lunedì 20 agosto 2007

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A volte capita...


... Di svegliarsi al mattino con il desiderio irrefrenabile di voler salvare il mondo. A voi non capita mai?
E’ una fantasia che ho fin da quando ero piccola. Adesso so come cio’ non sia possibile, ma so anche che immaginare aiuta a vivere e spesso l’illusione e’ cosi’ vivida che mi pare quasi di intravederne i colori.
Sbattere la testa contro i mulini a vento e’ stata sempre una delle mie attivita’ preferite, ma invece di ricavarne frustrazione, tutte quante le mie peripezie sono servite a conoscere meglio me stessa. Cosa che avevo tralasciato negli anni delle mie necessita’ indeclinabili.

Ho parlato di meretricio e di come questa attivita’ abbia concorso alla formazione di cio’ che sono adesso. Ho parlato di esperienze di vita, di sogni, di soprusi, di CdA abusivi, di discriminazione, di progetti, di utopie. Ho parlato di uomini e di donne ed ho parlato del perbenismo ipocrita di cui e’ intriso questo mondo in cui mi e’ capitato di vivere e nel quale ho cercato, a volte dibattendomi per strapparmi di dosso le catene, di trovare la via della mia felicita’.
Cio’ che ho compreso e’ che questa non puo’ essere raggiunta se non attraverso il tentativo di rendere reale quell’illusione… se non attraverso il tentativo di rendere reali quei colori e riportarli sulla tela, dove con grande sforzo cerco di dipingere il quadro della mia vita.

Le convinzioni di ciascuno e di ciascuna spesso s’infrangono contro gli scogli della della realta' e non sempre cio’ che viene creduto come “verita’”, alla stregua di un dogma, risulta poi essere cio’ che realmente e’.
La sessualita’ rappresenta l’elemento determinante, il motore che muove il tutto. Questa e’ a volte cosi’ sfumata da essere impercettibile, tanto che solo i daltonici particolarmente dotati riescono ad intravederla ed a riportarla sulla tela e nella donna questa assume quasi sempre il colore della bisessualita’.

So che se parlo di omosessualita’ femminile, e quindi di bisessualita’, rischio di apparire (anche se non lo sono) come una fanatica “lesbofemminista”, termine coniato da coloro che sono cosi’ convinti della “purezza” della loro sessualita’ da ritenersi incontaminati (secondo il loro punto di vista) dal “marciume” di una societa’ lasciva e degradata che ha concesso troppo spazio alle “donne”.
Discorsi che starebbero bene in bocca ad eremiti o a missionari che, abbandonando i “piaceri terreni”, si fossero dedicati ad aiutare il prossimo, non certo in bocca a chi invece viene “pizzicato” con prostitute (femmine o transessuali) o con il naso bianco di cocaina.
Purtroppo sono proprio costoro (ed i loro seguaci) che sempre piu’ attivamente cercano d’imporre a tutti la loro visione del mondo in cui l’umanita’ e’ divisa fra probi e peccatori ed in cui l’omosessualita’ rappresenta uno dei peccati piu’ gravi.

Imbattendomi in QUESTO ARTICOLO in internet, in cui viene analizzata con cura una certa dinamica, mi sono sentita in profonda sintonia con quanto scritto ed e’ per questo motivo che desidero che anche voi lo leggiate.


Tre anni fa alla festa d'inizio anno del nostro gruppo lesbico tre ragazzine si aggiravano un po' sperse fra un centinaio di donne di età compresa fra i ventotto e i cinquant'anni che ammiravano la mostra e votavano la loro fotografia preferita. Non lo sapevamo ancora, ma la loro presenza avrebbe cambiato in modo significativo la composizione del nostro gruppo, gli obiettivi e le modalità nel rapportarci le une con le altre. Frequentavano rispettivamente la quarta e la quinta superiore mentre la più grande frequentava il primo anno d'università. Si sono avvicinate a me, che probabilmente in gonna e giacca ricordavo molto una delle loro insegnanti o, peggio, una delle loro mamme, e mi hanno chiesto un colloquio riservato. Siamo andate nello studio e con mio grande stupore la più piccola delle tre ha iniziato a tempestarmi di domande sul sesso sicuro.
Ora che le conosco bene, che sono diventate per me giovani e care amiche, lo stupore rimane. Perché tre ragazze che non hanno mai avuto una vita sentimentale e sessuale caratterizzata da promiscuità s'interessavano in modo così specifico - oh sì, vi posso assicurare che era molto specifico! - alla sicurezza dei rapporti sessuali?

Penso che l'assimilazione fra gay e lesbiche abbia contribuito a rendere visibili come appartenenti a entrambe le categorie alcuni aspetti che invece sono specifici del mondo maschile, per cui, volendo entrare in relazione in modo formale e non troppo personale con me, le uniche domande possibili erano quelle sull'AIDS.

Le lesbiche appartengono al genere femminile e come tali vengono socializzate: spesso le ragazze credono nella famiglia, nella coppia e nell'arrivo del principe azzurro, che però per loro si è trasformato in una bellissima ragazza. Pensano di essere monogame di ferro e credono negli amori che durano tutta la vita.

Esistono le giovani lesbiche? Sembra di sì, ma dove sono? Sono presenti nelle nostre classi, nelle nostre famiglie, nel palazzo dove abitiamo… ma sono invisibili. Possono essere le ragazze che amano il casual, ma molte volte sono quelle che più incarnano lo stereotipo femminile. L'invisibilità delle giovani lesbiche le protegge nella maggior parte dei casi dalla violenza del gruppo o della famiglia, almeno finché rimangono nell'anonimato. Non le protegge però dall'esclusione e dalla solitudine.

Il periodo di maggiore difficoltà sembra situarsi nella prima adolescenza. La scuola media corrisponde al periodo in cui ci viene chiesto, con dei segnali anche corporei, di scegliere, di essere o maschio o femmina. Alla scuola elementare è ancora possibile per alcune, le più determinate, appartenere sia al gruppo dei maschi sia a quello delle femmine. Dopo non sarà più possibile. Non ci sono risposte alle domande che non siamo in grado di farci: confusamente si sente di non appartenere in toto all'ideologia sottesa alla socializzazione delle femmine.

Alla scuola superiore l'invisibilità è spesso completa. Le energie che le altre ragazze utilizzano nell'apprendistato affettivo e sessuale molte volte vengono convogliate sulla scuola o nello sport. O in tutti e due i campi. Le lesbiche sono spesso delle ottime allieve. Alla scuola superiore si rimescolano le carte: ci si allontana dal proprio quartiere e quindi dall'immagine che negli anni ci si era costruite. E' possibile presentarsi agli altri completamente rinnovate. Invisibili anche a se stesse.

La reazione della famiglia media di fronte alla rivelazione, alla scoperta fortuita oppure risultato di un'indagine degna dei migliori detective, delle scelte sessuali e sentimentali delle figlie è quasi sempre la stessa: qui ci vuole l'esperto. L'esperto, a seconda delle possibilità economiche e culturali della famiglia, va dallo psicologo/a dell'ASL a una terapia freudiana di tre giorni alla settimana.

Il mandato inespresso delle famiglie allo psicologo è: ridatemi mia figlia, ma riaggiustata per benino. Ora: l'omosessualità non è più considerata una malattia dall'OMS da alcuni anni per cui sarebbe una grande scorrettezza professionale cercare di riaggiustare ciò che "secondo natura" sembra essere andato storto. In realtà nella nostra società l'omofobia è fortemente radicata in ciascuno di noi e i messaggi che vengono mandati alle giovani sono spesso contraddittori. L'omosessualità non è un problema, ma può essere un problema qui e ora. Sarebbe necessario che si lavorasse perché queste ragazze trovassero la strada, e per ognuna c'è la propria, per stare bene con se stesse e nel mondo. Molte volte invece l'indagine si concentra su "Ma papà voleva un maschietto?" oppure "In fondo non hai mai provato con una donna, la tua è solo un'ipotesi". Diranno anche alle ragazzine eterosessuali che non sono mai state con un uomo: "In fondo la tua è solo un'ipotesi, forse sei lesbica"? E' come se i messaggi arrivassero stratificati e uno contraddice l'altro. La grande difficoltà a viversi con autenticità viene così amplificata. Una ragazza in profonda crisi per un rapporto bruscamente terminato, dopo una decina di sedute di terapia individuale e circa tre anni di lavoro in gruppo, ha consultato la sua terapeuta che non si è potuta trattenere dallo sbottare: "E trovati un uomo con cui costruire un buon rapporto eterosessuale!".

La scuola non viene quasi mai coinvolta, un po' perché nelle nostre scuole i ragazzi non vivono davvero la loro vita, un po' anche per la scarsa visibilità delle giovani lesbiche. Quando, in forma privata, le insegnanti vengono interpellate dalle allieve queste le indirizzano ai servizi per adolescenti, che qualche ASL ha previsto, oppure ai gruppi lesbici o gay della città d'appartenenza.

Secondo noi quest'ultima è la scelta più equilibrata ed adeguata. E questo perché se la ragazza sente la necessità di una terapia di sostegno niente le impedisce di intraprenderla, mentre se le difficoltà nascono dal sentirsi l'unica lesbica al mondo (tranne quelle che si vedono alla televisione che però non le assomigliano neanche un po') trovarsi in un gruppo aiuta a scindere i diversi generi di disagio che si vivono.

E' evidente tuttavia che in diverse situazioni si pone il problema per molte persone di relazionarsi con ragazze lesbiche. Spesso ci si trova di fronte ad atteggiamenti di chiusura e di diffidenza, a volte di aggressività difensiva, tanto più elevata quanto più grande è stata la parte di sé a cui si è dovuto rinunciare.

Tutti conoscono il detto "a carnevale ogni scherzo vale", ma possiamo aggiungere non sempre e non per tutti. Immaginiamo una bambina di quattro o cinque anni che partecipa ad un concorso per la migliore maschera. Dopo tante insistenze è riuscita finalmente ad ottenere il costume che tanto desiderava, quello di principe azzurro. Prima di salire sul palco la mamma l'avverte: "Se ti chiedono come ti chiami, rispondi Marco". Lei si sente felice e bellissima, così bella da vincere il primo premio, ma sull'onda dell'entusiasmo, al momento della premiazione e della fatidica domanda pronuncia orgogliosa il proprio nome: "Sandra". Colpo di scena: la giuria la squalifica immediatamente.

Certo sono passati più di vent'anni da questo episodio, ma rimane tuttora emblematico; la crudeltà di tale atteggiamento è comprensibile solo in rapporto all'importanza del messaggio che doveva passare: "Tu non puoi essere come sei, ma come Noi decidiamo che tu debba essere". In questo monito, antitetico al conosci te stesso della tradizione greca, è racchiusa la chiave di lettura dell'esperienza lesbica.

Una pressione continua, più o meno violenta, tesa a conformare tutte al dettato eterosessuale. Per chi non si adegua, sin dai primi anni di vita scatta la sanzione dell'esclusione e del rifiuto.

E' quindi a questa "urgenza di autenticità" cui si dovrebbe guardare innanzitutto: una buona accettazione di sé comporta infatti una drastica riduzione dei problemi derivanti dalle relazioni con l'esterno. Non è indispensabile l'etichetta di esperto per stabilire una relazione di aiuto, ma la disponibilità a rimettersi in gioco e a rivedere posizioni e atteggiamenti su cui non sempre si è riflettuto a sufficienza. Non si tratta infatti di tutelare dall'esterno una minoranza oppressa né tanto meno di riportare nel gregge le pecorelle smarrite, ma semplicemente di riconoscere dignità alla scelta della persona che si ha di fronte, creando un contesto che le permetta di liberare potenzialità ed energie molto spesso impiegate per celare a sé e agli altri la propria identità.

1 commento :

davide ha detto...

Cara Chiara,

“Purtroppo sono proprio costoro (ed i loro seguaci) che sempre piu’ attivamente cercano d’imporre a tutti la loro visione del mondo in cui l’umanita’ e’ divisa fra probi e peccatori ed in cui l’omosessualità rappresenta uno dei peccati piu’ gravi”

In realtà anche persone che si dichiarano progressiste e senza pregiudizi verso gli omosessuali quando scoprono che un loro figlio è omosessuale prendono la cosa molto male.

Effettivamente quando si parla di omosessualità si pensa quasi sempre agli uomini e molto meno alle donne. Probabilmente questo è dovuto al fatto che le donne tendono a celare meglio degli uomini i loro rapporti amorosi con altre donne.

Bisogna comunque riconoscere che in questi anni sono stati fatti tanti progressi nel riconoscimento dei diritti degli omosessuali, anche se rimane ancora molto da fare. Ho notato che i politici “conservatori” quando vengono intervistati su questo argomento dicono sempre che loro hanno tanti amici omosessuali, però poi sostengono che devono avere diritti inferiori a quelli degli eterosessuali. Anche i religiosi dicono che vogliono tanto bene agli omosessuali, perché distinguono tra l’errore (l’omosessualità: da combattere fermamente) e l’errante (l’omosessuale: a cui va data tutta la compassione). Resta il fatto che nonostante questa distinzione per la Chiesa l’omosessualità è un peccato mortale contro natura.

Tanti saluti dal tuo Davide

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