martedì 20 novembre 2007

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Il modello vincente


La classifica del Wall Street Journal anche quest’anno, come ogni anno, ha scelto cinquanta donne fra quelle che piu' contano nel mondo. Donne «to watch», perche’ di potere, perche’ lasceranno il segno, nelle imprese, nella finanza, nel governo dell’economia. Nessuna e’ italiana.

La notizia non sorprende. Le ragioni che possano aver portato un bellissimo Paese come l’Italia, a non contare praticamente piu’ nulla sono diverse. Sicuramente il “cattivo esempio” di chi ha gestito gli ultimi anni, di una classe politica e dirigenziale dedita solo all’adorazione del “vitello d’oro”, di chi ha privilegiato solo l’immagine e la forma a discapito della sostanza, di chi ha dedicato la sua esistenza ad apparire in televisione piuttosto che dedicarsi ai problemi concreti della Nazione, ha prodotto questo risultato. Un risultato allarmante, anche perche’ le nuove generazioni, quelle che un domani dovrebbero formare il nuovo CdA, sono ormai assuefatte ad uno stato di cose che e’ aberrante, ma che per loro rientra nella perfetta normalita’.

Il problema, secondo il modesto punto di vista di Ebano, e’ l'adozione del "modello americano” negli ultimi diciassette anni, e cioe’ dalla caduta della Cortina di ferro in poi, che ha mischiato il peggio della cultura italica con il peggio di quella americana. Un processo indotto da chi si e' garantito il profitto tramite consumi eccessivi e non necessari in un sistema in cui la pirateria e' spesso chiamata "capitalismo".

Forse, a questo punto, Avorio dira’ che Ebano e’ “antiamericana”. Beh, sbaglia. Tutti i popoli, tutte le culture producono qualcosa di positivo, ma producono anche scorie. Ed oggi le scorie stanno sommergendo un po’ tutto il buono che era stato seminato.

Ebano resta basita quando legge certi fatti come quelli descritti QUI:

“Tre ragazzini statunitensi, tra gli 8 e i 9 anni, sono stati accusati di aver violentato una bimba di 11 anni la scorsa settimana in Georgia. «In più di vent'anni di vita professionale, non ho mai visto nulla di simile», ha dichiarato Michael Wilkie, commissario di Acworth, la cittadina teatro del nuovo episodio di cronaca nera. Con indosso tute blu i ragazzini -due di 9 anni e uno di 8- sono apparsi dinanzi al giudice a Cobb County, a nord di Atlanta, lunedì pomeriggio, che ha deciso di lasciarli in carcere. All'udienza a porte chiuse, non sono stati ammessi i giornalisti
Adesso la madre della bimba chiede giustizia: «Devono ricevere una lezione perchè se l'hanno fatto a lei, potrebbero farlo a qualcun'altra. E chissà cosa faranno quando saranno adolescenti». I ragazzini sono troppo giovani per essere processati perchè secondo il sistema giudiziario della Georgia (Usa) bisogna avere almeno 13 anni per essere processati; e invece rischiano cinque anni di riformatorio.
Secondo l'accusa, la ragazzina ha subito la violenza giovedì pomeriggio, ma i genitori hanno presentato la denuncia solo sabato e domenica la piccola è stata a lungo interrogata dagli inquirenti. La difesa dei ragazzini è che il rapporto sessuale ci sia stato, ma consensuale; ma secondo la polizia, non può esserci consenso quando si è così giovani.”

Cio’ che sorprende Ebano, cresciuta in una cultura distante anni luce da quella descritta sopra, non e’ tanto il fatto che dei ragazzini neanche adolescenti possano aver perpetrato un’azione cosi’ orripilante (forse non se ne sono neppure resi conto di quanto stavano facendo; forse imitavano dei modelli comportamentali indotti e la responsabilita’ di cio’ e’ di chi dovrebbe essere preposto ad educare), ma e’ l’ipotesi per cui la bimba possa essere stata consenziente.

Poi legge QUESTO:

ROMA — L’allarme è stato come un fascio di luce che acceca: ci sono baby squillo sulle strade. Ce l’hanno messe i loro coetanei, per pagare debiti del gioco d’azzardo. Giuliano Amato, ministro dell’Interno, ha lanciato un sasso, l’altro giorno. E adesso rischia di venire giù una montagna. Perché quella del titolare del Viminale è la punta dell’iceberg. Ma basta fermarsi un attimo e scoprire che l’infanzia più tradizionale, ormai, non riesce a superare le classi elementari. Perché: c’erano una volta i bambini. E le bambine che giocavano con le bambole. Avevano dodici-tredici anni. E la Società italiana di pediatria (la Sip) li interrogava con domande tipo: che giornali girano in casa tua? Usi il computer? Qual è l’avvenimento che ti ha colpito di più quest’anno? L’ultima ricerca fatta così è datata 2003: non serviva più a niente. Non di certo a fotografare la realtà. E adesso a leggere l’ultima ricerca della Società dei pediatri presieduta da Pasquale Di Pietro, quella del 2006, vengono i brividi. Proprio oggi che anche in Italia celebriamo la Giornata dell’Infanzia. Il campione: 1.251 bambini tra i 12 e i 14 anni. Una domanda. Una delle tante del questionario: «Hai mai visto un tuo amico ubriaco?». Sì, dice il 37,4% del campione. Non solo, l’8,4% aggiunge: spesso. Un’altra domanda: conosci qualcuno tra i tuoi amici che ha fumato una canna? E questa volta è quasi uno su due (44,3%) a rispondere un tondo: sì. Un altro esempio? Tre ragazzini su quattro non esitano a confessare di fare cose che loro stessi definiscono rischiose, come ubriacarsi, appunto, bere liquori, prendere farmaci, uscire da soli la sera tardi, avere rapporti sessuali non protetti. Già: hanno rapporti sessuali frequenti, i nostri ex bambini.

Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra dell'età evolutiva, non ha dubbi: «L'anticipazione delle tappe dello sviluppo è dovuta ai modelli educativi. Come dire? Sono stati mamma e papà che hanno voluto che succedesse, si sono dati da fare per diversificare il modello culturale che loro avevano ricevuto. Hanno accelerato le capacità di socializzazione dei loro figli. Hanno tolto loro il senso di colpa, il senso della paura. Basta provare, per credere. Basta entrare in una qualsiasi seconda media d'Italia e capire che è impossibile far sentire in colpa questi ragazzi o mettere loro in qualche modo paura». Succede così anche nella seconda media statale di Gela, Sicilia? «I ragazzi sono molto decisi, è vero», garantisce Ela Aliosta, preside della scuola media alle soglie della pensione. Sono quarant'anni che la signora Aliosta ha a che fare con i ragazzi delle medie. Dice adesso: «Sono cambiati. E molto. Fisicamente, prima di tutto: un tempo le femmine arrivavano ragazzine in terza media. Oggi assomigliano a donne già quando entrano in prima. Soprattutto per come si vestono, si truccano, si pettinano i capelli. Con la complicità dei genitori, è ovvio».

Faccio la velina oppure la cubista, la show girl, la ballerina. Alla più tradizionale delle domande: «Cosa vuoi fare da grande?», le bambine intervistate dalla Società dei pediatri hanno infatti messo al primo posto: voglio fare il «personaggio famoso». E fino a qui non sarebbe una scoperta sensazionale. È che però, tolta questa prospettiva, rimane il vuoto: al secondo posto delle preferenze delle bambine c'è, infatti, un disarmante: «Non lo so». «Ho dodici anni faccio la cubista mi chiamano principessa», è il titolo del libro di Marida Lombardo Pijola, una giornalista-mamma che non a caso ha gettato scompiglio tra mamme e papà. Ha scoperchiato il mondo delle discoteche pomeridiane, lasciando disorientati nugoli di genitori davanti a frasi di bambine come: «Se fai la cubista sei una donna. Non più una ragazzina. Con i clienti della disco treschi soltanto se ti va. E puoi farti pagare...». Non è fantasia. È qualcosa che da noi è arrivato da pochissimi anni, probabilmente importato ancora una volta dagli Stati Uniti. Era del 2003 «Thirteen, 13 anni», il film-choc ambientato a Los Angeles con protagoniste due ragazzine (tredicenni, appunto) che vivono vite sempre più pericolose tra sesso promiscuo, droga, fumo, alcol, piccoli furti, accenni di lesbismo. «Sono vent'anni che insegno nella scuola media di Centocelle, a Roma», dice Margherita D'Onofri, insegnante di scienze. E spiega: «Soltanto negli ultimi anni, però, ho visto cambiare gli atteggiamenti durante i campi scuola, ovvero quelle gite che consentono ai ragazzi di dormire fuori dalla propria città. Adesso anche nelle prime classi stanno svegli tutta la notte e si mescolano dentro le stanze. Fino a poco tempo fa non succedeva».


Come scritto all’inizio: non sorprende che fra le cinquanta donne che piu’ contano nel mondo non ce ne sia neppure una italiana. In compenso nel futuro l’Italia avra’ il primato delle veline e delle cubiste. E forse anche dei lenoni.

10 commenti :

davide ha detto...

Cara Chiara,

la società americana, come tutte, avrà tanti difetti, ma ha anche tante cose buone e personalmente il mio giudizio sulla società americana è più positivo che negativo. Però non voglio parlare dell'America ma dell'Italia.

Che l'Italia sia in decadenza è verissimo e i motivi sono tantissimi, anche se non credo che dipendano dall'adozione del modello americano. L'America è un sistema competitivo e liberale, mentre l'Italia è un sistema ingessato basato sulle corporazioni. Le colpe del disastro italiano sono addebitabili a tutti i nostri governati, anche se credo che la sinistra e le grandi organizzazioni sindacali abbiano qualche colpa in più. Naturalmente la mia è una posizione di parte, e per spigare quanto detto sopra dovrei fare un lunghissimo discorso che parte dagli anni sessanta (primi governi di centro sinistra) per arrivare fino ai giorni nostri: non ti preccupare non ti farò una simile predica, perchè ho già abusato anche troppo della tua pazienza.

Quanto al degrado della giuventù italiana è un fenomeno che osservo da parecchio tempo, anche se non è un'esclusiva dell'Italia, perchè io lo ho notato spesso anche all'estero. Credo però che la situazione italiana sia peggiore soprattutto perchè la scuola in Italia -rispetto agli altri paesi- funziona malissimo. Per quanto riguarda le donne tempo fa ho visto una trasmissione sulla scuola dove si metteva in risalto che le ragazze italiane hanno un rendimento molto migliore dei ragazzi. Soprattutto all'Università le ragazze si laureano in tempi brevi con voti alti, mentre i ragazzi hanno un rendimento molto minore e intasano l'Università senza fare esami. Forse per far funzionare bene le università bisognerebbe mandare a lavorare i maschietti (che dai rapporti sembra che abbiano poca voglia di studiare), per far sì che le ragazze abbiano i mezzi e le strutture per studiare al pari dei nostri concorrenti.

Tanti saluti dal Tuo Davide

Tanti saluti dal tuo Davide

gullich ha detto...

bella analisi sociologica, complimenti.

sarebbe interessante capire:

a)come mai la colpa è solo dei governanti e non dei governati, dato che dall'imbarbarimento che si vede in qualsiasi luogo pubblico (fosse anche solo la fermata dell'autobus) l'italiano medio pare avere esattamente i governanti che si merita
b) l'italia non è basata sulle corporazioni (forse sei rimasto indietro di una sessantina d'anni) ma su un sistema mafioso diffuso ad ogni livello e che non usa ormai da decenni la lupara e la coppola ma va sotto il nome di clientelarismo politico. Dalle cose più banali (farsi levare una multa) alle più serie (aggiudicarsi un appalto) c'è sempre un sistema parallelo (efficiente) a quello legittimo (inutile).
c)sarebbe interessante capire, dato che non pare tu faccia di mestiere il socioloco dell'adolescenza nè che tu abbia dieci figli, come tu possa pontificare del tutto generalisticamente sul degrado mondiale della gioventù. Il degrado forse è più del tessuto in cui la gioventù cresce ed in cui la si spinge a far prosperare le pulsioni più banali e consumistiche e quello è una colpa dei vecchi non di chi si sta formando
d) la chicca delle ragazze produttive e dei maschi inetti, nell'università italiana, è una cazzata di proporzioni planetarie fra le più amene che ho sentito negli ultimi 40 anni (e ne ho 43). Se non è una captatio benevolentiae nei confronti della proprietaria del blog per le bellezze scritte ieri, fa decisamente onore alle tue sinapsi: in questa trasmissione si pensava anche di dividere il rendimento per altezza, colore degli occhi e dei capelli? :)

Non voglio dar luogo a flame, e spero Chiara mi passi il tono un pò deciso, ma in un luogo dove tendezialemnte si leggono cose stimolanti leggere simili post alla cappuccetto rosso ogni tanto stimola la mia vis polemica e, sbito dopo, la mia letargia.

wgul

Chiara di Notte (Klára) ha detto...

Se non è una captatio benevolentiae nei confronti della proprietaria del blog per le bellezze scritte ieri

Ehi... Questo si' che e' un bel complimento.

O e' captatio benevolentiae? :-))

gullich ha detto...

non la é.... :o)

sai che ti apprezzo, senza necessità di molti giri di parole.

La captatio mi sembrava più di chi scrive banalità, in forma di scendiletto, dopo essere stato bacchettato da chi ieri aveva marcata suscettibilità sensitiva :)))

wgul

davide ha detto...

Caro amico Gullich,

ti riporto qui sotto i risultati (in sintesi) di alcune ricerche (ne ho riportate solo quattro per motivi di spazio, ma avrei potuto riportarne parecchie decine) che dimostrano che in Italia le studentesse sono molto più brave dei loro colleghi maschietti:
1. (Lo dice uno studio del ministero della Pubblica istruzione
che Repubblica anticipa:"Scuola, storico sorpasso
"Più brave le ragazze"
di Mario Reggio
ROMA - Le studentesse sono più brave dei maschi in italiano, un po’ meno in matematica, ma complessivamente il loro rendimento è nettamente più alto…….)
2. (“Ma vediamo la formazione scolastica: le donne italiane da anni hanno superato per istruzione e performance scolastica gli uomini.Su mille donne con licenza media, 694 conseguono la maturità, mentre fra gli uomini solo 566. All'università le donne non solo rappresentano il 56% del totale ma, soprattutto, conseguono risultati migliori. E il 55% dei laureati con votazioni superiori al 106/110 sono donne. Le donne che si laureano con 110 e lode sono il 26,9%, gli uomini il 17,7 per cento. E il fenomeno non riguarda solo le facoltà tradizionalmente considerate più "femminili": tra i laureati in ingegneria al Politecnico di Torino che conseguono 110 e lode il 24% sono donne, contro il 13% degli uomini…”
Tratto da: Come cambia la vita delle donne, Istat 2004, promosso Ministero per le Pari Opportunità.)
3. (Il percorso scolastico e formativo di maschi e femmine
Sintesi della tesi di laurea di Sara Danieli.
Nell’ultimo decennio si assiste ad una profonda trasformazione che ha ribaltato, almeno nell’istruzione, il tradizionale predominio maschile. Ciò che si evidenzia è un vero e proprio “sorpasso” della componente femminile su quella maschile, sia nella scuola secondaria superiore che all’università: una percentuale sempre più elevata di ragazze partecipa infatti al processo di scolarizzazione riscuotendo inoltre un successo scolastico maggiore rispetto ai maschi.
In Italia è soprattutto a partire dagli anni Settanta che cresce progressivamente la presenza delle ragazze nelle scuole secondarie superiori e alla fine degli anni Novanta, la composizione degli iscritti mostra una sostanziale parità fra studenti e studentesse, anche se è maggiore la percentuale di femmine che effettivamente consegue un diploma di maturità. Questo proprio per il loro maggiore impegno e rendimento. Per quanto riguarda l’università, a partire dalla prima metà degli anni Novanta, l’incidenza percentuale femminile sul totale degli iscritti supera quella maschile raggiungendo poi il 56% circa nell’anno accademico 2003/2004. Questa composizione per genere tende a riflettersi anche fra i laureati.
Il cosiddetto “sorpasso femminile” si evidenzia anche in termini di maggiore successo scolastico, che si manifesta attraverso minori ripetenze, limitati casi di abbandono, tempi più brevi per concludere la formazione superiore e universitaria ma anche voti più elevati e migliori risultati agli esami di licenza media, di diploma e di laurea.
TRATTO DALLA TESI DI LAUREA DI SARA DANIELI UNIVERSITA DI TRENTO)
4 . (Prof. Paola Villa
Dipartimento di Economia
Università degli Studi di Trento )
Le donne laureate non riescono a cogliere per intero i frutti del loro investimento in capitale umano. I dati sulla transizione dal sistema formativo a quello produttivo mostrano che queste difficoltà emergono fin dall’inizio della carriera, malgrado le giovani donne siano più scolarizzate della componente maschile e sistematicamente più brave negli studi.
Il miglior rendimento scolastico delle studentesse:
- minori tassi di ripetenza in tutti i cicli e indirizzi formativi, ed è tanto maggiore quanto più selettivo è il percorso di studi
- tasso di successo nel conseguimento del diploma è pari all’84% degli iscritti per la componente femminile, contro il 73% di quella maschile.
Il miglior rendimento scolastico delle studentesse è evidente tra i laureati.
Per sintetizzare i dati, i diversi gruppi disciplinari sono aggregati nelle tabelle 9 e 10 in due insiemi:
- le lauree da maschi (cioè lauree in cui le studentesse sono sotto-rappresentate relativamente alla loro quota sul totale dei laureati),
- le lauree da femmine (cioè lauree con tasso di femminilizzazione maggiore della media).
Il rendimento scolastico delle laureate è sistematicamente maggiore di quello dei laureati: prendono voti più alti sia nelle lauree da maschio sia nelle lauree da femmina, sia tra i laureati in corso sia tra i fuori-corso, sia che lavorino durante gli studi sia che non lavorino affatto.
Tab. 9 – Voto medio di laurea per tipo di laurea e per sesso. 2001
Fonte: ns. el. su dati ISTAT, Inserimento professionale dei laureati - Indagine 1998 e 2001.
Osservando gli esiti del percorso formativo (Tab. 9) si nota che nella graduatoria per voto di laurea al primo posto si posizionano le femmine con laurea da femmina (voto medio 105,2), al secondo posto le femmine con laurea da maschio (103,3).
(TRATTO DA UNA RICERCA DEL DIPARTIMENTO DI ECONOMIA DELL’UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI TRENTO)

Come vedi caro amico Gullich non mi sono inventato nulla riguardo al fatto che in Italia (io ho riportato solo ricerche fatte in Italia ma so che quanto detto vale anche per altri paesi) nelle scuole le donne sono molto più brave degli uomini.

Tra il resto la mia idea di cacciare i maschietti fannulloni dall’università non è isolata ma ha degli illustri sostenitori. Ti riporto qui sotto la sintesi di un articolo apparso sul giornale l’Espresso del grandissimo scrittore Giampaolo Pansa dal titolo “Chi non lavora fa meglio l'amore” che anticipa già le mie idee:
“ …. storie vecchie, da dinosauri che non si sognano di smammare? Può darsi. Ma, come diceva mia nonna, è il bastone a far andare l'asino. Qualche volta penso che ci vorrebbero le verghe di ferro per tener fuori dall'università le migliaia di studenti che ingolfano corsi di laurea in grado di condurre soltanto alla disoccupazione o ai call center. Imparare a fare l'idraulico o l'elettricista non è più lucroso che scaldare i banchi a Scienze della comunicazione, nella vana speranza di diventare giornalisti? E visto che le ragazze sono più brave dei ragazzi, forse sarebbe bene dire ai maschietti: ma state a casa a fare la sfoglia!”

Per quanto riguarda le cause del declino italiano io ho detto che i motivi sono “TANTISSINI” e mi rendo benissimo conto chi i “governati” hanno le loro responsabilità. Però se avessi dovuto trattare tutti i motivi che ci hanno portato nelle condizioni in cui siamo avrei dovuto scrivere almeno 300 pagine e non mi pareva il caso. Se ho parlato dei nostri governanti è stato solo per mettere in evidenza che tutte le parti politiche hanno le loro colpe, anche se ritengo che le sinistre e i relativi sindacati abbiano qualche colpa in più.

Per ciò che concerne i giovani italiani e esteri la mia impressione (non ho certezze al riguardo) è che il loro modo di comportarsi sia abbastanza simile. Da parecchi anni nel mio albergo d’inverno ospito, fuori stagione, gruppi di ragazzi stranieri (inglesi, olandesi, ungheresi, ceki ecc.) che vengono in montagna a sciare. Per quello che ho visto io i ragazzi stranieri non sono né meglio né peggio di quelli italiani.

Per il resto sono d’accordo con te quando dici che la nostra non è più una società corporativa, come lo era qualche decennio fa, ma solo mafiosa.

Tanti saluti Davide

gullich ha detto...

1 "Sintesi della tesi di laurea di Sara Danieli."
2 "un articolo apparso sul giornale l’Espresso del grandissimo scrittore Giampaolo Pansa"
3 "Come cambia la vita delle donne, Istat 2004"

insomma, come dire il gotha dell'intelligenza mondiale ... :O)

ma la vera chicca è questa:
"nella graduatoria per voto di laurea al primo posto si posizionano le femmine con laurea da femmina (voto medio 105,2), al secondo posto le femmine con laurea da maschio (103,3)."

grazie per il buon umore, ogni tanto una pausa mi ci vuole.

Dio non voglia che a mio figlio venga in mente di prendere quel che si definisce una laurea da femmina... :))))

wgul

davide ha detto...

Caro amico Gullich,

ti riporto qui sotto tutta la ricerca svolta dalla Professoressa Paola Villa (studiosa seria e molto conosciuta nel mondo universitario), per farti capire quanto è serio il lavoro che ha fatto. Io per ragioni di spazio avevo fatto tanti tagli, con la conseguenza che alcune frasi erano incomprensibili come quella che hai citato. Se avrai la pazienza di leggere tutto il rapporto capirai cosa significano quelle frasi (in realtà vogliono solo dire che le donne prendono voti più alti degli uomini si nelle università dove sono in maggioranza le donne, sia nelle università dove sono in maggioranza gli uomini).

Buona lettura e saluti Davide

RICERCA DELL?UNIVERSITA' DI TRENTO
"Prof. Paola Villa
Dipartimento di Economia
Università degli Studi di Trento.
Economia e genere
giovedì 23 novembre 2006
(bozza)
1. INTRODUZIONE
Virginia Wolf e l’importanza dell’indipendenza economica:
“… una donna, se vuole scrivere romanzi, deve avere soldi e una stanza tutta per sé, una stanza propria” (p. 13)
“La libertà intellettuale dipende da cose materiali. La poesia dipende dalla libertà intellettuale. E le donne sono sempre state povere, non soltanto in questi duecento anni, ma dagli inizi dei tempi. Le donne hanno avuto meno libertà intellettuale di quanta non ne avessero i figli degli schiavi ateniesi. Le donne, pertanto, non hanno avuto la più piccola opportunità di scrivere poesia. Perciò ho insistito tanto sul denaro e sulla stanza propria.” [Virgina Wolf (1929), A Room of One’s Own, (tr.it 1963, SE Milano 1991, p. 127)]
Il femminismo si fonda sull’idea avanzata dalla Wolf sull’importanza dell’indipendenza economica.
Gli studi di genere (sviluppati nell’ambito delle scienze sociali, nel corso del XX secolo) si sono direttamente occupati del problema dell’indipendenza economica delle donne.
2. ECONOMIA POLITICA, DONNE ED ECONOMIA REALE
2.1. L’economia è una delle ultime, tra le scienze sociali, a sviluppare un approccio di genere.
Definizione da manuale:
“lo studio di come gli uomini e la società scelgono, con o senza l’uso della moneta, di utilizzare l’uso di risorse scarse per produrre nel tempo diversi beni e distribuire il loro consumo, ora e in futuro, tra varie persone e gruppi nella società” (Paul Samuelson)
Più precisamente, l’economia per lungo tempo è stata “lo studio di come gli uomini studiano il modo in cui gli uomini e la società scelgono di impiegare risorse scarse per produrre beni e distribuirli per il loro consumo” (Ann Mary May, 2002, p. 1)
2.2. Marginalizzazione delle donne nelle posizioni di responsabilità all’interno delle grandi istituzioni economiche.
- banche centrali, FMI, Banca Mondiale, ministeri economici, ecc.
- persistenza nel tempo di una dominanza maschile (le donne non occupano mai le posizioni apicali, laddove sono presenti sono solo piccole minoranze)
- Premio Nobel per l’economia: in tutte le altre categorie per il Premio Nobel (fisica, chimica, medicina, letteratura, pace) il premio e’ stato conferito ad una donna. Dal 1969 (primo anno, per le scienze economiche) non è mai stato assegnato ad una donna.
- Il numero di donne che studia economia è andato crescendo in modo molto significativo (in tutti i paesi industrializzati, inclusa l’Italia), ma le donne rimangono al di fuori delle posizioni apicali.
1
2.3. La marginalizzazione delle donne nella disciplina economica ha influenzato sia il contenuto sia gli obiettivi della disciplina.
- concentrazione dell’analisi sull’attività produttiva (produzione per il mercato)
- separazione tra sfera pubblica (mercato) e sfera privata (famiglia)
- analisi del mercato (e assenza di un’analisi economica della famiglia)
- mancato riconoscimento del ruolo economico dell’attività riproduttiva (lavoro non-retribuito)
- contabilità nazionale: nella produzione del reddito nazionale, non è in alcun modo conteggiato il contributo del lavoro non-retribuito
- definizione e implementazione di politiche economiche che trascurano i possibili diversi effetti su uomini e donne (derivanti dal diverso ruolo sociale)
- sottovalutazione dei problemi connessi con il lavoro retribuito delle donne (povertà, segregazione occupazionale, discriminazione, differenziali salariali, ecc.)
2.4 Attenzione crescente negli anni più recenti al problema dell’accesso delle donne al lavoro retribuito (e alle problematiche del lavoro femminile)
- basso tasso di occupazione (rapporto % tra occupati e persone in età di lavoro)
- basso tasso di natalità
- invecchiamento della popolazione
- non sostenibilità in futuro dei sistemi di welfare (pensioni, sanità)
- “scoperta” del ruolo fondamentale delle donne per aumentare il tasso di occupazione complessivo
- la Strategia Europea per l’Occupazione (UE) si è posta l’obiettivo di aumentare il tasso di occupazione complessivo al 70% e quello femminile al 60%
- per favorire l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro è necessario promuovere pari opportunità (rimuovere le disuguaglianze esistenti).
3. LA POSIZIONE DELLE DONNE NEL MERCATO DEL LAVORO (IN ITALIA)
Le donne che scelgono di lavorare avrebbero facoltà di accedere a qualunque professione, almeno in linea teorica; in pratica però ciò non accade, e le loro scelte risultano confinate in un ambito molto più limitato. Le donne infatti non si distribuiscono in modo uniforme nei settori di attività, nelle professioni e nei mestieri, ma si concentrano prevalentemente in poche occupazioni, spesso legate a stereotipi sociali e ricalcate sui ruoli tradizionali del lavoro domestico e di cura (insegnanti, segretarie, impiegate, parrucchiere, infermiere, commesse, assistenti sociali, cassiere, dietiste ecc.). Questi lavori sono caratterizzati da retribuzioni poco elevate, bassa qualificazione e scarse prospettive di carriera, ma sono più compatibili di altri con la gestione delle responsabilità familiari (vicini al luogo di residenza, con orari flessibili, con incarichi di routine che non richiedono trasferimenti e straordinari ecc.).
2
3.1. La segregazione occupazionale
Segregazione occupazionale: ineguale distribuzione per genere degli individui tra le diverse occupazioni.
Essa é generalmente misurata da un indice di segregazione che varia da zero (nel caso di completa integrazione) a cento (nel caso di completa segregazione). Il valore dell’indice può essere interpretato come la percentuale di donne (o di uomini) che dovrebbe essere redistribuita tra le occupazioni al fine di ottenere una completa eguaglianza nella distribuzione occupazionale per genere.
La letteratura economica distingue due forme di segregazione occupazionale:
- la segregazione orizzontale, riferita alla concentrazione dell’occupazione femminile in un ristretto numero di settori e professioni
NB: la presenza di segregazione orizzontale evidenzia l’esistenza di stereotipi sociali legati al genere che ostacola la flessibilità del mercato del lavoro (cioè il rapido adattamento ai cambiamenti esogeni)
- la segregazione verticale, riferita alla concentrazione femminile ai livelli più bassi della scala gerarchica nell’ambito di una stessa occupazione.
NB: la presenza di segregazione verticale evidenzia l’esistenza di un “soffitto di cristallo” (glass ceiling) che ostacola il percorso di carriera delle donne e le esclude dalle posizioni apicali.
Il problema della segregazione può essere descritto utilizzando l’indicatore più semplice: il tasso di femminilizzazione dell’occupazione (rapporto percentuale tra il numero di donne e il totale degli occupati), che misura la concentrazione dell’occupazione femminile tra settori e professioni.
Tab. 1 – Occupati per sesso, professione e titolo di studio - Italia 2002 (dati in ‘000 e %)
PROFESSIONE
Occupati
Titolo di studio
Alto*
Medio**
Basso***
M + F
F/MF%
M+F
F/MF%
M+F
F/MF%
M+F
F/MF%
Legislatori Dirigenti Imprenditori
726
21,1
178
20,8
307
20,1
241
22,8
Professioni intellettuali
1.761
43,0
1.532
43,9
173
38,1
56
31,0
Professioni tecniche intermedie
4.676
48,4
665
54,7
2.992
45,8
1019
51,9
Professioni esecutive amministrative
2.446
52,5
186
58,5
1.345
55,0
915
47,7
Professioni connesse vend. serv.
3.699
49,3
123
51,0
1.118
46,0
2458
50,7
Artigiani operai spec. agricoltori
4.485
16,7
44
33,7
618
18,0
3.823
16,2
Conduttori impianti e oper. macchin.
1.990
20,4
18
28,0
321
16,8
1.651
21,1
Professioni non qualificate
1.829
43,8
25
43,8
202
43,0
1.603
43,8
Forze armate
217
0,0
8
0,0
97
0,0
1.111
0,0
TOTALE
21.829
37,7
2.779
45,9
7.173
41,9
11.877
33,3
Fonte: ISTAT, Rilevazione delle Forze di lavoro, 2002, media annua.
Legenda: *Alto = Dottorato di ricerca o Specializzazione; laurea; Diploma Universitario o Laurea breve; **Medio = Diploma che permette l’accesso all’Università; ***Basso = Qualifica senza accesso all’Università; Licenza Media; Licenza elementare, Nessun titolo.
3
La segregazione occupazionale si manifesta sia tra le professioni (Tab. 1) che tra i settori di attività economica (Tab. 2).
La tabella 2 evidenzia il problema della segregazione verticale: la quota di donne nel lavoro dipendente è del 41,0%, ma dimezza tra i dirigenti (21,7%); quale che sia il ramo di attività considerato, con sistematica regolarità, le donne in posizione dirigenziale sono sempre sottorappresentate.
Tab. 2 – Occupati, dipendenti e dirigenti per ramo di attività e sesso. Italia 2002
(dati in ‘000 e %)
OCCUPATI
DIPENDENTI
DIRIGENTI
Ramo di attività
M + F
F/MF%
M + F
F/MF%
M + F
F/MF%
AGRICOLTURA
1.096
31,9
462
34,9
5
23,4
INDUSTRIA
6.932
23,9
5394
26,0
73
8,5
Energia e acqua
215
14,8
204
14,0
6
1,2
Trasformaz. Industriale
4.968
30,4
4107
31,6
58
10,2
Costruzioni e installazioni impianti
1.748
6,5
1084
7,2
8
2,3
ALTRE ATTIVITÀ
13.802
45,2
9993
49,3
253
25,4
Commercio
3.456
38,7
1723
45,2
20
16,9
Alberghi e ristoranti
907
47,0
517
50,6
5
28,2
Trasporti e comunicaz
1.167
21,3
969
23,0
15
13,5
Inter. mon. fin. attività immobiliari
745
38,9
605
41,9
21
6,3
Servizi imprese. altre attiv. prof.
1.593
43,8
915
54,7
18
21,3
PA, Difesa, Ass. soc. obblig
1.906
35,3
1880
35,3
64
27,5
Istruzione, Sanità, Serv. Sociali
2.860
67,1
2625
69,3
95
34,1
Altri serv. pubb., soc. e alle persone
1.168
54,9
760
56,6
15
16,2
TOTALE
21.829
37,7
15849
41,0
331
21,7
Fonte: ISTAT, Rilevazione delle Forze di lavoro, 2002, media annua.
4
3.2 I differenziali retributivi
I dati sulle retribuzioni (Tab. 3) evidenziano la presenza di un ampio differenziale salariale tra uomini e donne per ogni settore di attività economica. Mediamente, la retribuzione annua della componente femminile dell’occupazione dipendente è solo l’80% di quella maschile.
Tab. 3 – Lavoratori dipendenti e retribuzioni medie annue per sesso e settore di attività. 1997
Lavoratori dipendenti
Retribuzioni medie annue
(migliaia di lire)
M + F
F/MF%
Maschi
F/M%
Prodotti energetici
171.205
12,3
59.696
83
Minerali e metalli ferrosi e non
112.739
10,2
43.791
81
Minerali e prodotti non metall.
254.318
17,5
39.166
87
Prodotti chimici e farmaceutici
222.425
25,4
55.150
79
Prodotti in metallo
1.471.098
20,7
38.785
85
Macch. ufficio, strumenti prec.
145.069
38,7
50.704
72
Mezzi di trasporto
253.792
14,7
42.743
83
Prodotti alimentari
305.248
32,0
40.608
81
Tessili, abbigliamento, pelli
769.717
65,5
34.923
76
Legno e mobili
236.870
23,0
29.335
96
Gomma e materie plastiche
394.673
29,1
39.776
83
Altri prodotti industriali
108.677
38,9
42.143
79
Costruzioni
744.481
6,4
34.426
99
Commercio, alberghi, p.e.
1.796.416
45,2
35.914
90
Trasporti
449.393
12,4
39.849
90
Comunicazioni
101.236
22,6
55.934
83
Credito, assicurazioni
449.930
35,1
75.187
70
Servizi alle imprese
641.187
54,0
38.046
78
Servizi privati alle persone
648.250
69,4
39.332
74
Totale
9.276.724
34,9
40.322
80
Fonte: INPS, Banca dati sul lavoro dipendente.
3.3. Segregazione per titolo di studio
I bassi salari e la ridotta presenza femminile nelle posizioni apicali venivano giustificati in passato con il fatto che le donne erano da poco entrate sul mercato del lavoro con titoli di studio adeguati ai percorsi di carriera.
Durante gli ultimi decenni il livello di istruzione delle donne è fortemente aumentato.
L’attenzione degli studiosi si è spostata dai livelli di istruzione alle cause della segregazione scolastica e alle conseguenze sulla segregazione occupazionale.
In Italia le donne hanno ormai raggiunto la maggioranza assoluta dei laureati (52%), ma la concentrazione per ambiti disciplinari è ancora molto marcata (Tab. 5). Nel settore dell’insegnamento le donne superano l’89%; nel settore linguistico raggiungono l’85%, e nel settore letterario arrivano al 70%. Le donne sono invece sottorappresentate nel settore medico (39%), agrario (41%) e soprattutto nelle facoltà di ingegneria (21%).
5
L’andamento decrescente degli indici di segregazione scolastica evidenzia il maggior inserimento della componente femminile anche in ambiti a prevalenza maschile, ma questa positiva dinamica ha subìto un rallentamento proprio negli ultimi anni.
Per ottenere una situazione di equità nella distribuzione per sesso della popolazione scolastica, una su quattro dovrebbe cambiare tipo di scuola e una su tre il gruppo di corso di studio universitario (Tab. 5).
Tab. 5 – Tassi di femminilizzazione e indici di segregazione della scuola superiore e dell’università
Scuola superiore
Università
Anni
F/MF%
indice di segregazione
F/MF%
Indice di segregazione
1950-51
37,2
37,7
25,5
60,1
1960-61
36,7
33,6
26,5
53,6
1970-71
41,6
34,5
37,5
51,1
1980-81
48,5
23,3
42,9
31,6
1990-91
49,9
20,0
49,5
28,8
2000-01
49,4
23,9
49,4
29,1
2001-02
48,9
24,1
48,9
30,1
Fonte: Sabbadini (2004).
Tab. 6 – Laureati per gruppi di corsi di laurea (valori assoluti in ‘000 e tasso di femminilizzazione)
GRUPPI DI CORSI
M + F
F/MF%
Gruppo ingegneria
1823
21,2
Gruppo medico
233
38,6
Gruppo agrario
467
41,1
Gruppo architettura
721
48,0
Gruppo economico-statistico
2315
48,1
Gruppo scientifico
769
48,8
Somma lauree da maschio
6328
39,6
Gruppo chimico-farmaceutico
725
52,6
Gruppo giuridico
1015
54,4
Gruppo politico-sociale
1062
55,5
Gruppo geo-biologico
636
56,8
Gruppo psicologico
576
64,2
Gruppo letterario
1102
70,2
Gruppo linguistico
751
85,1
Gruppo insegnamento
486
89,3
Somma lauree da femmina
6353
64,5
Totale
12681
52,1
Fonte: ns. el. su dati ISTAT, Inserimento professionale dei laureati - Indagine 1998 e 2001.
6
Gli effetti dei livelli di istruzione sulla segregazione occupazionale: v. Tab. 7.
- a titoli di studio più elevato corrispondono tassi di femminilizzazione più elevati (in ogni professione);
- ciò non accade nelle professioni dirigenziali (legislatori, dirigenti, imprenditori)
Tab. 7 – Tassi di femminilizzazione degli occupati per titolo di studio e classe di età. 2002 (F/MF%)
Titoli di studio
Classi di età
Alto*
Medio**
Basso***
Totale
25-29
56,4
46,2
33,9
41,9
30-39
49,6
43,7
32,7
38,9
Totale
45,9
41,9
33,3
37,7
Fonte: ISTAT, Rilevazione delle Forze di lavoro, 2002, media annua.
Legenda*: cfr. Tab.1
Tab. 8 – Tassi di femminilizzazione dei lavoratori dipendenti per classe di età e qualifica professionale. 1997 (F/MF%)
Classi di età
Apprendisti
Operai
Impiegati
Dirigenti
Totale
20-24 anni
48,1
32,4
70,0
-
43,2
25-29 anni
41,4
28,4
59,7
15,5
40,8
30-39 anni
-
25,4
48,4
10,1
35,1
40-49 anni
-
26,0
38,3
6,2
30,5
50-59 anni
-
26,2
28,2
3,8
26,0
60 anni e più
-
17,0
25,0
2,7
18,5
Totale
38,3
27,2
47,7
5,8
34,9
Fonte: INPS, Banca dati sul lavoro dipendente.
Confronto dei dati riportati nelle tabelle 7 e 8:
- le donne sono poco meno della metà degli occupati con titolo di studio alto (45,9%), ma sono solo il 5,8% dei dirigenti
- la situazione migliora di poco considerando la componente più giovane dell’occupazione
- ogni 100 laureati giovani (25 e 29 anni) le donne sono in maggioranza assoluta (56,4%), ma sono inquadrate nelle posizioni dirigenziali solo in piccola parte (15,5%).
- tra i 30 e i 39 anni la situazione non migliora affatto: le donne sono esattamente la metà degli occupati con laurea, ma sono inquadrate tra i dirigenti solo nel 10% dei casi.
Le donne laureate non riescono a cogliere per intero i frutti del loro investimento in capitale umano. I dati sulla transizione dal sistema formativo a quello produttivo mostrano che queste difficoltà emergono fin dall’inizio della carriera, malgrado le giovani donne siano più scolarizzate della componente maschile e sistematicamente più brave negli studi.
Il miglior rendimento scolastico delle studentesse:
- minori tassi di ripetenza in tutti i cicli e indirizzi formativi, ed è tanto maggiore quanto più selettivo è il percorso di studi
- il tasso di successo nel conseguimento del diploma è pari all’84% degli iscritti per la componente femminile, contro il 73% di quella maschile.
7
Il miglior rendimento scolastico delle studentesse è evidente tra i laureati.
Per sintetizzare i dati, i diversi gruppi disciplinari sono aggregati nelle tabelle 9 e 10 in due insiemi:
- le lauree da maschi (cioè lauree in cui le studentesse sono sotto-rappresentate relativamente alla loro quota sul totale dei laureati),
- le lauree da femmine (cioè lauree con tasso di femminilizzazione maggiore della media).
Il rendimento scolastico delle laureate è sistematicamente maggiore di quello dei laureati: prendono voti più alti sia nelle lauree da maschio sia nelle lauree da femmina, sia tra i laureati in corso sia tra i fuori-corso, sia che lavorino durante gli studi sia che non lavorino affatto.
Tab. 9 – Voto medio di laurea per tipo di laurea e per sesso. 2001
Voto medio di laurea
M
F
M + F
lauree da M
101,2
103,3
102,1
lauree da F
102,6
105,2
104,3
Totale laureati
101,7
104,5
103,2
Laureati in corso
lauree da M
105,5
106,9
106,2
lauree da F
105,8
107,6
107,0
Totale
105,6
107,4
106,6
Laureati fuori corso
lauree da M
100,9
103,1
101,8
lauree da F
102,3
104,9
104,0
Totale
101,4
104,2
102,8
Lavorano occasionalmente durante gli studi
lauree da M
101,2
103,1
101,9
lauree da F
102,7
105,2
104,3
Totale
101,7
104,5
103,1
Lavorano continuativamente durante gli studi
lauree da M
99,1
102,4
100,2
lauree da F
101,8
104,8
103,5
Totale
100,5
104,2
102,3
Non lavorano durante gli studi
lauree da M
102,0
104,1
102,9
lauree da F
103,3
105,2
104,6
Totale
102,4
104,7
103,6
Fonte: ns. el. su dati ISTAT, Inserimento professionale dei laureati - Indagine 1998 e 2001.
Osservando gli esiti del percorso formativo (Tab. 9) si nota che nella graduatoria per voto di laurea al primo posto si posizionano le femmine con laurea da femmina (voto medio 105,2), al secondo posto le femmine con laurea da maschio (103,3), al terzo posto i maschi con laurea da femmina (102,6) e al quarto posto i maschi con laurea da maschio (101,2).
Le posizioni in graduatoria però si invertono osservando le percentuali di coloro che sono occupati in posizioni dirigenziali o imprenditoriali tre anni dopo la laurea: qui si posizionano al primo posto i maschi con laurea da maschio, seguiti dai maschi con laurea da femmina, poi dalle femmine con laurea da maschio e infine dalle femmine con laurea da femmina.
8
Questo ordinamento rimane confermato osservando le percentuali di coloro che percepiscono i redditi più elevati (Tab. 10) .
Tab. 10 – Posizione lavorativa e reddito dei laureati per tipo di laurea e per sesso. 2001
Lavoro stabile 3anni dopo / Totale laureati%
M
F
M + F
lauree da M
81,3
74,8
78,8
lauree da F
73,5
63,3
66,9
Totale
78,4
67,7
72,8
Dirigenti / Totale occupati%
lauree da M
1,73
1,08
1,47
lauree da F
1,69
0,59
0,98
Totale
1,72
0,78
1,23
Impr. e lib. prof. / Totale occupati%
lauree da M
18,34
13,10
16,27
lauree da F
16,95
7,00
10,53
Totale
17,82
9,31
13,40
Occupati con reddito > 1500 euro / Totale occupati%
lauree da M
25,8
12,5
20,5
lauree da F
16,9
5,4
9,5
Totale
22,5
8,1
15,0
Fonte: ns. el. su dati ISTAT, Inserimento professionale dei laureati - Indagine 1998 e 2001.
La lettura di questi dati pone un problema evidente: perché le laureate hanno un rendimento del loro investimento in istruzione minore di quello dei laureati, anche se la loro performance scolastica è migliore? L’argomento della segregazione prende rilevanza proprio in questo contesto: se uomini e donne che svolgono la stessa mansione nella stessa impresa ricevono la stessa retribuzione , e le retribuzioni osservate sono invece diverse, è perché uomini e donne con lo stesso livello di istruzione sono abbinati a posti di lavoro diversi, cioè perché vi è segregazione occupazionale.
9

gullich ha detto...

ehm, scusa davide....

anzi, caroamicodavide

trovo il tuo post graficamente gradevole, con tutte le cifrine incolonnate l'una sull'altra, ma la mia risposta al periodo ipotetico che poni all'inizio è, seccamente, "no" :o)

non me ne frega una bf di leggere le dissertazioni della signora villa sulla maggior capacità delle donne: trovo ogni generalizzazione una idiozia, sia essa sostenere che le donne son tutte troie quanto che siano tutti geni.

io non amo la statistica, mi spiace. apprezzo l'unicità.

e non ci sarà argomentazione scientifica o indicazione bibliografica che mi convinca del contrario.

dormi sonni tranquilli :)

regards

wgul

davide ha detto...

Caro amico Gullich,

"io non amo la statistica, mi spiace. apprezzo l'unicità"

Sono d'accordo con te, perchè pure io amo poco la statistica.

Però nel caso in esame le statistiche ci dicono che in media le donne a scuola rendono meglio dei maschi.

Questo non toglie che ci siano uomini bravissimi e donne che non hanno voglia di studiare.

Torno a ripetere che neppure io amo le generalizzazioni, ma apprezzo sempre l'unicità.

Saluti Davide

A-Woman A-Man ha detto...

C'è ancora mezza itaglietta che ha nella testa il peggior ciarpame gli antivalori diffusi dal bassotto della casacircondarialedellelibertà: lucro fama potere costi quel che costi.
Pure sesso costi quel che costi.
Gurada casa il plurigiudicato di Arcore e pluriindenne per prescrizione dei reati si è sempre vanatato dell'import del pattume USA&getta (putroppo solo del peggio, senso civico, antitrust, rigore fiscali quelli no, stranamente)

Gli USA sono una nazione in declino che è vissuta per un secolo ben oltre i propri limiti, consumando e dilapidando risorse a livello plaetario. E' un modello predatorio, tutto_e_subito che non ha alcuna possibilità di superare il tempo. Paese in declino. E qui abbiamo ancora molti che ne sono perdutamente innamorati.
Italgietta in declino, anche le donne non si salvano.
Mah...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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