domenica 29 aprile 2007

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La vita e la morte


C'è solo una cosa chiara nella vita:la morte.

Presa com'ero dal leggere tutta quanta la divagazione sul tema "traditori e fedifraghi", mi ero persa questa perla di saggezza, questo aforisma degno di un Milan Kundera.

La potrei (dato che siamo in argomento "collezionismo") mettere insieme a tutti gli aforismi che ho raccolto quando mi ingozzavo di Baci Perugina.
Ricordo i tempi in cui, quando ero nuova a certi dolciumi tipicamente italici, rischiai addirittura di perdere il contratto di modella a causa dell'aumento di peso (1 kg.) che ebbi per questa mia passione "cioccolatosa".
Fortunatamente fui capace di mettermi a dieta e in breve scesi al peso adeguato.

I miei dolci favoriti, che a quei tempi al mio Paese non esistevano, erano la Nutella (della quale feci indigestione e per anni non ho piu' mangiato) ed i Baci Perugina.

Oggi certi dolciumi non rappresentano piu' una novita' e non ne vado piu' matta, ma ricordo la storia degli aforismi e, se devo essere sincera, a pensarci mi viene da ridere.
Cavolo, credo di aver perfezionato il mio italico idioma su quei bugiardini. Scartavo i cioccolatini uno dietro l'altro e leggevo i foglietti con un forte accento gutturale.

Nel leggere pero' il pensiero sulla vita e sulla morte del nostro caro amico, degno da essere declamato dal "replicante" di Blade Runner tanto e' intenso e (soprattutto) non banale, mi verrebbe quasi da inchinarmi a cotanta sagacia, ma essendo notoriamente una rompipalle preferisco contestarlo.

Non e' vero che c'è solo una cosa chiara nella vita e che questa e' la morte.

Ad essere precisi va individuato prima il significato del termine "chiara".
Se per "chiara" si intende il contrario di "scura" in senso cromatico, beh, va da se' che la morte non ha un colore e che quindi non puo' essere ne' chiara ne' scura. Quindi mi viene da pensare che il termine "chiara" si riferisca invece al contrario di "insicura".

Come dire: "l'unica cosa SICURA nella vita e' la morte".

A parte che, biologicamente, si inizia a morire nell'istante esatto in cui si nasce, ma questo riguarda l'aspetto entropico della nostra natura. Per cui piu che chiara questa affermazione mi pare un'ovvieta' che rasenta il banale... pero'... pero'...

Se per un essere umano vivere significa ESISTERE, esistere significa cosa?

Mica sempre la "morte" intesa come fine del ciclo biologico vitale significa forzatamente "fine dell'esistenza".

Io credo che l'essere umano abbia gia' da tempo sconfitto la morte ma non se ne renda conto, quindi questa paventata "morte" di cui parla il nostro "filosofo de noantri" mica e' tanto chiara.

A volte mi domando se in termini di esistenza viva piu' un barbone, vecchio e solo di cui nessuno si prende cura, di cui nessuno ricorda il nome e che quando il suo ciclo biologico avra' termine non lascera' niente al di fuori di un mucchietto di ossa, oppure se viva di piu' Ulisse nonostante nessuno sappia se e' esistito...

Chi e' piu' vivo intorno a noi? Un grigio impiegato che conduce la sua vita "normale" senza alcun barlume di genialita' semplicemente spendendo il suo stipendio drogandosi di cocaina, alcol o donzelle (e che se sparisse nessuno si accorgerebbe) oppure Gesu' Cristo o Maometto o Marx, che anche se sono scomparsi biologicamente da secoli hanno lasciato il mondo impregnato della loro filosofia sulla quale ancora gli uomini vivono e si uccidono?

Chi e' piu' vivo e soprattutto chi sara' piu' vivo fra 500 anni? Emilio Fede o Michelangelo?

Io credo che ci siano persone morte anche se loro pensano di essere vive. Un mondo popolato da "zombie" che si dichiarano vivi ma in realta' non sono mai nati.

Mentre i miti, i filosofi e gli artisti non moriranno mai.

6 commenti :

Kamavirya ha detto...

In questo unico articolo intravedo almeno 2 "filoni" che meriterebbero di essere trattati singolarmente, tanto sono densi di significato e apparentemente in stridente contrasto tra di loro.

Ritengo siano davvero profondi e non penso di avere lo spessore per argomentare in modo adeguato (e men che meno la voglia di "salire in cattedra"), ma ci provo lo stesso a dare una mia PERSONALE interpretazione (sperando di non essere troppo tediante).

1) La dualità dell'esistenza, ossia la vita e la morte. Questo fattore (la dualità) è assolutamente ridondante in tutto quello che vi è di umanamente conosciuto, all stato attuale, nell'universo. Vi è sempre un contraltare, un opposto, una relazione di causa-effetto in tutto quello che facciamo o conosciamo. Ragione di più nascere (vivere) e morire. Più che "chiara" o "sicura", dal mio punto di vista vedo la morte come ineluttabile. Semplicemente c'è, "esiste", ed è per sua natura il contraltare della vita. Come esistono il giorno e la notte, il positivo e il negativo, l'alfa e l'omega...un elenco pressoché infinito.
Per quella che è stata la mia educazione e la successiva presa di coscienza, ritengo che dietro l'ineluttabilità della morte non via sia la fine ma piuttosto un passaggio di stato.
Probabilmente nulla che vedere con Paradiso/Purgatorio/Inferno o qualcosa di particolarmente legato ad una concezione religiosa dell'aldilà, quanto piuttosto alla personale utopistica convinzione che sarebbe un'enorme FREGATURA se tutto finisse con una banale cessazione delle funzioni e attività fisiologiche dell'involucro-corpo.

2) L'immortalità, ovvero VIVERE OLTRE (o SOPRAVVIVERE) non tanto da un punto di vista prettamente FISICO quanto FILOSOFICO. Ricordiamo ancora oggi le imprese ed i segni lasciati dai "grandi" del passato; anche di qualche "meno-grande" ma che a suo modo ha segnato quanto meno un'epoca o qualche generazione.
Ma del resto sono proprio i grandi segni lasciati che conferiscono il carattere di immortalità ad un individuo e questo avviene tanto nel "bene" quanto nel "male".

KAM

davide ha detto...

Cara Chiara,

sono rimasto impressionato nel leggere l'articolo "La vita e la morte". Intanto devo confessarti che io ho sempre avuto paura della morte. Come sai non sono certo il tuo lettore più sveglio e non ho capito bene cosa intendi quando dici (forse come metafora) "Io credo che l'essere umano abbia già da tempo sconfitto la morte ma non se ne renda conto". Certo che leggendo il tuo articolo sembra quasi che tu non abbia paura della morte: io cerco sempre di imitarti in tutto, ma io, però, la paura della morte la avrò finchè non morirò.

Non so se tu credi in Dio - in certi articoli hai criticato alcuni atteggiamenti delle religioni, ma questo è poco rilevante ai fini dell'esistenza di Dio - ma a me fa paura pensare anche a quello che c'è dopo la morte. Per quanto riguarda i grandi forse hanno lasciato dei segni, ma sono morti tutti come i più piccoli.

Inoltre non ho capito l'amico Kamavirya quando dice "che dietro l'ineluttabilità della morte non vi sia la fine ma pittosto un passaggio di stato". Certamente neppure lui sa cosa c'è dopo la morte, ma se ritiene che non ci sia quello che dicono le religioni, cosa c'è allora.

Per concludere voglio rispondere alla tua domanda "chi sarà più vivo tra 500 anni?".

A mio modesto avviso, lo sai che sono un pessimista, molto prima di 500 anni, visto come procede l'umanità, di vivi (intesi come esseri umani) ce ne saranno ben pochi e non riesco a pensare in che condizioni saranno.

Tanti saluti dal tuo Davide

Chiara di Notte (Klára) ha detto...

Certo che leggendo il tuo articolo sembra quasi che tu non abbia paura della morte

Rispondero' solo alla parte del tuo commento che mi riguarda.

Vuoi sapere se ho paura della morte?

No, non ne ho paura perche ci sono cose peggiori della morte... se mai mi fanno piu' paura quelle.

Non sto cercando di fare la "donna denim" e' solo che non riesco ad averne piu' paura ed a questa domanda non potrei rispondere altrimenti.

Noi, nell'est, siamo molto piu' fatalisti: se una cosa deve accadere accade, e se sono qua a raccontarlo vuol dire che non doveva accadere.

Perche' contro la morte, in senso di fine del ciclo biologico e non di fine dell'esistenza che puo' proseguire nel ricordo, non c'e' un riparo sicuro, non esiste un antidoto perche' e' casuale.

Una persona puo' vivere spericolatamente rischiando continuamente e sopravvivendo fino a 80 anni, mentre un'altra puo' cautelarsi in ogni possibile modo e capitare per caso in una situazione in cui muore.

E' il fato che decide e come vedi questa lotteria non risparmia nessuno.

Se mi cautelo non lo faccio perche' ho paura della morte ma mi spaventa la malattia, la sofferenza e l'infermita' fisica. Per questo motivo sono prudente se (per esempio) guido l'auto e non azzardo mai oltre certi limiti.

Se mai mi fa tanta tristezza la morte degli altri... coloro ai quali voglio bene, anche se anche per loro mi terrorizza molto piu' la sofferenza.

Ma la morte no, non mi spaventa, perche' e' gia' insito nel fatto di non averne paura che sta la sua sconfitta...

Se volevi sincerita' l'hai ottenuta.

davide ha detto...

Cara Chiara,

grazie per la bella risposta.

Pure io ho paura di tutte le cose che hai detto (malattia, sofferenza ecc.), ma in più ho paura anche della morte.

Probabilmente io differisco da te (anche se provo goffamente ad imitarti), perchè sono pauroso di natura: probabilmente il coraggio è, almeno in parte, un dono di natura.

Tanti saluti dal tuo Davide

Baudelaire999 ha detto...

..e se la morte fosse solo una nostra invenzione??? o meglio.. il nostro più grande limite..perchè non riusciamo proprio a capirla..

in fondo..come scrisse già qualcuno.. ciò che per il bruco è la morte..è la vita per la farfalla..

io ad esempio penso che la morte sia una trasformazione..da una forma di energia ad un'altra.

minuscolo ha detto...

Ho trovato questo post per caso, cercando "paura della morte" con google..

Io ho paura della morte, in questo periodo ne sono piuttosto ossessionato.

Se con la morte arriva la fine di tutto e dunque della coscienza di sè .. di esistere e anche di essere esistiti.. è davvero qualcosa di sconcertante. Non credo nessuno di noi possa davvero "capire" il significato; come può la nostra mente (che costantemente ESISTE) concepire uno stato di non esistenza.. un nulla assoluto ed eterno che impossibile è persino definire a parole, poichè tutto quello che noi facciamo/diciamo/pensiamo è possibile in quanto noi ESISTIAMO.. ?
Cioè, il nulla assoluto, niente pensiero, nessuna coscienza o consapevolezza: è un concetto(ma non è un concetto, questa è l'irrisolvibile contraddizione!) assurdo, inafferrabile..
Non è una cosa che si può descrivere : nero, vuoto, freddo, nulla, assenza, non esistenza.. queste parole non possono rendere l'idea di una "realtà" (o meglio "non-realtà") molto peggiore che non si può penetrare col pensiero.

Personalmente provo un angoscioso sgomento quando il mio cervello rimane intrappolato nella ragnatela senza soluzione di continuità che queste riflessioni producono.. una paura irrazionale (dato che la ragione non può accettare o spiegare un non-concetto come la "non esistenza") che mi fa sentire molto male, in preda ad un autentico panico, mi sento "in gabbia".. prigioniero di un meccanismo "tragico" (dal mio punto di vista umano, non certo nell'ottica "cosmica") ed ineluttabile.

Non so se a qualcuno è capitato o capita di sentirsi così, boh..

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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