lunedì 9 luglio 2007

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Quanto costa una cortigiana?


Nell’antica Grecia, le etere (hetaerae) erano esclusive cortigiane e sofisticate prostitute, donne indipendenti e molto influenti alle quali veniva richiesto di indossare abiti che le distinguessero dalle altre ed il pagamento delle tasse.

Per lo piu' ex-schiave oppure straniere, queste cortigiane erano note per le loro grandi capacita’ artistiche (nella danza e nella musica), per la loro bellezza e, diversamente dalle altre donne greche di quel periodo, per la loro educazione e cultura.

Le etere non erano soltanto femmine che prendevano attivamente parte alla vita sociale di quel tempo, ma addirittura le loro opinioni ed i loro consigli erano presi in grandissima considerazione dagli uomini.
Per fare dei paragoni con altre figure femminili della storia, erano praticamente il corrispondente delle antecedenti Nadītu babilonesi, delle geishe giapponesi o delle kisaeng coreane.

Alcune delle etere piu’ famose: Aspasia, per lungo tempo compagna del politico ateniese Pericle, Archeanassa compagna di Platone, Neaira e Thaïs concubine di Tolomeo, generale di Alessandro il Grande e successivamente re dell’Egitto.

Si racconta che Thaïs valesse il suo peso in argento e Demostene, in una sua oratoria, cita che il prezzo per poter avere Neaira era di 30 mine. Dato che la mina era l’equivalente di 100 dracme e la dracma era l’equivalente del salario giornaliero di un lavoratore forte ed abile, si puo’ stabilire che il prezzo, rapportato ad oggi sarebbe stato di 120mila euro.


“We have hetaerae for pleasure, pallakae to care for our daily body’s needs and gynaekes to bear us legitimate children and to be faithful guardians of our households.”

"Abbiamo le etere per il piacere, le concubine per le cure quotidiane e le mogli perche' ci diano figli legittimi e sorveglino fedelmente il nostro patrimonio."

(Demostene - Contro Neera, 122)

24 commenti :

duval ha detto...

Anche tu liceo classico? Anche tu greco antico? A me avevano insegnato che la étera in realtà si chiama etéra (mi hanno ingannato?) e che in fondo in fondo, alla fin fine, tolte le incrostazioni, era una prostituta dal rate più alto.

All'enoteca Pinchiorri una zuppa di ceci costa 100 euro, però non sono più di quattro cucchiai, viene servita in una ampolla e ... si beve con la cannuccia mentre sei o sette camerieri guardano se rimani stupefatto.
Altro che la zuppa di ceci della Teresina, in un piatto che quasi esonda e da sorbettare col vile cucchiaio e poi ... 8 euro ... ma dai!

guggenheim ha detto...

Chiara@:>>l’equivalente del salario giornaliero di un lavoratore forte ed abile, si puo’ stabilire che il prezzo, rapportato ad oggi sarebbe stato di 120mila euro.


Hem! per un lavoratore forte ed abile 120.000 euro.
Se fosse cosi non credo che i sindacati romperebbero gli zebedei come fanno aggi.

Aggiusta il tiro cara Chiaretta. Facciamo 25.000 euro per un operaio
Oppure 35.000 per un impiegato

Non credo che Demostene si riferisse ad un A.D.

Prosit
Gugge

guggenheim ha detto...

Fonte: Internet

Prezzi e monete in Grecia


Oggi che l’inflazione ha quasi dimezzato il nostro potere d’acquisto, in questa sfavorevole congiuntura economica, nella dissennata gestione statale delle risorse, mentre le aziende chiudono e i prezzi salgono, mi viene per la prima volta da chiedermi quanto realmente costasse la vita ad Atene.

Quanto a spiccioli, gli Ateniesi erano sicuramente più disagiati di noi. Il loro sistema monetario, introdotto da Solone, constava di ben 11 diverse monete (3 più di noi che già abbiamo seri problemi per contenere centesimi ed euro nel portafogli).

La moneta base era il talento, poco maneggevole e poco spendibile. Equivaleva infatti al peso di un piede cubico d’acqua (26 Kg) e veniva utilizzato solo nelle grosse transazioni. Immaginare le dimensioni delle monete può aiutare a comprendere gli anziani sparagnini della commedia Nea, con il cruccio continuo di dover nascondere il denaro.

Un talento si componeva di 60 mine (parola tristemente nota anche per la sua declinazione contratta), ognuna delle quali equivaleva a 100 dracme. Tra queste due monetazioni, intercorrevano il didrachmon e il tetràdrachmon, corrispondenti, come si arguisce facilmente dal nome, a 2 e a 4 dracme.

Una dracma equivaleva a sei oboli, facilmente monetizzabili per l’esistenza di monete come il diobolon e il tetrobolon (2 e 4 oboli, simmetricamente alla monetazione con base dracma).

Valevano quanto i nostri piccoli centesimi (e come loro erano di rame) il chalcous il tetartemorion (un quarto di obolo) e l’ emiobolion (mezzo obolo).

Fin qui, tutti d’accordo. Non c’è libro di civiltà che non faccia sfoggio di tali paroloni. Ma quanto valevano. Anche qui, pronti, alcuni manuali ci ricordano che, al tempo di Lisia, con l’irruzione nella letteratura di tenzoni giudiziarie a scopi economici e con il moltiplicarsi dei riferimenti al denaro, un carpentiere, uno scalpellino o un muratore guadagnavano una dracma al giorno, quanto i membri della Boulè (capito, signori parlamentari che raggiungete l’unanimità solo quando si tratta di alzare i vostri già stellari stipendi?)

Mezza dracma era il salario di un manovale, di un rematore della flotta o di un giurato ai processi (ehm, cari giurisperiti…), un soldato in campo rosicava quattro oboli al giorno, mentre l’invalido lisiano ne impetrava almeno uno.

Ma ancora non si rende possibile un riscontro con l’euro. Proviamo a fare un calcolo noi:consideriamo che le monete sono quasi tutte di argento (a parte i centesimi e qualche preziosità in oro di importazione), che, a partire dal talento, possiamo ricostruire il peso (e la conseguente quantità d’argento) di ogni moneta, e che oggi l’argento è venduto a circa 20 centesimi a grammo, abbiamo, se non ho sbagliato i conti, che

Un obolo corrisponde a 20 centesimi, una dracma corrisponde a 1euro e 20 centesimi,una mina corrisponde a 110 euro, un talento a 6500 euro.

Se pensate che con una dracma si comperavano 17 kg di farina d’orzo e che con un obolo si otteneva mezzo litro d’olio, che dite? Dove è una macchina del tempo!?!?


Prosit
Gugge

Chiara di Notte (Klára) ha detto...

Aggiusta il tiro cara Chiaretta. Facciamo 25.000 euro per un operaio


1 dracma = 1 giornata di lavoro
1 mina = 100 dracme
prezzo di Neaira = 30 mine
30 mine = 3.000 dracme = 3.000 giornate di lavoro

E tu vorresti dare 25.000 euro per 10 anni di lavoro di un operaio?

Chiara di Notte (Klára) ha detto...

Mezza dracma era il salario di un manovale, di un rematore della flotta o di un giurato ai processi


una dracma corrisponde a 1euro e 20 centesimi


Cioe', secondo le fonti internet un manovale oggi avrebbe preso mezza dracma al giorno... Esattamente 60centesimi di euro!

Maddaiii!!!

Chiara di Notte (Klára) ha detto...

INOLTRE: Se pensate che con una dracma si comperavano 17 kg di farina d’orzo

quindi secondo il ragionamento di gugge 17 kg di farina sarebbero costati solo 1 euro e 20 centesimi...

Ma che razza di conti... mah!

Chiara di Notte (Klára) ha detto...

Anche tu liceo classico? Anche tu greco antico?

se dici che la sillaba accentata e' la seconda mi fido :-)

nella mia lingua la parola e' molto simile e l'ho sempre pronunciata con l'accento sulla prima sillaba.

non sono una studiosa di greco antico (anche se a scuola me lo sono dovuto in parte sorbire) e forse posso essermi sbagliata per tanto tempo.

mica sono perfetta :-))

guggenheim ha detto...

a) 25.000 all'anno. Non so i tuoi 120.000.

b) ti ho riportato un testo trovato in internet. Questo è quanto. Che te posso dì, trovami altre fonti che dimostrano rapporti bene/costo diversi. Sono i tuoi 120.000 che sono fuori di testa.

c) vorrei informati che il salario mensile in Vietnam è di circa 80 dollari. Cosi tanto per tua informazione.

Prosit
Gugge

guggenheim ha detto...

Ho riletto ora il tuo calcolo:

1 dracma = 1 giornata di lavoro
1 mina = 100 dracme
prezzo di Neaira = 30 mine
30 mine = 3.000 dracme = 3.000 giornate di lavoro

Hai ragione allora non sono 120.000 euro ma:

3000/365=8,21 anni
8,21* 25.000 euro = circa 200.000 euro

oppure

3000/220* = 13,63 anni
13.63 * 25000 = circa 340.000 euro

* 220 sono le giornate lavorative generalmente considerate al giorno d'oggi.



'azzolina se era costosa

;-))

Prosit
Gugge

Chiara di Notte (Klára) ha detto...

@ Gugge: infatti io non ho mai parlato di 25.000 all'anno ma solo di 3.000 giornate lavorative dii un manovale. allora sono stata bassa dicendo 120.000 euro? avrei dovuto dire 250.000?

vedi i conti non li ho fatti io ma sono stati ricavati da un sito in cui, appunto, si parlava del valore delle cortigiane nell'antica Grecia e collegandolo ad alcune mie letture che riguardavano la storia delle due etere Neaira e Thaïs e' venuto fuori il post (letto niente su di loro? mangiato solo costine alla brace in vita tua?)

inoltre paragonare la Grecia di Pericle all'attuale Vietnam mi pare eccessivo... forse dovresti istruirti di piu'.

comunque hai detto una castroneria... solo, come tutti i testosteronici, non vuoi ammetterlo :-) Ciao :-)

guggenheim ha detto...

Infatti vedi post successivo (che ho scritto prima delle 2.10)
sempre se vuoi pubblicarlo

prosit
gugge

guggenheim ha detto...

Nell’antica Grecia le prostitute erano addirittura al servizio del dio o della dea, quindi specie di sacerdotesse, ma probabilmente questo tipo di meretricio aveva radici lontane, cioè era originario dell’Asia Occidentale, dove le religioni erano basate sul culto della fertilità. Sembra comunque accertato che il meretricio religioso, sviluppatosi enormemente a Efeso, Sparta e Corinto, generò, o degenerò, ben presto nella prostituzione comune.

Chiara mi dispiace per te.... dovevi nascere un po' prima.

Prosit
Gugge

guggenheim ha detto...

Lettura interessante.

Anche il meretricio ha una sua storia

Non esageriamo. Che il meretricio, in senso lato, sia una delle professioni più antiche, se non la più antica in assoluto, è cosa certa e risaputa, ma voler far coincidere la sua data di nascita con quella del peccato originale è solo un luogo comune. Un’affermazione del genere, tra l’altro, confonde la causa con gli effetti.
Sarebbe poi dimostrato, accettando la premessa, che noi tutti, nessuno escluso, discendiamo da una prostituta; e fin qui nulla di male, trattandosi di una tara troppo stagionata per scandalizzare i moralisti contemporanei, anche i più intransigenti. Rinfacciarci a vicenda la non gradita discendenza potrebbe, d’altro canto, essere assai ridicolo. Ma c’è un’ultima cosa da dire: il meretricio, da noi moderni, è considerato in una moderna accezione, cucita a doppio filo a un concetto di venalità, la venalità dell’operazione-amore. Sarebbe quindi desolante la revisione, alla luce di un presunto tornaconto materiale, di una colpa che tale fu e tale rimane, ma che, per noi posteri, fruisce almeno delle attenuanti della passionalità.
È pur vero che la nostra progenitrice e prima peccatrice non finirebbe poi tanto in basso nella stima comune, se si volesse tener conto che, ai primordi, la prostituzione non andò disgiunta dall’adorazione deistica e che solamente la cultura giudeo-cristiana impose una separazione netta, precisa, tra l’amore sacro e l’amore profano. Ma è altrettanto vero che, a distanza di tempo (e quale distanza) una visione attendibile dell’Eden e delle sue seduzioni risulta del tutto impossibile. È quindi meglio non approfondire, per non rischiare conclusioni equivoche.
Se proprio non è nato con il peccato originale, il meretricio è comunque di origine antichissima e non guasta il ripeterlo. Tanto antica che si perde nella notte dei tempi.
Erodoto c’informa di una scandalosa usanza che avevano i Babilonesi. Le donne dovevano onorare Melitta, dea dell’amore, accoppiandosi con uno sconosciuto. Ciò, stando ai comandamenti, doveva avvenire almeno una volta nella vita, ma pare che le più zelanti, invase da sacro fervore, non si stancassero di ripetere il sacrificio. Il rituale aveva luogo nel tempio e la scelta da parte dell’uomo avveniva con il lancio di una moneta in grembo all’eletta, la quale doveva giacere con lui e considerarsi fortunata. Si pensi a quali lunghe, estenuanti e vergognosissime soste dovessero assoggettarsi, nel sacro recinto, le femmine brutte, prima di trovare un qualunque amatore che le mettesse in stato di grazia. Rito analogo a Eliopoli, in Siria, dove le vergini dovevano subire la deflorazione prematrimoniale da parte di uno straniero. Le donne degli Amoriti erano tenute a fornicare per sette giorni consecutivi prima di sposarsi. La cerimonia avveniva “presso il cancello” per non lasciar dubbi che il vantaggio della situazione era tratto esclusivamente dai passanti, non certo dal futuro sposo. Gli antichi Armeni consacravano alla dea dell’amore le loro giovanissime figlie e la prostituzione templare era talvolta a lunga scadenza. Le puledre dovevano essere molto gentili, generose e premurose verso i loro amanti, ma, a differenza delle Babilonesi, era a esse riservato il diritto di scelta.
A Cipro fu re Cinira a istituire la prostituzione sacra. Nei riti in onore di Afrodite, l’iniziato all’arte della fornicazione doveva portare alla dea una moneta. Riceveva in cambio, dalle sacerdotesse, una focaccia e un fallo. Si trattava di simboli, naturalmente, ma già si delinea il ricorso alla moneta in contropartita dell’amore.
In Siria, e precisamente a Biblo (la Siria l’abbiamo già ricordata per le deflorazioni di Eliopoli) ogni anno, in un giorno fisso, si commemorava Adone, ucciso dal cinghiale e, in segno di lutto, gli abitanti si rasavano la testa. Le donne che non volevano sottoporsi alla tonsura erano costrette a prostituirsi in onore del dio. Anche in questo caso, che tende a farcela apparire come un atto di espiazione, si tratta di prostituzione sacra. Non indaghiamo, perché sarebbe maligno farlo, sulla possibilità che il rifiuto alla tonsura fosse determinato, per certe donne, proprio dal desiderio di subire la pena.
Ma in realtà è sempre assai labile il diaframma tra il sacro e il profano, tra il sacrificio religioso e il fine lucrativo. Incerte, perfino ambigue, le testimonianze degli storici e specie di quelli cristiani che, logicamente, non potevano interamente sottrarsi a una morale che, diventando punto di osservazione, sfocava la visione degli avvenimenti e delle immagini. Giustino ci dice chiaramente che i Ciprioti mandavano le figlie sulla riva del mare per un determinato numero di giorni, prima del matrimonio, affinché si procurassero, con la prostituzione, la dote necessaria. Un metodo poco pulito, ma assai pratico, con il quale il rito di Afrodite ha in comune quelle spume da cui la dea-sgualdrina era nata e nelle quali è sperabile che le spose promesse, tra un sacrificio e l’altro, facessero almeno qualche semicupio.
L’usanza di ricorrere al meretricio per far fronte alle prime spese matrimoniali fu, in passato, abbastanza comune. Fu praticata anche dopo l’avvento del cristianesimo, né si limitò alle terre bagnate dal Mediterraneo. In Giappone, c’informa Tei-ziro, le fanciulle si prostituivano fin dall’età più tenera e pubblicamente. Ciò avvenne fino al secolo scorso e si trattava anche in questo caso di prostituzione dotale. Tutto il mondo è paese, da sempre e indipendentemente dalle religioni, dai meridiani e dai paralleli.
Ma ritorniamo un pochino indietro e cioè al concetto di prostituzione sacra e, prescindendo dalle deformazioni storiche o moralistiche, tentiamo, con il solo ausilio del buon senso, di capirne le origini. Forse non è poi tanto difficile, se si tien conto che le varie dee dell’amore simboleggiavano, in definitiva, la natura e che ogni offerta dei fedeli tendeva a dare un senso e uno stimolo all’accoppiamento, premessa della proliferazione. Così come la natura stessa dava un senso tacito e una significazione spontanea a tutti i fenomeni della continuità della vita, dalla fertilità vegetale, alla riproduzione animale. E perfino al perpetuarsi del tempo sull’arco inestinguibile delle notti e dei giorni. Che poi a queste finalità, confuse con la sacralità e probabilmente dovute a sole forze istintive, si accoppiassero altre credenze o addirittura dei tabù, non è escluso. Un tabù è certamente legato al sangue della deflorazione, che molti popoli primitivi consideravano velenoso e pericoloso. Come era nato questo pregiudizio? Non si sa, ma risulta, per contro, che c’era chi ne traeva profitto. Presso gli Indiani Veda la deflorazione era privilegio di un re o di un prete. In ultima analisi di un ospite. Se ciò non era possibile, (e forse non lo era solo per le ragazze brutte) l’operazione veniva compiuta con le mani o con particolari strumenti. I Nasamoni e gli Augili, antichi popoli libici, ricorrevano a un sistema anche più spiccio, facendo giacere la sposa, la prima notte di matrimonio, con tutti gli ospiti maschi, a turno. In tal modo il pericolo della deflorazione, se c’era, veniva amichevolmente ripartito. L’unione fa la forza ed elimina i rischi personali. Deflorazioni praticate collegialmente avvengono, del resto, ancora ai tempi nostri in tribù australiane, peruviane, presso alcuni popoli dell’Africa Orientale, nelle Indie Occidentali e altrove. Nel Tibet, ai tempi in cui vi capitò Marco Polo, una moglie, per essere una buona moglie, doveva accoppiarsi con molti uomini. I viaggiatori non potevano esimersi dal prodigarsi virilmente e siamo certi che, trovandosi con ragazze carine, lo avranno fatto senza troppi sforzi o complimenti. Marco Polo, dal canto suo, assicura essere il Tibet un simpaticissimo Paese e noi, a distanza di tempo, gli crediamo sulla parola.
Nell’antica Grecia le prostitute erano addirittura al servizio del dio o della dea, quindi specie di sacerdotesse, ma probabilmente questo tipo di meretricio aveva radici lontane, cioè era originario dell’Asia Occidentale, dove le religioni erano basate sul culto della fertilità. Sembra comunque accertato che il meretricio religioso, sviluppatosi enormemente a Efeso, Sparta e Corinto, generò, o degenerò, ben presto nella prostituzione comune. Se è lecito fare un passo indietro, converrà anche aggiungere che la storia non manca di riferimenti a prostitute-maschi in servizio templare. Un meretricio di ripiego per gli dei-sodomiti? O, nel loro nome e con il loro avallo, per utilizzazioni meno liturgiche? Sorvoliamo.
Qual è, infine, il movente della prostituzione, quando questa si stacca definitivamente dal tempio e, quindi, dall’equivoco? Indubbiamente un interesse pecuniario, il quale può andare benissimo d’accordo con gli aspetti sessuali. In molti casi, e non solo in questo tempo, è proprio la vocazione che indirizza l’ambizione. Le condizioni che favoriscono il fenomeno del meretricio nel suo affermarsi e nel successivo suo dilagare sono tante da formare un vero vivaio. Non ultima, specie nella Grecia classica, la malintesa funzione del matrimonio declassato a livello di una fredda e amicale collaborazione tra coniugi per far figli e rafforzare una condizione sociale. Collaborazione senza amore e, di conseguenza, senza quella carica di desiderio erotico che il marito, dal canto suo, pensa bene di deporre fuori casa, in uno dei tanti bordelli. È a questo punto che la citazione di uno dei più illustri legislatori ateniesi, Solone, diviene d’obbligo. Non è lui che li ha inventati i bordelli, ma è lui che li ha organizzati e disciplinati, anticipando in certo qual senso e di ben ventitré secoli, o giù di li, quanto farà poi Crispi in Italia. La legge-solone (antitesi della legge-merlin) dà alle case una fisionomia giuridica, se così si può dire. Le eleva a enti morali e quest’ultima parola non cade qui a sproposito, per solo gusto o paradosso, perché in effetti la provvidenziale istituzione veniva indirettamente a funzionare come valvola di sfogo alla dilagante omosessualità e a un libertinaggio molto più scandaloso. Inoltre, e qui ritroviamo il concetto democratico di ogni provvedimento solonico, dava anche ai meno abbienti la possibilità, con modica spesa, di giacere con una puledra di Venere. L’amore comincia a diventare un genere di consumo. A partecipazione statale, visto che i bordelli (detti dicteria) erano amministrati dallo Stato, come ora, da noi, il monopolio dei tabacchi. E, contemporaneamente, ha origine quell’ipocrisia che sarà destinata a durare nei millenni: considerare la prostituta, alla quale viene chiesta una fetta, piccola o grande che sia, di paradiso, (terrestre) la creatura socialmente disprezzabile, inferiore. E continuamente sotto accusa. Il caso di Frine lo dimostra anche se Iperide, avvocato di grande eloquenza e di indubbia sensibilità erotica, riuscì a capovolgere la situazione in cui la sua cliente era venuta a trovarsi.
Atene è la città dove le prostitute nidificano in maggior numero. I lupanari del Pireo sono famosi. Tutto il Pireo è un lupanare. Le dicteriadi si presentano nude agli utenti perché la nudità, da che mondo è mondo, è sincera e non crea illusioni o, quel che è peggio, disillusioni. Molte case di piacere disponevano di annesse scuole di avviamento. Alle novizie ivi veniva insegnato il mestiere. L’arte l’avrebbero appresa dopo, per loro conto, se ne avevano la stoffa. Sparta, a giudicare dal minor numero dei bordelli, potrebbe sembrare meno licenziosa di Atene. Ma è solo un aspetto. Licurgo è riuscito a demolire i tabù della gelosia, del possesso esclusivo del coniuge. Quindi anche i tabù delle corna. I figli debbono essere forti, perché appartengono allo Stato. Il fine giustifica i mezzi. Se un marito è in malo arnese, si faccia da parte e lasci via libera a un altro maschio, più efficiente. È ovvio che in una società così organizzata, la prostituzione pubblica, cioè extra familiare, non trovava certo condizioni ambientali favorevoli per prosperare.
Oltre alle meretrici accasermate nei bordelli, erano disponibili nella Grecia di allora, come in tutte o quasi le Nazioni moderne, le sgualdrine stradali, dette anche lupae.
E a Roma? I primi secoli della Roma repubblicana hanno una impronta contadina. Culto della famiglia, quindi. È vero che questo culto veniva richiesto più alla moglie che al marito, per il quale una certa tolleranza era in voga anche allora. Ma in sostanza le origini rurali sopravvivevano in una sanità morale che, se non era assoluta, era almeno relativa. I rapporti sessuali erano esaltati. Potrà essere sufficiente ricordare i riti osceni della deductio, processione che seguiva il matrimonio. Gli sposi, con gli amici, si avviavano verso casa tra lazzi, scherzi pesanti, canzoni licenziose e danze allusive. Nella camera nuziale la liturgia erotica raggiungeva il suo acme, con le preghiere rivolte a Giunone e a Cintia, con lo scioglimento, da parte dello sposo, della cintura della sposa, la quale, ormai nuda, va a sedersi sul fallo di pietra della statua di Mutuno Tutuno, presente in camera perché dio della fecondità. La generosa intenzione è quella di evitare al marito la prima fatica coniugale.
Con l’impero cominciò, come si sa, il rilassamento dei costumi. Le conquiste di Roma, la sua espansione nel mondo, un certo boom economico, non potevano avere che conseguenze tali da modificare sostanzialmente le concezioni morali. Emancipazione della donna, la quale se ne vale subito e spesso esageratamente, come avviene per ogni libertà raggiunta di colpo. Il fiorire della prostituzione andò di pari passo con la dissolutezza, in prevalenza di marca patrizia. Siamo alla lascivia. Le pitture oscene, le statue in positure eccitanti non decorano soltanto le case di piacere, ma trovano collocazione nelle ville e perfino nei templi e nelle strade. La copula è esaltata anche dalla letteratura. Il fallo diviene il simbolo nazionale. I bagni pubblici e privati sono un complemento del postribolo. Per gli uomini è ammessa, nei recinti termali, la nudità adamitica, per le donne è prescritto un esiguo bikini che ha la funzione di eccitare, non certo quella di nascondere. Il personale di servizio è scelto tra prostitute e omosessuali. Quando, negli avvisi economici dei nostri quotidiani d’oggi, leggiamo: – ...esperta massaggiatrice, giovane, bella presenza offresi... – con quel che segue, ci sorge il dubbio che il mondo altro non sia che una continua, noiosa ripetizione delle stesse cose, le quali ci sembrano, però, sempre nuove.
Il rapporto erotico, spesso innaturale, trascendeva ormai dai suoi valori comuni e pur sempre umani, per ricorrere, attraverso un rituale ora orgiastico e ora misterioso, a significazioni o addirittura a giustificazioni divine, che mettevano in funzione, oltre agli stimoli della carne, anche quelli, più sottili e più esasperanti, dello spirito. I baccanali descritti da Tito Livio, l’adorazione di Cibele celebrata da eunuchi, almeno inizialmente, il culto di Iside, le cui sacerdotesse, secondo Giovenale, erano delle comuni mezzane, tradivano l’ispirazione religiosa per un fanatismo della sessualità.
L’imperatore Augusto, come in Grecia Solone, cercò di mettere un po’ d’ordine nell’artigianato della prostituzione e le dedicò leggi regolamentatrici. Il fatto che venisse disciplinata, dimostra chiaramente che la prostituzione pubblica già esisteva. Infatti le puttane di allora disponevano perfino di una patrona, Flora, che a sua volta era stata sgualdrina della più bella specie. Risale a Roma il primo schedario ufficiale delle prostitute. Alle quali era concessa l’adozione di uno pseudonimo. La storia non ci dice quali furono i nomi d’arte che anticiparono quelli moderni di Wanda, Ivonne, Lola, Marilù eccetera. Sulla scheda era indicata anche la tariffa. Le schedate, nella loro maggioranza, erano costituite da ex schiave. Così come nel casino moderno di bassa tacca, lo erano le ex domestiche. Alle donne del patriziato era inibita l’attività retribuita. Ciò non le privava del diritto all’attività stessa, del quale si valevano largamente, anche se clandestinamente.
I lupanari erano soggetti al controllo dell’oedile una sorta di ispettore al soldo dello Stato. Le pensionanti, per legge, dovevano indossare una divisa e tingersi i capelli in blu o in giallo. Da un censimento ordinato da Traiano, risultò che nella sola Roma le prostitute schedate superavano le trentamila unità. Le non registrate venivano chiamate postribulae e la categoria si divideva in alcune sottospecie: le delcatae e le famosae rappresentavano la élite e sfioravano la rispettabilità. Le doris facevano una grande economia, a giudicare dagli indumenti, che evitavano anche quando non erano in servizio. Le lupae richiamavano i clienti facendo il verso del lupo, in piena notte. Avevano dimora nei pubblici giardini. Nei cimiteri risiedevano, invece, le bustuariae e tra i sepolcri svolgevano la loro attività. Amore e orrore si esaltavano a vicenda. Di giorno le bustuariae, per arrotondare il bilancio, seguivano i funerali. Naturalmente a pagamento. E l’elenco può continuare. Dalle ambulatrices notilucae, alle blitidae, alle gallinae. Le fororiae si potevano incontrare lungo le strade periferiche e avere per pochi sesterzi. Ma la categoria infima era costituita dalle quadrantariae, povere peccatrici per peccatori poveri.
Come si vede, mancavano allora, rispetto alla gerarchia puttaniera di adesso, le motorizzate o volanti, cioè adescatrici in fuoriserie. La ragione è fin troppo evidente, non prestandosi la biga a un traffico del genere.
A Roma, il quartiere malfamato, la Suburra, era posto tra il Celio e l’Esquilino, ma i lupanari erano un po’ ovunque. All’esterno erano contrassegnati da segni simbolici, spesso il fallo. Non mancavano le case da appuntamenti. Ma andava molto di moda, specie per i giovani meno abbienti, l’amore all’aria aperta. La statua di Marsia, circondata da un vasto giardino, era riferimento sicuro per chi volesse reperire non una, ma sciami di prostitute. Secondo quella malalingua di Seneca, vi si recava, a sfogare le sue voglie di ninfomane, Giulia, moglie di Tiberio. Anche i templi, con la loro ombra generosa, coprivano illecite e frettolose fornicazioni. Da tutto ciò appare abbastanza chiaro che i costumi dei Romani non erano, in fatto di moralità, del tutto ineccepibili. L’esempio veniva dall’alto. Abbiamo già detto di Marsia, ma non possiamo tacere di Valeria Messalina, figlia di Valerio Messale Barbuto e sposa di Claudio... cornuto. Ella conobbe gli eccessi più scandalosi, più osceni. I suoi amanti furono legioni, sia nel palazzo imperiale che fuori. Si prostituiva nei bordelli più infimi e perfino nelle pubbliche strade. Eliogabalo passò alla storia (non certo quella dei libri di testo) per le sue intemperanze di maniaco sessuale, alle quali amava dare il fasto dello spettacolo, e per essere stato assassinato dalla Guardia pretoriana in una pubblica latrina. Commodo, comodamente bisessuale, riunì a palazzo trecento sgualdrine e trecento invertiti. Una corte di eccezione, con la quale l’imperatore era in orge continue. Della compagnia faceva parte un favorito, di cui la storia non ci tramanda il nome, ma ci dice che era virilmente così dotato da potersi considerare un vero fenomeno da baraccone. Favorito dalla natura, quindi, prima ancora che dall’imperatore.
La immoralità e la lascivia imperiale collezionano altri nomi illustri: Caligola, Ottone, Tito, Domiziano... ma quanti altri personaggi si sottraggono al tardivo appello, non tanto per non aver commesso il fatto, quanto per mancanza di prove? Forse i loro peccati, per furbizia o per scarso istrionismo, non certo per pudicizia, furono meno spettacolari.
Stupirci perché il cristianesimo, all’inizio, non abbia avuto che scarsa influenza sui costumi, equivale a commettere un errore di prospettiva. Cioè vedere con gli occhi di oggi una situazione la cui realtà remota è certamente inafferrabile per la nostra sensibilità moderna. Intanto non va dimenticato che nel primo cristianesimo ritroviamo, ed è naturale, tutte quelle sedimentazioni pagane che la nuova dottrina e la nuova morale non potevano eliminare di colpo. Anche perché gli uomini erano sempre quelli e le conversioni, non per scarso zelo, ma per pigrizia mentale, non consentivano quasi mai un recupero totale e immediato. È evidente che, in tale clima, anche la prostituzione, seppure condannata, trovasse ancora delle possibilità di vita. Possibilità che spesso furono incrementate proprio dai rigori, eccessivi e sproporzionati, adottati per il risanamento della piaga. Non mancarono neppure gli equivoci, come non mancano oggi per chi voglia, come detto sopra, misurare una situazione già allora contraddittoria, con strumenti di nuovo conio. Già il fatto che tra le sante del calendario cristiano figurino ex prostitute, come Santa Pelagia e Santa Venera, e che una di esse, Santa Afra, abbia gestito in Amburgo un lupanare e alla conversione sia giunta per lo zelo degli ecclesiasti che il lupanare frequentavano assiduamente, potrebbe lasciare molti dubbi sulla intransigenza morale dei pastori. E, di conseguenza, generarne altri più preoccupanti sulla condotta del gregge. Dubbi che troverebbero una valida conferma, almeno in apparenza, sapendo che, quando re Enrico II d’Inghilterra promulgò leggi severe sulla gestione dei bordelli (e non siamo agli albori del cristianesimo, si noti, ma nel 1161), la diocesi di Winchester, per collaborare meglio e meglio controllare l’applicazione delle norme, assume in proprio l’esercizio di ben diciotto casini nella sola città di Southwark.

Il Malamore
di Remo A. Borzini

guggenheim ha detto...

Chiara@:forse dovresti istruirti di piu'

In effetti su questo hai perfettamente ragione.

Prosit
Gugge

Chiara di Notte (Klára) ha detto...

Altro che la zuppa di ceci della Teresina, in un piatto che quasi esonda e da sorbettare col vile cucchiaio e poi ... 8 euro ... ma dai!


e allora perche' cerchi in tutti modi di "prenotare" da Pinchiorri alla modica cifra di 16.000 se ti piace la zuppa da 8 euro?

Mah! :-)))

guggenheim ha detto...

8 euro di zuppa e 15.992 per il coperto?

;-))

Prosit
Gu

duval ha detto...

@Chiara:
e allora perche' cerchi in tutti modi di "prenotare" da Pinchiorri alla modica cifra di 16.000 se ti piace la zuppa da 8 euro?

Mah! :-)))


Eh, no! Non mi freghi! Se non avessi provato mai avrei stabilito che, secondo me (ripeto: secondo me), le due zuppe sono molto simili; diverso è il contorno ma questo è un altro discorso.

Allo stesso modo, ammesso che fosse possibile, non saprei mai di quanto ed in che modo il piatto "Chiara in agrodolce" possa essere superiore a tutti quelli da me provati.

Quanto vale il tentativo di "prenotazione"? Ognuno fa le proprie valutazioni.

SimplyAlexa ha detto...

Chiara,
Quanto mi piace leggere il tuo blog! Sono sempre nelle vostre mani, imparando cose di storia, di vita, d'Italia...

Tante grazie!!!!!
Alexa

Chiara di Notte (Klára) ha detto...

Allo stesso modo, ammesso che fosse possibile, non saprei mai di quanto ed in che modo il piatto "Chiara in agrodolce" possa essere superiore a tutti quelli da me provati.

Ecco, vedi che sei un compulsivo?

Hai gia' ammesso di aver provato e di aver stabilito che il piatto da 8 euro e' nettamente superiore (in qualita') a quello da 1000 euro, pero' nonostante questa certezza sei pronto (ancora) a spendere 16.000 per un'ennesima zuppa di ceci.

Sei per caso un masochista incoerente?

Ed una volta che tu avessi stabilito che la zuppa da 16.000 non e' poi cosi' diversa da quella da 8 euro (oppure che lo e') che faresti?

Sai, non vorrei ritrovarmi con un ristorante a Tokaj (pagato ovviamente da te) in cui giungono in pellegrinaggio tutti i puttanieri del web :-))

Chiara di Notte (Klára) ha detto...

@ Alexa: Grazie per i complimenti. Tu non sai quanto sono graditi :-)

duval ha detto...

@Chiara:
Sai, non vorrei ritrovarmi con un ristorante a Tokaj (pagato ovviamente da te) in cui giungono in pellegrinaggio tutti i puttanieri del web :-))

No, dai, ristoranti basta!
Se vengono tutti i puttanieri meglio un Babylon; tu controlli che le ragazze non la diano gratis ai belli, io chiacchiero con la luna e le stelle.

ugosugo55 ha detto...

alexa:
Chiara,
Quanto mi piace leggere il tuo blog! Sono sempre nelle vostre mani, imparando cose di storia, di vita, d'Italia...

piacere,ugosugo!!!!!!!!!!:-)))))
p.s ti piace napoli?
siamo solo due i maschi a napoli,io e il maschio angioino(battuta vecchia ,ma sempre d'effetto con le straniere)
:-))))))))))))

SimplyAlexa ha detto...

Ah, caro ugosugo - se faccio un "salto" per vedere il mio legale vicino alla stazione a Napoli a Novembre...ti faro sapere. ;-)

Spieghi angioino...parola nuova per me. (Ho un idea del significato...)

davide ha detto...

Cara Chiara,

poichè gli angioini hanno governato per alcuni secoli il regno di Napoli e il Regno d'Ungheria (facendo dell'Ungheria una grande potenza), forse tu e Ugosugo siete parenti (a quel tempo i re avevanto tanti figli illegittimi e quindi potrebbe anche essere possibile). Poichè il mio amico poliglotta ha lavorato due anni all'archivio di Budapest gli chiederò di fare un'indagine sui vostri alberi genealogici.

Tanti saluti dal tuo Davide

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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