e la barba erano sbiaditi, opachi e privi di vigore. Morì senza confessarsi, la sua pelle completamente butterata, ricoperta da capo a piedi di piccole, vecchie cicatrici.

Non pesava quasi nulla. Il gelo aveva indurito la terra, cosicché non potemmo scavare una fossa per lui, così lo tumulammo, ricoprendone il corpo con pietre e sassi. Era solo un segno commemorativo, poiché poco di lui era rimasto da proteggere dalla fame delle fiere e degli uccelli.

Così fui regina.

Ero giovane e ingenua - diciotto estati erano passate da quando per la prima volta avevo visto la luce del giorno - e non feci ciò che avrei fatto se solo fosse stato adesso.

Adesso le farei strappare il cuore, sì. Ma poi le farei tagliare la testa, le braccia e le gambe. La farei sventrare. E poi starei a guardare nella piazza grande, mentre il boia ravviva il falò con un mantice, a guardare senza battere ciglio mentre affida ogni pezzo di lei al fuoco. Porrei arcieri attorno alla piazza, per abbattere ogni uccello o animale che si avvicinasse alle fiamme, ogni corvo o cane o falco o ratto. E non chiuderei gli occhi fino a che la Principessa non fosse cenere, e una brezza gentile non la potesse disperdere come fiocchi di neve.

Non lo feci, e i propri errori si pagano.

Dicono che fui beffata; che non era il suo cuore, che fosse il cuore di un animale - un cervo, forse, o un cinghiale. Dicono così, e sbagliano.

E alcuni dicono (ma la bugia è di lei e non mia) che quel cuore mi fu dato, e che io lo mangiai. Bugie e mezze verità cadono come la neve, ricoprendo le cose dei ricordi, quelle che vidi. Un paesaggio irriconoscibile dopo la nevicata; così lei ha reso la mia vita.

C'erano cicatrici sul mio amore, suo padre; sui suoi glutei, sullo scroto e sul fallo, quando morì.

Non andai con loro. La presero durante il giorno, mentre lei dormiva ed era più debole. La portarono nel cuore della foresta e là le aprirono la camiciola e le tagliarono via il cuore. La lasciarono per morta, in una gola; che la foresta la inghiottisse.

La foresta è scura, confine di molti reami, nessuno dei quali sarebbe così sventato da pretendere giurisdizione su di essa. I fuorilegge vivono nella foresta. I ladri vivono nella foresta. I lupi. Si può cavalcare per settimane intere nella foresta e mai incontrare anima viva; ma ci sono occhi che ti controllano tutto il tempo.

Me ne portarono il cuore. Sapevo che era il suo - nessun cuore di scrofa o di daina avrebbe continuato a pulsare una volta estirpato dal petto, come faceva quello.

Lo portai nella mia camera.

Non lo mangiai: lo appesi alle travi sopra il mio letto, lo piazzai sopra ad un intreccio di paglia che avevo preparato con delle sorbe selvatiche, rosse come il petto di un pettirosso, e con bulbi d'aglio.

Fuori, cadeva la neve; ricopriva le impronte dei miei cacciatori e il piccolo corpo di lei nella foresta dove giaceva.

Feci chiamare il fabbro, che rimuovesse le sbarre dalla mia finestra, e passai un po' di tempo nella mia stanza guardando fuori, la foresta, nel pomeriggio di ognuno di quei corti giorni d'inverno, aspettando che il buio cadesse...»


Prima di addormentarmi ascoltai il silenzio. Fuori il vento si era ormai placato. Annusai l’aria; sapeva di neve che aveva preso a cadere.

10 commenti :

davide ha detto...

Cara Chiara,

come tutti i tuoi racconti (lo so che sono banale) anche questo è molto bello e intrigante. Mi ha molto inquietato il raporto tra la regina matrigna e la figlia del re.
Credo che nel proseguo del racconto avremo molte sorprese.

Tanti saluti dal tuo Davide

Chia®a di Notte (Klára) ha detto...

davide said...
come tutti i tuoi racconti (lo so che sono banale) anche questo è molto bello e intrigante.


Scusa Davide...

Ho detto forse che questo e' un MIO racconto? :-)))

E' una cosa che immagini tu...

Del resto c'e' chi immagina che io sia CHI non sono :-)))

davide ha detto...

Cara Chiara,

""Ho detto forse che questo e' un MIO racconto?""

Ormai ho imparato la tua tecnica e so vedere le tue impronte digitali nei tuoi articoli. Scherzi a parte l'importante è che i racconti siano belli: se poi gli scrivi tu sono ancora più belli.

Tanti saluti dal tuo Davide

Chia®a di Notte (Klára) ha detto...

so vedere le tue impronte digitali nei tuoi articoli

Cavolo.... impronte digitali?

Anche tu CSI? :-)))

davide ha detto...

Cara Chiara,

""Anche tu CSI? :-)))""

Per intanto faccio solo praticantato.

Tanti saluti dal tuo Davide

lucenera ha detto...

Mentre leggevo sono stata catapultata in un sogno che feci tempo fa, molto tempo fa.
Ecco, in quel sogno ero in una sala operatoria e stavano procedendo ad una interruzione di gravidanza, presumo autorizzata da me, anche se questo non lo ricordo.
Allora strapparono ad una ad una le membra del mio feto che era una bambina, e poi anche i suoi organi, il cuore ce l'ho ancora presente e pulsava tra le mani del chirurgo....che assurdità.

Chia®a di Notte (Klára) ha detto...

che assurdità.

Se ci si pensa bene i sogni sono tutti delle assurdita, pero' e' sui sogni che, alcune volte, le persone basano le loro scelte.

Basta pensare a coloro che dai sogni ricavano i buoni o cattivi auspici.

Sarebbe interessante parlare di sogni; gli psicanalisti chiedono sempre ai pazienti di raccontare i sogni e cio' significa che i sogni hanno un "valore" nella scoperta di noi stessi/e.

Il tuo sogno un po... come dire... splatter, ha sicuramente un significato che riguarda cio' che porti dentro.

Nel mio blog ho raccontato di alcuni sogni.

I sogni sono una delle fonti dalle quali traggo il pretesto per raccontarmi senza essere troppo diretta. Cioe' lasciando tutto sospeso a mezz'aria... non so se riesco a spiegarmi.

lucenera ha detto...

Non credo nella psicanalisi, meditare sulle questioni irrisolte crea solo ulteriori barriere, impossibile comprendere noi stessi facendo sforzi mentali, è necessario ascoltarsi col cuore per arrivare dentro sè, e poi tutto questo protagonismo, l'ego che predomina, l'incapacità di sentirsi degli estranei.
Sospesi a mezz'aria, ma si, è il tuo modo di dare la possibilità agli altri di riconoscersi nei tuoi scritti, il rendere universale una parola detta affinchè non si crei solitudine in dei punti fermi, chiusi, definiti.
Sei una grande donna, e pare impossibile che la scuola della vita possa formare gente come te in così pochi decenni, mi pare poco più di tre.

Chia®a di Notte (Klára) ha detto...

lucenera said... Sei una grande donna, e pare impossibile che la scuola della vita possa formare gente come te in così pochi decenni, mi pare poco più di tre.

Non e' impossibile, anzi in certe situazioni quello che tu scorgi nella mia personalita' (cioe' questa "formazione") e' assai probabile se non addirittura necessaria.

Una mia cara amica, ogni qual volta ha voglia di "scherzare" su quello che e' stato il mio percorso di vita dice "tu sei stata capace di attraversare un enorme campo pieno di escrementi senza insozzarti, restando pulita".

Non so se sono restata completamente pulita, ma sinceramente non mi sento cosi' sporca come ad altri farebbe piacere che mi sentissi.

Non e' difficile "formarsi" come sono formata io in talune realta' sociali ed umane in cui si e' costrette, fin da subito, a camminare DA SOLE con le proprie gambe. Dove non esiste il guscio protettivo genitoriale se non nella primissima parte della vita. Dove il sogno assume il contorno della speranza e dove la speranza e' l'unico motivo per continuare ad andare avanti.

E poi lo sai come si dice in un certo Paese dell est? Che "una persona e' tante piu' volte persona quante lingue conosce".

Non per nulla mi sono dedicata ad impararne piu'che potevo.

davide ha detto...

Cara Chiara,

""E poi lo sai come si dice in un certo Paese dell est? Che "una persona e' tante piu' volte persona quante lingue conosce".
Non per nulla mi sono dedicata ad impararne piu'che potevo.""

Io ho un amico che di lingue ne parla e scrive perfettamente dieci, oltre alla sua lingua madre.

Però ti assicuro che in Italia viene molto più valutato (non parlo dal punto di vista umamo, ma mi riferisco a ciò che conta per fare cariera) un grosso ignorante che però ha in tasca la tessera del partito giusto e conosce i politicanti giusti.

Tanti saluti dal tuo Davide

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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