venerdì 29 aprile 2016

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Do Ut Des

Do Ut Des. Scriviamolo bene: con le maiuscole. C'e' chi basa i suoi rapporti personali su questa semplice regola: io ti do qualcosa affinche' tu mi dia qualcosa.

Intendiamoci: non e' che sia sbagliato, e posso considerare piu' onesto chi, palesemente, si manifesta "generoso" solo perche' in cambio sa di ottenere qualcosa (e percio' lo dice chiaramente), rispetto a chi, invece, fa credere di essere generoso tout court, e dice di non aspettarsi niente in cambio quando, in realta', sotto sotto, qualcosa in cambio da te vuole ottenerla.

Ora, io so di essere un'approfittatrice, maestra in certi momenti nel saper ottenere le cose senza contraccambiare, ma allo stesso tempo, con sincerita' e senza ipocrisia, so donare moltissimo anche senza che abbia ottenuto niente. E' che questa seconda anima, se cosi' si puo' chiamare, purtroppo stenta ad emergere quando mi accorgo di avere di fronte qualcuno che con me vuol fare il "furbetto". Ecco, io i "furbetti" proprio non li sopporto. Come non sopporto i millantatori, del resto.

Fra l'altro accade anche che sia consapevole di una cosa (che senza dubbio mi fara' apparire presuntuosa): ci sono moltissime persone che per incontrarmi sarebbero disposte a pagare fior di quattrini, o a fare qualsiasi cosa io chiedessi loro di fare. Non ci crederete, ma nonostante la mia veneranda eta' da milf sono ancora assai richiesta, e corteggiata. E' per questo motivo che sono diventata una snob, che puo' essere a tratti definita anche viziata (oltreche' viziosa), seppur semplice e modesta nell'apparire e nei modi. E c'e' di piu': da questo mio "snobismo" non voglio affatto guarire. Ne vado orgogliosa. Mi piaccio cosi' come sono e se ancora piaccio e' anche perche' sono fatta cosi' e non in altro modo.

Ecco perche' la mia regola e' usualmente (soprattutto con chi con me intende applicare il "Do Ut Des") quella del "Des Ut (forse) Do". Prendere o lasciare. Le regole, poiche' sono una snob viziata (oltreche' viziosa), le stabilisco io.

venerdì 25 settembre 2015

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Il velo

Il velo, che copra la testa, o una parte del volto, e' solo un pezzo di stoffa, oppure e' qualcosa di piu'?
Oggi, nel clima nevrotico in cui si vive, spesso gli si attribuisce un significato non troppo positivo, finanche a considerarlo il simbolo della sottomissione femminile. Ma non e' sempre stato cosi'. In realta' l'uso del velo da parte delle donne, benche' nell'immaginario collettivo sia riferito sopratutto a quelle di religione musulmana, e' molto antico e piu' diffuso di quanto si pensi.

Dalla ricerca etimologica si possono gia' ricavare alcuni significati: coprire qualcosa con tessuto trasparente e fine, velare. I termini svelare, rivelare, ci indicano come la scoperta sia di per se' non una creazione ex novo, ma semplicemente un "alzata del velo" che copre la conoscenza dell'oggetto. La prima traccia dell'uso femminile del velo e' attestata, comunque, in un documento legale assiro del XIII secolo a.C. secondo il quale, indossarlo, era permesso esclusivamente a donne nobili, mentre veniva proibito a prostitute e donne comuni che dovevano girare a capo scoperto. In questo modo il velo distingueva non solo la classe sociale, ma anche la "non accessibilita'" della nobildonna allo sguardo comune. Tutt'altro che un simbolo di sottomissione, quindi. Anzi, l'esatto opposto.

L'uso del velo diventa poi piu' comune: come copricapo, per ripararsi dal vento, dal sole o dalla sabbia. Per indicare lutto o semplicemente per nascondere l'identita' di una donna che si reca ad un convegno amoroso. Puo' essere una sciarpa o un tessuto morbido e sufficientemente ampio da venir utilizzato in piu' modi. E se da una parte costringe la donna nobile a coprirsi dagli sguardi indiscreti del popolo, dall'altra diviene strumento di seduzione e fascino, come la Danza dei Sette Veli ci ricorda.

Strumento di seduzione o di protezione; simbolo di mistero e del sensuale gioco del velare e scoprire, il velo acquista anche significati esoterici ricordando che cio' che e' nascosto alla vista e' un bene prezioso che necessita un'adeguata attenzione e livello di conoscenza per poter essere scoperto. Un limite, dunque, che la donna pone tra se' e l'ambiente circostante, dichiarandosi accessibile o inaccessibile (agli sguardi come ad altro) a seconda del proprio stato d'animo. Nei pressi di Menfi, su quella che dovrebbe essere la tomba di Iside, c'e' una statua rappresentante una donna seduta su un trono e ricoperta da un velo nero. Sulla sua base, scritto in latino, si puo' leggere: "Io sono tutto cio' che fu, cio' che e', cio' che sara' e nessun mortale ha ancora osato sollevare il mio velo".

Le raffigurazioni di donne velate, con il loro simbolismo, abbondano nell'arco dei secoli. Finanche nel mondo greco la donna "onesta" comincia a velarsi per uscire, e questa situazione si riscontra in tutto il bacino del Mediterraneo. Nelle religioni monoteiste, Ebraismo, Cristianesimo e Islam, il concetto di coprire la testa viene associato soprattutto a quello di "sacralita'": coprire la testa significa non subire influenze esterne e rimanere concentrati verso il divino. Coprire un oggetto sacro con un velo ha la stessa valenza; si usa coprirlo affinche' resti "puro".

L'uso del velo nella tradizione Cattolica era presente ancora negli anni '60 del secolo scorso: alle donne era vietato l'ingresso in chiesa se non avevano il capo coperto da un foulard, ed e' in uso ancora oggi per le suore di vari ordini tanto che la frase prendere il velo significa appunto consacrarsi. La tradizione Ortodossa, invece, obbliga tuttora le donne a recarsi nei luoghi di culto con la testa coperta. Ma anche le fanciulle che vanno spose portano un candido velo raffinato e sovente lunghissimo, che spesso copre il volto e che viene sollevato solo a cerimonia conclusa.

Nel Medioevo il velo continua ad influenzare la moda femminile. "Il velo e' l’acconciatura piu' comune. Copre i capelli ma lascia scoperto il viso. E' realizzato in lino, seta e cotone. Oltre alle caratteristiche intrinseche dei materiali, a determinare la pesantezza e il grado di trasparenza sono i differenti tipi di filatura e tessitura. Si passa da pesanti panni di lino e cotone, a mussole degli stessi materiali fino ad aeree ali di organza inconsistenti e quasi completamente trasparenti". Fino al XII secolo, le donne anglosassoni e anglo-normanne indossano veli che coprono interamente i capelli e spesso anche collo e mento. Solo a partire dai Tudor (1485), il velo diventa meno comune e viene sostituito dall'uso di cappucci. La veletta invece fa la sua apparizione nel XIX secolo e dura fino agli anni '20 riportando il gioco del vedo-non vedo: utilizzata come strumento di eleganza e seduzione o per coprire il dolore nei momenti del lutto.

Ci sono ancora molti tipi di usi e valenze legate al velo femminile, dai foulard di seta ammiccanti degli anni '50 ai complementi raffinati del sahari indiano, per citarne alcuni, ma il suo vero significato e' quello protettivo, fino ad indicare, dal punto di vista delle religioni monoteiste, anche cio' che merita rispetto perche' sacro, oppure, nelle prime societa' matriarcali, il rispetto e la sacralita' del corpo femminile allora libero di manifestare la propria completa bellezza. Aver fuso questo significato con quello di segnalare una proprieta' (del maschio) e una differenziazione di status, e' dunque una sovrastruttura di carattere tipicamente maschilista e patriarcale alla quale, ogni donna che voglia manifestare la propria liberta', dovrebbe opporsi ostentando, nel velo, il suo carattere primitivo ed originale.

giovedì 4 giugno 2015

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Onnivora

Tanto tempo fa, poco piu' che adolescente, credevo di essere eterosessuale. Ne ero convinta e non mi ponevo alcun problema: sapevo che per "essere a posto" alle ragazze dovevano piacere i ragazzi e viceversa. Non sentivo percio’ alcuna pulsione contrastante. Niente che mettesse in crisi la mia identita' sessuale. Niente dubbi o incertezze. Niente di niente, e i rapporti con gli uomini erano piu' che soddisfacenti, eccettuata forse una certa "freddezza", dovuta anche ad un carattere introverso, che mi distingueva dalle mie coetanee. Una freddezza che, pero’, in seguito, con l'esperienza, si e' trasformata in qualcosa di totalmente diverso. Potrei dire opposto.

Poi e' successo qualcosa che ancor oggi non so spiegare: mi sono accorta di provare attrazione anche per le donne. In realta', all'inizio, questa attrazione la provavo solo per una, in particolare, con la quale ho esplorato accuratamente anche l’altra faccia della mia sessualita’, e mi e’ piaciuto cosi’ tanto che, in seguito, sono andata a ricercare quelle stesse sensazioni anche con altre.

A volte ho potuto colmare il mio desiderio, altre volte no. Come accade sempre in tutte le relazioni che coinvolgono il sesso e i sentimenti, ma posso dire oggi di essere lesbica? Forse si', lo sono, tuttavia mi piacciono anche gli uomini e, per la verita', non ho mai smesso di andarci a letto. Difficile che ne possa fare a meno. Quindi come potrei definirmi? Bisessuale o semplicemente depravata?

Come tanto tempo fa non mi pongo problemi. So di essere onnivora e mangio cio’ che al momento mi va di mangiare. Anzi, lo divoro. Che male c’e?

sabato 2 maggio 2015

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Love

"Venticinque anni fa, andando a lavorare, passavo sempre in bicicletta per Ponte Sisto, a Roma. Li’ c'era una ragazzina zingara che chiedeva l'elemosina e mi colpi’ il suo sguardo di sconfinata tristezza".

A distanza di anni Susanna Tamaro ricorda cosi’ l'incontro da cui nacque l'idea di "Love", testo scritto nel 1991 e trasposto, poi, in favola teatrale nel 2004. Protagonista un'adolescente rom, "Love" e’ una ballata epica dedicata all'infanzia meno amata, quella di cui ogni giorno la gente diffida e con cui solo i pochi addetti ai lavori riescono a fare i conti. E' l'infanzia dei bambini rom, oggi sempre piu’ al centro di polemiche e dibattiti che ancora non hanno aiutato a capire realmente la tragedia del destino anomalo che molti devono subire, proprio perche' e' dalla discriminazione che nasce anche l'indolenza e la scarsa volonta' di proteggerli.

E’ da una storia vera che nasce dunque questo racconto disgraziato, e ad ogni riga e’ come se davanti agli occhi di chi legge passasse un film immaginario. Il film di Vesna, piccola rom sfruttata da uomini malvagi perche’ bella e veloce a derubare i turisti. All’inizio c’e’ Dragomir, l’uomo alto coi baffi che le insegna con le botte “La scuola della strada”, in seguito Mirko un uomo viscido e crudele che la obbliga a mettere in pratica gli insegnamenti appresi da Dragomir e la violenta ad appena undici anni. Infine c'e' Love, un uomo “diverso”, dai modi gentili che le mettera’ a disposizione un'attenzione ed una dolcezza che nessuno fino ad allora le aveva mai elargito. Uno spiraglio di luce, una ventata d'amore che le infondera’ a poco a poco speranza di un futuro migliore. La bambina si affezionera’ a costui a tal punto da chiamarlo Love, ovvero Amore - una parola che non conosce e che le viene spiegata da alcuni suoi coetanei -, al quale Vesna dara’ un significato tutto suo; un significato fatto pero’ di bugie e menzogne. Love non si dimostrera’ infatti tanto diverso dagli altri uomini e insieme ai tanti momenti di dolcezza, le lascera’ anche un peso amaro che Vesna, illusa di poter avere un futuro da sposa con il suo “eroe salvatore”, dovra’ portare in grembo.


Love

Era avvenuto tutto mentre dormiva. Un sacco le era piombato sulla testa come ai gattini quando vanno al fiume. Poi il sacco con lei dentro era finito su un camion. Su quel camion c’erano tanti altri sacchi. Stavano viaggiando, ma verso dove? Nessuno sapeva rispondere. I più piccoli piangevano, i più grandi s’azzuffavano con grande rumore. Dopo qualche ora il camion si era fermato. I grilli cantavano intorno, era ancora notte, era campagna. Un uomo dal volto coperto era salito dietro. Li aveva fatti distendere sul pavimento, li aveva coperti con un telo. Con tono minaccioso aveva detto: «Non muovetevi, non fate rumore, non tossite o ridete. Se qualcuno sale e fa domande trattenete il fiato». Sopra il telo, poi, aveva distribuito delle balle di fieno. Di lì a poco il camion si era fermato un’altra volta. Altri rumori forti. Motori che si accendevano e spegnevano. Stridii di ruote, clacson, voci che parlavano forte. Un uomo era salito davvero, in una lingua che nessuno sapeva aveva fatto tante domande, aveva ripetuto sempre le stesse, più volte. L’autista aveva risposto con calma, piano; alla fine aveva riso rumorosamente, aveva riso anche l’altro uomo scendendo dal camion, come se fossero amici da sempre. La corsa era proseguita ancora per molte ore. Quando erano scesi era di nuovo notte. Pigiati gli uni accanto agli altri si erano trovati tutti chiusi in un minuscolo appartamento. I più piccoli, di nuovo svegli, avevano ripreso a piangere. In quel luogo erano rimasti circa un mese. Assieme a loro c’era un uomo alto e con i baffi che si faceva chiamare Dragomir. Qualche volta era gentile, qualche volta no. Allora gridava con le vene della gola gonfie e tirava pugni e calci. Succedeva soprattutto durante le ore di lezione. Imparavano ad aprire le borse, a staccare gli orologi dal polso. Lui aveva la borsa o l’orologio, tutti gli altri bambini gli stavano stretti intorno. Lo studente prescelto doveva passare piano in mezzo, sfilargli l’oggetto con tocco leggero, come se niente fosse. A sbagliare erano i più piccoli, i più paurosi. Se lui sentiva le dita prima che il portafoglio fosse scomparso, si girava urlando, afferrava lo studente per il collo e incitando gli altri bambini lo pestava a sangue. Dopo cinque borseggi perfetti si doveva lasciare l’appartamento. Non si andava via soli sulle proprie gambe ma con un uomo elegante che guidava in silenzio una macchina grande, nera e lustra. I più bravi cominciarono a sparire già dopo una settimana. Gli altri se ne andarono un po’ alla volta nelle tre settimane seguenti. Anche lei era salita su quell’automobile. Con lei c’erano Alenka, Miranda e Bogoslav. Avevano fatto tanta strada, una strada lunga lunga dove la macchina correva velocissima. Si erano fermati in una specie di ristorante. L’aria era più calda che nella città dell’appartamento. L’uomo li aveva fatti scendere, aveva comprato caramelle, gelati, panini. Aveva comprato tutto quello che volevano come se fossero i suoi figli. Davanti al cameriere li aveva accarezzati sulla testa. La nuova città era ancora più grande, con case di tutte le forme e pochi alberi. Avevano fatto il giro degli accampamenti. Lei era stata l’ultima a scendere. Ormai da tre mesi lavorava su quel ponte abitato da giganti con le ali e i capelli lunghi tutti di pietra bianca. Andava avanti e indietro con un cartone in mano e tante volte da quando era lì aveva sentito dire le mamme ai bambini: «Hai visto? Sta’ attento ché altrimenti ti portano via gli zingari». Così non capiva niente: a lei che era già zingara chi l’aveva portata via, lontano da casa? Vesna aveva dieci anni e il labbro leporino: era nata in una tribù nel sud della Jugoslavia. Sua madre e suo padre avevano altri dieci bambini. Con quella bocca non si sarebbe mai sposata. Prima dell’inverno l’avevano ceduta a un commerciante in cambio di due copertoni da neve. La nuova famiglia non era molto diversa da quella che aveva lasciato. C’era una madre, un padre e tanti fratellini e sorelline. Il padre, Mirko, lavorava con le macchine e la madre, che si chiamava Zveza, chiedeva l’elemosina in centro assieme ai bambini più piccoli. La sera, però, intorno al fuoco o alla televisione, lei non poteva sedersi vicino a nessuno. Così si capiva che non era la loro vera figlia, che non erano imparentati neanche per una via lontana di tribù. L’unica cosa che a loro importava di lei era che ogni sera tornasse con le tasche piene. Era sempre Mirko ad accoglierla. L’accoglieva sulla porta della tenda con la mano tesa. Se i soldi erano abbastanza le dava una scodella di minestra, altrimenti la sbatteva di qua e di là e gridava: «Troia, credi che sia un hotel?! Che siamo in un hotel? In un Grand Hotel?». Qualche sera Mirko stava fuori con gli amici e rientrava ubriaco. Allora lei si stringeva la testa tra le mani e i denti le battevano così forte che non riusciva a fermarli. Anche suo padre vero faceva la stessa cosa. Allora fuggiva svelta, sveltissima prima che la toccasse, scappava giù veloce verso il fiume con i salti di una lepre. Lì, sulle sponde, nascosta tra i cespugli, attendeva l’alba. Il fiume! Quello le mancava più di ogni altra cosa. Era bello laggiù! D’inverno c’era una gran crosta di ghiaccio e l’acqua vi scorreva sotto. In primavera il ghiaccio si rompeva e sbatteva di qua e di là con gran rumore. C’erano le folaghe di cui si potevano bere le uova e le coppie litigiose dei germani. E poi c’erano le bacche succulente, in estate l’acqua fresca dove bagnarsi e le donne del paese che andavano a lavare i panni e chiacchieravano come una radio, senza mai fermarsi. Anche sotto il ponte dove stava adesso c’era un fiume, un fiume grande, lento e un po’ giallo ma a guardarlo non le diceva proprio niente. Quand’era triste però chiudeva gli occhi: e allora il suo rumore diventava il rumore di tutti i fiumi e come un sangue più caldo le passava intorno al cuore, lo avvolgeva, la riscaldava dentro. Quasi ogni giorno era triste e così quasi ogni giorno faceva quel gioco. Lo stava facendo anche quel mattino poco prima dell’estate. L’aria era già molto calda e per proteggersi si era messa dritta in piedi nell’ombra di un angelo. A quell’ora non passava nessuno. Allora, con la faccia coperta dalle mani, aveva potuto pensare tranquillamente al suo fiume, a tutti i fiori che c’erano vicino all’acqua e alle rane nascoste dentro.

Non aveva sentito i passi sul selciato. Solo, all’improvviso, quella voce che aveva detto: «Ti senti poco bene piccola?». Non si era scoperta il viso. Lì vicino doveva esserci un padre con la sua bambina. Ma poi una mano le aveva sfiorato il capo e così Vesna aveva guardato. Di fronte a lei c’era un uomo con i capelli un po’ grigi e un po’ no, con una larga camicia bianca. L’uomo aveva ripetuto la domanda e lei non aveva risposto né sì, né no, neppure che pensava al fiume, ma con il braccio teso era saltata avanti cantilenando: «Tanto bene, tanta salute per lei e per tutta la famiglia, tanta fortuna signore...». L’uomo aveva sorriso, l’aveva guardata come si guardano gli uomini prima di sfidarsi al coltello, dritto dritto come per leggere dentro. Senza distogliere lo sguardo aveva infilato la mano in tasca, tirato fuori due o tre monete. Anziché farle cadere dall’alto le aveva deposte sul suo palmo, l’aveva toccata nel farlo. Il ponte era ancora deserto. L’uomo non aveva detto più niente e si era avviato verso il lato opposto, camminando con un passo un po’ troppo lento. L’asfalto sotto i piedi era caldo. Voleva forse essere chiamato? Avrebbe potuto inseguirlo, chiedere altre monete per la madre gravemente ammalata. Intanto il movimento del sole aveva spostato più in là l’ombra dell’angelo. Quella sera aveva pochi soldi. Mirko l’aveva picchiata, era andata a letto senza mangiare niente. Raggomitolata sul pavimento aveva posato il palmo di una mano sulla guancia. No, non era un’impressione, dove l’uomo l’aveva toccata la mano era davvero più calda; anche dopo tante ore continuava a essere calda. Nei giorni seguenti l’uomo non era più passato però lei lo aveva visto lo stesso. Stava dritto in piedi su un enorme cartellone nei pressi dell’accampamento e aveva tante scritte accanto. A differenza dalla realtà, aveva dei grandi baffi scuri e una pistola legata sopra la camicia bianca. Vicino non c’era una lavatrice o un frigorifero e non teneva neanche niente in mano. Più che qualcosa da vendere sembrava un film. Un attore, certo, lui era un attore: con quegli occhi non poteva essere altro. Era la prima volta che passava sul ponte? Sì, quasi di sicuro perché di lui non si era mai accorta prima. Forse era come lei, straniero. Viveva in un grande albergo con le palme o stava su una spiaggia bianca bianca con delle ballerine quasi nude intorno. Quando aveva visto il suo labbro, invece di ridere o allontanarsi l’aveva toccata. Un pomeriggio Zveza l’aveva condotta con sé al centro. Erano passate davanti a due o tre grandi hotel e lei aveva guardato dentro. Aveva guardato anche dentro tutti i taxi, dentro tutte le macchine con i vetri scuri. Dopo dieci giorni la pelle della mano era ancora calda come quando lui l’aveva sfiorata. Prima di addormentarsi se la posava sulla guancia, la lasciava lì facendo finta che fosse una cosa indifesa e piccola, un gattino, un orsetto di pezza. Sul ponte non chiudeva più gli occhi, il fiume era ormai muto. Anche quand’era stanca li teneva spalancati come una civetta nel mezzo della notte. Verso la fine di giugno la città fu colpita da una serie di nubifragi, i turisti correvano avvolti in plastiche colorate, con delle borse in testa. Il cielo era lo stesso che aveva visto dipinto in una chiesa al suo paese, viola, grigio, con fulmini gialli da tutte le parti. In quella tempesta gli angeli grandi e forti non servivano proprio a niente. Mentre l’acqua le colava nel collo dai capelli si era accorta che la mano sfiorata stava diventando umida e fredda, uguale all’altra. Mancavano tante ore al rientro al campo, aveva tempo per provare a farla tornare calda. Sulla strada del cinema la pioggia si trasformò in chicchi di ghiaccio, le si ruppe una scarpa e le infilò tutte e due in una tasca. Il cinema era quello giusto, lui grande e di carta stava là davanti, con una pistola in mano. Alla cassa tirò fuori due pugni di spiccioli. La donna seduta contò le monete a una a una, poi fece un cenno con la testa e le diede un biglietto azzurro. Non c’era quasi nessuno dentro, si era seduta in prima fila, le gambe distese in avanti. Così gli attori parlavano a lei sola. Lui era un poliziotto, si chiamava «il giustiziere». Non era il suo vero nome ma un nome che gli avevano dato perché era bravo. Sparava, picchiava e correva come nessun altro. Quando le macchine andavano a tutto gas e sbattevano di qua e di là quasi quasi le veniva da vomitare. Sembrava che l’uomo dalla camicia bianca perdesse e invece, alla fine, lui vinceva tutti.

Il film tre volte era finito e tre volte era cominciato. Quando Vesna aveva raggiunto l’incrocio del ponte la macchina che riportava i bambini al campo era già andata via. Non pioveva più ma era venuto il vento. Cosa doveva fare? Non lo sapeva. Così, pensando, aveva cominciato a camminare avanti e indietro per le strade intorno. Mentre guardava una vetrina di calze da donna sentì alle spalle quello stridio improvviso, il rumore di una macchina. La portiera si aprì che ancora non aveva capito niente e una mano la tirava dentro. Come poteva averla trovata? Era Mirko. Disse qualcosa a denti stretti, la colpì sul volto, sulle labbra da coniglio. Allora si ricordò che aveva i denti, il naso, le gengive, erano tutti lì, duri come il legno. Gustò del caldo in bocca, poi non si ricordò più niente. Si svegliò con il rumore di una catena, era la sua, le legava la caviglia a una sbarra di ferro. Dalla tenda vicina giungevano le voci di Zveza, di Mirko, dei loro bambini. Stavano mangiando. Si distese in modo di aver poco male. Cosa importava? Niente. Ciò che voleva era successo, dopo il film una mano era di nuovo più calda dell’altra. Quei giorni dormì tanto, sognò anche. Per ordine del capo della polizia lui giungeva al campo con un mitra in una mano e un pugnale nell’altra. Nessuno riusciva a scappare. Persino Mirko piangeva, implorava. C’era un colpo e seguiva il silenzio. All’improvviso della luce la investiva in faccia: era lui e la prendeva in braccio. La luce c’era davvero, ma era Zveza che le stava togliendo la catena. Riprese a lavorare quel giorno stesso, sullo stesso ponte. L’estate ormai era arrivata, passavano molti turisti, stavano tutti vicini come le pecore nei prati oppure come i cervi andavano avanti solitari. Con i cartoni in mano si avvicinava a tutti. Se non le davano soldi cercava di prenderseli. Una mattina di fronte a lei era sistemato un negro, vendeva collanine, elefanti di plastica. Quando aveva clienti la teneva lontana con uno sguardo, quando erano soli si avvicinava a parlare. Parlava svelto svelto e lei non capiva niente. Una volta lui l’aveva abbracciata forte allora lei gli aveva dato un pugno sulla pancia. Un piccolo pugno. I pugni che aveva nella testa non erano mai quelli che aveva nelle mani. Il pugno aveva fatto flop, il negro ridendo si era massaggiato la pancia. Lei avrebbe voluto che fosse stato un pugno molto più grande. Chissà perché i turisti se ne andavano in giro anche di notte. Non si vedeva niente di notte, solo gli animali del bosco potevano farlo eppure loro andavano in giro lo stesso. Erano quasi sempre giovani. Stavano tutti insieme, tante volte abbracciati. Cantavano le canzoni male, con tutta la gola. Sembravano ubriachi, lo erano anche. Lasciavano lunghe strisce di odore di alcool sul ponte. Lei li inseguiva, chiedeva i soldi. Facevano finta di non sentirla oppure si giravano tutti dalla sua parte, le lanciavano le monete in aria come quando si cerca la sorte e ridevano appena svelta si chinava a raccoglierle. Fino a quando c’era la luce la gente passava davanti come l’acqua di un fiume, tutta insieme, poi passavano pochi alla volta. Tra un gruppo e l’altro c’era sempre un po’ di tempo. Proprio in una di quelle pause il negro si era avvicinato un’altra volta, le aveva dato un anellino e aveva detto: «Io e te fidanzati», e subito le aveva infilato la lingua nella bocca. Lei aveva stretto i denti e la lingua del negro era rimasta in mezzo. Le era arrivato uno schiaffo forte, la testa le si era girata dall’altra parte.

Un altro però non era riuscito a darglielo. In silenzio, come non toccasse il suolo, era arrivato qualcuno e aveva bloccato il negro stringendogli il braccio. La sua camicia era bianca, larga. Quando con una mano le aveva scostato i capelli dal viso il suo cuore si era mosso con un salto, aveva preso a battere velocissimo un po’ nella gola, un po’ più in giù, nelle ginocchia. Era lui, proprio lui in persona: il Giustiziere! Appena il negro si era allontanato, lui aveva insistito perché non rimanesse sola sul ponte. Allora lei aveva guardato il cielo. Da come stava messa la luna mancava ancora un bel po’ al passaggio della macchina. Docilmente e in silenzio l’aveva seguito fino a un bar lì vicino. C’erano tanti turisti seduti sui tavolini all’aperto. Si sedette in mezzo a loro, l’uomo le chiese cosa volesse da mangiare o bere. Lei voleva dirgli soltanto che anche se non aveva i baffi sapeva chi era, l’aveva visto in un film uccidere tutti, era il Giustiziere. Ordinò lui per lei un gelato grande con la panna e i biscotti, per sé un liquore giallo. Le fece tante domande. Aveva la mamma? Il papà? Dov’era nata, lontano? A scuola ci era mai andata? Sembrava una signorina, una bella signorina. Ma davvero quanti anni aveva? Capiva l’italiano o parlava soltanto la lingua degli zingari? Oppure non aveva proprio la lingua? Nel dire quella frase l’uomo le aveva fatto il solletico sul mento. Intanto era arrivato il gelato. Stava davanti a lei, si scioglieva come neve senza che avesse il coraggio di mangiarlo. «Vediamo se proprio non ce l’hai», aveva detto allora l’uomo e con il cucchiaio colmo di panna aveva incominciato a stuzzicarle le labbra. Così, in quel modo, faceva solo la mamma merla con i suoi pulcini laggiù nei cespugli vicino al fiume. Era forse un pulcino? Aprì la bocca. Quella cosa era viscida e dolce, scivolò giù senza nessuno sforzo. Si alzarono quando la coppa fu vuota. Senza dire niente lei gli afferrò un polso, lo condusse di nuovo al ponte. Attesero un po’. La luna era di nuovo bassa sull’orizzonte. Non aveva il coraggio di dirgli che la macchina era già passata. Per fortuna fu lui a parlare, disse che era inutile star lì fino all’alba. Attraversarono il ponte ancora una volta. Nella sua casa c’erano mobili pesanti e una televisione grande grande. Lui l’aveva messa seduta sul divano, gliel’aveva accesa, era scomparso in un’altra stanza. Mentre un gatto sullo schermo, per inseguire dei topi, cadeva senza farsi niente da un palazzo altissimo, lui era tornato. Indossava una specie di cappotto leggero e niente sotto. Aveva detto: «Prima di dormire facciamo un bel bagno», e l’aveva sollevata dal divano. Il suo odore era diverso da quello di Mirko. Invece di impaurirla le faceva voglia di leccare. Mentre si spogliava aveva voluto stare a guardarla. Si era seduto sul gabinetto con le mani nelle tasche del cappotto. Vesna non aveva mai fatto il bagno... se il tappo si apriva quando lei era dentro, dove sarebbe finita? Lui l’aveva aiutata. Con una spugna morbida le aveva sfregato la schiena, la pancia, gliel’aveva passata in mezzo alle gambe. Le aveva bagnato anche i capelli, glieli aveva sciolti nell’acqua come fossero alghe. Poi, con tutte le gocce che correvano lungo il corpo era uscita fuori e lui l’aveva avvolta in un asciugamano. L’aveva asciugata piano piano, fermandosi ogni tanto con le mani. Nella casa c’era una stanza che non aveva ancora visto. Era chiara con un piccolo letto in mezzo e tanti giochi intorno. Il Giustiziere la condusse lì, senza vestiti e la fece sdraiare sotto le coperte. Poi prese un libro e cominciò a leggerle una storia. Parlava di un soldato finto con una gamba sola che si innamorava di una ballerina finta anche lei, di carta. Quando le labbra dell’uomo si posarono sulle sue sussultò perché già quasi stava dormendo. Inarcò il corpo. Era così che finiva la storia? Durante la notte un sogno comparve dietro agli occhi. Lei era un gattino. Con la lingua calda la mamma lo puliva avanti e dietro e lei tremava tutta. Tremava non come quando sul ponte aveva freddo ma come se il fiume, con il suo tepore, le passasse dentro.

Il mattino dopo il Giustiziere la lasciò poco distante dal ponte. Prima di andarsene le infilò due o tre biglietti da mille nelle tasche. Doveva essere in orario perché non c’erano ancora i turisti ma solo la gente che andava al lavoro svelta. La giornata passò uguale a tutte le altre. Uguale no. Quando tra le altre camicie spuntava una camicia bianca il cuore le andava in gola o giù tra le ginocchia. Lei non gli aveva fatto domande. Neppure lui aveva detto tornerò o aspettami. Se era successo una volta poteva succedere anche un’altra. Il suo odore era un po’ quello che sentiva al mattino davanti alle pasticcerie. La notte si recò puntuale al ritrovo con la macchina. Sui sedili dietro i bambini raccolti prima stavano già dormendo. L’autista nel vederla di nuovo lì non fece nessuna osservazione, guidò svelto per la città come ogni notte. Possibile che al campo nessuno si fosse accorto della sua assenza? Doveva essere così. Appena entrata nella tenda Mirko non la picchiò. I fratellini urlando le si attaccarono alle gambe. Invece così non era. Quando tutti erano ormai distesi nei loro pagliericci, Mirko si avvicinò al suo. Parlava con voce bassa, non l’aveva mai fatto. Aveva i pantaloni aperti con una mano dentro. Le si sdraiò accanto, le morse un orecchio per farle male. «Puttana», le disse, «piccola puttana, se prendi quello degli altri, prendi anche il mio.» Salì sopra di lei, le sollevò la gonna. Non riuscì a entrare nel primo tentativo, neanche al secondo. Allora usò la forza, le divaricò le gambe, entrò come si entra nelle porte quando non si ha la chiave e con un calcio si sfondano. Entrò e qualcosa si era rotto, si stava rompendo, più andava avanti più c’era il fuoco, bruciava tanto, tantissimo, ogni volta sperava che uscisse e ogni volta si sbagliava, non usciva mai. Poi, quando non sperava più, tutto era finito e lui come morto le era piombato addosso. Dopo un po’ con i pantaloni ancora aperti era tornato nel letto della moglie. La mattina dopo Vesna era di nuovo sul ponte. Quel male la faceva camminare con le gambe strette. Ogni volta che correva incontro a un cliente sentiva tutto un dolore dentro. Un po’ per quello, un po’ perché era distratta, quei giorni guadagnava meno del solito. Mirko però adesso, invece di picchiarla, preferiva fare quell’altra cosa. Lei aveva imparato a immaginare che al suo posto ci fosse il Giustiziere: sentiva il suo profumo, vedeva la sua pancia pelosa e piatta. A volte era troppo stanca per immaginare; allora, con la testa di lato contava gli oggetti sparsi per il pavimento.

Di camicie bianche ne erano passate tante ma la sua mai. Chissà dov’era? Forse stava combattendo in una missione pericolosa. Intanto lei gli aveva trovato un altro nome. Alcuni giorni prima nei pressi del ponte avevano issato un nuovo cartellone. Sopra c’era una signorina in mutande e reggiseno, in punta di piedi reggeva con la mano un palloncino a forma di cuore. Vicino, con lettere rosse come una bocca c’era scritto qualcosa. Aveva chiesto a un bambino che sapeva leggere che cosa. Love, le aveva detto. Love era il cuore, era quella cosa dentro che lei provava per lui. Love, love aveva ripetuto tra sé e sé per giorni come se fosse una canzone di una parola sola... Una notte era successo questo: Mirko si era accorto che di lei c’era solo il suo corpo e si era infuriato. L’aveva sbattuta di qua e di là, contro lo spigolo del tavolo, contro la bombola del gas. Poi gliel’aveva messo in bocca, aveva fatto uscire quella schiuma schifosa. Aveva vomitato davanti a lui. Rimasta sola aveva vomitato un’altra volta. Voleva piangere, stringeva gli occhi, li stringeva ma non serviva a niente. La mattina dopo, sul ponte, aveva deciso di fare una magia che conosceva da bambina: aveva detto Love, aveva sputato in circolo tante volte. Le magie funzionano quando si fanno poco e quando c’è il cuore a muoverle. Funzionano, certo che funzionano. Poco prima dell’ora di pranzo ecco la sua camicia bianca, lui che camminava come se non dovesse andare da nessuna parte. L’aveva superata così, senza guardare. Nella magia aveva forse scordato qualcosa? Allora gridò Love. Quella parola era una parola freccia, coltello: lo colpì in mezzo alla schiena, e lui si voltò, tornò indietro con le mani in tasca. Nella cucina della sua casa aveva preparato un piccolo pasto per loro due soli. Lei la bocca non l’aveva neanche aperta, era stato lui a parlarle. Le aveva detto che era professore, insegnava applicazioni tecniche in una scuola abbastanza lontana. Certo era un nuovo film, in uno era poliziotto, nell’altro professore. Aveva letto tanti libri, sapeva un mucchio di cose. Comunque era forte lo stesso, sotto la camicia si vedevano tutti i muscoli tesi, pronti a colpire. Per mangiare aveva voluto prenderla sulle ginocchia, l’aveva imboccata piano piano come gli uccellini nel nido. Poi aveva insistito per farle il bagno. L’aveva spogliata come la volta prima e si era spogliato anche lui. Le aveva detto sei bellissima, e le aveva passato una mano sulla schiena fermandosi sul culo. Nell’acqua le aveva chiesto di mostrargli com’era fatta dentro, di allargare le gambe. Lei aveva avuto paura: e se, per caso, si accorgeva che c’era stato anche Mirko? No, non avrebbe mai aperto. Ma quando si era chinato e piano piano, come se nella bocca cercasse qualcosa, l’aveva baciata con tutta la lingua, non aveva pensato più a niente e le gambe si erano aperte da sole. Nel tepore dell’acqua aveva infilato due dita dentro. Anche lui, seduto sul gabinetto teneva una mano in mezzo alle gambe e con gli occhi chiusi la faceva andare avanti e indietro.

Uscita dalla vasca le aveva fatto infilare una camicia da notte. Anche se il sole era alto l’aveva portata a letto. La stanza era quella dell’altra volta con il letto chiaro e tutti i giocattoli intorno. Voleva chiedergli di continuare la storia del soldatino con una gamba sola. Si era sempre chiesta in quelle settimane come andava a finire davvero ma lui aveva detto: «Abbraccia questo e dormi», e le aveva dato in mano un orsacchiotto di pezza. Poi aveva spento la luce ed era uscito senza fare rumore. Vesna aveva cercato di obbedirgli ma non c’era riuscita, aveva chiuso gli occhi come se dormisse invece non dormiva affatto, era sveglia anche quando lui era tornato, quando piano piano le aveva sollevato la camicia da notte e le si era messo sopra. Più si muoveva, più diceva cose. Anche lei dentro di sé parlava, diceva: «Love, love, mio love». A casa sua era rimasta quattro giorni. Facevano sempre il bagno insieme, mangiavano, guardavano la televisione. Ogni volta che lei a letto fingeva di dormire, lui le saliva sopra e si muoveva avanti e indietro. Il secondo giorno qualcuno aveva suonato alla porta. Aveva paura che fosse Mirko. Love forse lo sapeva perché non l’aveva aperta. Non aveva neppure chiesto: «Chi è?». Qualche volta aveva squillato il telefono e lui prima di rispondere l’aveva spinta in un’altra stanza. Spingendola le aveva detto di stare zitta e ferma. Poi, un mattino, si era alzato più presto. L’aveva fatta vestire con i suoi vestiti di sempre. Camminando un poco avanti l’aveva riaccompagnata vicino al ponte. Non si era più girato a salutarla. Neppure aveva promesso di tornare. Questa volta però lei sapeva che sarebbe tornato. Ne era certa. L’ultima notte, mentre si muoveva fortissimo, le aveva bisbigliato: «Ti voglio tutta bambina mia, tutta, voglio un bambino tutto nostro, insieme». Love. Anche lei lo voleva. Voleva un gattino cui dare il latte per sempre.

lunedì 27 aprile 2015

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Ladro di sogni

Ladro di Sogni – di Sergio Paoli – e’ un romanzo ambientato nei fatiscenti sobborghi milanesi, in una realta’ lontana dal lusso di via Montenapoleone, lontana dai riflettori sparati sul fantomatico benessere lombardo e dalle chiacchiere politichesi sull’Expo 2015.

Protagonista e’ il vicecommissario Marini, idealista d’altri tempi animato dal desiderio di ricercare la “verita’” a dispetto di quello che vorrebbe “la piazza”; convinto della necessita’ di difendere la democrazia e, nel contempo, disincantato per via dell’amara consapevolezza che la liberta’ di un popolo (quello Rom) e’ gravemente ostacolata dai “potenti” che tramano all’ombra del proprio esclusivo tornaconto violando impunemente il rispetto delle regole a scapito delle “persone normali”.

La dimensione nella quale Sergio Paoli ci cala e’ quella di una provincia milanese grigia e senza speranze, cupa, decadente, rovinosa. Razzismo, pedofilia, criminalita’ informatica, xenofobia, pregiudizi, odio razziale, paure ancestrali, visioni parziali della realta’, sono alcuni dei temi trattati all’interno di questa storia imperniata su due delitti solo esteriormente slegati. Quello di Giampaolo Rusconi, straccione isolato dal mondo e persino dal campo nomade che ospita la propria fatiscente roulotte, e Annamaria Bianchi, classica brava ragazza impiegata all’universita’.

Dalle indagini, emergeranno cospirazioni che vedono il coinvolgimento di figure “insospettabili”, i furbi e i viscidi, i soliti arroganti che fanno affari loschi e sfruttano le situazioni sociali di degrado per monetizzare la miseria altrui, in un contesto che ci svela tutta l’ipocrisia di una societa’ (e di un Paese intero) sempre piu’ marcatamente divisa tra ricchi, potenti e prepotenti senza scrupoli da un lato, e i personaggi marginali tipici di ogni grande citta’ dall’altro. E con arguzia e autentica sensibilita’, l’autore ci invita ad una riflessione, ricordandoci che, con ogni probabilita’, non si nasce criminali ma lo si diventa, nostro malgrado, in risposta ad un’offesa subita.

Questo un breve estratto:

Il vicecommissario, nel percorrere quei pochi metri tra le erbacce, butto’ lo sguardo sulle tende.
Erano grandi installazioni. Piu’ che quelle dell’esercito, gli ricordarono i campeggi estivi con gli scout, o l’oratorio. Roba del genere. Cose abbastanza confuse nella sua memoria. Ce n’era una, in mezzo, che sembrava fare da cucina e sala mensa insieme. Un vago odore di pane.
Vide donne indaffarate e bambini scalzi correre in mezzo a loro. Tutte le altre parevano piene, stipate di oggetti. Da quella dietro a Vissalòm si intravedeva un letto. Da alcune, Dio solo sa come, spuntavano delle parabole.
Il Rom lo vide arrivare e si alzo’.
- Quella… scuola – fece, indicando una tenda un po’ discosta.
- Come?
- Quella, scuola…tu sei commissario, no? Quella nostra scuola per bambini piccoli. Bambini piccoli prima di vostra scuola.
- Ah, la scuola. Tipo un asilo. Capito.
- Kumpania. La nostra e’ comunita’.
- Si’. Senti, parlami dell’incendio, vah.
- Noi c’entra niente con questa storia. Lui, Ravasi, non era uomo buono. Ma Don Fausto sempre dice bisogna aiutare tutti. Dice che lui stava cercando di capire come diventare uomo buono. Don Fausto, invece, lui sì…
- Ferma, ferma li’. Cosa vi diceva don Fausto?
- Noi non volevamo Ravasi. Lui era strano con bambini. Don Fausto dice sempre tutti devono avere opportunita’. Ravasi provate tante, perche’ non provare ancora?
- Hai visto bene l’incendio?
- Si’.
- Siete stati voi?
- No, commissario. No! Noi chiamato polizia.
- Avete chiamato il 113. E’ vero.
- Ecco. Tutti dicono di noi ladri. Non nego, a volte vero. Ma non assassini.
- Quando litigate, pero’, vi ammazzate.
- E voi no, commissario?
- Gia’…allora? Come e’ andata? Cosa hai visto?
- Sanra, mia moglie, ha sentito rumore. Bum! Grande botto. Mi ha svegliato. Sono uscito fuori. Era esplosione, e bombola del gas volata davanti nostra tenda. Ho sentito calore. Visto fiamma alta. Jag . Un inferno. Vampate, capisce? Ho visto l’uomo dentro incendio.
- L’hai riconosciuto? Era Ravasi?
- Io credo. Non riuscivo avvicinare. Troppo caldo. Aria scottava. Non potevo salvare. Sembrava lui che bruciava. Non so se ancora vivo. Penso che no.
- Sei sicuro che era lui?
- Io credo.
- L’hai visto in faccia?
- Si’, ma lui già tutto nero. Bruciato. Orribile. Io credo che era lui, ma non sicuro. Noi non entriamo in questa orribile morte di uomo. Tu crede?
- No. Difficile crederti, che non c’entrate per niente. Lo sai, tutti dicono che siete ladri e mandate i vostri bambini in giro a chiedere soldi per la strada. Rusconi vi dava fastidio, e avete deciso di liberarvene.
- Lo so che molti pensano noi ladri, commissario. Ma non assassini. Noi, pace. Uomini, fratelli. Anche chi disprezza noi. Devo dirti una storia, adesso. Cosi’ tu capisce.
- Una storia?
- Si’. Noi siamo Rudari . Suoniamo e vendiamo fiori. E, “se vuoi essere saggio, ascolta” . Siedi. Storia parla di uomo con mio nome.
Dal nulla spunto’ un altro sgabello e Marini sedette. Il Rom inizio’ la sua storia.
Una storia dove un uomo con il suo nome per la prima volta aveva un luogo dove andare. L’uomo era vecchio, e voleva andare in Italia, lasciando che la sua patria fosse dove avrebbe fermato per l’ultima volta il suo wurdon per accamparsi e legare i suoi cavalli. Sentiva dentro di se’ il bambino che era stato, il bimbo che aveva pianto per aver perso i suoi genitori, l’uomo che era diventato e aveva poi compreso che ogni evento della vita era un gioco strano di Baxt . La sera che arrivo’ dove voleva fermo’ i cavalli, li stacco dal wurdon e li lascio’ pascolare nell’erba dei campi di quella che sperava fosse la sua ultima casa, e senti’ quel bambino, dentro, piangere una specie di nenia senza lacrime. Si ripete’ l’ultima volta che gli zingari non piangono mai, neanche quando hanno un grosso motivo per essere tristi. Gli zingari suonano e ballano. Poi canto’ mentre il crepuscolo colorava il cielo della periferia di quella grande citta’. Era una storia triste e vera.
- Questi siamo noi, commissario.
- Bella storia, Vissalòm – fece Marini, alzandosi – ma chi e’ stato lo stabilisco io.
- Tu fai tuo dovere. Noi tutti aiuta. Tu chiedi e noi aiuta.
- Voi aiuta, certo. E non hai visto nessuno in giro, tornando all’incendio della casa mobile?
- No, nessuno.
- Sei sicuro?
- Puo’ essere che qualcuno c’era, in quel casino, no? Ma io non ho visto. Troppo caldo dava fastidio agli occhi.
- Mi servono tutti i martelli che avete nel campo. Subito.
- Martelli. Solo martelli?
- Si’.
L’uomo assenti’, si alzo’ e cominciò a entrare e uscire da tutte le tende, con i martelli in mano.
Marini si guardo’ attorno. Alcuni bambini del campo lo osservavano incuriositi.
Poi ando’ a parlare con il testimone Monastiroli.
Che caso del cazzo! Fu quello che penso’, finito il colloquio, mentre si avviava con Cattaneo verso un bar.
Non si era potuto accorgere che Vissalòm e suo fratello avevano confabulato a lungo, dopo che il vicecommissario se ne era andato.


Nota: la storia che Vissalòm racconta al vicecommissario Marini e’ tratta da "Il Calderas" di Carlo Sgorlon (A. Mondadori Editore, Milano, 1988). Wurdon e’ il carro degli zingari trainato da cavalli e Baxt e’ il Destino, la Fortuna.

lunedì 30 marzo 2015

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La prima volta di Irina

- Piercing al clitoride... e’ un problema?
Irina le poso’ le mani all’interno delle cosce e le apri’ un po’ di piu’.
- Assolutamente no. Tutto meno che un problema. Sara’ anche piu’ eccitante.
Avvicino’ dolcemente due dita e la apri’. Il sesso di Vlada era color rosa chiaro, come quello di quasi tutte le bionde naturali, ed aveva le piccole labbra sporgenti. Aperte avevano l’aspetto di un’orchidea.
- Non lo hai mai visto, vero?
Irina scosse la testa.
- Non ci crederai, ma e’ cosi’. Finora sono stata solo con uomini e nessuno di loro aveva il piercing sul glande.
Non riusciva a credere quanto fosse morbida e setosa… come i petali di un fiore, appunto.
Vlada si mise una mano tra le gambe e comincio’ a toccarsi.
- Non lo faccio con una donna da una settimana, ti avverto.
-Ohhhh -, disse Irina quasi canzonandola. - Un’intera settimana!
- Una settimana per me e’ come un mese per chiunque altra… ormai ho dovuto rassegnarmi a questa ninfomania saffica. Ho anche un giocattolo, lo vuoi provare? - E tiro’ fuori dal cassetto del como' un grosso fallo in lattice, di quelli doppi, in grado di soddisfare due donne contemporaneamente. Era veramente enorme e Irina capi’ perche’, ormai, Vlada con gli uomini non provasse piu’ alcun piacere. Impossibile trovare qualcuno che fosse stato cosi’ dotato.
- Mi sa che avremo bisogno di un po’ di lubrificante per farlo entrare -, aggiunse Vlada incurante dello stupore della sua compagna di letto.
- Lubrificante? Ma io sono gia’ bagnata.
Vlada si tiro’ su, le getto’ le braccia al collo e le premette i grandi seni nudi contro i suoi che, al confronto, sembravano quelli di una bimba. Premette la bocca sulla sua e le spinse la lingua dentro. Le morse la lingua piano e mormoro’ - Non basta… ce ne vuole ancora… di lubrificante.
Allora Irina capi’. Vlada torno a stendersi sul letto e spalanco’ le gambe pregustando il piacere che avrebbe ricevuto. Poi aggiunse:
- Adesso fai con me quello che gli uomini fanno con te. Anzi, fai quello che tu vorresti che gli uomini ti facessero.
“Giusto. Certo”, penso’ Irina. Riapri’ le labbra di Vlada con le dita, ma le scappo’ da ridere.
- Non ho la minima idea di quello che sto facendo.
- Devi solo baciarmi. Solo che devi baciarmi li’. Un semplice bacio.
- Un semplice bacio… -, ripete’ Irina, e poso’ la bocca su quel fiore rosato.
Aveva sognato di farlo fin dal primo momento che l’aveva incontrata, e adesso che sentiva il suo sapore acidulo sulla lingua, inspirava il suo odore cosi’ erotico, sentiva la sfera del suo piercing e il suo clitoride gonfiarsi tra le sue labbra, penso’: “Sono lesbica. Ormai non ho piu’ dubbi. Mi piacciono le donne!”. Se necessario ci sarebbe stata anche per un’ora fra le cosce di Vlada, a leccarla, e sarebbe stata la migliore ora della sua vita. “Non si torna indietro, adesso. Si va solo avanti”, penso’.
Vlada sollevo’ i fianchi e lei le spinse tutta la lingua nella vagina.

sabato 28 febbraio 2015

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E' ora di scegliere la pillola rossa

Bene, ho riflettuto molto in questi giorni. Ho pensato alla vacuita' dei social network come Facebook, e come non sia utile trasportarvi troppo di cio' che possediamo. Da un momento all'altro ci possono sfrattare. Senza appello. Senza neppure una spiegazione. E li’ resta segregato, per sempre, tutto il tempo che abbiamo speso. Pensieri, immagini, relazioni: tutto sparisce in un batter d'occhio se solo qualcuno dai piani alti decide che tu non devi piu' starci.

I motivi non contano... ed il clima che si respira e' sempre piu' da tonnara; ti invitano a creare l’account, ti fanno restare per un po’, fin quando non diventa il tuo unico ambiente relazionale, e da quel momento in poi sei sotto controllo, ricattabile, perche' se ti disabilitano l'account perdi tutto. Non esisti piu’.

L’esistenza ad ogni costo, dunque, e la liberta' innanzi tutto. La liberta' di dire cio' che si pensa. La liberta' di pubblicare un'immagine di un'opera d'arte anche se mostra una tetta. La liberta' di essere se stessi e non cio' che loro (i piani alti) ti obbligano ad essere. Facebook e' il piu' potente strumento di controllo che oggi ci sia al mondo. Ha creato dipendenza piu' della droga e c'e' gente che senza Facebook non sarebbe piu' nessuno.

Io non ci sto! Ho visto come sia facile trovarsi con l'account disabilitato e senza piu' possibilita' di riottenere l'accesso. Per questo ho deciso di allontanarmi gradualmente da quel luogo. Lo faro' cercando di portarmi dietro piu' amici possibili. Riportarli qui, nel blog, dove posso garantire una completa liberta': liberta’ di pensiero, e liberta' di essere se stessi anche sotto falso nome.

Non m'interessa di leggere millantaduemila cazzate al giorno che passano nella timeline. Non m'interessa fare amicizia con gente assurda che non incontrero' mai nella vita. Non m'interessa sentire le loro lagne, ogni giorno, sempre le stesse. Non m’interessa di essere protagonista in quella macchina che macina tutto nello spazio di 24 ore. Desidero solidita'. Stabilita'. Sicurezza che domani potro' ancora accedere e ritrovare le mie cose come le ho lasciate, e non trovarmi di fronte a un anonimo avviso generato dal computer: "Il tuo account e' stato disabilitato".

Non voglio piu' sentirmi un'ospite in casa d'altri. Voglio essere padrona in casa mia, e se e' il caso esporre anche una copia del quadro "L'origine del mondo" di Gustave Courbet senza essere bloccata per un mese. Per questo motivo e' ora di scegliere la pillola rossa e uscire da quel mondo illusorio, mettendo in atto quello che avevo gia' anticipato in questo post. Piano piano, mi dissolvero' lasciando Facebook a chi ne ha davvero bisogno per sfogare le proprie nevrosi e le proprie frustrazioni che io, fortunatamente, credo di non avere.

Non spero che tanta gente segua il mio esempio; anzi, data la stupidita' generale, prevedo che dopo aver letto questo post in molti alzeranno le spallucce e continueranno imperterriti come sempre, nel menefreghismo generale e nell'indolenza che li contraddistingue. Tuttavia non scompariro' del tutto. Mi troverete, come sempre, qui all'indirizzo di questo blog o di un altro che potrei andare a creare in un futuro non molto lontano.

lunedì 16 febbraio 2015

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Il canto della sirena

In ginocchio, tengo le cosce avvicinate. Ho i glutei che si appoggiano sui talloni e le mie labbra, semichiuse, pronte a ricevere quello che, ormai, non riesce piu’ a star dentro ai suoi pantaloni.

Lo prendo in mano e lo stringo appena. E’ bello sentirlo crescere tra le dita, mentre mi lascio inebriare dal suo odore. Amo l’odore dell’uomo eccitato. Lo amo per infiniti motivi, ma soprattutto perche’ e’ l’odore del sesso, che mi permette la fuga, la liberta’, la beatitudine dell’oblio quando ho bisogno di quell’oblio. E se mi ubriaco di quell’odore, non esiste nient’altro. I ricordi, i sogni, i fantasmi del passato, tutti i problemi del presente… scomparsi. Divento una creatura di pura sensazione, puro desiderio. Divento me stessa.

"Rilassati", gli comunico senza parlare, semplicemente guardandolo negli occhi. "Devi solo godere".

Lo ha gia’ eretto quando inizio a leccarlo. Lo voglio lubrificare bene prima d’avvolgerlo con le labbra, piano, facendolo entrare con delicatezza, continuando ad irrorarlo di saliva e a stimolarlo con la punta della lingua, senza distogliere mai i miei occhi dai suoi, avidi di godimento.

E’ cosi’ che il calore della mia bocca s'impossessa del suo membro. Lo prendo tutto, fino in gola. E’ turgido e lo sento spingere sul palato. Non riesco neppure a respirare, ma non importa: a me piace cosi’. E quando mi ritiro, un sottile filo di saliva resta sospeso, a unire le mie labbra alla punta del glande. Poi lo avvolgo nella mano e lo massaggio con le dita rese scivolose dalla saliva, seguendo il ritmo delle natiche che, quasi a voler penetrare il vuoto, lui sospinge verso di me, mentre con l'altra mano gli comprimo delicatamente i testicoli, procurandogli una morbida sofferenza mista a piacere.

Quando mi afferra la testa per attirarla verso di se’, capisco che la mano non gli basta piu’, allora glielo riprendo in bocca, facendo scorrere le labbra lungo tutta la lunghezza dell’asta, succhiandolo, ed e’ sufficiente qualche ciucciata piu’ decisa, per portarlo a un passo dal godere. E’ la pressione nei suoi fianchi che monta sempre di piu' a dirmi che sta per venire. Cerca di trattenersi, ma non ce la fa…

Percepisco l’eiaculazione un attimo prima che arrivi. Gli esce un gemito, come per avvisarmi, ma io gia’ lo so. La sua testa e’ spinta all’indietro da una forza invisibile ed e' in quel momento che glielo ciuccio ancor piu’ forte, ingorda, e il suo gemito si trasforma in un sussulto violento, mentre il mio palato e’ inondato da fiotti caldi del suo orgasmo. E anche quando e’ tutto finito, lo trattengo in bocca, ancora un po’, insieme al suo seme… prima di deglutire.

Alzo lo sguardo e con un sorriso gli faccio capire che anche a me e' piaciuto. Tutto e’ avvenuto senza parole. In fondo, in certi momenti, le parole non servono a molto. Fin quando lui non rompe il silenzio. Chinandosi verso di me, sommessamente, mi dice: “Non so neppure come ti chiami…” ed io, passandomi il pollice sulle labbra, per togliere anche l’ultimo residuo rimasto, penso che anche stavolta dovro’ inventarmi un nome, tanto per soddisfare, oltre a certe voglie, anche la curiosita’. E ricordando quello che mi fu dato quando mi predissero che con la bocca avrei potuto far impazzire qualunque uomo, maliziosamente gli rivelo che mi chiamo… Sirena.

mercoledì 11 febbraio 2015

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Senza pudore

“Sono bagnatissima. Vedete?”
Aveva alzato la gonna e aperto le gambe il piu’ possibile. Per rendere lo spettacolo migliore, si faceva scivolare lentamente un dito sopra le mutandine, seguendo il solco umido formato dalle grandi labbra. Era eccitante farlo davanti a quei due ragazzi che l’avevano rimorchiata in quel pub. Uno era piu’ intraprendente, mentre l’altro sembrava essere piu’ timido. Tuttavia non erano i caratteri di quei due ad interessarle, quanto cio’ che tutti i maschi hanno tra le gambe. Non sapeva niente di loro. Non chiedeva neppure i nomi ai suoi occasionali compagni di gioco, e quella sera gliene erano capitati due. Cosi', nell’impossibilita’ di scegliere, dato che erano tutti e due molto attraenti, aveva deciso di essere democratica. D’altronde non le mancavano le qualita’ per soddisfarli entrambi.
“Ho anche il clitoride tutto gonfio. Chissa’ cosa dovrei fare…” incalzo’ continuando a stuzzicare.
“Avrei alcuni suggerimenti”, azzardo’ il piu’ timido, gia’ palesemente eccitato.
“Anch’io li avrei. Credo che le mie mutandine abbiano appena fatto il saluto alla mia passerina… ormai sono zuppe”, disse sfilandosele dai piedi e mettendole in borsetta.
“Invece il mio uccello vorrebbe tanto fare il saluto alla tua fica” disse il piu’ intraprendente intuendo che ogni formalita’, da quel momento in poi, sarebbe stata superflua.
“Siete proprio bravi a rimorchiare una donna, lo sapete? Se mi supplicate un po’, potrei anche lasciarvi fare il saluto a tutte le parti di me che desiderate”.
“Allora andiamo a scopare.” azzardo’ l’intraprendente. “Troviamo un’altra ragazza e facciamo una cosa a quattro.”
“Non mi interessa. Posso benissimo accontentarvi entrambi senza l’aiuto di nessuno”, disse lei ammiccando, continuando ad accarezzarsi il pube ormai nudo.
“Io ho bisogno di mettere l’uccello dentro di te nei prossimi cinque secondi, oppure moriro’” supplico’ quello che sembrava il piu’ timido, rivelando che non era affatto timido, ma solo piu’ taciturno.
“Oh, no, ti prego, non morire proprio adesso che la cosa sta prendendo una piega interessante. Pero’, se vengo a scopare con voi, promettete di impegnarvi a farmi godere facendo tutto cio’ che vi chiedero’ di fare?”
“Faremo qualsiasi cosa tu desideri”.
“Me la leccherete fino a quando non vi diro’ di smettere?”
“Anche tutta la notte!”, dissero i due quasi all’unisono immaginando che mettere la testa tra le gambe di quella donna sarebbe stata la cosa piu’ erotica della loro vita. Gia’ pregustavano il suo sapore acidulo sulla lingua, mentre l’odore del suo sesso eccitato, cosi’ femminile e cosi’ erotico, si sentiva anche a un metro di distanza.
“Pero’ mi porterete prima a cena…”
“Scegli dove, offriamo noi”.
“Ovvio che offrite voi. E poi penso che andare prima a cena potrebbe essere utile. Potrei aver voglia di cavalcare il vostro uccello per tutta la notte”.

Quella notte si era lasciata cosi’ riempire da due uomini, senza risparmiare niente a nessuno dei due. Non lo aveva fatto per loro. Lei non faceva mai niente per gli altri. Lo aveva fatto per se’. Solo per se stessa. E come ogni volta non si era mai sentita cosi’ sfrenata, cosi’ disinibita. Quando le accadeva di darsi in quel modo non era altro che un corpo che esisteva solo per essere usato per il piacere degli uomini. In quel momento perseguiva quello scopo come nei tempi antichi lo facevano le prostitute del tempio, che si concedevano a chiunque in nome degli dei. E quando era venuta, posseduta simultaneamente nei suoi due orifizi, l’orgasmo le aveva arpionato lo stomaco con artigli d’acciaio e lei aveva vibrato per quella che era sembrata un’eternita’ tra le braccia di quei due ragazzi. Non si era neppure accorta di loro due che le venivano dentro, tanto era persa nella propria estasi. Solo quando ormai giaceva supina sul letto, svuotata, aveva sentito i loro fluidi uscire fuori e gocciolarle lungo le cosce sulle lenzuola.
In quel momento aveva i loro occhi puntati addosso e sapeva che entrambi stavano aspettando la sua reazione. Quasi un verdetto. All’inizio si era limitata a respirare, con gli occhi socchiusi. Poi, dentro di lei era montata una poderosa ondata di emozioni e, per chissa’ quale motivo o per quale strana, meravigliosa, innominabile, ragione, si era messa a ridere. L’onda era ribollita fino alla superficie, rendendole il cuore talmente leggero che si sentiva come se si fosse staccata dal letto e avesse preso a galleggiare a mezz’aria. Poi altre due risate si erano unite alla sua finche’ una sinfonia di gioia non aveva riempito la stanza fino a farla scoppiare.

***

Irina lesse la scena fino alla fine, poi si lascio’ scivolare il libercolo dalle mani e chiuse gli occhi. Il suo clitoride gonfio pulsava sotto le dita e tutti i muscoli della schiena erano tesi come un elastico attorcigliato. Le immagini le affollavano la mente: i due uomini che si scopavano quella donna priva di pudore, lo strusciarsi dei corpi nudi, la mescolanza dei loro fluidi, e il sesso descritto nei dettagli, esploso prima nell’orgasmo e poi nella risata a tre…
Venne con vigore, girandosi sulla mano mentre le pareti vaginali si contraevano sul nulla. Allontano’ la mano dal pube e resto’ sdraiata sul letto ad ansimare.
Stepan le aveva fatto leggere quel racconto perche’ immaginasse di esserne la protagonista, perche’ imparasse il significato del termine “senza pudore”... ma sarebbe mai stata capace di arrivare a tanto? Si’ certo, si era eccitata nel leggerlo, si era masturbata, aveva goduto e l’alone umido sul lenzuolo lo dimostrava, ma sarebbe mai riuscita a diventare come quella donna, disinibita e soprattutto, capace di scollegare il sesso dal sentimento?
Quella li’ sembrava una vera e propria mangiatrice di uomini. Era bellissima, interessante, arguta, eloquente, intelligente, e scriveva racconti erotici. Oltretutto, pur senza dirlo esplicitamente, faceva intuire che le sue storie fossero vaghi riflessi della sua vita reale. Difficile credere che l’autrice potesse fare una vita piu' sregolata di quella dei suoi personaggi. Sarebbe stata una gran fatica. Eppure… eppure era cosi’ intrigante immedesimarsi in lei che era impossibile non subirne il fascino. Un nodo d’invidia le si aggrappo’ alla gola. Non avrebbe permesso che Stepan restasse deluso. Ce l’avrebbe messa tutta per diventare la migliore. Lo avrebbe fatto per Stepan… anzi no; lo avrebbe fatto per se’. Solo per se stessa.

giovedì 1 gennaio 2015

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Sono quella che sono e faccio quello che posso

Tutti abbiamo piu’ personalita' oltre a quella che normalmente esibiamo. Le conosciamo, nell’intimo ne siamo consapevoli, e le gestiamo facendo emergere questa o quella a seconda delle varie situazioni, quando piu’ ci fa comodo. Anch’io ne ho almeno due, se non di piu', ma sicuramente me ne manca una: quella che molte persone considerano la piu' adatta nei giorni festivi di Pasqua, Natale o Capodanno. Io la definisco: "L’ipocrita affabilita’ verso il prossimo ostentata nelle ricorrenze".

Parlo di quella sdolcinatezza con cui ci si deve mostrare sempre "buoni", dediti alla felicita' propria e altrui, che manifestiamo tramite l’elargizione pomposa di stucchevoli auguri. E’ una roba, questa, che ho sempre respinto con tutta me stessa. Primo perche’ la ritengo rituale, quindi non sincera, ed io detesto tutto cio’ che odora di falsita’. Poi perche’ ho potuto constatare che le persone che piu' si mostrano buone, generose, dolci e comprensive, in realta’ sono quelle che, quando hai davvero bisogno di aiuto, sono le piu’ veloci a defilarsi.

E’ proprio in occasione di particolari festivita’ come quella di oggi che, percio’, mi piace tirar fuori la parte di me piu’ scomoda, piu’ asociale, meno simpatica. Cosi' posso finalmente ammettere di essere cinica, cattiva, egoista, dedita solo alla mia di felicita' e a quella di nessun altro, e me ne stracatafotto degli auguri, sia di farli che, soprattutto, di riceverli.

Se pensate che io sia acida, fredda e calcolatrice, avete ragione perche’, in effetti, e’ cosi'. Sono quella che sono e faccio quello che posso, ma la verita’ e’ che non mi va di recitare una parte che in certi giorni non sento mia: quella della buona, dolce, affidabile, comprensiva, accogliente, banale, noiosa, donnetta solo per essere fedele all’archetipo di “femminilita’” inculcato dalle fiabe con le quali, da bambina, hanno tentato di lavarmi il cervello. Se il mio atteggiamento mentale e’ pragmatico, duro e poco incline alle moine, e’ perche’ non mi sono mai fatta abbindolare dai discorsi, dalle facezie, dalle facili promesse e, soprattutto, dalla sdolcinatezza che viene esibita esclusivamente in determinate occasioni.

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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