giovedì 30 agosto 2007

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Azzurro


Bianco, nero, rosso, giallo... grigio! Ma di azzurro nessuno.

L’ultimo esemplare di tal colore lo hanno visto aggirarsi dalle parti del bosco di Schneewittchen nel 1814.

Lui non dominava, non controllava... non si ingelosiva. Sapeva che non non v’era motivo ed era felice di cio’ che il destino gli donava.

I suoi resti forse adesso giacciono in una teca di cristallo: un paio stivali per cavalcare, una spada per sconfiggere i nemici, un mantello, azzurro, per proteggere dal freddo la sua principessa.

Povero szép szőke herceg...

Non sperarci Tündér, ormai e’ estinto.

mercoledì 29 agosto 2007

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Mi perdonera' Artemisia


Era qualche giorno che non andavo a leggere il blog di Artemisia. Oggi ho dato un'occhiata ed ho trovato un bellissimo post sull'Asperger che non conoscevo.

Il meccanismo legato alla virtualita', e quindi all'apparente protezione che il mascheramento del nickname permette, agisce da innesco in certe personalita' particolarmente disturbate, e le porta a deflagrare in comportamenti patologici come quelli del Cyberstalking o (appunto) dell'Asperger.

Vorrei anch'io riportare integralmente il testo dell'articolo scritto da Romeo Lucioni, in modo che l'informazione riguardo a questa patologia possa essere diffusa quanto piu' possibile in modo che' chi relaziona in comunita' virtuali o blog possa rendersi conto che certi individui, che sempre piu' frequentemente appaiono in detti luoghi, non sono altro che persone con rilevanti disturbi comportamentali. Mi perdonera' Artemisia se in qualche modo le copio il post, ma di questi tempi, fra hackers e blog che spariscono, e' sempre meglio tenere una ruota di scorta.


ASPERGER: genialità o psicopatologia?

Il tema dell’Asperger sembra quasi diventare sempre più importante e meritevole di essere portato continuamente alla ribalta perché viene presentato come il problema dei nostri giovani, superdotati intellettivamente, ma emarginati da una società insensibile ai loro problemi. Questi ragazzi si sentono”diversi” dai cosiddetti “neurotipici” (i normali).
Quasi a voler spiegare il fenomeno, è stato raccontato che molti personaggi della cultura universale erano Asperger e ha spesso generato discussioni l’idea che A. Einstein e I. Newton fossero in realtà autistici di tipo Asperger.

L’incidenza della sindrome sembra in notevole aumento nelle statistiche (forse a causa di una maggior precisione nella diagnosi), ma soprattutto si stanno registrando situazioni difficili da controllare: gli Asperger hanno approntato un sito internet www.neurodiversity.com che serve per diffondere le loro idee di diversità; è stato creato un istituto specializzato con sede a Catskill Mountains a mezz’ora da New York; è stato fondato in Inghilterra la Autistic Liberation Front che dovrebbe difendere la dignità dei cittadini autistici.

L’Asperger è anche chiamato “autismo ad alto funzionamento” che ha una leggera preminenza tra i maschi e si sta pensando di creare una scuola speciale che, attraverso programmi fortemente strutturati, dovrebbe riuscire ad aiutarli, tenendo conto delle loro peculiarità personologiche ed anche di apprendere.

Le ricerche più nuove non riconoscono più il carattere autistico della sindrome Asperger, proprio perché in questa mancano le caratteristiche più specifiche dell’Autismo di Kanner (che è quello tipico) e che riguardano: autismo di Kanner Sindrome di Asperger.

-Grave isolamento sociale con crisi di aggressività e di distruttività se qualcuno si avvicina;
- comparsa a partire dai due anni;
- mancata organizzazione degli oggetti interni ed esterni, sia animati che inanimati;
- formazione di un sistema rappresentazionale personalistico e non condivisibile;
- mal funzionamento della coscienza ed un pensiero fondamentalmente di tipo concreto (la percezione prende il posto del pensiero);
- gravi difficoltà nel funzionamento della teoria della mente;
- l’affettività è fortemente destrutturata, spesso sostituita da forti sentimenti riparativi e, quindi, da comportamenti controfobici (paura di crescere);
- tendenza all’isolamento come atto di difesa di fronte alle difficoltà personali nel rapporto interpersonale;
- buona organizzazione degli oggetti animati ed inanimati che, tuttavia, risultano poco investiti affettivamente (facilmente perdibili);
- buon funzionamento della coscienza e del pensiero che ha raggiunto il livello simbolico;
- forte mentalizzazione che induce un senso di superiorità che conduce alla svalorizzazione degli oggetti interni;
- nessun oggetto vale la pena di essere salvato e le relazioni interpersonali sono fragili e facilmente frantumate da acting out;
- la figura femminile, svalorizzata, suscita desideri incontenibili (innamoramenti) proprio insieme a sensi di frustrazione proprio per le capacità relazionali che mancano al soggetto e che sostengono i sentimenti della diversità.

La caratteristica dell’Asperger riguarda il rapporto con la figura paterna, vissuta come aggressiva, violatoria e persecutoria, ma anche onnipotente ed invincibile per cui ne deriva una forte tendenza di sudditanza e di sottomissione. L’Asperger non può staccarsi dalla figura paterna interiorizzata che impedisce (pena la distruzione e la morte) di essere se stessi; di godere della felicità del rapporto con gli altri; inoltre il confronto con una figura vissuta tanto onnipotente, costringe il soggetto a ritenersi incapace, inadatto ed inadeguato al compito, soprattutto riferito al rapporto interpersonale.

Il rapporto con la figura femminile è particolarmente complesso e difficile perché, seppure svalorizzato (come qualsiasi altro oggetto delle realtà) è agognato, malvissuto come irraggiungibile proprio perché è la donna dell’Altro-onnipotente e castrante.
Queste caratteristiche psicopatologiche avvicinano moltissimo l’Asperger alla Sindrome Borderline (schizofrenia pseudo-nevrotica di C. Cazzullo) tanto da poterle sovrapporre, sebbene la prima abbia il suo esordio (inizio subdolo) ai tre anni, mentre il borderline viene diagnosticato intorno ai venti anni (quando diventano più pressanti le necessità relazionali (vedi le ragazze) ed anche le richieste della vita sia scolastica che sociale). Resta però da segnalare che nei borderline il trattrattamento psicoanalitico porta facilmente a scoprire screzi della malattia a partire dai tre anni

Come si vivono gli Asperger?

1. questi ragazzi si sentono mentalmente superiori (mentalizzazione) proprio perché si vivono più furbi degli Altri:
- non si lasciano accalappiare da un mondo perverso, inutile e degenerato;
- non accettano mai compromessi perché potrebbero portare a dover ricambiare un piacere ricevuto o accettare una situazione che in realtà è odiata;
- è ossessivo il desiderio di libertà e di immortalità;
- la furbizia sta nel fatto di “poter vivere con poco”, il sufficiente per “non morire”, mentre agli altri piace il superfluo, senza capire che questo è un compromesso che, poco a poco, spinge a dover accettare tutta una società che deve essere rifiutata completamente;
- fondamentale diventa quindi non essere riconoscenti perché se qualcuno regala qualcosa deve sapere che lo fa perché lo vuole (il soggetto dice chiaramente di non aver bisogno di nulla, tantoméno di un regalo) e perciò non deve assolutamente sperare di essere contraccambiato, neppure con un favore o con un ringraziamento;
- l’Asperger è al contrario (solo a volte) generoso con chi non conosce, anche perché è il modo di autoconvincersi del proprio potere, della propria superiorità;
- la generosità è quasi donare un qualcosa di cui non si ha bisogno e, soprattutto, che non comporta nessun sacrifico (non vuole essere ricompensato).

2. sono anche estremamente convinti che la loro superiorità sta nel “conoscere tutto”. Per questo troviamo ragazzi che leggono tutto di tutto (per es. anche varie enciclopedie). Questo atteggiamento è molto caratteristico ed indica la paura di dimostrare di non sapere qualcosa. Il loro non poter essere onnipotenti (come il famoso padre che sa e può tutto) li porta ad una emulazione ossessiva che, però, non serve a risolvere il problema di non sentirsi padroni della verità, di poter essere messi in ridicolo anche per solo una inezia. Questa paura induce a non proporre mai una propria idea, durante una discussione o una semplice conversazione, perché “… è troppo pericoloso”. Sta di fatto poi che un Asperger non sa partecipare perché, in fondo, l’Altro è solo un ignorante (svalorizzazione) che non sa nulla e, dunque, è solo tempo perso parlare con lui.

3. sentirsi onnipotente diventa una ossessione, ma l’onnipotenza del padre annichilisce la propria e, quindi, questi ragazzi si sentono sempre degli inferiori, anche se dicono di “… essere dei geni come Einstein!”.
Questi meccanismi sono sempre espressione di funzionamenti “intrapsichici” che nulla hanno a che vedere con le esperienze reali e, quindi, risulta molto complesso mantenere una buona relazione con le esperienze reali e, quindi, risulta molto complesso mantenere una buona relazione con loro. Un ragazzo commentava la figura del padre come di un “mostro perverso” perché non aveva mai voluto portarlo allo stadio allo stadio a vedere la partita di calcio. Quando però si è andati ad analizzare la situazione, con un senso di totale semplicità e normalità, spiegava di non aver mai espresso il suo desiderio, ma proprio in questo era il carattere perverso: “…anche se io non lo chiedevo, lui sapeva (onnipotenza) e non voleva farmi felice (perversione)”. È evidente che con queste dinamiche intrapsichiche nessuno può immaginare cosa stia passando nella testa di un Asperger e, quindi, non deve stupire che dopo espressioni di grande gioia possano seguire commenti come se “… sia stata la più dolorosa e struggente esperienza mai vissuta!”.

4. Quando gli Asperger riescono a trovare un lavoro (difficilmente perché sovente non riescono a terminare gli studi) non si trovano mai bene, gli altri sono sempre dei persecutori. Parleranno sempre malissimo dell’ambiente di lavoro, dei compagni, dei dirigenti anche se molto difficilmente riusciranno a cambiare lavoro perché andare a chiedere a chi non capisce da solo quanto siano bravi e validi è sempre un gravissimo problema.

5. un Asperger si trova sempre di fronte ad un dilemma (le fatidiche due porte) e non può mai scegliere, non riesce a decidersi e si moltiplicano le “discussioni interne”, le tergiversazioni non espresse che portano inevitabilmente a disorganizzare tutti i rapporti. Per questo diventa utopico pensare di poter risolvere il problema con un atteggiamento conciliante, accomodante, accogliente. Non è mai possibile soddisfare delle esigenze non espresse e non esprimibili perché, in realtà, sarebbero una specie di resa, un tradire la propria onnipotenza. Ogni volta che si riprende un dialogo l’Asperger non si accorge delle sfumature che sono intervenute, per lui è sempre imprescindibile sentire che “… sei tu che non riesci a capirmi!”. Si parla di ipersensibilità sensoriale ed emotiva, ma in realtà è un problema di disorganizzazione affettiva: per lui l’altro non vale assolutamente nulla, non potrà mai essere capito da chi … non ne ha le capacità! E queste superano lo stretto ambito intellettivo perché il paziente si fida ciecamente del suo intuito, della sua furbizia, delle sue convinzioni che sono una specie di … divinizzazione delle proprie capacità “singolari”.

6. il senso di onnipotenza porta l’Asperger a vivere sentimenti di immortalità e di perfezione fisica per cui:
- il tempo passa solo per gli altri, non per lui che si sente sempre giovane e che ha tutto il tempo davanti a sé;
- la gioventù è anche quella che investe i sentimenti per cui è solamente lui che si scopre etico e che sa captare nell’altro la perfezione perché “.. è quasi come me; la pensa come me”. Questo proiettare nell’altro la propria immagine è disastroso perché porta ad innamoramenti folli per una persona alla quale non è stata magari mai rivolta neppure una parola, ma che “… lui sa che è la persona giusta, fatta a sua immagine, perfetta ed etica …” l’Altro rischia sempre per essere preso per un “debosciato” proprio perché “vecchio” e non più giovane, bello, morale, etico, libero ecc. ecc. come è lui (immortale ed egocentrico). Nelle ragazze Asperger questo è un tema importante perché implica una ossessiva difesa di una immagine “… acqua e sapone” e a dover affrontare crisi di angoscia quando compare il primo capello bianco.

7. Si potrebbe dire che in questa situazione il modello migliore per stabilire una buona relazione pedagogica potrebbe essere quello di “offrire un ambito didattico fortemente strutturato”, ma non è del tutto vero perché sono facilissimi gli acting-out e, soprattutto, la rottura di qualsiasi tipo di relazione spesso si verifica proprio nel momento in cui si stava profilando una situazione di miglioramento. È proprio in questi momenti che bisogna prestare maggior attenzione perché se tutto va troppo bene bisogna aspettarsi il peggio, forse perché si sta raggiungendo una situazione vissuta come di “troppa dipendenza”, di esagerata compromissione e … si potrebbe pensare di “troppo forte legame”. Questo accade facilmente nella psicoterapia e così ogni trattamento risulta difficilissimo: il legame terapeutico viene interrotto in qualsiasi momento e spesso proprio quando sembrerebbe di essere sulla buona via per risolvere “il caso”.

Lo spazio di manovra è sempre molto stretto perché non c’è molta separazione tra bene e male, tra amore e odio e così ad un momento molto positivo può seguire, in un attimo, un quadro del tutto negativo, insanabile e che solo porta alla distruzione del legame.
Con questi ragazzi bisogna sempre essere disponibili ad andarli a cercare, ma attenzione: non bisogna mai chiedere cosa sia successo perché l’unica risposta sarà “… non riesci proprio a capirmi!”.
Ecco perché Paola Emilia Cicerone dice “… a volte tra normalità e disagio c’è un confine sottile” che porta a negare ogni possibile psicopatologia: tutto è riferito ad una “diversità” che è accettata dal soggetto come caratteristica che non può essere cambiata.
L’Asperger è portato a dire “io sono fatto così e non posso cambiare”, “il mio problema viene dal fatto che per me il mondo è solamente una montagna di spazzatura, un ambiente senza etica e senza morale e non c’è proprio nulla da fare perché “… il mondo è insalvabile …”

Ancora una volta le due porte diventano la metafora esistenziale e sostengono espressioni come “… è difficile dire se siano le nostre fissazioni a rendere difficili le relazioni interpersonali o se siano le difficoltà a comunicare che generano l’atteggiamento compulsivo a fuggire, o a ritirarsi.
Qualcuno parla di un “diverso stile cognitivo” per giustificare le difficoltà che sembrerebbero riferite alla comprensione delle situazioni. In realtà il problema è profondamente affettivo, nel senso che se l’Asperger non può dare valore a nulla, né agli oggetti (non vuole regali anche se si tratta di un oggetto desiderato), né a persone, è evidente che può disfarsene in qualsiasi momento, senza rimpianti, ma anzi con la sensazione di aver scampato il pericolo di lasciarsi prendere dal gioco perverso dell’amore, della vicinanza, della reciprocità.

8. Il problema dell’Asperger è che di solito si tratta di ragazzi intellettualmente ben dotati, anche se spesso queste doti restano nascoste, indecifrabili anche con i test mentali perché il “… tanto non serve a nulla” porta per lo più a rifiuti, a minimizzazioni, a mancanza di impegno. Questi ragazzi a volte sembrano anche molto più dotati di quello che in realtà riescono a dimostrare nell’applicazione pratica, nelle esercitazioni di problem solving, ma, soprattutto, per la mancanza di tenuta, di volontà e di forza vitale. Sono sempre poco affidabili; non accettano né consigli, né critiche e neppure riconoscimenti; per lo più, le loro ossessioni, le fobie, le irrequietezze ed i “fantasmi che occupano le loro menti” rendono difficili anche le più aperte e generose attitudini.

9. In questa situazione di problematica intrapsichica, risulta difficile impostare una qualsiasi terapia che, per altro, viene sdegnosamente rifiutata perché “… io non sono matto”. È inutile pensare ad un trattamento farmacologico perché il disturbo è del tutto psichico (anche se spesso si sente parlare di presunti e particolari disequilibri dei neuro-trasmettitori). Di fronte a questi ragazzi che vivono angosce e tribolazioni anche intense, non dobbiamo dimenticare che i problemi psichici vengono da una origine lontana, che ha fatto il suo esordio tra i tre ed i dieci anni.

COMMENTO E CONCLUSIONI

Il rapporto tra psicopatologia e società varia in continuazione e per lo più non possiamo trovarne una giustificazione plausibile. Al tempo di Freud la “malattia” di moda, o comunque di gran lunga più frequente, era l’isteria che portava con sé tutte le problematiche narcisistiche, personalistiche e, soprattutto, legate alla sessualità ed alle abitudini troppo restrittive e repressive che caratterizzavano la cultura dell’ottocento.
Successivamente, il quadro psicopatologico più evidente venne riferito ad una “stanchezza nervosa” e, quindi, la maggior incidenza era assunta dall’ “esaurimento nervoso”. Questo quadro, sebbene non ben definibile scientificamente, veniva accettato come caratteristica conseguenza delle difficoltà della specie umana nell’adattarsi ad una società sempre più complessa e ad una tecnologia che, in rapida evoluzione, creava ampie sacche di disadattati o nevrastenici.

Di queste “malattie” oggi quasi non si parla più e i riferimenti più significativi vengono fatti su una sindrome misteriosa e poco chiarita: il borderline.
Questo particolare quadro psico-patologico è stato considerato come qualcosa di non specificamente descrivibile proprio perché non poteva essere annoverato tra le nevrosi, ma neppure tra le psicosi che, per la loro gravità, venivano ancora indicate come le forme di malattia psichica dalla quale era poco probabile poter uscire.

È interessante ricordare come il borderline possa essere messo in stretto rapporto con la schizofrenia, tanto che C.L. Cazzullo creò, negli anni sessanta, la denominazione di “schizofrenia pseudo-nevrotica”. Questo quadro tanto nevrotico, quanto psicotico, che ha in sé aspetti isterico-narcisistici quanto difficoltà che inducono alienazioni sociali, è, quindi, il disturbo che è maggiormente individuabile nella società attuale che ne vede il continuo aumento anche magari sotto la denominazione di sindrome di Asperger.

Non farà certo piacere agli Asperger questo accostamento con un quadro psichico ritenuto dagli psichiatri decisamente patologico, ma anche la psichiatria ortodossa comincia ad accettare che non tutto ciò che capita nel suo ambito può essere chiamato malattia. Abbiamo tutti i quadri di disturbo dello sviluppo psico-mentale (psico-affettivo e psico-cognitivo) che stentano ad entrare nell’alveo delle malattie psichiatriche. Ricordiamo tutti i problemi che vengono affrontati come “disabilità psichica” e che, per lo più sono riferiti ad una patogenesi multipla: genetica, familiare, relazionale, sociale, ecc.

Non dimentichiamo che le cosiddette neuroscienze ed in particolare gli studi sulle alterazioni della modulazione dei neurotrasmettitori o dei neuropeptidi sta prendendo il sopravvento per quanto riguarda i cosiddetti disturbi della sfera psico-mentale: emotiva-affettiva-relazionale-sociale. È sicuramente dimostrativo il fatto che il sito internet più o meno ufficiale che rappresenta i soggetti con disturbi o qualità particolari di funzionamento mentale abbia scelto la denominazione di www.neurodiversity.com.
La diversità neurofunzionale sarebbe invocata dagli Asperger per sentirsi accettati definitivamente come “diversi” anche se genitori, terapeuti ed educatori pensano strenuamente alla possibilità di farli rientrare nell’alveo della cosiddetta normalità.
Questa però può risultare ed essere accettata come un obiettivo da raggiungere quando la sua negazione dona vantaggi di tutti i tipi, non ultimo quello di essere considerati novelli Einstein o redivivi Newton con potenzialità nascoste, con genialità misconosciute, ma pur sempre “sognabili”?


Tratto da QUI

domenica 26 agosto 2007

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Premonizione


Il tredici agosto scorso ho scritto un post QUI sulla logica distorta che porta i delinquenti e gli assassini ad essere in "primo piano" rispetto a chi invece si meriterebbe una maggiore considerazione da parte di chi ha in mano il potere mediatico, fino al punto che persone disadattate commettono atti criminosi al solo scopo di diventare famose.

Di pochi giorni fa un ennesimo fatto di cronaca che ha mobilitato l'interesse degli italiani, su cui si discute anche a seguito della questione riguardante le "famose" (si fa per dire) GEMELLE ed i paparazzi che si stanno muovendo intorno a loro. Un episodio questo che, invece di colpire la sensibilita' nazionale e farla riflettere sull'aberrante distorsione morale che sta vivendo il Bel Paese, e' trattato alla stregua di un reality show.

In passato mi sono trovata spesso a fronteggiare i "perbenisti" per i quali pareva che l'unico male esistente fosse una donna che affittava il suo corpo a ore. Oggi quei "perbenisti" sono le stesse persone che con il loro interesse morboso stanno rimpinguando le tasche di chi, invece di mettersi in gioco con il proprio corpo, specula sul dolore altrui.

In questi giorni in cui in Italia si parla di scioperi (soprattutto di quello fiscale), sarei propensa ad avanzare la proposta per attuarne uno mediatico totale. Credo che cio' potrebbe dare un segnale significativo al "mercato dell'informazione". Ma so che e' un'utopia.

sabato 25 agosto 2007

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Proibizionismo


Il termine indica il divieto di consumo in forma di legge di sostanze definite come stupefacenti e psicotrope ma riguarda anche tutto cio’ che viene ritenuto “vietato” perche’ moralmente inaccettabile, come ad esempio (nei paesi del nord Europa) il sesso a pagamento. Dall'interdizione del consumo discendono direttamente i divieti di fabbricazione, produzione e commercio ed in senso lato si indica il sistema di controlli elaborato dalle istituzioni nazionali ed internazionali volto a far rispettare tali divieti.

Con questo “meccanismo” qualsiasi governo puo’ “pilotare” le scelte delle persone, anche quelle che dovrebbero essere inerenti alle liberta’ personali, e quindi controllare di fatto la vita dei cittadini, ma soprattutto esso puo’ essere un valido strumento di creazione di ricchezza.

Immaginiamo un sistema sociale semplice in cui convivano tre soggetti A, B e C (A il produttore del bene, B il consumatore, C l’istituzione atta ad amministrare quel sistema sociale) e nel quale venga prodotto un solo bene di consumo.
Secondo voi cosa accadrebbe se C promulgasse una legge che proibisse l’uso del bene prodotto?

1) B non consumerebbe piu’ quel bene
2) B continuerebbe a consumare ma il bene crescerebbe di prezzo

Ovviamente la risposta e’ scontata, ma quel valore aggiunto conseguente all’aumento di prezzo potrebbe essere una buona ragione per far promulgare a C una legge in tal senso qualora una parte di esso prendesse la via del suo conto corrente?

Io credo che non esista miglior “amico”, per un produttore di una determinata sostanza, di un legislatore che si adoperasse per far passare una legge che proibisse l'uso di quella sostanza; fosse essa droga, sesso o rock’n roll

Qualcuno pensera’ che cio’ che scrivo e’ banale e che non esiste un rimedio efficace, ma proviamo un attimo a riflettere: perche’ tutte le leggi proibizioniste puniscono innanzi tutto i consumatori e non i produttori? E’ piu’ comodo in quanto i produttori hanno lobbies potenti in parlamento? E se i produttori sono potenti perche’ farebbero “passare” tali leggi proibizioniste se queste andassero “contro” i loro interessi?

Se parlassi solo di droga e di prostituzione sarei certamente banale ma voglio spingermi oltre: attualmente la Russia e’ nel mondo il centro di produzione piu’ importante di materiale pedopornografico, che poi raggiunge B, quindi il soggetto che e’ disposto a pagare per consumare quel determinato bene, attraverso una fitta rete di distribuzione che attraversa tutti i paesi dell’ex blocco sovietico (fra i quali anche i nuovi membri dell’Europa unita).
Oltre al classico materiale pedopornografico esiste anche una produzione di snuff movies in cui vengono commesse reali violenze ai danni di soggetti non consenzienti, fra i quali bambini e bambine.
E’ ovvio che l’indignazione verso queste aberranti atrocita’, contrarie alla natura di chiunque si definisca una “persona” e non una bestia, possa portare un governo a proibirne innanzitutto la visione attraverso leggi che puniscono severamente i consumatori (che poi sono gente malata piu’ adatta ad un manicomio che ad una galera), ma nonostante cio’ il giro d’affari legato a tale attivita’ cresce in modo esponenziale anche grazie all’effetto domino che la proibizione ha sui prezzi del materiale prodotto.

Crediamo forse che i servizi segreti di una superpotenza, quelli che una volta erano chiamati KGB (oggi FSB) e che sono noti ancor oggi per il loro comportamento discutibile e privo di scrupoli, non riescano a giungere al “bandolo della matassa”? Crediamo forse che i governi dei vari paesi in cui tale materiale viene smerciato e consumato non sappiano esattamente da dove proviene e soprattutto da CHI proviene?

Ed a tutto questo come si risponde? Con leggi severe contro i malati di mente che vengono trovati in possesso di tale materiale, oltre ad “ipotetiche” intenzioni di lotta alla produzione in cui (ogni tanto) vengono arrestati alcuni pesci piccoli che la grande organizzazione puo’ sostituire senza alcun tipo di problema.

Ovviamente non voglio dire che i malati mentali che commettono reati non debbano essere puniti. Il solo fatto che delle persone, anzi bestie, possano “voler assistere” a tali spettacoli per “desiderio di emozioni forti” mi fa ribollire il sangue, ma per costoro sarebbero sufficienti venti frustate date in diretta commentate dagli esperti invitati al talk show di Bruno Vespa ed una settimana di "gogna" nella pubblica piazza (sempre ripresa in diretta stile "Grande Fratello").
Cio’ che invece voglio puntualizzare e’ che non e’ con la proibizione che si ferma un processo legato alla pulsione “trasgressiva” che deriva dalla psicologia malata o viziata, ma addirittura con essa si rende “il proibito” ancora piu’ appetibile e caro. A tutto vantaggio dei conti correnti dei produttori e dei legislatori proibizionisti.

mercoledì 22 agosto 2007

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Quando il fondoschiena vale piu’ di due lauree


Notizie come QUESTA avrebbero ragione di occupare le pagine dei giornali se una donna carina non fosse considerata interessante per il solo fattore estetico?
Immaginiamoci per un attimo cosa sarebbe accaduto se a mettersi seduto sulla scrivania dello studio televisivo fosse stato un giornalista uomo, magari (trattandosi dell’Inghilterra) indossando il kilt. Al massimo la situazione sarebbe stata etichettata come “ridicola” ma non certo scandalosa ed io mi domando cosa possa esserci di scandaloso nella gamba di una donna che non lo sia anche in quella di un uomo.
Gli uomini possono concedersi tutto? Possono riunirsi nei bar senza apparire come un branco di gaymaschilisti? Possono recarsi sul posto di lavoro indossando maglietta attillata senza suscitare scandalo? Possono arrabbiarsi senza apparire “acidi”? Possono corteggiare e prendere l’iniziativa senza far la figura dei puttani? Possono tradire la compagna avendo tutte le giustificazioni del caso?
Se un uomo e’ bello puo’ essere un gigolo’, un architetto, un prete, un calciatore, un mendicante oppure un manager. Ugualmente se e’ brutto. Il suo aspetto fisico non influisce minimamente sul “senso del pudore”, tantomeno influisce sulla considerazione che gli altri hanno delle sue capacita’ intellettive.
Perche’ la stessa cosa non avviene con una donna? Perche’ l’immagine della femmina bella ed eccitante e’ abbinata alla “stupidita’”, mentre quella di colei che basa il proprio successo sull’intelligenza, e’ abbinata alla bruttezza?
Che nei confronti delle donne ci sia questo atteggiamento discriminatorio, frutto di una cultura “talebana”, non e’ certo una mia invenzione: ho avuto modo di verificarlo di persona.

lunedì 20 agosto 2007

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A volte capita...


... Di svegliarsi al mattino con il desiderio irrefrenabile di voler salvare il mondo. A voi non capita mai?
E’ una fantasia che ho fin da quando ero piccola. Adesso so come cio’ non sia possibile, ma so anche che immaginare aiuta a vivere e spesso l’illusione e’ cosi’ vivida che mi pare quasi di intravederne i colori.
Sbattere la testa contro i mulini a vento e’ stata sempre una delle mie attivita’ preferite, ma invece di ricavarne frustrazione, tutte quante le mie peripezie sono servite a conoscere meglio me stessa. Cosa che avevo tralasciato negli anni delle mie necessita’ indeclinabili.

Ho parlato di meretricio e di come questa attivita’ abbia concorso alla formazione di cio’ che sono adesso. Ho parlato di esperienze di vita, di sogni, di soprusi, di CdA abusivi, di discriminazione, di progetti, di utopie. Ho parlato di uomini e di donne ed ho parlato del perbenismo ipocrita di cui e’ intriso questo mondo in cui mi e’ capitato di vivere e nel quale ho cercato, a volte dibattendomi per strapparmi di dosso le catene, di trovare la via della mia felicita’.
Cio’ che ho compreso e’ che questa non puo’ essere raggiunta se non attraverso il tentativo di rendere reale quell’illusione… se non attraverso il tentativo di rendere reali quei colori e riportarli sulla tela, dove con grande sforzo cerco di dipingere il quadro della mia vita.

Le convinzioni di ciascuno e di ciascuna spesso s’infrangono contro gli scogli della della realta' e non sempre cio’ che viene creduto come “verita’”, alla stregua di un dogma, risulta poi essere cio’ che realmente e’.
La sessualita’ rappresenta l’elemento determinante, il motore che muove il tutto. Questa e’ a volte cosi’ sfumata da essere impercettibile, tanto che solo i daltonici particolarmente dotati riescono ad intravederla ed a riportarla sulla tela e nella donna questa assume quasi sempre il colore della bisessualita’.

So che se parlo di omosessualita’ femminile, e quindi di bisessualita’, rischio di apparire (anche se non lo sono) come una fanatica “lesbofemminista”, termine coniato da coloro che sono cosi’ convinti della “purezza” della loro sessualita’ da ritenersi incontaminati (secondo il loro punto di vista) dal “marciume” di una societa’ lasciva e degradata che ha concesso troppo spazio alle “donne”.
Discorsi che starebbero bene in bocca ad eremiti o a missionari che, abbandonando i “piaceri terreni”, si fossero dedicati ad aiutare il prossimo, non certo in bocca a chi invece viene “pizzicato” con prostitute (femmine o transessuali) o con il naso bianco di cocaina.
Purtroppo sono proprio costoro (ed i loro seguaci) che sempre piu’ attivamente cercano d’imporre a tutti la loro visione del mondo in cui l’umanita’ e’ divisa fra probi e peccatori ed in cui l’omosessualita’ rappresenta uno dei peccati piu’ gravi.

Imbattendomi in QUESTO ARTICOLO in internet, in cui viene analizzata con cura una certa dinamica, mi sono sentita in profonda sintonia con quanto scritto ed e’ per questo motivo che desidero che anche voi lo leggiate.


Tre anni fa alla festa d'inizio anno del nostro gruppo lesbico tre ragazzine si aggiravano un po' sperse fra un centinaio di donne di età compresa fra i ventotto e i cinquant'anni che ammiravano la mostra e votavano la loro fotografia preferita. Non lo sapevamo ancora, ma la loro presenza avrebbe cambiato in modo significativo la composizione del nostro gruppo, gli obiettivi e le modalità nel rapportarci le une con le altre. Frequentavano rispettivamente la quarta e la quinta superiore mentre la più grande frequentava il primo anno d'università. Si sono avvicinate a me, che probabilmente in gonna e giacca ricordavo molto una delle loro insegnanti o, peggio, una delle loro mamme, e mi hanno chiesto un colloquio riservato. Siamo andate nello studio e con mio grande stupore la più piccola delle tre ha iniziato a tempestarmi di domande sul sesso sicuro.
Ora che le conosco bene, che sono diventate per me giovani e care amiche, lo stupore rimane. Perché tre ragazze che non hanno mai avuto una vita sentimentale e sessuale caratterizzata da promiscuità s'interessavano in modo così specifico - oh sì, vi posso assicurare che era molto specifico! - alla sicurezza dei rapporti sessuali?

Penso che l'assimilazione fra gay e lesbiche abbia contribuito a rendere visibili come appartenenti a entrambe le categorie alcuni aspetti che invece sono specifici del mondo maschile, per cui, volendo entrare in relazione in modo formale e non troppo personale con me, le uniche domande possibili erano quelle sull'AIDS.

Le lesbiche appartengono al genere femminile e come tali vengono socializzate: spesso le ragazze credono nella famiglia, nella coppia e nell'arrivo del principe azzurro, che però per loro si è trasformato in una bellissima ragazza. Pensano di essere monogame di ferro e credono negli amori che durano tutta la vita.

Esistono le giovani lesbiche? Sembra di sì, ma dove sono? Sono presenti nelle nostre classi, nelle nostre famiglie, nel palazzo dove abitiamo… ma sono invisibili. Possono essere le ragazze che amano il casual, ma molte volte sono quelle che più incarnano lo stereotipo femminile. L'invisibilità delle giovani lesbiche le protegge nella maggior parte dei casi dalla violenza del gruppo o della famiglia, almeno finché rimangono nell'anonimato. Non le protegge però dall'esclusione e dalla solitudine.

Il periodo di maggiore difficoltà sembra situarsi nella prima adolescenza. La scuola media corrisponde al periodo in cui ci viene chiesto, con dei segnali anche corporei, di scegliere, di essere o maschio o femmina. Alla scuola elementare è ancora possibile per alcune, le più determinate, appartenere sia al gruppo dei maschi sia a quello delle femmine. Dopo non sarà più possibile. Non ci sono risposte alle domande che non siamo in grado di farci: confusamente si sente di non appartenere in toto all'ideologia sottesa alla socializzazione delle femmine.

Alla scuola superiore l'invisibilità è spesso completa. Le energie che le altre ragazze utilizzano nell'apprendistato affettivo e sessuale molte volte vengono convogliate sulla scuola o nello sport. O in tutti e due i campi. Le lesbiche sono spesso delle ottime allieve. Alla scuola superiore si rimescolano le carte: ci si allontana dal proprio quartiere e quindi dall'immagine che negli anni ci si era costruite. E' possibile presentarsi agli altri completamente rinnovate. Invisibili anche a se stesse.

La reazione della famiglia media di fronte alla rivelazione, alla scoperta fortuita oppure risultato di un'indagine degna dei migliori detective, delle scelte sessuali e sentimentali delle figlie è quasi sempre la stessa: qui ci vuole l'esperto. L'esperto, a seconda delle possibilità economiche e culturali della famiglia, va dallo psicologo/a dell'ASL a una terapia freudiana di tre giorni alla settimana.

Il mandato inespresso delle famiglie allo psicologo è: ridatemi mia figlia, ma riaggiustata per benino. Ora: l'omosessualità non è più considerata una malattia dall'OMS da alcuni anni per cui sarebbe una grande scorrettezza professionale cercare di riaggiustare ciò che "secondo natura" sembra essere andato storto. In realtà nella nostra società l'omofobia è fortemente radicata in ciascuno di noi e i messaggi che vengono mandati alle giovani sono spesso contraddittori. L'omosessualità non è un problema, ma può essere un problema qui e ora. Sarebbe necessario che si lavorasse perché queste ragazze trovassero la strada, e per ognuna c'è la propria, per stare bene con se stesse e nel mondo. Molte volte invece l'indagine si concentra su "Ma papà voleva un maschietto?" oppure "In fondo non hai mai provato con una donna, la tua è solo un'ipotesi". Diranno anche alle ragazzine eterosessuali che non sono mai state con un uomo: "In fondo la tua è solo un'ipotesi, forse sei lesbica"? E' come se i messaggi arrivassero stratificati e uno contraddice l'altro. La grande difficoltà a viversi con autenticità viene così amplificata. Una ragazza in profonda crisi per un rapporto bruscamente terminato, dopo una decina di sedute di terapia individuale e circa tre anni di lavoro in gruppo, ha consultato la sua terapeuta che non si è potuta trattenere dallo sbottare: "E trovati un uomo con cui costruire un buon rapporto eterosessuale!".

La scuola non viene quasi mai coinvolta, un po' perché nelle nostre scuole i ragazzi non vivono davvero la loro vita, un po' anche per la scarsa visibilità delle giovani lesbiche. Quando, in forma privata, le insegnanti vengono interpellate dalle allieve queste le indirizzano ai servizi per adolescenti, che qualche ASL ha previsto, oppure ai gruppi lesbici o gay della città d'appartenenza.

Secondo noi quest'ultima è la scelta più equilibrata ed adeguata. E questo perché se la ragazza sente la necessità di una terapia di sostegno niente le impedisce di intraprenderla, mentre se le difficoltà nascono dal sentirsi l'unica lesbica al mondo (tranne quelle che si vedono alla televisione che però non le assomigliano neanche un po') trovarsi in un gruppo aiuta a scindere i diversi generi di disagio che si vivono.

E' evidente tuttavia che in diverse situazioni si pone il problema per molte persone di relazionarsi con ragazze lesbiche. Spesso ci si trova di fronte ad atteggiamenti di chiusura e di diffidenza, a volte di aggressività difensiva, tanto più elevata quanto più grande è stata la parte di sé a cui si è dovuto rinunciare.

Tutti conoscono il detto "a carnevale ogni scherzo vale", ma possiamo aggiungere non sempre e non per tutti. Immaginiamo una bambina di quattro o cinque anni che partecipa ad un concorso per la migliore maschera. Dopo tante insistenze è riuscita finalmente ad ottenere il costume che tanto desiderava, quello di principe azzurro. Prima di salire sul palco la mamma l'avverte: "Se ti chiedono come ti chiami, rispondi Marco". Lei si sente felice e bellissima, così bella da vincere il primo premio, ma sull'onda dell'entusiasmo, al momento della premiazione e della fatidica domanda pronuncia orgogliosa il proprio nome: "Sandra". Colpo di scena: la giuria la squalifica immediatamente.

Certo sono passati più di vent'anni da questo episodio, ma rimane tuttora emblematico; la crudeltà di tale atteggiamento è comprensibile solo in rapporto all'importanza del messaggio che doveva passare: "Tu non puoi essere come sei, ma come Noi decidiamo che tu debba essere". In questo monito, antitetico al conosci te stesso della tradizione greca, è racchiusa la chiave di lettura dell'esperienza lesbica.

Una pressione continua, più o meno violenta, tesa a conformare tutte al dettato eterosessuale. Per chi non si adegua, sin dai primi anni di vita scatta la sanzione dell'esclusione e del rifiuto.

E' quindi a questa "urgenza di autenticità" cui si dovrebbe guardare innanzitutto: una buona accettazione di sé comporta infatti una drastica riduzione dei problemi derivanti dalle relazioni con l'esterno. Non è indispensabile l'etichetta di esperto per stabilire una relazione di aiuto, ma la disponibilità a rimettersi in gioco e a rivedere posizioni e atteggiamenti su cui non sempre si è riflettuto a sufficienza. Non si tratta infatti di tutelare dall'esterno una minoranza oppressa né tanto meno di riportare nel gregge le pecorelle smarrite, ma semplicemente di riconoscere dignità alla scelta della persona che si ha di fronte, creando un contesto che le permetta di liberare potenzialità ed energie molto spesso impiegate per celare a sé e agli altri la propria identità.

domenica 19 agosto 2007

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La conversione dell'Innominata


La conversione dell'Innominata, si sviluppa nella solitudine. Nel momento in cui giunge innanzi al pubblico non si ha piu’ la conversione, ma il modo in cui questa, gia’ avvenuta, si riflette ed agisce nel cervello di chi legge, in modo disuguale secondo le diverse sensibilita’ di ciascuno.

L'inizio del significatico evento e’ collocato nell’attimo in cui l'Innominata, uscendo dalla schiera delle brave persone, giunge alla solitudine e perde il sentimento.
Quelle parole: “Бесплатный сыр бывает только в мышеловке!” sintetizzano, ed in qualche modo chiariscono e specificano, i motivi da cui lo spirito dell'Innominata e’ turbato.
Ella e’ sola in quanto ha vinto. Prima di giungere alla vittoria faceva ancora parte della moltitudine. I clienti, gli avversari, gli emuli, i complici, gli zerbini non avevano un significato per lei. Le ostilita’, le rivalita’, gli odi, il desiderio di non perdere la propria reputazione, non rappresentavano ancora la trama della sua vita e le necessita’ inevitabili non riempivano il suo futuro.
Ha iniziato a non sentirsi piu’ di fronte agli altri, solo allorquando la fiducia in se stessa e’ diventata sicura e riconosciuta; ed allora ha iniziato anche a sentire quel “certo orgoglio per le sue scelleratezze”.

Interpretare questa crisi come conseguenza dell’avanzare dell’eta’ significa non vederla nella sua profondita’. Nell'Innominata non c'e’ carenza ma abbondanza d’energia. Siccome il mantenimento della fiducia in se stessa non richiede l’uso di tutta la sua forza, di cui ne ha disponibile in eccesso, ella avverte l'esistenza di nuovi ostacoli e di piu’ ardue prove da superare.

Che anche il semplice trascorrere degli anni avesse potuto concorrere al raggiungimento di questo risultato e’ possibile. Gli anni passando le avevano non solo garantito la fiducia in se stessa, ma anche le avevano mostrato cio’ come un fatto compiuto. L’importante pero’ non era che quegli anni ci fossero, ma che i restanti potessero essere usati in modo da dar loro un significato e, dato il suo temperamento attivo, se uno scopo importante avesse assorbito il suo interesse, tutto il suo essere sarebbe stato proteso verso esso, ed il passato sarebbe comparso al suo sguardo solo come un periodo utile al conseguimento dell’esperienza necessaria.

Lesbians

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Il futuro e' bisessuale?


La bisessualita' e' il traguardo naturale verso il quale l'evoluzione sta portando il genere umano? A sentire le parole del Prof. Umberto Veronesi apparse sul Corriere sembrerebbe proprio di si'.
Sono certa che cio' fara' entrare in crisi coloro che da sempre hanno colpevolizzato (se non addirittura perseguitato) l'omosessualita' e quindi la bisessualita' in nome di una supremazia maschile ostentata oltre la sua "data di scadenza".
Ho piu' volte espresso il mio pensiero riguardo alla bisessualita' come conseguenza del complesso edipico presente sia nel maschio sia nella femmina, ma vedere l'argomento affrontato sotto il profilo biologico solletica non poco il mio interesse.

Intervistato ieri dal Riformista, l'oncologo italiano ex ministro della Salute immerso nella quiete estiva di Capalbio, ha scosso l'atmosfera con una tesi che fa già discutere. La specie umana — dice Veronesi — si va evolvendo verso un «modello unico», le differenze tra uomo e donna si attenuano (l'uomo, non dovendo più lottare come una volta per la sopravvivenza, produce meno ormoni androgeni, la donna, anche lei messa di fronte a nuovi ruoli, meno estrogeni) e gli organi della riproduzione si atrofizzano. Questo, unito al fatto che, tra fecondazione artificiale e clonazione, il sesso non è più l'unica via per procreare, finirà col privare del tutto l'atto sessuale del suo fine riproduttivo. Il sesso resterà — avverte l'oncologo — ma solo come gesto d'affetto, dunque non sarà più così importante se sceglieremo di praticarlo con un partner del nostro stesso sesso.

Insomma, saremo tutti bisessuali? Il professore conferma la previsione: «È il prezzo che si paga — spiega — all'evoluzione naturale della specie. Ed è un prezzo positivo ». Davvero? «Sì, perché nasce dalla ricerca della parità dei sessi: negli ultimi vent'anni le donne hanno assunto ruoli sempre più attivi nella società e questo porta con sé un'attenuazione delle differenze sessuali». Avremo uomini meno virili (il processo è già in atto: dal dopoguerra in poi la «vitalità» degli spermatozoi è mediamente calata del 50%) e donne più mascoline. Parità uguale appiattimento? «Al contrario — spiega Chiara Simonelli, sessuologa, docente all'Università La Sapienza di Roma — ciò che prospetta Veronesi è una maggiore libertà, dagli stereotipi e dai pregiudizi. Il fenomeno è appena agli inizi: perché prenda consistenza dovremo aspettare almeno due o tre generazioni».

Una rivoluzione, dunque. Ma biologica o culturale? «Entrambe: i cambiamenti della mentalità e le evoluzioni genetiche sono fenomeni correlati, e si influenzano reciprocamente. Ma si tratta di processi molto lenti». Veronesi ha la vista lunga: la società bisex è ancora lontana. Ma per trovare una civiltà capace di mettere a regime l'amore per entrambi i sessi non serve guardare avanti: nella Grecia classica, radice dell'Occidente di oggi, gli uomini non facevano mistero della passione per i ragazzi. Corsi e ricorsi della storia? «La bisessualità antica — avverte Eva Cantarella, che all'argomento ha dedicato un libro edito da Rizzoli — era molto diversa da quella che intendiamo oggi. Non era la possibilità di scegliere con chi e come avere rapporti sessuali, ma un fenomeno soggetto a regole precise. Era concessa solo agli uomini: un uomo adulto poteva avere rapporti con uno più giovane ma solo mantenendo un ruolo attivo. Raggiunta la maggiore età, gli adolescenti abbandonavano il ruolo passivo». E le donne? «Mogli e madri. L'amore coniugale, che conviveva con quello per altri uomini, era cosa diversa: in greco aveva anche un altro nome, filia, di contro all'eros passionale».

Un amore finalizzato alla procreazione: «A quella dei corpi: quello per i fanciulli, scrive Platone, era più nobile perché volto alla procreazione delle anime». E qui torniamo a Veronesi e al sesso come gesto d'affetto e non mezzo per far progredire la specie. Un valore positivo che non mette tutti d'accordo: «La scissione della riproduzione dalla sessualità e dal nucleo familiare — dice Fiorenzo Facchini, antropologo dell'ateneo di Bologna — non può essere vista come un vantaggio per la specie umana. La riproduzione per l'uomo non è solo incontro tra gameti, implica rapporti tra due persone. È la naturale condizione umana a richiederlo. In un momento in cui la natura viene giustamente rimessa al centro dell'attenzione appare strana e del tutto stonata una prospettiva biotecnologica che ne usurpa le funzioni». Dunque nessun «prezzo da pagare» all'evoluzione naturale della specie? «Riguardo alla previsione di livellamento degli interessi dei due sessi e di attenuazione della sessualità nel suo significato antropologico — conclude Facchini — ritengo che l'orientamento sessuale sia definito sul piano biologico della specie e non possa essere messo da parte».


Ovviamente il mio punto di vista concorda con quello di Umberto Veronesi, di Chiara Simonelli e di Eva Cantarella. Da sempre, gli scienziati si sono scontrati contro i dogmi imposti da chi, da millenni, intende relegare l'essere umano al ruolo di "servo" privo di volonta' e di scelta.
Rompere determinati schemi, trovare le chiavi per aprire i lucchetti che chiudono le menti, indurre le persone a "pensare" e non ad "accettare" cio' che viene loro imposto dall'alto, lasciare la liberta' di scegliere quando, dove, perche' e con chi fare sesso e' certamente cosa che mette in pericolo la posizione di chi vorrebbe vedere il mondo immerso in un'immutabile Medio Evo.
Diceva Carl Marx: "La religione e' il sospiro della creatura oppressa, e' l'anima di un mondo senza cuore, di un mondo che e' lo spirito di una condizione senza spirito. Essa e' l'oppio del popolo. Eliminare la religione in quanto illusoria felicita' del popolo vuol dire esigere la felicita' reale".
Si puo' essere d'accordo oppure no, ma la Natura fara' il suo corso e non guardera' in faccia nessuno, tanto meno chi impone le sue "regole sessuali" in nome di un termine inventato ad hoc al solo fine di ottenere la piu' cieca obbedienza: fede.

sabato 18 agosto 2007

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Il daltonismo o discromatopsia


Cosa e’?

Si tratta dell’incapacita' di distinguere tutti i colori con l’eccezione del bianco e del nero (acromatopsia), o soltanto alcuni colori, piu' spesso il verde e il rosso. E' un disturbo congenito della vista il cui nome deriva da quello del chimico e fisico inglese Dalton che ne soffriva e che defini' la malattia nel 1798.

Il daltonismo e' causato da un difetto di alcune particolari formazioni cellulari della retina, i coni, che servono a identificare i colori. Questi coni sono di diversi tipi e ciascun tipo reagisce in modo diverso alle diverse lunghezze d'onda luminose che corrispondono ai colori. I daltonici non hanno tutte le tipologie di coni necessari all'identificazione dei colori.

Il daltonismo corrisponde ad un'anomalia del cromosoma X che si trasmette per via femminile. Un uomo portatore trasmette a tutte le figlie il cromosoma con il difetto mentre se il secondo cromosoma X che arriva dalla madre e' normale, questa figlia sara' portatrice sana avra' 50% di probabilita' di dare alla luce un figlio daltonico e 50% di probabilita’ di avere una figlia sempre portatrice sana.
Quindi di norma la malattia si trasmette saltando una generazione da nonno a nipote.
E' rarissimo che la malattia si presenti nel sesso femminile, dato che la persona deve essere partorita da madre portatrice sana della malattia e da un padre daltonico e che in tal caso comunque ci sarebbe il 50% di probabilita' della nascita di una persona sana. Se la madre e' daltonica e se il padre e' daltonico ci sara' il 100% di probabilita' che i figli, a prescindere dal sesso, siano daltonici.
E' a causa di questa modalita' di trasmissione ereditaria che gli uomini soffrono di questa anomalia molto più frequentemente delle donne (8 per cento dei maschi, 0,5 per cento delle femmine).



Come vedono i daltonici?

Se andate su QUESTO LINK potrete trovare un esempio che propone alle persone che vedono i colori di provare cosa significa essere daltonici.


I daltonici riescono a “vedere” di piu’?

Il daltonismo è qualcosa di più che l’incapacità, su base genetica, di riconoscere i colori: talvolta chi ne è affetto, paradossalmente, riconosce tonalità cromatiche “invisibili” agli occhi di una persona senza problemi. È quanto dimostrato in un lavoro apparso sulla rivista Current Biology e diretto da John Mollon della University of Cambridge.

Sono i coni, cellule retiniche, ad assolvere alla funzione di percezione dei colori. Al loro interno queste cellule sono tappezzate da fotorecettori che percepiscono e distinguono la luce di diversa lunghezza d’onda permettendoci di percepire i colori. Il daltonismo è l’incapacità genetica di riconoscere alcuni o tutti i colori e dipende da difetti nei geni che servono alla produzione dei fotorecettori. Questi geni si trovano in gran parte sul cromosoma sessuale femminile, il cromosoma X, per cui il daltonismo è più diffuso tra gli uomini in quanto questi dispongono di un solo cromosoma X.

Gli esperti hanno messo a confronto le capacità sensoriali di individui daltonici e non per verificare se l’incapacità dei primi di percepire certi colori non fosse solo un lato della medaglia del loro disturbo oculare. I ricercatori hanno sottoposto i partecipanti a test dei colori: presentavano loro varie coppie di colori chiedendogli se li vedevano differenti o uguali. I colori, secondo la lunghezza d’onda ad essi associata, erano talvolta uguali e talvolta diversi.

Gli esperti hanno così evidenziato che individui con deuteranomalia, cioè una difettosa percezione del verde, possono altresì percepire delle differenze cromatiche che gli occhi degli individui sani puntualmente non rilevano. In pratica la differenza tra due colori (oggettivamente diversi poiché associati a differenti lunghezze d’onda) è talvolta percepita dai daltonici ma non da individui sani. Per motivi che rimangono misteriosi ma che lasciano sottintendere complesse origini genetiche, quindi, alcuni individui daltonici hanno in realtà una dimensione cromatica in più rispetto a individui con normale percezione dei colori.



I nostri antenati hanno subito una mutazione genetica che ha permesso loro di vedere il rosso

Sulla rivista Science è stato pubblicato uno studio svolto dall'Università Johns Hopkins di Baltimora che ha permesso di ricostruire il passaggio evolutivo attraverso cui i primati hanno iniziato ad avere una vista simile a quella dell'uomo. I ricercatori hanno trasferito il gene che permette la visione dei colori da parte dell'occhio umano ad alcuni topi che, nonostante siano daltonici per natura, hanno iniziato a distinguere i colori.

L'uomo e le scimmie possono percepire i colori grazie a tre diversi recettori presenti nella retina, che vedono il blu, il verde e il rosso. Nei topi, come nella maggior parte dei mammiferi, sono presenti solo i recettori del blu e del verde. I topi creati dai ricercatori esprimevano contemporaneamente anche il gene del recettore rosso. A questo punto è stato necessario capire se questi topi riuscivano a distinguere tutti i colori e per questo hanno mostrato ai topi modificati tre pannelli, due di colore uguale e uno diverso, ricompensandoli se riuscivano a distinguere quello diverso.

E l'80% ci riusciva. Uno degli autori, Gerald Jacobs spiega: "Il risultato ottenuto è importante perchè abbiamo dimostrato che basta che negli occhi dei mammiferi sia presente la struttura che vede i colori per indurre il cervello ad elaborare la nuova informazione, senza necessità di uno sviluppo cerebrale. Ciò significa che 40 milioni di anni fa i nostri antenati hanno subito acquisito questa capacità senza attendere altri adattamenti".
Inoltre gli autori sottolineano che sono molto importanti le implicazioni evoluzionistiche: "I topi mostrano quello che è successo ai nostri antenati - spiega Jeremy Nathans - che, ad un tratto, hanno subìto una mutazione genetica che ha permesso loro di sviluppare la capacità di distinguere il rosso".

Forse il vantaggio selettivo di questa mutazione è stato che gli individui capaci di vedere il rosso riuscivano a distinguere la frutta colorata da quella acerba.
Inoltre questi risultati potrebbero essere in qualche modo confermati anche per quanto riguarda gli altri sensi: studi condotto su olfatto e gusto hanno dimostrato che basta un gene per far sviluppare la capacità relativa senza che accorrano cambiamenti nel cervello.



Perche' la natura ha favorito le donne nella visione dei colori?

Da tempo è noto che l'acromatopsia è causata, soprattutto negli uomini, da cambiamenti nei geni per l’opsina dei pigmenti rosso e verde che consentono agli esseri umani di percepire i colori. Ma un nuovo studio su soggetti scelti a caso da popolazioni geograficamente differenti mostra che una particolare variazione nel gene per l'opsina rossa potrebbe essere stata mantenuta dalla selezione naturale per fornire agli esseri umani, specialmente alle donne, una migliore percezione dei colori.

In uno studio che e' stato pubblicato sul numero di settembre 2004 della rivista "American Journal of Human Genetics", Brian Verrelli dell'Arizona State University e Sarah Tishkoff dell'Università del Maryland spiegano che uno dei geni associati alla visione dei colori ha mantenuto un'insolita quantità di variazioni genetiche, forse per milioni di anni di evoluzione umana.

I due ricercatori hanno studiato il DNA di 236 uomini provenienti dall'Europa, dall'Africa e dall'Asia. Hanno cercato in particolare una variazione genetica di OPN1LW, il gene collocato sul cromosoma X che codifica per la molecola fotorecettiva opsina che rivela lo spettro verde della luce.

"Abbiamo trovato 85 varianti in questo gene, - spiega Tishkoff - quasi tre volte quelle che si osservano in un gene preso a caso dal genoma umano. Normalmente la selezione naturale elimina le variazioni in eccesso, ma in questo caso accade il contrario".

Secondo i due scienziati, queste variazioni potrebbero essere state importanti in passato, quando gli esseri umani erano cacciatori-raccoglitori. Una migliore percezione dei colori avrebbe permesso alle donne, tradizionali raccoglitrici, di discriminare meglio fra frutti colorati, insetti e fogliame.

giovedì 16 agosto 2007

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Unni


I discendenti di Attila presenti entro i confini ungheresi sono circa 100.000. Il 14 aprile 2005 gli unni ungheresi motivarono con 2.400 firme, piu’ del doppio delle 1.000 necessarie, la loro petizione alla Commissione per i diritti umani del parlamento di Budapest ed oggi sono riconosciuti come minoranza etnica.

Dall’epoca in cui il selvaggio e primitivo popolo (secondo una descrizione dello storico latino Ammiano Marcellino) arrivo’ dall’Asia Centrale alla conquista dell’Europa, sono passati sedici secoli. Travolsero con la forza Ostrogoti, Visigoti e minacciarono ripetutamente i Romani. Dalla morte di Attila, nel 453 d.C. ed il conseguente declino dell’Impero Romano, sembrava si fossero estinti, ma i loro discendenti sono oggi tutelati dallo Stato Ungherese, che ogni anno destina fondi a ciascuna delle minoranze riconosciute.

“Gli unni di oggi sono pacifici e gentili, non hanno piu’ velleita’ di conquista ed il ritorno al passato e' fuori discussione. I nostri discendenti arrivarono in Ungheria nel IV secolo d.C. conquistando le regioni comprese tra i fiumi Don e Volga, e qui vi risiedono da secoli. Con il riconoscimento si e’ trattato di togliere dalla clandestinita’ una minoranza come gia' fu fatto con quelle degli tzigani e dei tedeschi" hanno detto Joshua Novak e Gyorgy Kisfaludy, padri della Fondazione della Minoranza Unna.

Attila e’ un nome assai diffuso in Ungheria. Esiste un parco tematico sull’impero degli unni e addirittura la nobile famiglia degli Esterhazy affermava di discendere da tale popolo.

lunedì 13 agosto 2007

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Paparazzi


Basta un fatto, come quello della vicenda del deputato e della prostituta, per far passare in secondo piano avvenimenti assai piu' importanti (della guerra in Iraq qualcuno ne parla ancora?) a vantaggio di notizie che si basano sulla morbosita' che contraddistingue una certa societa' ipocrita e perbenista, ma sempre pronta ad essere coinvolta in fatti di dubbia statura morale.

Soprattutto e' curioso notare come ogni cosa che riguardi il trasgressivo faccia talmente notizia da rendere i protagonisti delle vicende famosi e richiesti, nonostante si tratti di persone che normalmente non sarebbero mai state prese in considerazione. E' il caso di Corona ma e' anche il caso della ragazza coinvolta nei fatti romani intrisi di sesso, droga e politica la quale, leggo nell'intervista che rilascia al Corriere, e' addirittura felice di quanto le e' accaduto perche' spera, grazie a questo, di sfondare nel mondo dello spettacolo.

Certo che l'Italia e' ridotta ben male se il mondo dello spettacolo deve avvalersi di tali personaggi come star di domani, senza tener conto della "pericolosita'" del messaggio che crea nei giovani l'aspettativa di riuscire ad avere soldi e fama grazie a comportamenti che di fatto invece di essere premiati dovrebbero, quanto meno, essere ignorati se non criticati.

La crisi "morale" sta raggiungendo livelli assurdi in una spirale che ormai ha avvolto persino la vita delle persone comuni: ha piu' soldi ed e' piu' famoso un serial killer di uno scienziato. Vale piu' aver trucidato la propria famiglia piuttosto che aver creato un'opera d'arte.

Dall'Italia stanno ormai fuggendo i cervelli piu' produttivi, che non trovano quei riconoscimenti adeguati alla loro preparazione, artistica, professionale... morale. D'altro canto viene lasciato spazio ad un esercito di paparazzi che, sono certa, alle prossime elezioni arriveranno in parlamento.

domenica 12 agosto 2007

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Rumble mouses


Tokaj-Ungheria. Terzo millennio. I tempi dei forum sono passati, ma non il loro mito. “Keyboard girl” una giovane irrequieta e vitalissima, scarsa negli studi ma capo di una piccola banda di hackers coetanee, implicata in risse virtuali e sfide a colpi di mouse, cerca di farli rivivere sulla propria pelle, in nome dell'affetto-ammirazione per la sorella maggiore che nel passato e’ stata una leader e che ancor oggi perpetua la sua leggenda in Second Life e sulle pagine del web, nota a tutti come “Chiara di Notte”.
Proprio in una prospettiva di tensione imitativa Keyboard girl, disancorata da una serena situazione familiare, cerca di delinearsi a sua volta come fenomeno virtuale, esibisce una caricata scrittura da spaccona, accetta scontri violenti di supremazia-verifica personale. Quando pero’ Chiara di Notte fa ritorno da un lungo viaggio, ovviamente "mitico" (Calcutta), Keyboard girl rientra nel suo ruolo di sorella minore idolatrante e segue come un'ombra la sua impenetrabile eroina: sintomaticamente abulica, distaccata per contingenze fisiche dalle atmosfere del reale (e’ daltonica, soffre di un principio di sordita’ e probabilmente di una qualche turba mentale), Chiara di Notte e’ pure isolata, forse per intime disillusioni giovanili, dal flusso sociale della nuova generazione ("ha recitato una parte sbagliata nella commedia della vita" dice di lei la madre). Il suo unico interesse sembrano dei piccoli topi combattenti (rumble mouses), sempre pronti ad attaccare i loro simili e perfino la propria immagine riflessa: "non combatterebbero se fossero liberi, se avessero spazio sufficiente" ripete assorta con animo da biologa Chiara davanti al terrario del negozio di animali.
La conclusione non puo’ essere che quella di osare la trasgressione, saccheggiando il negozio e liberando i topi.
Chiara di Notte paghera’ il suo gesto con la vita, ma anche Keyboard girl seguira’ la sua strada liberando i topi alla periferia di Calcutta.
La metafora su cui si regge il film fa riferimento ai topi nel terrario: la loro reclusione li rende aggressivi sino all'autodistruzione (quando vedono la loro immagine riflessa nello specchio) come la giovane Keyboard girl, ingabbiata nel “terrario del web” e condannata ad un'esistenza sbandata e violenta a colpi di mouse.
Calcutta, che Keyboard girl raggiunge nel finale, e’ il simbolo di una liberta’ da conquistare, di una maturita’ oltre la fase adolescenziale di un ribellismo sterile e del mito della violenza nel web.
La sorella e’ l'incarnazione della coscienza autocritica di Keyboard girl, una specie di alter ego, piu’ matura e consapevole, che le indica una possibile via di fuga. Solo diventando la sorella, prendendone il posto, Keyboard girl puo' superare il complesso d'inferiorita’ nei suoi confronti e capire il senso del suo sacrificio finale.
Il lavoro cinematografico e’ degno di nota per lo stile. E’ interamente girato in bianco e nero con alto contrasto. Questo per evidenziare il daltonismo di Chiara di Notte. Ma vi sono degli inserti in colore rosso, come ad esempio il vestito da sposa in un sogno che Chiara fa nel film.
Buona visione.

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Vabbe’ dai…


A questo punto non so proprio piu’ cosa fare. Mi sono sforzata in ogni modo di avvertire le persone, che su di me stanno scrivendo nei loro blog cose assurde, che si sono incastrate in un vicolo cieco che le portera’ solo a fare una magra figura, se non peggio. Ma vedo che non c’e’ speranza e poi in fondo in fondo me ne frego.

Sono talmente convinte di quanto dicono che non solo mi e’ passata la voglia di controbatterli, ma addirittura sono quasi felice se porteranno finalmente alla luce queste fantasmagoriche notizie (e foto) che dicono di avere su di me. In internet tutti possono inventarsi "storie" pero' se non sono ne' dimostrate, ne' tantomeno vere, queste rischiano di tramutarsi in reati. Ma a questo punto ritengo che non sia piu’ un mio problema, avendo la certezza di non essere niente di tutto cio' che questi assurdi personaggi fanno intendere.

Consiglio solamente coloro che saranno coinvolti e che si riconosceranno in quei dati che verranno diffusi (se verranno diffusi, cosa di cui io ancora dubito), di non essere vigliacchi e di denunciare alla magistratura ogni abuso nei loro confronti.

Nel frattempo me la filo per qualche giorno e lascio dietro di me i barbari, i paladini, gli azzeccagarbugli e le mezze-seghe.

sabato 11 agosto 2007

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Io e loro


Ricordo che i primi anni, in laboratorio, dovevo passare ore a contare le drosofile sottoposte a radiazioni e a dividerle secondo le loro caratteristiche: colore degli occhi, lunghezza delle ali e tanti altri elementi che adesso non sto qui ad elencare. Una volta certificate le "mutazioni" di quella specifica generazione (le drosofile si riproducono ogni ventiquattro ore) potevo procedere con il passo successivo, e cosi’ via fino alla meta finale.

Puo’ non piacere, ma questo e’ mio modo di fare (e di essere) ed era un comportamento normale nel mondo in cui sono vissuta per anni. Sono stata educata a questa disciplina, ma ho anche verificato di persona che questo era il miglior sistema per non essere confusa dal caos interiore.

Quando sono giunta in Italia, pero’, ho trovato non pochi ostacoli allorquando mi sono scontrata con la cultura dell’eterna complicazione. Una cultura forse piu’ romantica, ma molto meno “pratica” di quella a cui ero abituata, e poiche’ sono sempre stata una donna pragmatica, posso comprendere perche' il numero delle amiche italiche che mi gravitavano attorno fosse sempre molto esiguo.

D’altro canto ci sono donne che vivono costantemente nell’apoteosi del loro Sturm und Drang. Non dividono mai niente e nessuno (dicono), ma il mio sospetto e’ che siano esse stesse “divise” al loro interno. Sguazzano nel “brodo primordiale” dell’emozione, perennemente in balia del vento, in balia di se stesse: a volte s’immergono nella trasgressione, a volte spacciano ironia, a volte fingono riflessione… a volte grondano di una impercettibile ipocrisia, ma tutto cio' e’ normale ed anche comprensibile. E quando le leggo le loro storie, o le loro riflessioni, dopo tre righe gia' dormo. Sono convinta che la stessa cosa accada anche a loro nel momento in cui incappano in quello che scrivo io; non c'e' niente di male: basta non leggersi e possiamo evitare la reciproca sonnolenza.

Io e loro siamo galassie distanti anni luce e possiamo tranquillamente convivere nel firmamento senza mai collidere. Inoltre io sono pure una galassia piu' invisibile e irraggiungibile di altre, per cui la mia luce, gia’ di per se’ debole, difficilmente riuscirebbe ad offuscare la loro.

Stiano quindi tranquille: nessuno portera' via loro niente di cio' che con fatica hanno accumulato. E come me, continuino a sonnecchiare in pace.

venerdì 10 agosto 2007

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Perle ai porci


Nel mio "delirio d'onnipotenza" che ultimamente mi fa perdere un "ammiratore" (si fa per dire) dietro l'altro, poiche' deluso dalla prosopopea che mi contraddistigue, ho pensato che forse non e' piu' il caso di continuare a tenere "pubblico" il mio blog.

Credevo che uscendo da tutti quanti i forum (cacciata fuori a calci oppure dimettendomi umilmente chiedendo perdono) le persone "dabbene", coloro che hanno sani principi morali e che vogliono insegnarmi come si vive, mi lasciassero tranquilla all'interno del mio insignificante "blogghettino" che (come dicono loro) non e' letto da nessuno. Ma sbagliavo.

A quanto pare non sono meritevole di questo favore. Loro (le persone "dabbene") hanno deciso che il web e' troppo piccolo perche' io possa avere uno spazio in cui esprimere i miei pensieri in santa pace.

Ovviamente, non potendo essi (le persone "dabbene") fare a meno di controllare ogni secondo cio' che scrivo, fra me e loro chi deve andarsene e migrare altrove e' la sottoscritta. E credo che lo faro'...

Dato che non me ne importa una BF di essere letta da chi ha il cervello di un primate ed il sentimento di un'ameba, ho pensato che forse sarebbe il caso di bloccare la possibilita' di lettura di questo blog a tutti eccetto a coloro che sono realmente interessati a cio' che ho da dire, e che non sono infastiditi dalle mie consuete "cialtronerie".

In questo modo credo che anche negli svariati forum e blog, che nel frattempo sono nati per occuparsi di me per obbligarmi ad andarmene, gli autori avranno piu' tempo da dedicare a se stessi ed alla loro precaria salute mentale.

Per chiudere il blog basterebbe che cliccassi su un'opzione. Per abilitarlo alla lettura per chi e' realmente interessato a LEGGERMI avrei bisogno soltanto di indirizzi email in modo da abilitarli all'accesso.

Dopo che questo blog fosse blindato potrei scriverci di tutto, anche insultare pesantemente le persone, e se qualcosa di quanto scrivessi uscisse all'esterno potrei, giustamente e come fanno altrove, arrabbiarmi.

Ho capito che non si danno le perle ai porci, ma vorrei un parere sincero dai pochi che non ho ancora deluso.

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La menzogna


Faccio rifermento al post sugli tzigani per approfondire il concetto di menzogna e cio’ che essa significa in culture che sono completamente aliene dall’italico concetto del “il fine giustifica i mezzi”.

Nella cultura tzigana la menzogna non ha un’accezione negativa quando viene detta in risposta ad una domanda diretta. Chi risponde ha percio' l’opzione di mentire, se lo ritiene opportuno, in quanto chi chiede deve capire se e’ il caso di fare quella specifica domanda e deve, di conseguenza, attendersi anche un'eventuale menzogna. Quindi la sincerita’ a seguito di domanda diretta non e’ un obbligo, ed una menzogna ha lo stesso valore della verita’.

Diverso e’ il caso in cui non vi sia alcuna domanda e chi mente lo faccia deliberatamente, di sua spontanea volonta', senza alcuna sollecitazione a rispondere. In tal caso, l’atto unilaterale di mentire e’ considerato disdicevole. Tutto il contrario di cio' che avviene in altre culture, dove le persone "a modo" sono quelle che, al "fine di giustificare i mezzi", hanno la facolta' di raccontare un sacco di bugie, ma quando interrogate devono dire la verita’.

Affermare quindi che gli zingari sono bugiardi e’ un’autentica menzogna.

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Tzigani


Dato che avevo promesso un'escursione sulle varie etnie presenti nel mio Paese, oggi scrivero' degli tzigani (o zingari). Tratto da Internet:

Senza una storia

Non è possibile un approccio tradizionale verso la storia degli zingari perché

• non ci sono gli elementi costitutivi di ordine dello stato
• non ci sono documenti scritti dagli zingari.
Essi non vogliono lasciare nessuna traccia scritta del loro passato, non si preoccupano affatto del loro passato oltre qualche generazione e sono volontariamente analfabeti.
C'è soltanto una tradizione orale, riservata al gruppo.
Rifiutano di parlare del loro passato con lo straniero, e se sono costretti a parlarne, preferiscono mentire.
Gli zingari non hanno una storia scritta da loro stessi. Quanto si sa su di loro lo si apprende da fonti non zingare, ossia dai resoconti degli incontri, o scontri, che i sedentari hanno avuto con loro nel corso dei secoli.
Un altro modo per ricostruire gli avvenimenti del loro passato è l'indagine linguistico-semantica e lo studio comparato della musica.
Dalla presenza di una determinata parola nella loro lingua si cerca di stabilire il periodo nel quale essi, nel passato, hanno soggiornato in un determinato luogo. Dalle analogie tra la musica zingara ed altre musiche folcloristiche si cerca di stabilire le influenze reciproche nelle varie epoche.
Una fonte ancora molto da approfondire è la raccolta e lo studio dei racconti orali, delle leggende e delle altre espressioni tradizionali come i canti, le danze, ecc.

Origini

Sulle origini e sulle prime migrazioni degli zingari ci sono solo delle ipotesi.
A parte quelle inventate dagli zingari stessi, le ipotesi più antiche si trovano negli scritti dei popoli che hanno ospitato gli zingari, ma soltanto lo studio della linguistica ha apportato una risposta scientificamente fondata dimostrando che l'origine degli tzigani è indiana.
Gli zingari hanno inventato diverse versioni della loro storia per eludere le domande degli stranieri. Così si spacciavano per

• Signori del Piccolo Egitto
• Duchi
• Conti
• Cavalieri
• Capitani
• Capi di pellegrini espianti una colpa

A partire dal rinascimento sono state fatte delle ricerche sulla lingua tzigana e si sono sviluppate diverse teorie, ma soltanto alla fine del XVIII secolo è stata avanzata la tesi dell'origine indiana facendo luce al riguardo.

Questa tesi è stata sviluppata quasi contemporaneamente da due tedeschi:

- J.C.Ch. Rüdiger in un articolo del 1782, intitolato Von der Sprache und Herkunnft der Zigeuner
- H. M.G. Grellmann nella sua opera Historischer Versuch über die Zigeuner

e dall' inglese J. Bryant

Nel XIX secolo si è progressivamente affermata una vera scienza delle lingua tzigana grazie a Pott, Paspati, Miklosich, Ascoli.
Si è dimostrato che la lingua zingara è della famiglia detta indo-europea

1. viene dal sanscrito
2. ha legami con lingue moderne come

o l'hindi
o il guzurati
o il mahrati
o il kashmiri

Migrazioni

I ricercatori hanno ricostruito il percorso migratorio e le date delle migrazioni degli zingari a partire da:

la loro lingua

• Gli zingari hanno preso in prestito numerose parole dai popoli che li hanno ospitati (i documenti scritti dei paesi in cui sono passati)
• Gli zingari non hanno mai scritto niente sulla loro storia. Hanno sempre fatto fatica anche solo a parlarne

Il percorso migratorio

L'origine geografica degli zingari è fissata nelle Indie orientali. Da qui gli zingari vanno in Persia, dove la corrente migratoria si scinde in due parti

• una a sud-ovest si mescola alla popolazione araba; andrà in Siria e, forse, in Egitto
• l'altra parte si dirige verso l'Armenia e il Caucaso. Quindi gli zingari passano nei paesi bizantini. Un considerevole numero di zingari resta nell'Europa balcanica; alcuni gruppi si disperdono un po' in tutta l'Europa occidentale; qualche zingaro viene deportato in America e in Africa

• La partenza dall'India. L'origine geografica degli zingari è fissata dagli indianisti a nord-ovest dell'India. Da qui gruppi di zigani cominciano ad andare per il mondo. Non esiste nessun documento scritto ma solo due leggende tramandate oralmente che attestano le prime migrazioni degli zigani chiamati popolo ROM. Non si conoscono le ragioni profonde né la data della partenza. La data ipotizzata ricorrendo alla linguistica cade intorno all'anno 1000.

Nomadismo

Gli zingari sono sempre stati nomadi.Tutta la loro organizzazione è basata sull'itineranza, caratterizzata da:

• spostamenti veloci con continue partenze
• insediamenti provvisori

Di conseguenza gli zingari hanno bisogno dell'ospitalità di altre popolazioni.
Il modo di vivere degli zingari è diverso da quello delle popolazioni ospitanti e i rapporti tra gli zingari e queste popolazioni sono spesso difficili.
Secondo i casi degli spostamenti gli zingari si sistemano in modo provvisorio di preferenza in mezzo alla natura ma è capitato anche che alloggiassero in costruzioni in muratura.

Popolo affascinante quello degli tzigani, ed anche bizzarro: posso dire che sanno mentire, ma non riescono ad essere ipocriti.

giovedì 9 agosto 2007

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Barbari, paladini ed azzeccagarbugli


"Ma anche il mancato rispetto di una regola elementare significa sempre la compressione di un diritto di tutti. Basta fare una fila al check-in (o anche semplicmente ad un supermercato) a Fiumicino o a Londra per averne una dimostrazione immediata."

L'imbarbarimento dell'italico popolo sta raggiungendo livelli che non si vedevano dai tempi degli Ostrogoti. La cosa ridicola (e disgustosa) e' che le persone che vivono nello splendido Paese che dovrebbe essere l’Italia, pur vedendone le storture, invece di denunciarle nei luoghi preposti oppure, ancor meglio, far qualcosa di concreto quando queste si verificano (sono stata testimone di scene aberranti in cui persone ferite o in grave difficoltà venivano ignorate senza che nessuno le aiutasse), si limitano a lamentarsi sulla sedia del loro parrucchiere oppure (ancor peggio) continuano a negare l’’evidenza reputandosi cittadini di un grande e civile Paese.

Ma quale grande Paese? Questo forse avveniva fino a 1500 anni fa, ma poi… Comunque l’importante per tanta gente e’ vincere la coppa mondiale di calcio oppure comprarsi il nuovo telefonino che funge anche da bistecchiera. Quelle si’ che sono cose DECISIVE per la qualita’ della loro vita.

Scusate la franchezza, ma tutto cio’ e’ veramente penoso, soprattutto se visto con gli occhi di una straniera che qualche bordello in giro per il mondo l'ha frequentato. Non che altrove la situazione sia migliore, ma almeno la gente non ha ne’ questa totale indolenza ne’ questa assurda prosopopea. Se gli italici sapessero la quantita' di barzellette che esistono sul loro conto a tal riguardo e che vengono raccontate persino nel mio Paese, ne resterebbero sorpresi.

I giornali stranieri, che ormai da anni prendono per i fondelli il Bel Paese, vengono tacciati di faziosita'. A nessuno dei politici che governano l'Italia (di destra o di sinistra che siano) piace vedere messo in discussione il loro operato. Che' poi, fra destra e sinistra, differisce poco nello specifico di quello che e' il compito che ogni governo dovrebbe avere in un Paese democratico: far rispettare le leggi. Non per niente si chiama “Esecutivo”.

Ma di chi e' la colpa? Del Governo che non sa governare? Della generazione passata che non ha saputo trasmettere i valori? Della globalizzazione che invece di renderci tutti civili ci ha resi tutti quanti barbari?
Ovviamente non e' di nessuno… anzi no, e’ sempre degli altri. I famosi "altri".

E' facile dire "io non c'entro, io mi faccio gli affari miei, chi me lo fa fare di combattere contro i mulini a vento”. Troppo facile ed anche molto comodo, soprattutto per la propria coscienza e se devo essere sincera ho visto questo atteggiamento anche in chi ritenevo fosse un “progressista illuminato”.

Una volta, facendo la fila alla Posta Italiana per pagare non ricordo cosa, un tizio un po’ buzzurro, corredato di peli e muscoli diffusi ovunque, tutto sudato e puzzolente, salto' completamente la coda, passando avanti a tutti contando sulla sua stazza da gorilla. Le persone, vedendo la sostanza di cui era composto il primate, si rassegnarono e si ritirarono in buon ordine. In fila c’erano per lo piu’ anziani, pero' c’era anche qualche baldo giovanotto che avrebbe potuto tener testa al prepotente se, forse, non avesse temuto di sporcarsi la camicia immacolata e stirata di fresco dalla mamma.

Soprattutto c’erano gli impiegati postali che, pur assistendo al misfatto, non dissero niente. Dopotutto che fregava a loro chi veniva servito per primo? Mica andava a detrimento del loro stipendio. Giustamente. Indovinate percio' chi fu l'unica ad avere il coraggio di protestare? Attesi un po’ prima di farlo perche’ mi aspettavo che qualcun altro (magari i primi della fila che erano stati scavalcati) si arrabbiasse, ma visto che nessuno diceva niente e pareva che tutto andasse bene cosi’, dissi “garbatamente” all’animale di prendersi il posto che gli spettava. Ovviamente mi beccai un “vaffanculo troia che cazzo vuoi?” (forse mi aveva riconosciuta). Ricordo che il maiale mi alitava in faccia tutto il suo pranzo a base di aglio, ma io restai li’ a fronteggiarlo (sono immune all’aglio ma questo il microcefalo non lo poteva sapere) e sollevai in tal polverone che a quel punto i “pavidi” presero coraggio ed iniziarono a mormorare, fino a che si decisero ad intervenire anche gli impiegati postali. Ma questo e' ancora niente!

Un’altra volta ero in treno. Tornavo da uno dei miei soliti servizi ed avevo con me l’incasso di una notte. Il convoglio era ancora fermo in stazione ed era di quelli “open space”, senza scompartimenti. Presi il mio posto tranquillamente davanti a due signori che leggevano il giornale facendo finta di non sbirciarmi. Avevo lasciato la borsa sul sedile e stavo riponendo il soprabito nel vano bagagli, in alto, quando avvertii dietro di me uno strano movimento. Girandomi di scatto vidi che un tipo (di professione ladruncolo) teneva in mano la mia borsa… con il mio incasso duramente sudato!

Come un fulmine lo acciuffai per la giacca e lanciai un grido chiedendo a qualcuno di fermarlo, ma invece di ostacolarlo le persone parevano quasi essergli complici. Anzi i tipi che avevo di fronte smisero persino di sbirciarmi e sprofondarono ancora di piu’ nella lettura del loro giornale.

La natura, oltre a delle belle gambe, mi ha anche dotata di buoni riflessi e con un calcio negli stinchi ben assestato ed un pugno dato a caso, rientrai in possesso della mia borsa. A quel punto il delinquente si dileguo' senza che nessuno facesse niente per fermarlo. Credo che nei giorni seguenti abbia portato con se’ un bel livido, ma il livido piu’ grosso lo portai io nel vedere tanta indolenza, tanta pigrizia, tanto menefreghismo… tanto egoismo.

Questo e’ il problema dell’Italia (e non solo dell'Italia, purtroppo): non esistono piu’ i paladini, quelli veri. Quelle persone "per bene" che, lottando per difendere un diritto, anche se quel diritto non e' loro ma di qualcun altro, creano uin clima di sicurezza anche per se stesse. Oggi esistono solo barbari ed azzeccagarbugli che si riempiono la bocca di belle parole al solo fine di giustificare la loro vigliaccheria.

domenica 5 agosto 2007

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Arlecchina


Molte persone agiscono nel virtuale cambiando nickname ogni tre secondi cosi' da potersi travasare da un immondezzaio all'altro.

Perche' lo fanno?

Quando ho posto la domanda ad alcuni amici, mi hanno risposto che nel virtuale le persone cercano di vivere situazioni che permettono loro di essere cio' che nel reale non possono essere. Second Life ne e' la manifestazione piu' eclatante, ma questo non risponde alla mia domanda in modo esaustivo.

Posso ipotizzare che un uomo voglia trasformarsi in donna e viceversa, oppure che un manager di successo voglia vivere nei panni di un barbone e viceversa, oppure che un buon padre di famiglia tutto casa e chiesa desideri trasformarsi in un delinquente e viceversa, ma in tal caso che senso ha cambiare continuamente nick o avatar? Che senso ha ripartire sempre dall'inizio con qualcosa sempre diversa?

Forse il senso e' quello di creare un mostro. Un essere che ogni volta rinasce sempre piu' esperto ma che non diventa mai adulto perche' destinato a reiniziare il ciclo in un loop psicotico. Un essere che non cresce fisicamente ma che gonfia solo la scatola cranica cosi' che possa contenere sempre piu' "cervello".

Ma e' veramente questo lo scopo?

O forse semplicemente e' per giocare ad un video game nel vano tentativo di vivere una vita opposta alla propria reale, che e' sicuramente squallida e priva di soddisfazioni? Si' perche' credo che le persone che affrontano questo mondo seguendo questa modalita' vivano in una realta' che non le soddisfa e dalla quale non riescono ad evadere, se non tentando all'infinito di trovare la giusta via. Via che non troveranno mai, perche' non sanno che reale e virtuale, se pur distinti, sono intimamente legati ed una vita squallida nella realta' significa anche squallore in quella virtuale.

C'e' poi chi ama colorare il suo unico costume di tante diverse tinte e come Arlecchino, a differenza delle comparse che invece il costume se lo cambiano ad ogni scena, e' protagonista della Commedia.

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Il formaggio gratis e’ solo nella trappola per i topi


“Бесплатный сыр бывает только в мышеловке!”

Lo diceva a quei clienti che, con strani panegirici, cercavano di convincerla a concedersi in cambio di banali discorsi sugli asini che volano. Il significato era quello di spiegare loro che era meglio pagassero per evitare le trappole, ma ce n’era anche un altro sottinteso.

Di tipi del genere ne aveva incontrati molti in vita sua: ciarlatani sentimentali che, appena conosciuti, iniziavano a parlarsi addosso per soddisfare la loro bramosia dongiovannesca. Costoro speravano di far breccia nei cuori delle piu’ insicure, e quelle poche che ci cascavano lo avrebbero scoperto a loro spese, ma Irina aveva avuto una buona maestra.

Solo i topi stolti non vogliono convincersi che nessuno regala niente, soprattutto all’ultimo arrivato. Il pezzo di formaggio che trovano lungo la strada, se gratuito, nasconde sempre una trappola.

sabato 4 agosto 2007

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I Magiari


Mi sono resa conto che le persone con le quali ho avuto modo di interagire in questi anni, pur apprezzando il mio popolo per "quei" determinati aspetti "turistici" che ben sappiamo :-), poco conoscono a proposito delle varie etnie che lo compongono. Vorrei darne qualche cenno in questo blog.

Perche' lo faccio? Semplice: perche' mi sento parte della mia gente. Sia la mia esteriorita' che la mia interiorita' sono il prodotto di una mescolanza nella quale convivono elementi di etnie e culture diverse alle quali sono legata in una sorta di "non discriminazione" per alcuna di esse.

Oggi vorrei scrivere dei Magiari. Ovviamente ne scrivero' citando cio' che' contenuto nelle pagine di Wikipedia QUI e QUI (perche' sforzarsi quando qualcun altro ha gia' faticato per lo stesso motivo?).

"I Magiari sono un gruppo etnico e linguistico di origine ugrica, in questo senso il termine è sinonimo di Ungheresi.
I Magiari furono la principale delle sette tribù ungare che conquistarono l'attuale Ungheria nell'896 e da cui discendono gli attuali Ungheresi.
La parola "Ungherese" in italiano ha avuto in passato un significato più ampio perché era riferita a tutti gli abitanti del Regno d'Ungheria senza tenere conto della loro etnia (dato che non erano tutti Magiari), anche per l'influenza del termine latino natio hungarica che si riferiva alla nobiltà del Regno d'Ungheria (sempre senza considerarne l'etnia).
Nel 2001, in Ungheria vi erano circa 9.416.000 abitanti di origina magiara. I magiari sono stati il principale gruppo etnico ad aver vissuto nel territorio del Regno d'Ungheria durante il secondo millennio. In seguito alla sua dissoluzione causata dal Trattato del Trianon, molti magiari sono divenuti minoranze etniche di Romania (1.400.000), Slovacchia (520.000), Serbia (293.000), Ucraina (170.000), Croazia (16.500), Repubblica Ceca (14.600) e Slovenia (7.700).


Storia

Il condottiero dei magiari Árpád, secondo la tradizione, guidò gli Ungheresi da Etelköz al bacino dei Carpazi, e più precisamente nella pianura del Danubio medio e nella Pannonia, nell'896. L'espansione magiara fu frenata dalla Battaglia di Lechfeld. La guarnigione ungherese di stanza nell'area fu salvata dal Papa grazie all'incoronazione di Stefano I d'Ungheria (che diverrà Santo Stefano, il patrono d'Ungheria) nel 1001, quando i condottieri magiari si convertirono al Cristianesimo.
Sin dalla fine del tredicesimo secolo (con l'eccezione del periodo che va dal 1538/1541 all'inizio del diciottesimo secolo) il multietnico Regno d'Ungheria, fondato dai magiari nel decimo secolo, occupò l'intero bacino dei Carpazi. Nel complesso l'intero antico regno d'Ungheria fu abitato anche da molte altre popolazioni, che nel XVIII secolo arrivarono anche a costituire il 62% dell'intera popolazione del regno. Dopo la prima guerra mondiale l'antico regno fu diviso dal Trattato del Trianon e all'Ungheria restò meno di un terzo.


L'origine della parola "Ungheria"

Circa l'origine della parola "Ungheria" (parola usata nella maggior parte delle lingue dell'Europa occidentale, dal latino hungaria) è opinione diffusa, ma poco attendibile che derivi dal nome di una tribù semi-nomade, gli Unni, che vissero circa 400 anni prima nello stesso territorio, ma che aveva alcune similitudini con lo stile di vita e di guerreggiare dei magiari. Anticamente e fino al medioevo era molto diffusa nella storia e nella letteratura la falsa identificazione degli Unni con gli Ungheresi.
Altri invece pensano che il nome derivi dal bulgaro Ungur o Onogur (in slavo Vengry e in tedesco Ungarn), che significa dieci tribù.
"Magyar" oggi è semplicemente la parola della lingua ungherese che significa "Ungherese". In italiano, tuttavia, "magiaro" è usato come sinonimo di "ungherese" soprattutto in contesti storici per distinguere gli ungheresi come entità etnica dalla popolazione, in generale, che risiedeva nel Regno d'Ungheria.
Secondo la mitologia ungherese, il popolo ungherese deriva da due mitici fratelli: Ugor e Magor. Come è facile notare, i due nomi contengono la radice l'uno di Ugro e l'altro di Magiaro.
Nomi unni come "Attila" o "Ildikó" sono comuni tra gli ungheresi di oggi, ma ciò è facilmente spiegabile con i periodi che le due popolazioni hanno vissuto a contatto."


Lingua magiara

Il Magiaro è una lingua del ceppo ugro-finnico parlata in Ungheria e in aree adiacenti di Romania, Slovacchia, Ucraina, Serbia, Croazia, Austria e Slovenia (tutti territori ungheresi persi con la prima guerra mondiale).
Vi sono circa 13,5 milioni di persone che parlano ungherese, delle quali circa 9,5 milioni vivono in Ungheria.
Il Magiaro è una lingua agglutinante appartenente alla famiglia delle lingue ugriche, un sottogruppo delle lingue ugro-finniche, che a loro volta sono un ramo delle lingue uraliche.
Vi sono diverse teorie alternative circa l'orgine del Magiaro, ma sono state respinte dalla maggior parte dei linguisti perché non supportate da sufficienti prove.
Si è sostenuto in passato che fosse vicino alla lingua unna, in quanto alcune storie e leggende ungheresi sembravano mostrare qualche legame tra le due popolazioni e sia gli Unni che il gruppo etnico di lingua magiara dei Siculi hanno vissuto nella zona. Tuttavia il collegamento con l'unnico è molto dubbio, così come altre ancora meno probabili teorie (ad esempio la derivazione dalla lingua sumerica, anch'essa agglutinante o addirittura dalla lingua etrusca).
Per lungo tempo la teoria dell'origine ugro-finnica ebbe come rivale l'idea che il Magiaro fosse imparentato con qualche lingua turca (la "guerra ugro-turca" del 1869). Il mondo accademico ufficiale ha riconosciuto la "vittoria" della teoria ugro-finnica in questa disputa grazie alle prove linguistiche a supporto dell'origine ugro-finnica o meglio ugrica dell'ungherese, infatti le più recenti ricerche tendono a negare l'affinità tra il gruppo finnico e quello ugrico.

Dialetti
I dialetti magiari identificati da Ethnologue sono: Alföld, Pass Hungarian ad ovest del Danubio, del Danubio-Tisza, del re, del nordest, del nordovest, Székely e dell'ovest. Questi dialetti sono reciprocamente comprensibili. Il dialetto magiaro dei Csángó, che non è elencato da Ethnologue, è parlato principalmente nella contea di Bacău, Romania. La minoranza dei Csángó è rimasta isolata e quindi ha conservato un dialetto che assomiglia al Magiaro medioevale.

Il Magiaro è parlato nei seguenti stati:
- Ungheria 9.546.374 (censimento 2001, circa 600.000 persone non hanno risposto al censimento)
- Romania (principalmente Transilvania "Terra dei Siculi" e nei villaggi Csángó della Moldavia rumena) 1.443.970 (censimento 2002)
- Slovacchia 520.528 (censimento 2001)
- Serbia (soprattutto in Vojvodina, principalmente nei villaggi siculi) 293,299 (censimento 2002)
- Ucraina 149.400 (censimento 2001)
- Stati Uniti d'America 117.973
- Canada 75.555 (censimento 2001)
- Israele 70.000
- Svezia 35.000
- Austria (principalmente in Burgenland) 22.000
- Croazia 16.500
- Slovenia 9.240
Il Magiaro è anche parlato in Australia.

E' da tener presente che fino alla prima guerra mondiale l'allora Regno d'Ungheria, che a quel tempo faceva parte dell'Impero Austro-ungarico, comprendeva molte regioni che ora sono fuori dall'Ungheria ridotta agli attuali confini, sostanzialmente fissati nel 1920 con il Trattato del Trianon: in particolare la Transilvania, oggi rumena, la Slovacchia ora repubblica indipendente ma un tempo denominata Alta Ungheria, la Rutenia, oggi appartenente all'Ucraina e la Vojvodina oggi regione della Serbia."

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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