martedì 13 marzo 2007

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Vacanze sulla neve (Parte IV)


Il seguente manoscritto mi e' giunto sottoforma di "commento"...
Non so chi sia la persona che lo ha scritto (si firma Blackbird), ma si collega come un perfetto incastro nella serie "inventata" che stavamo scrivendo per cui credo che l'autore me lo abbia inviato perche' lo pubblicassi.
C'e' una particolarita' che mi inquieta non poco e cioe' che chi lo ha scritto SA ESATTAMENTE la marca della mia tuta da sci ed inoltre conosce il tipo di te' che normalmente preferisco...
Devo dire che mi sento "osservata" e questo non mi piace... spero che sia solo uno scherzo da parte di qualche mio amico buontempone.

"Sono un uomo del sud. Nonostante la statura e l’apparenza fisica, che potrebbe lasciare intendere origini nordiche, sono un mediterraneo. Non amo la montagna, non amo la neve. Sono stato addestrato a sopportare tutti i climi e condizioni ambientali avverse. Ma proprio la montagna non l’amo. E non amo sciare. Lo faccio se necessario. Ma non mi piace. Faccio cose ben più pericolose che sciare. Ma davvero, se dipende da me, piuttosto preferisco un lancio col paracadute o altro, ma sciare proprio…

Il Falcon della CAI è appena atterrato all’aeroporto di Linate. Dopo aver stretto la mano al comandante scendo dall’aereo e una berlina dell’aeronautica militare, scortata da una vettura di servizio della compagnia che gestisce i servizi aeroportuali arriva sottobordo. Prendo la mia piccola borsa e il mio collaboratore mi segue.

Strette di mano al personale che ci riceve e veniamo accompagnati fuori dall’area aeroportuale, attraverso varchi di servizio che ci permettono di aggirare i percorsi normalmente riservati ai passeggeri in transito.

Nell’area militare dell’aeroporto ci aspetta una grossa berlina di un anonimo grigio metallizzato. Saliamo a bordo e prendiamo l’autostrada in direzione Svizzera.

Arrivati alla frontiera due solerti funzionari del Ministero Federale dell’Interno della Confederazione Elvetica ci attendono. Li individuiamo subito, nei loro impermeabili grigi.

Ci presentiamo stringendo mani. Non diciamo una parola, in ossequio ad una liturgia del tutto consolidata nel tempo, esibisco le mie credenziali ai due funzionari governativi. Ci portano in un piccolo ufficio. Si accertano che non portiamo armi con noi (insomma, ci perquisiscono. Con garbo, ma ci perquisiscono). Altre mani che si stringono, e sorrisi silenziosi, ripartiamo. Da questo momento siamo autorizzati e operativi secondo modi e protocolli formali e, per quanto più conta in questo ambiente, secondo le regole non scritte di questo mondo misterioso e segreto.

Ci aspetta ancora una discreta trasferta verso Sankt Moritz. L’albergo scelto non è di quelli di lusso. È un po’ fuori mano. Ma è quello che ci occorre; non dare nell’occhio, come sempre. A dispetto di un clima apparentemente mite, la neve abbonda.

Che cazzo ci troveranno in tutto questo? Perché la gente scia?

Dentro l’armadio, nella mia stanza nascosta tra le coperte aggiuntive, c’è una valigetta metallica. Dentro ci trovo una Walther P99 e un binocolo a raggi infrarossi, un coltello (svizzero) e altri utili gadget. Immancabile un fucile calibro 22 LR smontato e infilato nel suo stesso manico. Odio questo tipo di arnesi.

Sono stanco. Ho bisogno di riposare. Ormai è sera e domani mi toccherà sguazzare nella neve per questo rendez vous. Avrà un senso? Non lo so, ma ormai da anni ho smesso di chiedermelo. Poche delle cose che faccio in questo mestiere hanno un senso apparente e lampante. Il problema quindi si elimina così: si evitano le domande. Niente domande, niente bugie.

Bene. E ora dormiamoci su: domani si va in scena.

Io e il mio collaboratore siamo appollaiati sulle piste. Il nostro target, il “soggetto” come lo definiamo in gergo, è una soggetta, in realtà. Non è stato facile reperire sue fotografie.

Difficile anche per noi ricostruire l’identità di questo “soggetto”, il suo volto. Ha bruciato i ponti dietro di sé, ha dato fuoco a granai e provviste. Del suo torbido passato non è stato facile ricostruire la trama, attraverso pochi, labili bandoli.

Sono mesi che ne teniamo sotto osservazione l’operato virtuale. Il suo e quello di chi la circonda.

Adesso finalmente sappiamo. È abile custode della sua preziosa merce. Ma noi ora sappiamo. Sappiamo cosa, sappiamo dove, sappiamo perché.

La nottata passa veloce. Che noia l’idea di arrancare nella neve.

La mattina, sveglia presto. Doccia veloce. Aromi della mattina. Il dopobarba al gel. Il lubrificante della pistola fresca di manutenzione. L’ossido sui bossoli. Rapidi sguardi tra noi al bar. Odor di caffè. Che schifo il caffè in Svizzera. Meglio quello tedesco. Poi l’aria fresca che ti riempie i polmoni.

Adesso, lasciato il fuoristrada che abbiamo noleggiato a distanza di sicurezza, teniamo d’occhio il piazzale antistante questo lussuosissimo albergo.

Finalmente il soggetto esce, in assetto da guerra. Una tuta da sci grigio chiaro, quasi bianco della Colmar, senza alcuna particolarità. Di sicuro non mimetica, o maculata o quant’altro, contrariamente a quanto qualcuno ha scritto.

Si accompagnano al soggetto altra donna di razza caucasica bianca, capigliatura bionda, capelli lunghi fluenti circondati da una fascia, statura 1,75 circa, peso occhio e croce intorno ai 50 – 55 Kg. Figura longilinea ed attraente. È una vecchia conoscenza.

Poi un uomo. Statura 1.80, peso 85 kg circa, capelli neri, occhiali con montatura in celluloide scura, atteggiamento impacciato.

Seguiamo il gruppo fino alle piste. Odio annaspare nella neve.

Ci teniamo a distanza. Le unità di osservazione sono due. Una a monte, una a valle. Odio sciare, ma se sarà necessario lo farò. Finchè è possibile, però cerco di restare appollaiato nel mio punto di osservazione e scruto i movimenti del gruppo.

A un certo punto il trambusto. Ad alcune decine di metri dal soggetto che ha appena iniziato una discesa con il suo snowboard ci sono due personaggi che si sono appena scontrati, capitombolando imbranati nella neve.

Uno dei due annaspa per recuperare i suoi occhiali nella neve.

È seccante. Ufficialmente dovrei non essere armato ma la circostanza mi costringe a tirare fuori questo fuciletto montabile da due soldi per tenere sotto controllo la scena.

Dei due ne riconosco in particolare uno: è nei nostri files. Un odontoiatra che esercita in Campania, età intorno ai 45, statura circa 1.78 circa, capelli grigi.

Intanto il soggetto si è allontanato, e io passo il controllo all’altro punto di osservazione.
Direi che è impossibile tentare il contatto. I margini di rischio sono eccessivi.

La pazienza è parte del nostro mestiere. Quindi aspettiamo. Ci facciamo tutto il pomeriggio a seguire questo terzetto che va su e giù per le piste.

Odio questo tipo di missioni.

Intanto abbiamo appurato che per questa sera il soggetto ha prenotato da Jöhri's Talvo, usando il suo solito pseudonimo (signora Schiller).

Beh… io di solito uso lo pseudonimo “Gustavo Dandolo”, ma diciamo che questa è una goliardata.

Ad ogni modo, tornati in albergo e scongelate la membra in una lunga e ritemprante doccia, capisco che devo trovare un modo per segnalare al soggetto che NOI ci siamo e che se ha intenzione di entrare in contatto con noi e di ottenere la nostra protezione, come ci sembra che sia, deve trovare un modo per darci l’opportunità di avvicinarla in modo pulito.

Mi viene un’idea.

Alle 19.00 sono al Jöhri's Talvo. I due imbranati di stamattina sono già lì. Uno dei due si ingozza di molluschi e champagne. Devo stare attento. Scelgo un tavolo defilato.

Il soggetto arriva. È sempre in compagnia della sua amica, la bionda.

Sembra che faccia di tutto per farsi notare: il modo platealmente sensuale in cui lascia che la cascata di capelli scuri cada dal colbacco, il modo in cui, più che togliersi, si libera della giacca.

Sento la titolare del ristorante salutarla:

“Buona sera signora Schiller, come sta? Il suo tavolo e’ pronto… se vuole accomodarsi”

Lei sembra voglia fare di tutto per mettersi davanti a quella coppia di idioti imbranati. Maledizione! Anche stavolta non potrò avvicinarla.

Cerco di incrociare il suo sguardo felino, grigio come l’acciao. Grigio, capito? Non verde.

Poi capisco che non mi resta altro da fare.

Contraggo i muscoli del collo fino a fare schioccare le vertebre alla base della cervicale.

Metto la mano in tasca e ne tiro fuori un filtro di tè “Assam superb” acquistato da Fortnum & Mason, dopodiché chiamo il cameriere. Gli chiedo la cortesia di consegnare la bustina alla Signora Schiller.

Vedo il cameriere avvicinarsi e chinarsi verso Chiara, il “soggetto”. Anche da qui riesco a cogliere il trasalimento. Il cameriere indica verso la mia direzione.

Lei si volta e mi vede. Avrà capito chi sono? L’hai capito chi sono, Chiara? Hai capito perché quella bustina di tè?

Mi guardi stupita. Certo che l’hai capito.

Ed ora mi eclisso…

Blackbird"

3 commenti :

ugosugo55 ha detto...

potrebbero essere indizi che hai dato casualmente durante qualche conversazione in chat

Chiara di Notte (Klára) ha detto...

@ Ugosugo: Lo escludo. Molte persone sanno che amo il te' ma solo pochissimi conoscono il tipo e la marca.

Inoltre la tuta da sci l'ho presa quest'anno nuova e non ricordo di averlo detto a qualcuno.

I casi sono due: o e' un mio amico "buontempone" di St.Moritz che non si vuol far riconoscere oppure qualcuno che ho conosciuto in passato e che mi ha riconosciuta.

Poi c'e' una terza ipotesi ma non la voglio neanche immaginare.

illustre1966 ha detto...

"Poi c'e' una terza ipotesi ma non la voglio neanche immaginare. "

Ti ha ritrovata!

;-))

E mo' trema!

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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